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L’INTRUSO di Salvo Toscano (Newton Compton)

agosto 22, 2022

L'intruso“L’intruso” di Salvo Toscano (Newton Compton): incontro con l’autore e un brano estratto dal romanzo

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Salvo Toscano è giornalista e scrittore. È stato semifinalista al Premio Scerbanenco e finalista al Premio Zocca Giovani. È autore dei romanzi incentrati sulle indagini dei fratelli Corsaro (Ultimo appello, L’enigma Barabba, Sangue del mio sangue, Insoliti sospetti, Una famiglia diabolica, L’uomo sbagliato, La tana del serial killerMemorie di un delitto) e di Falsa testimonianza e Joe Petrosino. Il mistero del cadavere nel barile. È stato tradotto nei Paesi di lingua inglese.

Abbiamo chiesto a Salvo Toscano di raccontarci qualcosa sul suo nuovo romanzo: “L’intruso” (Newton Compton)

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«Nel mio romanzo “L’intruso” tornano a indagare i due fratelli Corsaro, Roberto e Fabrizio», ha detto Salvo Toscano a Letteratitudine. «Questa volta dovranno allontanarsi dalla loro (e mia) Palermo, raggiungendo una sperduta località nel cuore della Sicilia dove si trova una piccola comunità religiosa che cela più di un mistero. Si chiama la Madonna della Misericordia, è composta da dodici persone che vivono in un borgo isolato, come fuori dal tempo, lavorando e pregando.
imageIl giallo parte dal ritrovamento di un cadavere carbonizzato nelle campagne del centro Sicilia. Fabrizio e Roberto ci andranno a sbattere per strade diverse, nella loro attività professionale. Si scoprirà che questo personaggio, Domingo Chiodo, un uomo violento e dal passato torbido, ha avuto a che fare proprio con quella comunità, nella quale apparirà al principio come un intruso.
Ma chi è davvero un intruso in questo mondo? Esistono esseri umani alieni a ciascuno di noi? La capacità di fare il male è prerogativa di alcune categorie di soggetti o non è piuttosto ciò che accomuna tutti gli esseri umani nella loro fragilità? Su questo e su altro ho provato a ragionare in questo romanzo in cui le vicende personali e familiari dei due protagonisti scorrono come sempre in parallelo alle loro indagini e alla trama del thriller.
Come sempre accade nei romanzi con i fratelli Corsaro (che crescono e cambiano insieme a me), i temi che appaiono nella storia e nella vita dei due protagonisti sono tanti: i rapporti familiari, l’essere genitore, la cancel culture e il politically correct, gli orrori del giustizialismo, la fede e i suoi travagli e soprattutto l’empatia verso le miserie della condizione umana.
Una storia che Roberto e Fabrizio raccontano, come sempre, in prima persona con la loro consueta ironia. Serio e responsabile il primo, eternamente immaturo ed emotivo il secondo, dopo tanti anni per me i fratelli Corsaro sono diventati in qualche modo persone in carne e ossa. E quando scrivo le loro storie a volte ho come la sensazione che ciascuno dei due prenda in prestito la tastiera del mio pc per scrivere di sé. Una lettrice, lasciando una recensione de “L’intruso” su un sito di vendita on line di ebook, ha scritto una cosa che mi ha colpito, e cioè: “L’autore, nonostante le tante storie raccontate nel corso degli anni, è riuscito a mantenere un livello molto alto e costante in ogni suo libro, con una evoluzione tanto naturale delle vicende dei fratelli Corsaro da non sembrare quasi di leggere una serie”. Mi ha confortato leggere queste parole, perché è proprio questo che mi prefiggo ogni volta che comincio a lavorare su una nuova storia dei fratellini, cioè di realizzare qualcosa di completamente diverso dal romanzo precedente, per evitare quell’effetto di storie in ciclostile in cui si può precipitare a volte maneggiando dei personaggi seriali.
Sullo sfondo di questa storia, come sempre, c’è la mia Sicilia, con le sue mille facce, anche quella meno conosciuta delle sue lande interne, in parte disabitate e selvagge, con il loro grande fascino. Vi invito a fare insieme questo viaggio alla scoperta dell’altra Sicilia e di quel pezzo della nostra anima che spesso preferiamo non guardare. Buona lettura».

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Un brano estratto dal romanzo “L’intruso” di Salvo Toscano (Newton Compton)

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Racconto di Fabrizio Corsaro

 

Se c’è un detto popolare del quale ho imparato, invecchiando, ad ammirare la potente verità è quello siculo per cui la meglio parola è quella che non si dice. E mi si perdonerà se lo storpio così, a metà tra l’italiano e il dialetto dei miei padri, ma è attingendo alla saggezza del popolo che questo genere di motti si apprende, e ciò avviene, almeno dalle mie parti, quasi sempre in vernacolo.
Ma sto divagando, non è di dialetti che voglio parlare, quanto piuttosto dell’immenso beneficio che l’umanità trarrebbe se i suoi componenti apprendessero il valore del silenzio, se l’esperienza insegnasse a ciascuno di noi a non perdere l’occasione di tacere quando questa si presenta, depurando il creato da quell’abisso senza fondo di cazzate che lo inquinano. Un colossale ammasso di minchiate in libertà, che ha trovato pieno diritto di cittadinanza in quella diabolica invenzione che noi mortali chiamiamo social network e che a mio modesto avviso si potrebbe più propriamente appellare la Grande fogna globale.
Mi rendo conto, nell’esternare ad alta voce questo genere di pensieri, di suonare come un matusalemme boomer reazionario, di quelli che signora mia, si stava meglio quando si stava peggio. Eppure, è proprio più forte di me. Ho da tempo ormai la sgradevole sensazione che il mio prossimo trarrebbe indiscutibile giovamento se tenesse per sé la gran parte delle cose che gli esce dalla bocca. E non solo sulla Grande fogna. Anche altrove, in ufficio, a tavola, al bar.
Sì, molti dei discorsi che in quei tempi mi circondavano mi apparivano alieni, se non insulsi o, peggio, disturbanti. Tolleravo quelli sul calcio, ma solo perché quando si parla di calcio lo si fa con la consapevolezza dichiarata di disquisire di minchiate. Per il resto, le altre conversazioni – da quelle sulle vite degli altri, che ho sempre trovato aberranti, a quelle sui massimi sistemi, dove più alta era la possibilità di ascoltare spropositi di ogni sorta alla luce della gigantesca ignoranza in cui sguazzava il genere umano – mi davano quasi sui nervi. Sì, c’erano delle persone con cui parlare valeva la pena, ancora. Ma mi sembravano sempre meno.
Forse la verità era semplicemente che ero diventato un ex giovane con conclamate tendenze depressive e misantrope a cui appariva chiaro un bisogno prima di allora mai avvertito così nitidamente: quello di avere un figlio.
Ecco, i figli, quelli sì che sono argomenti degni di rispetto. Non lo avevo capito per gran parte della mia vita, ma ora lo vedevo bene. Anche se io un figlio non ce l’avevo. Ufficialmente. Perché quello che il mio seme aveva generato se n’era andato in silenzio dal grembo della mia compagna prima ancora di nascere. L’altro, quello che io avevo scelto come mio, quello che la vita, Dio, il destino, barrate pure la casella che vi è più con- geniale, mi aveva fatto incontrare, viveva in una casa- famiglia a Bagheria con altri piccoli ospiti figli di madri con problemi più che seri.
Lo avevo incontrato per caso, mentre giocavo a fare il detective con mio fratello appresso alle memorie di un delitto di una comitiva di altri ex giovani, e per caso mi ero ritrovato ad amarlo come niente e nessuno avevo amato mai fino ad allora. Nicolae, il mio piccolo Nico, era diventato il mio primo pensiero al risveglio e l’ultimo prima di chiudere gli occhi. Ed era il pensiero migliore, mi pareva, che mi avesse mai attraversato le meningi nei miei quarantaquattro anni.
Eravamo felici insieme, c’eravamo scelti, e in quello scricciolo di quattro anni con la faccia da delinquente mi pareva di trovare tutte le buone ragioni per cui il Padreterno non inceneriva il mondo, e ne avrebbe avuto ben donde.
Per stargli vicino avevo cominciato a fare volontaria- to nel centro. Ci andavo due volte alla settimana, se mi riusciva; avevo tirato fuori dalla naftalina la chitarra che suonavo da ragazzo e insegnavo un po’ di musica ai bambini, li facevo cantare, giocare… insomma, era uno spasso. E soprattutto riuscivo a passare tanto tempo con Nicolae. La madre, Nadia, affidata alla comunità dopo essere uscita di galera, appariva e scompariva, aveva trascorsi seri di tossicodipendenza, precedenti per furti e lesioni, una situazione orribile. Di lui a dire il vero si occupava poco e niente: quando non riusciva a sgattaiolare dal centro per andare a combinare chissà quali casini, passava il tempo per lo più a letto o a giocare col telefono. Nico però le voleva bene ed era giusto così, mi dicevo.
Un papà non ce l’aveva proprio e questo, un po’ inaspettatamente, era stato uno dei nostri argomenti di conversazione una domenica in cui per la prima volta suor Giacinta, anima del centro Talitha Kum dove il piccolo viveva, mi autorizzò a portarlo fuori dalla co- munità per fare una passeggiata. Era stata una mattina indimenticabile. Lo avevo portato alle giostre, poi a prendere il gelato e infine al Foro Italico, sul prato, a guardare il mare, come piaceva tanto fare anche a me. E lì, seduti sull’erba, gli occhi rivolti all’ingresso del por- to, Nico mi aveva detto quella cosa.
«Tu ce l’hai il papà?», mi aveva chiesto di punto in bianco, senza guardarmi.
«No, purtroppo no. È morto quando ero piccolo», gli avevo risposto sorpreso.
«E ti manca?», aveva domandato lui, stavolta voltandosi verso di me e scrutandomi con quei suoi occhietti nocciola svegli, un angolo della bocca ancora sporco di cioccolato.
Cazzo se mi era mancato. Per una vita. Omisi la parte del cazzo e risposi.
«Sì, mi manca. Come mai me lo chiedi?»
«Perché mamma ci aveva torto».
«In che senso?»
«Lei dice sempre che papà non mi deve mancare. Perché era uno stupido o cose così. Però ci aveva torto perché invece a me mi mancava. Cioè, non ci pensavo mai ma quando ci pensavo dicevo che doveva essere bello avere un papà».
Il mio cuore si scioglieva al suono delle sue parole, avrei voluto avvolgerlo con tutto quel povero amore di cui ero capace e tenerlo stretto a me senza dire una parola. Deglutii per non piangere.
Ma Nico non sembrava triste. Anzi, sulla sua faccia da birbante mi sembrava di intravedere un sorriso. Si spostò leggermente, sedendo davanti a me, dandomi le spalle, rivolto verso il mare. E parlò, sempre senza guardarmi.
«Però ora non mi manca più», disse.
«No?»
«No, perché ci sei tu», gli uscì pian piano dalla bocca.
Con la manina strinse la mia e appoggiò la testa sul mio petto, continuando a tenere gli occhi fissi sul mare.
Non mi riuscì più di trattenere le lacrime. Mi bagnai la faccia, non avevo mai provato qualcosa del genere. Asciugai il viso alla meno peggio col dorso della mano e strinsi Nicolae a me, senza dire più niente per un pezzo.
Ma la faccenda era assai complicata. Come la vita, del resto. In primis c’era il piccolo problema che non vivevamo in un film americano e che dalle nostre parti non funziona come in Candy Candy dove uno va alla Casa di Pony, sceglie il pargolo o la pargola di suo gradimento come se fosse all’Ikea, saluta e se ne va con tanto di prole nuova di zecca al seguito e poi magari soddisfatti o rimborsati. Nel mondo reale le cose non vanno così. E giustamente, aggiungerei. Non adotti un bambino che scegli tu, semmai ti rendi disponibile a adottare e se ti dice culo prima o poi ti propongono un bambino. Il che ha un suo senso, eccome. C’era poi un secondo problema: Maria. La mia compagna non voleva adotta- re nessuno. Era rimasta segnata dall’aborto che aveva subito e non riusciva ad affrontare il tema della genito- rialità in modo sereno. O forse è solo che con me non si riesce quasi mai ad affrontare un tema qualsiasi in modo sereno, come diceva lei. Può anche essere, della suddivisione delle percentuali di colpa a me non fregava niente, stavolta. A me importava solo di Nico. A lei, invece, di quel bambino non importava. Anzi. Avevo cercato di parlargliene, di coinvolgerla, di condividere con lei quella cosa che mi nasceva e cresce- va dentro. Ma avevo sempre trovato un muro, finché non mi ero arreso.
Il bambino, a ogni modo, adottabile non era e questo tagliava la testa al toro. Avevo trovato il mio modo di costruire un rapporto stabile con lui, e per il momento cercavo di farmelo bastare. E stavo giusto pensando al mio Nico, tanto per cambiare, il giorno in cui ritrovarono il morto senza nome di Montagnagrande.
Faceva freddo. Oppure pioveva. Oppure entrambi. E sì che era gennaio, va bene. Ma eravamo pur sempre in Sicilia. E se una cosa sin da bambino avevo imparato è che a Palermo c’è un sacco di roba che non va bene ma almeno abbiamo il clima. Sì, come no. Men- tre qualche saputello ancora sbeffeggiava la signorina Greta e tutta la faccenda del riscaldamento globale, la nostra sventurata isola era sprofondata da un pezzo in un nuovo clima subtropicale, con estati di fuoco tra i trentacinque e i quaranta per settimane e settimane, autunni flagellati da uragani tipo Louisiana, inverni freddi e piovosi. Una meraviglia per l’umore dei meteoropatici.
Era un sabato pomeriggio di gennaio, dicevo, fuori pioveva e io non ne potevo più. La notte tiravo tardi perché per ritirarmi a letto aspettavo prima che Maria si addormentasse, schivando così imbarazzati silenzi nell’alcova. Superavo la punta massima del sonno che mi avvolgeva intorno alle undici di sera e a quel punto a noi due a sprofondavo nell’insonnia. E l’indomani mi svegliavo con addosso una stanchezza che spaccava le ossa.
«Lo sai che gli indirizzi web della Gran Bretagna hanno alla fine punto co punto uk?», mi domandò di punto in bianco Pippo Nocera, seduto vicino a me nella reda- zione quasi deserta, dalla quale mancavano da un pezzo i colleghi imboscati in smart working.
Osservai Superpippo perplesso. Con quel barbone sempre più folto e quella mole sempre più appesantita, la sua metamorfosi in Bud Spencer era completata. E io gli volevo ancora più bene.
«E allora?», risposi, capendo che si aspettasse una qualche domanda per andare avanti.
«Lo sai che significa il punto co
«Cos’è, come il nostro punto com solo che la emme ha fatto la Brexit?»
«Co sta per Commonwealth», fece tutto soddisfatto. Lo fissai con la bocca semiaperta.
«Disponi di altre notizie che possono cambiarmi l’esistenza?»
«Sì, dispongo di alcune notizie su tua sorella, quella piccola».
Giulia, l’unica altra collega presente nello stanzone illuminato al neon, se la rise. Un tempo quel suo sorriso mi avrebbe fatto squagliare. Ma era passata una vita dai tempi della mia cotta per lei, e di quel giovane Fabrizio Corsaro si erano ormai perse le tracce da quel dì.
«Che palle, ragazzi. Non è che moriremo di noia?», esplosi.
«Zitto, lo sai che non si dice», mi redarguì Giulia.
«Esatto, che poi succedono le catastrofi», aggiunse Pippo.
I giornalisti sono gente scaramantica. Il che, fra i loro tanti atteggiamenti detestabili, è forse uno dei più innocui.
«Va bene, va bene, non sia mai arrivi qualche noti- zia, eh?», mi arresi, mentre sul pc aprivo una foto che conservavo, un selfie di me e Nico alle giostre, che mi piaceva un sacco.
E in quel momento il telefono squillò.
Palmiro Amoruso, ufficiale dei carabinieri, comanda- va una compagnia in provincia. Avevo sentito che stava per lasciare la Sicilia. Forse voleva solo salutare. O forse mi ero davvero chiamato addosso una rogna con quella battuta sulla noia.
«Palmiro», risposi.
«Eccola là, ora sono cazzi tuoi», commentò Pippo con un sorriso sornione.
«Corsaro, sei al lavoro?», si informò col suo accento barese il militare.
«Sì. Tu sei ancora qua? Mi avevano detto che avevi la valigia pronta». «Quasi. Ho l’ultima pratica da sbrigare. E per questo ti chiamo».
«Per salutare?»
«Non proprio. Stiamo mandando un comunicato. Ma ti volevo avvisare prima».
«Arrestate qualche mafiosazzo?» «No, abbiamo un ritrovamento». «Di che?»
«Di un morto».
Squadrai Pippo sollevando un sopracciglio. Quello mi lesse nel pensiero subito e telegrafò all’indirizzo di Giulia, sillabando a voce bassa: «O-mi-ci-dio».
«Morto come?», chiesi al carabiniere.
«Non lo sappiamo. È bruciato».
«Ah… e dove?»
«Aperta campagna. Località Montagnagrande». «E dove sarebbe?».
Me lo spiegò fornendomi un paio di riferimenti. In- terno della Sicilia, dove ha perso le scarpe il Signore, si dice dalle mie parti.
«E chi sarebbe il cadavere?»
«A saperlo, Corsaro. Non ne abbiamo idea».

(Riproduzione riservata)

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imageLa scheda del libro: “L’intruso” di Salvo Toscano (Newton Compton)

Un cadavere in parte carbonizzato viene ritrovato, molti giorni dopo il decesso, tra le sterpaglie della campagna nel cuore della Sicilia.
È irriconoscibile e non ci sono tracce utili a chiarire il mistero della sua identità. Si tratta di un caso complicato, e proprio per questo il cronista Fabrizio Corsaro si mette a indagare per conto del suo giornale. Alcuni indizi collegano il morto a una comunità religiosa che vive quasi isolata dal mondo, in una zona impervia e disabitata dell’isola, non lontano dal luogo del ritrovamento. Proprio in quella comunità finisce, per ragioni professionali, il fratello di Fabrizio, Roberto Corsaro, avvocato penalista. Immergendosi per alcuni giorni in quel mondo impenetrabile e fuori dal tempo, Roberto porterà alla luce una serie di insospettabili verità

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