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DEL SANTO UFFIZIO IN SICILIA E DELLE SUE CARCERI di Giovanna Fiume (Viella)

agosto 30, 2022

Image from LETTERATITUDINE (di Massimo Maugeri)“Del Santo Uffizio in Sicilia e delle sue carceri” di Giovanna Fiume (Viella)

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di Erminia Gallo

È un luogo comune affermare, a proposito di un saggio, che è appassionante come un romanzo, quindi provo a raccogliere gli elementi per dimostrare che nel caso di questo libro è proprio così. È infatti il filo rosso della narrazione ciò che tiene insieme i tanti tasselli che ne formano l’ossatura, tasselli che toccano le discipline più diverse, dal diritto alla medicina, alla religione, all’antropologia ma che contengono sempre una storia, una vicenda concreta, un personaggio che in prima persona parla a noi con la sua voce. In questo modo il libro, frutto di documentazioni rigorose, non si rivolge soltanto a un pubblico specializzato di addetti ai lavori, ma cattura l’interesse del lettore comune e curioso che si trova coinvolto nello svolgimento di vicende in cui micro e macrostoria si intrecciano e la narrazione procede per gradi fornendo ma mano gli indizi che formeranno alla fine un mosaico compiuto o meglio una grande matrioska.
Il racconto comincia con la nascita del tribunale dell’Inquisizione in Sicilia, tribunale che ha sin dall’inizio una chiara missione: purgare la Chiesa dagli eretici, pericolosi perché infetti e inquinanti e rafforzare il potere dello Stato garantendo pace e stabilità politica. La fedeltà alla Chiesa cattolica diventa così uno strumento di governo, cosa non nuova da Costantino in poi. Purtroppo il progetto non si rivela semplice da attuare: dal primo momento l’Inquisizione è un problema perché nascono subito conflitti con le istituzioni locali e con gli altri tribunali ecclesiastici. La vicenda di Mariano Alliata è un episodio fantascientifico che mostra a quali eccessi porta la lotta tra poteri che si fronteggiano. Nel 1602 la Magna Curia, la massima istituzione giudiziaria dell’isola, avvia un processo contro Mariano Alliata, latitante, familiare alle dipendenze del Santo Uffizio, accusato di avere ucciso un capitano e un sergente delle truppe spagnole; ma Mariano è anche un soldato stipendiato e quindi il viceré assegna il caso al Capitano generale. Nasce un parapiglia: gli inquisitori scomunicano i giudici che sono però assolti dall’arcivescovo di Palermo che, a sua volta, viene scomunicato dagli inquisitori. Il viceré allora manda allo Steri, sede dell’Inquisizione, due compagnie di soldati spagnoli col boia per giustiziare seduta stante chi oppone resistenza. Gli inquisitori, barricati nello Steri, gettano dalle finestre sui soldati biglietti di scomunica. I soldati abbattono la porta con un ariete e trovano gli inquisitori in paramenti sacri pronti all’assoluzione che i soldati ricevono in ginocchio dopo aver deposto le armi, mentre quelli rimasti fuori dall’edificio sono assolti dalla finestra! Una bagarre surreale che finisce con la vittoria dell’Inquisizione, perché la Magna Curia alla fine rinvia al Santo Uffizio sia il processo sia Mariano Alliata.
Image from LETTERATITUDINE (di Massimo Maugeri)È necessario dunque che l’Inquisizione renda chiare e lampanti le ragioni della sua supremazia. E il simbolo del Santo Uffizio con la scritta a caratteri cubitali “Exurge Domine et Iudica causam tuam” lega il diritto di sorvegliare e punire degli inquisitori al diritto divino: Dio ha punito Adamo ed Eva con giustizia e misericordia e il tribunale di fede ne incarna la filiazione. Il simbolo è tutto un programma.
L’aspetto spettacolare, volto a impressionare e a incutere rispetto e sottomissione è dunque, sin dall’origine, un elemento essenziale nella costruzione di questo tribunale sui generis. Qui non c’è posto per le regole basilari del diritto che troviamo nei normali processi: saltano infatti subito i confini tra peccato e reato e nasce tutta una complicata liturgia del processo. Tanto per cominciare le presentazioni spontanee al tribunale sono spesso consigliate (o imposte?) dai confessori che rifiutano l’assoluzione a chi viene sospettato di eresia e minacciato di scomunica. Basta un’imputazione sommaria (che non è neppure notificata al diretto interessato), l’arresto avviene senza preavviso e subito un notaio si occupa dell’inventario dei beni e dell’immediato sequestro preventivo. Il prigioniero generalmente tace, cosa però spesso negativa perché potrebbe attirargli l’accusa di ostinato, aggravando così la sua posizione.
Il supremo trionfo di tutto un cerimoniale fastoso e suggestivo si realizza però, a conclusione dell’iter giudiziario, nello spettacolo pubblico di fede: l’auto de fé, che viene celebrato tra l’altro senza che ne sia stata data una comunicazione al prigioniero. Nelle settimane precedenti il banditore grida il bando perché tutti vi assistano, mentre si preparano gli arredi per la cerimonia. La mattina del giorno stabilito i penitenti escono a uno a uno dalla cella con il cranio e il volto rasati, vestono il sambenito, un sacco penitenziale, e portano oggetti che hanno un significato preciso: lo stoppino della candela rappresenta l’anima di Cristo, la cera la sua carne, il fuoco la sua divinità. La cerimonia, sontuosa e terrorizzante, si svolge come un grandioso esorcismo e ha una chiara funzione pedagogica: conferma in grande il potere del Sant’Uffizio. A Palermo la piazza davanti alla chiesa di San Domenico, di san Francesco, della Kalsa, o a Messina e a Catania davanti alle rispettive chiese madri si trasformano in un maestoso teatro. Impressionante è il racconto che Giovanna Fiume fa dell’auto de fé di Diego La Matina (affogato, abbruciato e incenerito, le sue ceneri furono disperse nel vento) e di suor Gertrude e fra Romualdo: “Condotti su due carri tirati dai buoi al piano di sant’Erasmo dove sono predisposte le pire l’iniqua non impallidisce alla loro vista, continua a professarsi innocente, le vengono bruciati i capelli e sembrò più dispiaciuta per la sua chioma che per la sua anima; si dà fuoco alla pira e in breve Gertrude vi sprofonda. Fra Romualdo assiste senza commuoversi né mostrare pentimento.”
Questo lo spettacolo di piazza. Cominciamo però adesso ad aprire qualche porta, a entrare in queste carceri e vedere da vicino chi sono i protagonisti. Subito ci troviamo di fronte a un universo vario all’interno del quale non è facile definire confini e appartenenze. È una comunità cosmopolita che in molti casi il mare ha spiaggiato a Palermo. Diverso il grado di istruzione e la condizione sociale, diverse le lingue parlate. Comunicare è quindi un problema anche perché non ci sono spazi comuni da condividere: l’isolamento è rigoroso.
Si tratta per l’80% di uomini. Qui, in Sicilia, non c’è stata la caccia alle streghe come in Germania, le donne sono semmai guaritrici, ostetriche, erboriste. Curiosa è però la credenza nell’esistenza delle donne di fora. Nel libro troviamo la storia di Bitta La Russa, vedova di Leonardo Chiaramillaro di Castelvetrano, accusata da tre donne di fare parte della setta delle mujeres de fora. “Una di queste signore – scrive l’Autrice – entrava dalla finestra senza essere vista e le insegnava a cucire e a ricamare mentre il martedì il giovedì e il sabato andava di notte, in compagnia, in luoghi diversi dove danzavano, mangiavano e cercavano tesori; a lei davano ogni volta monete d’oro e d’argento e una delle tre le confidò di avere un unguento che guariva i bambini. Il reato di Bitta La Russa viene classificato come commertium cum demone, ma nonostante la gravità dell’accusa la donna stranamente viene assolta: i giudici sembra non abbiano tempo da perdere appresso alle farneticazioni di donnicciole ignoranti e superstiziose.”
A seguire troviamo un folta schiera di giudaizzanti, alias ebrei battezzati, moriscos, cioè ex mori convertiti, presunti luterani e cristiani rinnegati che hanno abiurato la loro fede per passare all’Islam, tutti portatori di complicate storie nelle quali opportunismo e crisi di coscienza si incrociano in un groviglio difficile da districare. Molto interessanti per l’originalità del loro credo, in un contesto dominato dall’ossessione per l’obbedienza sono i Perfetti o Quietisti, i seguaci  di Miguel De Molinos, nuovi mistici che rifiutano i riti esteriori preferendo la contemplazione estatica e la preghiera mentale. Con i quietisti cominciamo ad avvicinarci al tema della parte conclusiva del libro che riguarda la nascita della moderna libertà di coscienza. Non sappiamo quanto influenzata dalle dottrine di Miguel De Molinos, ma sicuramente in sofferto contrasto con il suo tempo, si pone Dulciora Agnello, una donna dotata di lucidità speculativa e di libertà di giudizio: il libro ne ricostruisce puntualmente la complessa vicenda interiore.
Ma andiamo avanti e proviamo a vivere la giornata di un detenuto dello Steri. Il cibo è uguale per tutti, ma se te lo puoi permettere riesci a concederti qualche extra. Se stai male sei curato in carcere, ma se proprio non ti reggi in piedi vieni accompagnato “in seggetta” allo Spedale grande. Per avere biancheria pulita, tagliarti i capelli o raderti la barba devi pagare. La pulizia personale è un optional e anche per il sesso ti devi arrangiare in qualche modo, ma per distrarti puoi fare una partita a marrela, una specie di dama con le pedine di buccia di arancia. Per ottenere vantaggi e piccoli condoni puoi passare una bustarella alla persona giusta, la cosiddetta componenda e se hai delle lamentele da fare parlarne col visitatore, una sorta di garante dei carcerati ante litteram…
Va bene, ci abbiamo girato intorno ma finalmente siamo entrati. Queste sono le prime impressioni di Giovanna Fiume che scrive: “L’ingresso principale dell’edificio immette il visitatore nel lungo corridoio sul cui lato destro si aprono tutte le celle. La prima sensazione è di una temperatura più fresca di quella esterna e di una luce più soffusa come accade entrando in una chiesa. I dipinti, le scritte, i graffiti hanno trasformato un carcere in una chiesa, hanno aggiunto sacralità al luogo raccogliendo i segni delle sofferenze patite: un luogo “santificato” dal sangue dei martiri che lo hanno abitato. Devozione e necessità spingono i prigionieri a disegnare santi alle pareti con ogni mezzo di fortuna.”
Image from LETTERATITUDINE (di Massimo Maugeri)Scopriamo infatti in queste celle una vera e propria raccolta di arte sacra. Quasi sempre le immagini sono accompagnate da scritte in varie lingue: siciliano, italiano, latino, inglese (due, ancora da decifrare, in ebraico). Il prigioniero scopre così di avere a disposizione un’impensata via di fuga, ha la possibilità di aprirsi un varco nelle pareti della cella che diventano una sorta di taccuino-promemoria su cui annotare un pensiero, un ricordo, ma possono essere anche un libro di preghiere per uso personale, una lavagnetta per fare arrivare a qualcuno un messaggio, un cahier de doléance rivolto ai carcerieri e, forse, a volte, agli inquisitori, ma per vie indirette, dato che questi nelle celle non entrano mai. Dunque i muri parlano. Queste pareti sono ricoperte interamente, e spesso i graffiti arrivano fino al tetto. I materiali usati sono i più vari: sostanze coloranti di tutti i tipi: ruggine, argilla, liquidi organici e perfino “un miscuglio di tinta nera per le scarpe e di salsa di pomodoro”. In calce spesso troviamo la firma o le iniziali degli autori ed è possibile così ricostruirne vita morte e miracoli e naturalmente l’iter giudiziario.
I graffiti non sono però un fenomeno a sé stante. Se allarghiamo il nostro orizzonte visivo scopriamo una realtà di cui essi rappresentano un frammento: non sono solo i muri delle celle a parlare ma è l’intera città un luogo di scrittura, una gigantesca grafosfera con un linguaggio studiato per arrivare a un pubblico in gran parte analfabeta. Hanno questa funzione i bandi delle autorità, prima vanniati e poi trascritti su cartelli e affissi nelle piazze, le insegne dei negozi, gli avvisi di spettacoli, gli annunci funebri, i cartelloni di cantastorie e via dicendo. Ma sono le edicole votive ad avere le caratteristiche più vicine a quelle dei graffiti. Queste edicole, che abbondano in città e nelle campagne servono, come i graffiti, a rendere sacro uno spazio e a marcarne l’appartenenza: diventano altari “davanti ai quali si prega, si accendono lumini e si recitano novene”. Le immagini creano uno spazio di libertà nel quale la fede può essere vissuta, una volta tanto, in modo personale.
Il più stupefacente tra i graffiti dello Steri è senz’altro quello della cella numero 3 al piano terra, un ciclo pittorico che rappresenta la Via Crucis ed è infatti una di queste immagini che è stata scelto per la copertina del libro. Il ciclo inizia con l’Ascesa al Calvario, continua con la Crocifissione e si conclude con la Discesa agli Inferi. È il disegno più inquietante di tutte le carceri segrete. Durante i tre giorni di permanenza negli Inferi Cristo rompe le porte dell’abisso, vince Satana e prima di operare il miracolo della sua resurrezione libera i Padri dell’Antico Testamento che giacevano là prigionieri. È evidente l’analogia con la condizione dei carcerati: le tre scene che rappresentano le tappe della passione e della salvezza raccontano un percorso di sofferenza e di liberazione che mima in qualche modo quello del detenuto. La prigione dunque può essere un mezzo di redenzione? Lo pensano gli studiosi che attribuiscono all’esperienza carceraria una funzione pastorale (è la cosiddetta Leggenda aurea) e si contrappongono a quelli che ne mettono in rilievo il lato repressivo (è la Leggenda nera).
In verità le circostanze prodotte dalle conversioni forzate hanno finito per portare alla ribalta la straordinaria varietà delle diverse scelte religiose. Zosimo Cannata, all’inizio del ‘600, nel corso di un interrogatorio spiega ai giudici che “ci sono tre leggi diverse: quella degli ebrei, quella dei turchi e quella dei cristiani e dice che non sapeva quale abbracciare delle tre perché in questo mondo gli uomini vivono nell’oscurità e non riescono a discernere quale sia la vera legge, se quella dei cristiani, dei turchi e degli ebrei”. Dunque alla fine tutti si salvano nella propria religione. Qualche imputato dichiara di essere luterano giudeo e moro e “che papi e sacerdoti vogliono solo soggiogare gli uomini con atti tirannici per togliere loro la libertà e il libero arbitrio, che esiste solo la libertà di coscienza e tutto il resto è falsità”. In ultima analisi non resta altro che fare il bene e giudei cristiani o mori nell’ultimo giorno riceveranno il premio dal loro Signore.
Purtroppo a causa della tenace volontà del Santo Uffizio di non diffondere pericolose convinzioni eretiche e della successiva distruzione delle carte giudiziarie possiamo solo immaginare la ricchezza del pensiero teologico di quegli anni in Sicilia. Impressionante è a questo proposito la strenua resistenza della terziaria francescana Francesca Spitaleri che ha dei veri e propri “raptus scriptorii” che la portano quando le si nega carta e inchiostro a improvvisare una penna con la paglia della scopa e l’inchiostro mescolando con aceto la ruggine del chiavistello per scrivere sul lenzuolo, sulla sottana, sul velo che porta sul capo.” Tutto inutile: i suoi scritti saranno bruciati nel corso del suo auto da fé.
La guerra dell’Inquisizione contro la libertà di coscienza in definitiva ha smosso le acque di un mare già molto tempestoso, mettendo in evidenza i fermenti di un cambiamento epocale che parte da lontano e che si muove in direzione di una concezione profondamente individualistica (e perciò già moderna) della libertà.

[Erminia Gallo, scrittrice]

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La scheda del libro: “Del Santo Uffizio in Sicilia e delle sue carceri” di Giovanna Fiume (Viella)

Sulle pareti di uno spoglio edificio carcerario palermitano – all’interno del complesso monumentale dello Steri, tra il 1601 e il 1782 sede dell’Inquisizione spagnola – i prigionieri hanno graffito, disegnato, scritto nomi, date, preghiere, salmi, poesie, santi, imbarcazioni e battaglie navali. In questo volume, l’autrice ricostruisce innanzitutto la storia del Santo Uffizio in Sicilia: dall’introduzione del tribunale (con i suoi numerosi conflitti di giurisdizione con le altre magistrature isolane, le autorità ecclesiastiche, il parlamento e il viceré) al suo funzionamento, dai tipi di reati perseguiti alle pene comminate a conversos, cripto-musulmani, protestanti, preti sollecitatori, bigami, concubini, sodomiti, bestemmiatori, negromanti e streghe.

Di questa vicenda bisecolare, graffiti, disegni e scritte sono una testimonianza eccezionale, che consente di leggere in filigrana le devozioni personali dei prigionieri, le loro convinzioni in materia di fede, la loro concezione della giustizia, della colpa, del perdono e di illuminare di luce nuova, grazie alla particolare chiave di lettura, la storia dell’Inquisizione in Sicilia e dei suoi contestatori.

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Giovanna Fiume ha insegnato Storia moderna presso l’Università di Palermo. Fra le sue pubblicazioni ricordiamo Schiavitù mediterranee. Corsari, rinnegati e santi di età moderna (Milano 2009) e La cacciata dei moriscos e la beatificazione di Juan de Ribera (Brescia 2014). Sui graffiti nelle carceri palermitane dell’Inquisizione ha curato Parole prigioniere. I graffiti delle carceri del Santo Uffizio di Palermo (con M. García-Arenal, Palermo 2018).

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