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LA SCHIAVA RIBELLE di Eleonora Fasolino (Newton Compton)

settembre 14, 2022

undefined“La schiava ribelle” di Eleonora Fasolino (Newton Compton): incontro con l’autrice e un brano estratto dal romanzo

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Eleonora Fasolino, romana, classe 1992. Dopo la maturità classica, ha conseguito la laurea triennale in Lingue, culture, letterature e traduzione presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Lavora in ambito editoriale.

Abbiamo chiesto a Eleonora Fasolino di raccontarci qualcosa sul suo romanzo intitolato: “La schiava ribelle” (Newton Compton)

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«La prima lezione sulle divinità greche a cui assistetti è ancora un ricordo vivido», ha detto Eleonora Fasolino a Letteratitudine. «Non so perché alcuni ricordi sbiadiscano più di altri, quale sia la gerarchia che la memoria segue per archiviare gli eventi più casuali. La prima lezione sulle divinità greche, comunque, è ancora qui: terza elementare, sedevo al secondo banco della fila di sinistra, la maestra Fabrizia ci consegnò dei cartoncini, con tutte le sagome degli dei da ritagliare, e ci disse di incollarle sul quaderno. Ci dettò le prime informazioni, quelle adatte a dei bambini di otto anni, gli intrighi – edulcorati – di cui gli dei erano artefici e vittime al tempo stesso, la natura ingarbugliata della loro immortalità. Mi sembrarono fin troppo sciocchi per poter essere immortali, venerati dagli esseri umani. Appiccicai i cartoncini sulla pagina del quaderno a righe e, chissà come, l’amore per la mitologia si appiccicò dentro di me.
Image from LETTERATITUDINE (di Massimo Maugeri)Giunta alle medie, quell’interesse magnetico crebbe. Fu con l’Iliade: Agamennone sottrae Briseide al guerriero più forte di cui dispone, Achille, re dei Mirmidoni, e io ero lì che pensavo: «Ecco, adesso lo uccide. Figurati se non lo uccide!».
Non lo fa. Anzi, Achille dice a Patroclo di condurre fuori Briseide per consegnarla ad Agamennone. Patroclo, il suo compagno adoratissimo: la fa portare via da lui, per rendere la separazione più tollerabile. E dopo averli visti sparire dalla propria vista, piange. Lui, Achille, il guerriero più feroce al mondo, piange tra le braccia di sua madre, così addolorato che servono più di tre versi per descriverne la pena. Briseide invece non viene nominata che pochissime volte, ma Omero non lascia certo i dettagli al caso. Narra che avesse seguito i soldati di Agamennone “a malincuore”. Da allora, per molti anni, non ho fatto che pormi la stessa domanda, quando pensavo ad Achille, o tutte le volte in cui mi sono trovata a rileggere l’Iliade: quello per Briseide era amore? Oppure era soltanto orgoglio? Naturalmente, la vena romantica ha preso il sopravvento.

Il romanzo nacque durante il primo lockdown. Oggi ne parliamo del primo lockdown come di una guerra, una guerra contro la malattia e, amaramente, contro un nemico ancora più invisibile: la solitudine. Fu così che prese forma la storia di Briseide: la noia, l’isolamento, la voglia di scrivere qualcosa che mi divertisse, uniti all’interrogativo a cui accennavo prima. Allora pubblicai online qualche capitolo del romanzo che oggi ha come titolo La schiava ribelle e soltanto un anno dopo decisi di riprendere in mano gli appunti e gli stralci sparsi nel mio hard disk. Una domanda, qualche scarabocchio e il tentativo di dare una risposta: sì, Achille e Briseide si sono amati, anche se hanno vissuto una guerra complicata, anche se erano legati a tradizioni di cui abbiamo perso quasi tutte le tracce e condizionati da divinità faticose da gestire.
Nel decidere di rendere la mia risposta a quella domanda un romanzo, mi sono chiesta se avrebbe davvero potuto funzionare, o se fosse solo una speranza romantica. Avevo soltanto “briciole” dalla mia parte, no?
Ma la scrittura, per me, è un piatto che si inizia a preparare dalle briciole. A volte mi è sembrato impossibile giungere a una ricetta complessa, in grado di saziare. A volte fortunatamente ci sono riuscita. Forse perché mi sono posta le domande giuste?

Avrò ancora per pochissime settimane ventinove anni. Credevo che, crescendo, mi sarei posta meno interrogativi. Ora che sono vicina ai trenta, posso affermare senza incertezza che il tempo aumenta la curiosità. Io sono portatrice sana (o insana, a seconda dei punti di vista) di curiosità; sono quella che cerca l’altrove, come se non fosse soltanto uno spazio, un tempo, ma un vero e proprio modo di stare al mondo.
Altrove sono andata anche con La schiava ribelle. Sono dovuta tornare molto, molto indietro. Ritrovarmi a dare voce a Briseide, in quel mondo di uomini e per gli uomini, da donna è stato difficile, qualche volta. Difficile è l’amore di Briseide per Achille. Ci sono tratti di questa storia che oggi, grazie all’evoluzione della società, non appartengono più alle donne. Ma vedere quanta strada abbiamo fatto, da dove siamo partite, lo ammetto, è stato uno strano privilegio, uno di quelli il cui ricordo spero non sbiadisca mai».

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Un brano estratto dal romanzo “La schiava ribelle” di Eleonora Fasolino (Newton Compton)

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Prologo

Non aveva ragione di temerlo, anche se tutti gli uomini lo temevano.
Perciò lo veneravano come un dio, anche se dio non lo era stato mai.
Non aveva ragione di adorarlo, anche se non sarebbe stata la sola a farlo.
Perciò lo adoravano come si adora la morte, osservandola da lontano, tra la supplica e il tormento.
Non aveva ragione di amarlo, ma lui le aveva offerto la più impensabile tra le ragioni: l’aveva resa schiava, e poi l’aveva fatta regina.
Sua. Parte di sé. Di loro.
Nemici e poi amanti.
Lei, Briseide, e lui Achille dal piede veloce.
Lei lo aveva amato in guerra.
E lui aveva combattuto amandola.

 

Una schiava troiana

Verrà forse un giorno in cui vi sarà dolce ricordare.
Virgilio, Eneide, Libro i, v. 203

 

Stando alle albe contate, si trovava da tre giorni in quella tenda. Di chi, non ne aveva idea, sapeva solo di essere stata condotta nell’accampamento di uno dei tanti re che avevano invaso il regno, comandati da Agamennone.
Maledetto, maledetto fosse.
Le sue peripezie di donna non erano certo finite, il viaggio sino a Troia era stato orribile, ma quelle del regno erano appena iniziate.
Quanto ci avrebbe messo a cadere?

Difficile a dirsi. Se ne intendeva poco di guerra, si era interrogata poco sull’amore. E adesso era lì, a vivere una fine lenta, umiliante.
Cosa ne sarebbe stato di re Priamo, così stanco tra quelle vecchie membra eppure mai esausto di elargire benevolenza? Avrebbe avuto la forza necessaria per frenare l’avanzata degli Achei?
Nessuno si aspettava che la guerra fosse prossima, non in così poco tempo dal ritorno dei principi; Priamo li aveva inviati a Sparta per la pace, e loro erano tornati con la guerra. Con la regina.
Elena, moglie di Menelao.
La regina più bella del mondo, sussurravano le voci, ma tanta bellezza valeva tutto quel sangue e quella disperazione?
Briseide ne dubitava.
Era altresì convinta che quelle sventure non potessero essere
frutto dei capricci degli dei. Qualcosa di oscuro e imprevedibile si era abbattuto su loro, come una maledizione che nemmeno il fulmine di Zeus avrebbe potuto spezzare. Qualcosa in grado di intimorire più del tuono e del furore della natura che si ribellava.
E se…
No, doveva smetterla. Doveva resistere Briseide. Doveva abbandonare la blasfemia e resistere. Sapeva di poter contare solo sulla speranza; forse non era tutto perduto, forse il principe Ettore ce l’avrebbe fatta, forse le milizie troiane avrebbero sconfitto gli invasori e, pregando la Fortuna, alcuni soldati sarebbe- ro venuti a riprenderla. A riprenderle tutte e a riportarle a casa.
Casa.
Che ne sarebbe stato della sua casa?
Oh, se solo non si fosse recata al tempio di Apollo poco prima che il sole si facesse alto! A quell’ora sarebbe stata salva al di là delle mura, assieme a…
Minete.
Gemette, non riusciva a spazzar via il ricordo di quella scia cremisi che gli bagnava le labbra. Lo avevano ucciso davanti ai suoi occhi infilzandolo con una picca ed era sgorgato così tanto sangue da rendergli pallido il volto in un istante; era venuto a prenderla Minete, il suo dolce Minete, forse non il migliore dei mariti, forse non il più forte tra i re, ma con certezza uno degli uomini migliori su cui Ade aveva posato il velo.
“Minete, mio caro, dovunque tu sia… mi dispiace”, pensò Briseide, che riscoprì di avere ancora tante lacrime con cui irritare le guance. Dopo giorni di pianti e grida disperate, dopo aver rifiutato acqua e cibo, si era persuasa di non poter più patire tormenti eguali per tutta la vita.
«Prendiamola!», avevano detto. «È aristocratica. Ci ha detto di prendere tutto quello che vogliamo. Lui è già diretto a Troia. Portiamogliela in dono!».

Ed eccola lì, con i polsi e le caviglie legati, la faccia dolente.
L’avevano schiaffeggiata più volte intimandole di smettere di urlare.
«Vedrai», le ripetevano. «Vedrai quanto griderai per il nostro
re. Conserva la voce!». E ridevano e ridevano, mentre lei si disperava ancora, per suo marito e per Troia.
Non era più una regina, non era più nulla sotto quelle tende: solo una schiava come tante – schiava, nulla più, senza nome né destino –, un’anfora da riempire di seme, di depravazione, forse di figli bastardi.
Rabbrividì al solo pensiero: no, non era pronta. Non sarebbe mai stata pronta…
Passi. Ancora passi.
Briseide tremava, il corpo non avrebbe mai più dimenticato i tormenti che la paura era capace di infliggere sulla carne.
Qualcuno era di nuovo entrato nella tenda. Non un semplice soldato, no.
Anche se non si era voltata, con la coda dell’occhio aveva visto abbastanza per riconoscere nello sconosciuto qualcosa che non era di un semplice soldato.
Era lui?
Era il re a cui adesso apparteneva?
Era scortato da altri due uomini, e quelli, sì, quelli dovevano essere semplici soldati. Quando il primo che aveva varcato la so- glia le si fece vicino, Briseide prese a tremare con maggior vigore e per poco non udiì i propri denti battere. Aveva paura, una tremenda paura per la propria sorte, e poco si fidava del Fato.
«Chi l’ha toccata?», domandò.
Non poteva trattarsi di un guerriero qualunque; a confermare l’impressione erano stati un sentore sottile di oli profumati, degni di un aristocratico, e il mantello azzurro che lo avvolgeva, una meraviglia del telaio che doveva essere stata intrecciata da mani prodigiose, con solerzia e, probabilmente, un paio di lune piene.
«Non la smetteva di urlare», rispose uno dei due soldati.
«Le abbiamo detto di conservare la voce».
L’uomo, aristocratico o meno che fosse, emise un verso sprezzante. Non appena si chinò su di lei, un sospiro gli sfuggì dalle labbra; forse di pena, forse di irritazione. Fece per toccarle il viso e, d’istinto, Briseide arretrò quel poco che le corde concedevano contro il baule che aveva alle spalle.
«L’avete terrorizzata», sentenziò, il tono le parve scontento. «E per poco non l’avete sfigurata. Ha mangiato, almeno?»
«Si rifiuta, mio signore. Però potremmo obb…».
«Basta così», ordinò l’uomo, che tacitò il suggerimento. «È così che preservate ciò che spetta al nostro re?»
«Venerabile Patroclo…».
«Uscite. Subito», fu l’ordine tagliente dell’uomo di nome Patroclo.

Ecco tutto ciò che Briseide aveva appena appreso sul suo con- to: un nome e… e il fatto che non fosse lui il suo padrone.
Padrone.
Aveva un padrone.
Non aveva mai avuto un padrone. Nata aristocratica e divenuta principessa, non era appartenuta che a sé stessa fino a quel momento. Persino suo marito Minete l’aveva sempre lasciata libera, a patto che nella loro dimora regnasse un’armonia fatta di silenzi e di spazi privati da non reclamare.
Apprese soltanto poco dopo che Patroclo non sarebbe stato il suo padrone. Sebbene sgomenta, le era rimasto ancora abbastanza buonsenso da rammaricarsene: aveva modi gentili e – ora che la sua mano le aveva alzato il mento costringendola a guardarlo sul serio – occhi rassicuranti, di un verde molto simile a quello del mare all’orizzonte, quando il carro di Helios sta per squarciare il cielo. Un velo di barba scura e ricci capelli castani imbionditi dal sole non facevano che rendere quegli occhi ancora più schiariti.
E Briseide li fissò, e li fissò a lungo, portandolo a ripeterle la domanda: «Come ti chiami?»
«Il m-mio nome è Bri…».
Aveva la gola secca, per il troppo pianto e per la mancanza d’acqua. Fu come ingoiare sabbia quando riaprì la bocca per dire: «B-Briseide…».
Patroclo si rialzò e prese una brocca. Le versò dell’acqua in una ciotola e a quel punto lei, con l’orgoglio mangiato dalla vergogna, cedette. Accettò di buon grado di dissetarsi.
«D’accordo, Briseide», cominciò l’altro. «Briseide e…».
«Il mio sposo è…». Si riscosse, quella correzione le valse una fitta alla gola: «Era Minete, re di Cilicia. Lo hanno… lo hanno ucciso dei soldati. I-io ero… ero al tempio di Apollo a pregare quando…».
Riscoppiò a piangere, e sentì che Patroclo sospirava un’altra volta. Non aveva ragioni per dubitare di averlo mosso a compassione.
Lentamente, sentì le sue dita scorrerle sui polsi e sciogliere i nodi. La carne liberata bruciò, e la fanciulla si portò le mani al petto cercando un sollievo che non arrivò subito. Patroclo compì lo stesso gesto con le sue caviglie, mentre diceva:
«Mi dispiace molto per quello che ti è accaduto, Briseide. La guerra è prima di tutto nemica dell’innocenza. Ma, ti prego, sul serio, non avere paura. Il re che servirai ti tratterà con riguardo e… e anche se non sarai più una regina, so che non dovrai mai penare fame o sforzi eccessivi».
«Ma dovrò… dovrò servirlo nel talamo. V-vero?». Arrossì lei stessa nel porgli quella domanda.

La sola eventualità rappresentava il più intollerabile degli orrori. Non riusciva a smettere di pensarci, di temerlo: avrebbe dovuto soddisfare un uomo.
Patroclo le sorrise e replicò:
«Se lo vorrai, e se lui lo riterrà opportuno. Non ti userà forza, te lo garantisco».
«Lo conosci… lo conosci da molto?».
Tanto valeva scoprire qualcosa sul conto di quell’uomo che ora possedeva la sua esistenza. Voleva essere sicura che Patroclo avesse validi motivi per parlare di lui con tanta sicurezza.
«Da tutta la vita», rispose ancora Patroclo, e le versò altra acqua, sempre col sorriso sulle labbra.
In seguito le offrì dell’uva, che lei mangiò lentamente, senza assaporarne la dolcezza. Sentiva di avere un gusto nauseante sulla lingua, fatto di disperazione e paura.
«Si chiama Achille, è il sovrano dei Mirmidoni», la informò, continuando a offrirle altra frutta. Successivamente le si sedette accanto. Dapprima assaggiò un acino, subito dopo si versò del vino.
«La sua casa è a Ftia e a quest’ora l’aria dovrebbe profumare di olive». Entusiasmo, flebili impronte di nostalgia: entrambi crescevano con lo scorrere delle sue parole.
«L’acqua che riesce a toccarla è blu come uno zaffiro, e si dice che Poseidone ne abbia fatto dono a una dea in cambio di una sola notte d’amore, ci crederesti? Da quell’acqua, Briseide, alcuni dicono anche fioriscano miracoli. E forse in parte è vero, perché i Mirmidoni ora hanno Achille come re e…».
«Una sventura, a quanto dicono altri», lo interruppe una voce roca, squarciando la fragile quiete della tenda.
Quell’uomo, comprese Briseide – che di scatto cessò di prendere la frutta nel piatto –, quello doveva essere il re dei Mirmidoni.
La morte aveva scelto un rifugio amabile alla vista per nascondersi sulla terra degli uomini.
Si ergeva, possente, torreggiando su di loro come un messaggero dell’Ade ricoperto di raggi di luce. E di sangue.
Quando si tolse l’elmo, ciò che Briseide notò all’istante furono le scie scarlatte che gli imbrattavano il volto e i capelli dorati quanto il resto dell’armatura. Aveva ucciso dei Troiani. Aveva ucciso la sua gente.
Lo fissò inorridita, e si domandò di quanta crudeltà potessero disporre gli dei per aver donato a un uomo tanto temibile una bellezza che uccideva persino lo sguardo. Perché bello lo era davvero. L’azzurro degli oceani negli occhi, i tratti del viso modellati come creta, senza che nessuna linea arrecasse disarmonia; la pelle era scurita dal sole e le spalle ampie abbastanza per sorreggere il peso del mondo. E della fine di tutto ciò che era mortale, perché la fine la decretava lui.

«Solo in parte», replicò Patroclo, che si era alzato per andargli incontro.
«Ce ne hai messo di tempo!».
«Agamennone», sbuffò Achille. «Sai quanto ama le chiacchiere».
«Novità?». Patroclo lo aiutò a liberarsi dell’armatura.
«Nessuna breccia», rispose l’altro. «Ma è solo questione di tempo. Priamo non può nascondersi per sempre…».
Briseide emise un singulto e all’istante si coprì la bocca con una mano, come a volerlo riacciuffare e affogare in gola.
«Lei chi è?», domandò con un cenno del mento l’emissario della morte, mentre lasciava che il compagno lo pulisse dal sangue sul volto.
«Parte del tuo bottino…», sospirò Patroclo. «Stava giungendo a Troia, a poca distanza da Lirnesso. I soldati hanno pensato di fartene dono».
«Mandala fuori. Non ne ho bisogno», sentenziò Achille, che si liberò degli ultimi indumenti, mostrandosi nudo e, chissà come, ancor più minaccioso. Briseide sviò lo sguardo altrove, al limite delle forze.
«È una principessa», sussurrò l’altro. «Una principessa troiana. Si chiama Briseide. È in viaggio da giorni».
«Una principessa?». Achille la raggiunse in un paio di falca- te. «Perché non mi guardi, principessa? Non hai mai visto un uomo nudo prima?»
Achille, abbi compassione…», intervenne Patroclo, mosso a pietà. «Ha appena perso il marito».
«Allora deve averlo visto per forza un uomo nudo».
«Achille!».
«Cosa, Patroclo? Avanti!». Il re allargò le braccia come spaesato, seppur divertito.
«Non credevo di essere un così orrendo spettacolo. Pensa se fosse toccata in sorte ad Agamennone».
«In questo momento, forse, la tratterebbe con più garbo di te», commentò Patroclo, duro.
«La tua euforia da battaglia mi è nota, ma lei è appena divenuta la tua schiava. È una vittima di questa guerra».
«Non lo siamo tutti?».
Achille afferrò una brocca di vino e si dissetò a grandi sorsate.
Tra le dita che le celavano il volto, Briseide osservò il compagno scuotere la testa.
«Probabilmente anche io sarò vittima della battaglia, un giorno di questi», proseguì Achille, come se fosse la cosa più auspicabile al mondo da pronunciare.
“Corteggia la morte come se fosse un amante, e sembra bramarla per sé”, pensò, sorpresa dalla bizzarria della sua stessa osservazione.

«Piantala». Patroclo gli scoccò un’occhiata ostile e intrisa di una punta di… terrore.

E Achille, finalmente, tacque.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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La scheda del libro: “La schiava ribelle” di Eleonora Fasolino (Newton Compton)

Image from LETTERATITUDINE (di Massimo Maugeri)Troia è sotto assedio. Ogni giorno gli attacchi dei greci si abbattono implacabili contro le sue alte mura e nessuno sembra in grado di opporsi alla furia dei più valorosi tra loro, i micidiali guerrieri mirmidoni. Si dice che il loro re, il nobile Achille, sia il combattente più forte mai esistito. Il più veloce, il più impavido. E il più spietato. Quando viene privata della libertà e condotta al suo cospetto, Briseide sa di non essere più una principessa, ma una schiava. E, non aspettandosi clemenza, si aggrappa all’unica cosa che le resta: la sua dignità. Con il trascorrere delle giornate nell’accampamento di Achille, però, si accorge che la fama oscura che circonda il leggendario eroe non tiene conto dell’umanità che ogni tanto lascia trasparire, specialmente nei confronti dell’inseparabile Patroclo, il valoroso principe che lo affianca in ogni battaglia. E che il suo onore è pari alla sua abilità con la spada. Forse, nonostante il fato li abbia resi nemici, Achille e Briseide non sono poi così diversi. Forse uno spietato invasore e una principessa ridotta in schiavitù possono cambiare il corso della storia.

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