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PATER di Domenico Cacopardo (Ianieri) – recensione

settembre 23, 2022

Pater - Domenico Cacopardo - copertina“Pater” di Domenico Cacopardo (Ianieri, 2022)

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di Eliana Camaioni

L’espediente è manzoniano, quello del manoscritto ritrovato; la narrazione è in prima persona, un narratore incarnato ma con l’onniscienza di chi racconta tutto viaggiando avanti e indietro nel tempo, sebbene l’ordine degli eventi sia scandito dal calendario e gli anni si inseguano mescolandosi ai ricordi. “Scrivo negli anni 90” dice il nostro “Ma prima di andare avanti voglio raccontarvi di…”: una narrazione che diventa metanarrazione e svela sé stessa, sdrammatizzandosi e strizzando l’occhio al lettore, rendendolo complice del gioco letterario, fino ad accarezzarne il punto di vista (“Se un lettore casuale mettesse mano a questo manoscritto… se ci fossero delle impreviste lettrici”).
E’ così che Domenico Cacopardo, dopo una lunga e florida carriera da giallista, e un punto di vista sempre dedito alla ricerca della verità, sempre dalla parte della legge tanto nella scrittura quanto nella vita, firma questo gioiellino, Pater, per i tipi di Ianieri, divertendosi a rovesciare il tavolo. Perché Pater  è un noir che è anche un divertissement d’autore, una storia che parte dalla legge e alla legge arriva ma dalla parte opposta, un approdo che nessuno e men che meno il lettore si aspetta perché tutto avviene in modo lento, fluido, progressivo, senza mai strappi o scossoni, dando ogni momento per scontata – quasi come un’ovvietà – l’ineluttabile piega che la brillante carriera del protagonista Cataldo Giammoro, nato a Monturi Marina il 22 settembre 1923, da un padre imprenditore agricolo, finisce per assumere.
E’ una sicilianità raccontata dall’interno, è parlare di mafia, corruzione, tangenti, appalti, commistioni politiche e criminose, denunciandole ma senza cadere nel cliché giustizialista, anzi abitando dall’interno quelle logiche incastonandole passo dopo passo nella vita del protagonista: è un’assenza di giudizio che come una insidiosa corrente marina farà ritrovare all’improvviso il lettore al largo di parecchie miglia rispetto alla costa, e quando se ne accorgerà sarà troppo tardi: e la risposta sarà nella domanda stessa, quando si chiederà come sia stato possibile che un onesto studente di giurisprudenza, poi avvocato diocesano, cresciuto sotto il sole di una Sicilia sana, e desideroso solo di vendicare l’omertosa e criminale sparizione del padre, possa essersi trasformato in un Pater, un boss temuto e potente, con un giro miliardario di politica e appalti.
Domenico CacopardoE’ quel sistema criminoso siciliano così radicato nella storia dell’isola con cui il Cacopardo magistrato chissà quante volte si è trovato a dover indagare; è quella mentalità omertosa e criminosa che solo i grandi hanno saputo raccontare, e solo chi vive in Sicilia conosce da vicino, che mescola accoglienza e deschi da decine di portate (tredici mai, che porta male) a sacerdoti conniventi e massonerie infiltrate, desideri di vendetta a tapparelle abbassate e candele per raccontare l’inconfessabile, in un controllo capillare del territorio che non lascia scampo a chiunque tenti di opporsi a esso.
In aggiunta a tutto questo, un ritratto straordinario è quello che Cacopardo ci regala delle donne: le bedde fimmine con grandi minne, capelli corvini e ricci, o più spesso curte e malacavate che popolano la Sicilia del dopoguerra, che sono madri, amanti, domestiche, o perpetue coraggiose. E su tutte, la figura di Liborietta, moglie del protagonista, che il lettore vede crescere al fianco del marito, promettergli eterno amore e appoggio come solo una donna sa fare, anche quando si tratta di portare fino in fondo il disegno criminoso che ha progressivamente moltiplicato i piani della loro masseria e dei loro guai.
A cornice di tutto, una Messina del passato che Cacopardo fa rivivere attraverso scampoli di memoria e oggetti ormai dimenticati: la brillantina Linetti e la retina per capelli, il “voi” come appellativo, le draffinere a mare e i banditi in montagna, e poi i luoghi che non esistono più, i magazzini Rotino, la fondazione della sala Laudamo, e le figure di mons. Paino, la democrazia cristiana di Gullotti e del suo seguito. Finché la storia dei grandi arriverà a chiedere il conto, con lo spettro di Falcone e Borsellino e dell’antimafia, che (grazie appunto a quella prospettiva rovesciata di cui si è detto) lungi dal giungere come liberatori smaschereranno anche  il lettore – ormai dichiaratamente dalla parte del Pater – incombendo come un incubo impossibile da evitare.
E dimostrando così, come un incantesimo che solo alla fine si dissolve, quanto e perché la mafia in Sicilia esista ancora. E quanto facile sia, vivendo dall’interno le sue logiche, perdere di vista il confine fra il bene e il male. Anche per un lettore esterno, che ha masticato antimafia fino a prima di intraprendere questa lettura.

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La scheda del libro: “Pater” di Domenico Cacopardo (Ianieri)

https://i0.wp.com/www.ianieriedizioni.com/wp-content/uploads/2022/09/Fronte-Copertina-Pater.jpg?fit=583%2C959&ssl=1Cataldo Giammoro, giovane messinese di buona famiglia, perde in un’imboscata il padre Guglielmo. Nel ’46, dopo la Liberazione, lo zio paterno decide di chiudere la partita seppellendo nel cimitero di Monturi un feretro dal contenuto misterioso. Cataldo è vicino alla laurea quando, da Arezzo, arriva la cugina Liborietta: i due si innamorano e presto si sposano. Intanto, lui si occupa delle proprietà di famiglia e inizia la carriera di avvocato. Diventa il più influente membro dell’amministrazione comunale, disponendo assunzioni e appalti benché non sia né sindaco, né assessore. Da qui parte la sua grande ascesa di affarista. I suoi riferimenti sono politici e criminali. Ma la scalata comincia a manifestare forti rischi. Due ufficiali della Guardia di Finanza lo minacciano, lo mettono in allarme e infine gli propongono di pentirsi e raccontare tutto. Cosa deciderà Cataldo? Cosa gli riserverà la sorte?

E il finale è un omaggio a Leonardo Sciascia e al suo romanzo Una storia semplice.

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Domenico Cacopardo, nato nel 1936, è vissuto in giro per l’Italia al seguito di suo padre, funzionario pubblico. Consigliere di Stato in pensione, ha collaborato e collabora con numerose testate giornalistiche nazionali e locali. Ha insegnato nelle università di Torino e Roma-Luiss. Ha scritto venti romanzi, tra i quali la nota e fortunata serie di gialli che ha per protagonista il magistrato Agrò, edita da Marsilio. Ha pubblicato anche con Mondadori, Baldini&Castoldi, Diabasis e altri.

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