Home > Brani ed estratti, Segnalazioni > UN GIORNO SENZA FINE di Annalisa Camilli (Ponte alle Grazie) – un estratto

UN GIORNO SENZA FINE di Annalisa Camilli (Ponte alle Grazie) – un estratto

ottobre 6, 2022

Un giorno senza fine. Storie dall'Ucraina in guerra - Annalisa Camilli - copertina“Un giorno senza fine. Storie dall’Ucraina in guerra” di Annalisa Camilli (Ponte alle Grazie, 2022): pubblichiamo un brano estratto del libro

* * *

Annalisa Camilli è nata a Roma nel 1980. Ha lavorato per l’Associated Press e per Rai News24 prima di approdare, nel 2007, alla rivista «Internazionale». I suoi articoli sono stati pubblicati da Politico, Open Democracy, The New Humanitarian, «Tageszeitung», Rsi e «Die Wochenzeitung». Nel 2017 ha vinto l’Anna Lindh Mediterranean Journalism Award, nel 2019 il premio Cristina Matano e nel 2020 il Premio Saverio Tutino per il giornalismo. Ha scritto La legge del mare (Rizzoli, 2019) sulla campagna di criminalizzazione delle ONG nel Mediterraneo; nel 2021 è stata autrice del podcast Limoni sul G8 di Genova; nel 2022 ha realizzato il podcast Da Kiev, sulla sua esperienza di inviata in Ucraina.

Per Ponte alle Grazie ha appena pubblicato il volume intitolato “Un giorno senza fine. Storie dall’Ucraina in guerra“. Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un brano estratto del libro.

* * *

Un giorno senza fine. Storie dall'Ucraina in guerra - Annalisa Camilli - copertina

Capitolo primo

Per chi suona la campana

La Russia ha invaso l’Ucraina di prima mattina, il 24 febbraio del 2022. L’operazione era stata prevista dai servizi segreti statunitensi, dopo mesi di esercitazioni militari russe al confine tra Bielorussia, Russia e Ucraina. A dicembre l’intelligence americana parlava di 175 mila uomini lungo i 2.220 chilometri di frontiera tra i due paesi, ma in molti pensavano che l’operazione si sarebbe limitata al Donbass. La Russia ha invaso l’Ucraina il 24 febbraio per avviare un’operazione militare su vasta scala nel cuore dell’Europa, ma per molti la guerra era inaspettata, come la pandemia due anni prima, confermando il senso comune secondo cui non si è mai preparati allo scenario peggiore. Lo aveva spiegato molto bene il giornalista Paolo Rumiz nel suo libro più bello sulla guerra nella ex Jugoslavia Maschere per un massacro: «Chi sta a guardare pensa alla guerra come una eventualità remota o a una catastrofe naturale come l’inondazione o il maremoto. Questo rivela un’altra legge aurea: la percezione del pericolo, non aumenta, ma diminuisce con l’avvicinarsi dello stesso». Non è che un’offensiva non fosse prevedibile, ma non si pensava che il presidente russo Vladimir Putin avrebbe lanciato un attacco su larga scala su Kiev con l’obiettivo di esautorare il governo ucraino e rimpiazzarlo con uno vicino a Mosca. Si pensava che la guerra sarebbe stata localizzata nella regione orientale, il Donbass, contesa dal 2014, l’anno dell’Euromaidan, le proteste che hanno portato alla fuga del primo ministro filorusso Viktor Janukovyč e all’invasione della Crimea da parte della Federazione Russa, che contemporaneamente ha sostenuto i gruppi di separatisti nell’est del paese. Anche questa volta ci si aspettava che l’offensiva sarebbe stata localizzata, invece le truppe russe hanno invaso l’Ucraina da nord, da est e da sud nelle prime ore del 24 febbraio, era un giovedì. La sera di quello stesso giorno i carri armati russi avevano preso il controllo della centrale nucleare di Černobyl’, un altro fantasma della memoria europea, il sito del più grave disastro nucleare della storia recente, avvenuto il 26 aprile del 1986 nell’allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, a soli 100 chilometri dalla capitale dell’attuale Ucraina, Kiev. Il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha raccontato in un’intervista a «Time» che già dalle prime ore dell’invasione è stato l’obiettivo degli attacchi. La sua abitazione, Palazzo Mariinskij, è stata colpita dai bombardamenti. Quella mattina il presidente ha svegliato la moglie, Olena Zelens’ka, e i figli di 17 e 9 anni ed è riuscito a mettersi in salvo. Le guardie presidenziali hanno spento le luci e hanno distribuito armi a tutti, anche a chi non sapeva usarle. L’attacco è stato respinto e il presidente ha rifiutato l’offerta degli americani e dei britannici di lasciare il paese e di guidare il governo dall’esilio. Le prime ore dell’attacco sono state decisive. Secondo i servizi segreti ucraini, ci sono stati due tentativi di colpire la sede della presidenza, Palazzo Mariinskij, paracadutisti e forze speciali russe sono stati inviati nella struttura con lo scopo di rapire il presidente e la sua famiglia e sostituire il governo con uno fantoccio, controllato da Mosca. Secondo i servizi segreti occidentali, Putin era abbastanza sicuro che Zelens’kyj, un attore comico che aveva vinto le elezioni tre anni prima e che era in calo di popolarità, si sarebbe arreso o sarebbe scappato e che gli altri paesi europei non sarebbero intervenuti per difendere l’Ucraina, come era successo per la Crimea nel 2014. Per questo aveva immaginato una guerra lampo, una guerra post-pandemica, che approfittando della debolezza generale dei governi occidentali, avrebbe ridisegnato il mondo in qualche giorno. Non è andata come pensava Putin, la guerra non è stata un blitz, ma l’ordine del mondo è cambiato in ogni caso. È suonata la campana per più di una generazione che, dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della Guerra fredda, pensava che sarebbe vissuta in un continente in pace. È bastata qualche ora di guerra, dopo due anni di pandemia e sei milioni di morti, per far risuonare nelle nostre teste la poesia di John Donne usata come epigrafe nel romanzo di Ernest Hemingway sulla guerra di Spagna:

Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te.

In verità il timore di un nuovo conflitto mondiale aveva già fatto capolino a cavallo tra il 2013 e il 2014, sempre in Ucraina, quando il mancato accordo di associazione con l’Unione Europea, le violente proteste che seguirono e l’invasione della Crimea fecero temere un’escalation militare su scala globale. Come scrive Giorgio Cella nel suo Storia e geopolitica della crisi ucraina: «Se la crisi dei subprime del 2008 ridimensionò fortemente i vari paesi membri (europei) e il livello di prosperità, benessere e la percezione di esso, il conflitto scoppiato in Ucraina (nel 2014) compromise a sua volta quell’ideale di una pace perpetua su suolo europeo». Nel 2022, dopo un’altra crisi come la pandemia di covid-19, l’Europa si è risvegliata nella storia e ha dovuto fare i conti con molti fantasmi del passato: la politica di potenza, l’uso della forza come strumento di regolazione delle controversie tra Stati, le conseguenze della dissoluzione dell’Unione Sovietica e dell’espansione dell’Unione Europea e dell’Alleanza atlantica a est. Ma questa volta sono tornate anche vecchie ideologie a fare capolino: nazionalismi degni di altri secoli, che si muovono in un contesto mondiale policentrico e disomogeneo, facendo temere esiti nefasti. Come è successo spesso nella storia europea, la scintilla è scoppiata in un territorio dell’Europa orientale, una terra di confine tra est e ovest, tra Occidente e Eurasia, tra cattolicesimo e mondo ortodosso, uno Stato cerniera trascurato dalle politiche e dalle narrazioni europee degli ultimi decenni. Ancora una volta sono stati i margini a prendersi la scena in maniera repentina e a cambiare il corso delle cose. Ricorda sempre Cella che l’Ucraina contiene questa sua condizione di confine nell’etimologia del nome: con quella U che significa ‘sul’ e kraj che significa ‘confine’, è per eccellenza terra di confine e dunque faglia destinata ad approfondirsi. Parlando alla nazione il 21 febbraio in un discorso durato un’ora, il presidente russo Vladimir Putin ha rivelato le motivazioni autentiche dell’invasione: ha rivendicato l’unità dell’impero russo prima della rivoluzione del 1917, ha detto che l’Ucraina era stata una creazione di Lenin, una concessione ai nazionalisti, un «errore» e, per ultimo, che dopo la fine dell’Unione Sovietica l’espansione dell’Alleanza atlantica a est, fino ai confini russi, era una minaccia insopportabile per Mosca. Il concetto è stato ribadito il giorno dell’invasione, il 24 febbraio, quando Putin ha parlato in tv con un altro discorso di 28 minuti, definendo la guerra «un’operazione militare speciale» a difesa dei separatisti filorussi nel Donbass, ma anche una reazione all’espansione della Nato. In quel momento è stato chiaro che per Mosca la posta in gioco della guerra non era tanto una disputa territoriale, quanto una specie di resa dei conti dopo la fine della Guerra fredda e della dissoluzione dell’Unione Sovietica. «Un’ulteriore espansione delle infrastrutture dell’Alleanza atlantica, compreso lo sviluppo militare nel territorio dell’Ucraina, è inaccettabile per noi. Questa presenza a est sta nutrendo nei territori storicamente affini alla Russia un sentimento di ostilità verso la nostra patria. Si tratta di territori posti sotto il pieno controllo esterno fortemente plasmato dalle forze della NATO. Questa situazione porta la Russia di fronte un bivio: vita o morte?», ha detto Putin, annunciando il proposito di «smilitarizzare e denazificare» l’Ucraina. È stato così che un giovedì di febbraio l’Europa intera si è accorta del ruolo chiave per la sicurezza mondiale di un paese quasi dimenticato. Nel 1994 Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza del presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, aveva detto: «Non sarà mai sottolineato abbastanza che senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero». Nonostante l’annessione dell’Ucraina alla NATO non sia stata mai un’opzione concreta, il 24 febbraio sono venuti al pettine i nodi degli ultimi venticinque anni.

(Riproduzione riservata)

© Ponte alle Grazie

 * * *

La scheda del libro: “Un giorno senza fine. Storie dall’Ucraina in guerra” di Annalisa Camilli (Ponte alle Grazie)

Annalisa Camilli – Casa editrice Ponte alle Grazie

Annalisa Camilli

Il 24 febbraio 2022, la Federazione Russa invade l’Ucraina. All’improvviso l’Europa si risveglia in guerra. Si scontrano due Stati già in conflitto da otto anni, anche se tutti sembravano averlo dimenticato. Torna il fantasma della guerra fredda e il timore di un’escalation nucleare globale. La guerra viene subito raccontata in diretta da migliaia di giornalisti di tutto il mondo, ma l’opinione pubblica è travolta da analisi geopolitiche, violenti scontri di opinione e contrapposizioni ideologiche, che si concentrano più sull’opportunità dell’invio di armi e del sostegno a Kiev che sulla situazione sul campo e le sue conseguenze. Mentre la presunta «guerra lampo» si trasforma – con le parole di un civile ucraino – in «un unico giorno senza fine», da Kiev Annalisa Camilli raccoglie le storie di chi ha perso i familiari nei bombardamenti, di chi non è riuscito a scappare, di chi è tornato per combattere e vuole arruolarsi, di chi ha scelto di vivere nel sottosuolo delle città ridotte in macerie o è stato costretto a fuggire. Ma riflette anche sul racconto della guerra e sulle sue retoriche, sulla distanza da tenere quando si descrive la sofferenza degli altri. Sullo sfondo le strategie militari, i movimenti degli eserciti, i tentativi della diplomazia internazionale, la propaganda e le fake news, mentre al centro rimane la voce di quelli che più di tutti hanno subito le tragiche conseguenze del conflitto: i civili.

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook TwitterInstagram

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: