Home > Esordi letterari, Incontri con gli autori > L’AVVERSIONE DI TONINO PER I CECI E I POLACCHI di Giovanni Di Marco (Baldini+Castoldi)

L’AVVERSIONE DI TONINO PER I CECI E I POLACCHI di Giovanni Di Marco (Baldini+Castoldi)

ottobre 7, 2022

L' avversione di Tonino per i ceci e i polacchi - Giovanni Di Marco - ebook“L’avversione di Tonino per i ceci e i polacchi” di Giovanni Di Marco (Baldini+Castoldi): incontro con l’autore e un brano estratto dal romanzo

 * * *

Giovanni Di Marco, 47 anni, è nato a Palermo e vive a Marineo, con la moglie e i due figli. Giornalista freelance, collabora con diverse testate. Su Instagram cura il profilo @thebooklover_it

Per i tipi di Baldini+Castoldi ha pubblicato il romanzo “L’avversione di Tonino per i ceci e i polacchi”.

Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

* * *

«L’idea di misurarmi con la narrativa e di scrivere “L’avversione di Tonino per i ceci e i polacchi”», ha detto Giovanni Di Marco a Letteratitudine, «è nata una decina di anni fa, dopo aver letto un saggio sulla Chiesa e la pedofilia, un saggio che raccontava di centinaia di vittime in giro per il mondo e soprattutto del modus operandi che il Vaticano ha tenuto per decenni, rendendosi complice di questa immane tragedia umana. Le responsabilità morali dei vertici della Chiesa di Roma sono enormi, come testimoniano purtroppo numerosi fatti di cronaca e inchieste giornalistiche condotte da testate di assoluto livello internazionale, come il New York Times, il Boston Globe o la BBC. Da lì è iniziato un percorso di lettura che mi ha portato ad approfondire lo scabroso tema, di cui troppo poco si è parlato in Italia, rispetto all’enormità della questione.

https://64.media.tumblr.com/a996e15d228b6f5715a737befa706526/168505f2538e38ff-89/s1280x1920/f4d5c5ef9b763203dec33ab1b5b18fbb11c55634.jpgE così ho deciso di inventare una storia che fosse di formazione e allo stesso tempo di denuncia, una storia che fosse un pretesto per mettere in risalto l’atteggiamento omertoso della Chiesa davanti ad ogni singolo caso di pedofilia che avesse a che fare con i membri del clero, il silenzio ostinato e gravido di conseguenze delle altissime sfere del Vaticano. Un atteggiamento colpevole che tradisce l’essenza stessa del messaggio evangelico. Il mio – ci tengo a precisarlo – non vuole essere un romanzo contro la Chiesa nella sua totalità o contro la Religione o addirittura contro i credenti, anzi. Vuole essere una scossa, una spallata all’ipocrisia. Il dito accusatore è rivolto contro coloro i quali, arrogandosi il diritto di parlare in nome di Dio, hanno rovinato la vita di tantissimi bambini e contro quella Chiesa (di Wojtyla e Ratzinger nello specifico) che non ha fatto nulla per arginare questo dramma, ignorando volutamente le denunce e le testimonianze, minimizzando e insabbiando scientificamente, preoccupandosi esclusivamente di salvaguardare il proprio buon nome.

Mi sono chiesto dieci, cento, mille volte da che parte si sarebbe schierato Gesù, quel Gesù descritto nei Vangeli di cui ogni prete conosce il verbo a memoria; da che parte si sarebbe schierato quel Gesù se si venisse a trovare improvvisamente davanti ad un bambino appena violato e all’uomo che ha abusato della sua ingenuità per soddisfare i suoi istinti più bassi. Da che parte si sarebbe schierato, Gesù? Di certo NON dalla parte del carnefice, come ha fatto la Chiesa per troppo tempo. Ecco perché ho voluto aprire il libro con un famoso verso tratto dal Vangelo di Matteo».

«In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» – Matteo 25, 40

 

 * * *

L’incipit del romanzo “L’avversione di Tonino per i ceci e i polacchi” di Giovanni Di Marco (Baldini+Castoldi)

https://64.media.tumblr.com/a7c165e2df94740d236f7ca3c3ca8e2d/168505f2538e38ff-5a/s1280x1920/e51160d3af4f5bfecc9e7435ffce8861b41ea7cb.jpg

 

Avevo poco più di sette anni quando è morta mia madre. Non saprei dire chi mi portò la notizia, né come mi venne data. La dinamica di quella giornata che ha stravolto la mia esistenza è avvolta nel mistero. Del giorno del suo funerale, invece, la mia mente ha conservato ogni dettaglio. Ricordo la mattinata trascorsa a casa di Tania, in un silenzio triste, quasi irreale; il lungo corteo funebre verso la chiesa madre; le nuvole bianche e gonfie che si stagliavano all’orizzonte; l’odore nauseabondo dei crisantemi.
Tra i banchi sverniciati della Madrice, le persone erano stipate come acciughe sotto sale. C’era tutto il paese in chiesa, quel pomeriggio di metà maggio. Di fianco all’altare, i miei compagni di classe, accompagnati dalla maestra Miriam. Erano tutti belli ordinati, col grembiulino inamidato. Sul lato opposto, il sindaco e il dottore Lo Verde. E più indietro, sparpagliati qua e là, i miei vicini di casa e quelli del Bar della Gioventù. Avevano tutti gli occhi rossi.
Io ero seduto in prima fila ovviamente. Un enorme crocifisso di legno pendeva dall’alto, alle spalle del prete. Attorno alla bara una marea di fiori per lo più bianchi e rosa. Mi sentivo stanco, annoiato. Solo una volta prima di allora ero rimasto così a lungo dentro a una chiesa. L’anno prima, a Palermo, per il matrimonio di mio cugino Santino che mi aveva fatto fare il paggetto e mi aveva regalato una bicicletta: la mitica BMX.
Quando il prete sollevò il calice seguendolo con gli occhi, lo fissai meglio e mi convinsi che assomigliava a Ralph, il tizio coi capelli rossi di Happy Days. Solo che Padre Alfio era più vecchio di Ralph, portava lenti spesse e parlava con la lingua di pezza, come Gatto Silvestro.
«Prendete e bevetene tutti», disse con studiata lentezza. Poi sputacchiando aggiunse: «Questo è il mio sangue, versato per molti in remissione dei peccati».
Sangue, peccati.
Le parole del prete rimasero sospese nell’aria. Tutti erano assorti, con le mani congiunte, alcuni raccolti in ginocchio. Io osservavo la scena irrequieto. Mi voltavo a destra e a manca, e non vedevo l’ora che il funerale finisse. Avevo pianto così tanto in quei due giorni che lacrime non ne avevo quasi più. Ricordo che per un momento serrai gli occhi nella speranza di sparire e ritrovarmi nel mio letto. Così, per magia. Ma quando li riaprii, Padre Alfio era ancora lì, sudaticcio, immobile, col calice d’oro che sparava i suoi riflessi di luce ovunque.
All’improvviso il silenzio venne rotto da un cigolio. Era Ninì che sbucava dalla sagrestia, così agitato che avanzando inciampò sul tappeto cosparso di petali e per poco non cadde. La scena di per sé era comica, ma a nessuno scappò da ridere, perché Ninì aveva appena profanato la solennità dell’eucaristia. Scansando un chierichetto, il sacrestano puntò dritto verso Padre Alfio che, se avesse potuto, gli avrebbe mollato un ceffone di quelli che si ricordano a vita.
«Ma è uscito pazzo?» mormorò qualcuno dietro di me. Mio padre osservava tra il confuso e il curioso. Mia sorella, al suo fianco, guardava con occhi vuoti, da scema. Era sotto shock.
Poi Ninì infilò la notizia nell’orecchio del prete e Padre Alfio sbiancò. Smise di respirare. Abbassò il calice a rallentatore e fissò di nuovo Ninì.
«Ma che mi stai di-di-dicendo?» balbettò. Ninì non ebbe la forza di replicare. Fece soltanto avanti e indietro con il collo, un paio di volte, come una gallina. Nel frattempo il silenzio era diventato brusio, e un attimo dopo il brusio partorì l’unica domanda possibile.
«Padre Alfio, che successe?» chiese Fulvio, il carnezziere sciancato, dalla terza fila. La sua domanda era quella di tutti. Il brusio tornò a farsi silenzio. L’esercito di occhi si spostò di nuovo sul prete. Padre Alfio appoggiò il calice sull’altare e si lasciò cadere all’indietro, affossando le natiche sulla poltrona di damascato rosso. Una specie di mugolio si diffuse nell’aria. Mia zia, seduta accanto a me, ricominciò con la litania che avevo sentito un miliardo di volte negli ultimi giorni.
«Oh, cuore di Gesù… oh, cuore di Gesù…»
Il carnezziere mi passò accanto, strascinando la gamba offesa. Con un balzo inaspettato inghiottì due gradini e arrivò all’altare. Lo imitarono altri uomini e un paio di donne minute, vestite di nero. L’altare venne circondato. Mio padre non sapeva che fare.
«Ma che fu?» sussurrò a tutti e a nessuno.
Pure i pensieri trattenevano il fiato. Il trambusto durò un minuto scarso, finché Padre Alfio non riemerse dalla folla che lo attorniava per rispedire ognuno al proprio posto. Con movimenti nervosi si diede una sistemata alla veste: il palcoscenico era di nuovo tutto suo. Prima di aprire bocca, si esibì in un sospiro infinito che non aveva nulla a che vedere con le normali funzioni respiratorie. Quindi fece esplodere la notizia tra le navate.

(Riproduzione riservata)

© Baldini+Castoldi

 * * *

 

La scheda del libro: “L’avversione di Tonino per i ceci e i polacchi” di Giovanni Di Marco (Baldini+Castoldi)

L’avversione di Tonino per i ceci e i polacchiIl giorno in cui si celebra il funerale della madre di Tonino, la gente non parla d’altro che dell’attentato a Karol Wojtyla. Siamo in un paesino dell’entroterra siciliano: Tonino è un bambino di sette anni, curioso, intelligente e vitale, con una passione smodata per la Juventus. Ma la confusione e la rabbia che prova quel giorno, scavano nel suo animo, lasciando cicatrici profonde. Tonino pare destinato al ruolo di vittima: non solo in quanto orfano, ma anche perché da lì a breve riceverà le attenzioni morbose di Padre Alfio.

In risposta agli abusi, e quasi obbedendo a un impulso autodistruttivo, Tonino rischia di diventare il carnefice di sé stesso. Mentre nel mondo di fuori si ragiona di guerra fredda e si festeggia il Mondiale dell’82, dentro di lui tutto sembra andare lentamente in frantumi: le amicizie, la bellezza dell’amore, la possibilità di un futuro, il rapporto con la famiglia. Del bambino che era non rimane che un’eco lontana, che Tonino crescendo faticherà ad ascoltare, perseguitato dal senso di colpa. La sua speranza di salvezza è Tania, la giovane vicina di casa che gli farà da seconda madre, una ragazza con uno spirito indomito e un passato burrascoso, nonché l’unica persona disposta a lottare perché Tonino abbia giustizia.

Prendendo come filo conduttore l’esperienza del protagonista, questa storia riesce a far luce sul dramma, reale, delle vittime di abusi da parte di membri del clero e sull’ostinato quanto ingiustificabile silenzio che per anni ha protetto i carnefici abbandonando le vittime al proprio destino. Un romanzo d’esordio potente e coraggioso, capace di raccontare con ironia e leggerezza la perdita dell’innocenza, la ribellione e i tentativi di riscatto di un bambino diventato adulto troppo in fretta.

 

 * * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook TwitterInstagram

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: