Home > Cielo la mia musica > LE VOCI DI MINGUS di Claudia Aliotta

LE VOCI DI MINGUS di Claudia Aliotta

ottobre 14, 2022

Le voci di Mingus - Claudia Aliotta - copertinaUN TUFFO OLTRE IL JAZZ NEL MONDO DI CHARLES MINGUS

“Le voci di Mingus” di Claudia Aliotta (EBS Print)

La nuova puntata di“Cielo, la mia musica!”(rubrica tra dischi, libri, film, strumenti musicali, personaggi, capolavori dimenticati, vintage e novità), a cura di Leonardo Lodato, è dedicata al jazzista Charles Mingus. Di seguito, l’intervista all’autrice: Claudia Aliotta

* * *

UN TUFFO OLTRE IL JAZZ NEL MONDO DI CHARLES MINGUS

di Leonardo Lodato

Claudia Aliotta, cantante, pianista, compositrice di origini messinesi. Laureata in Canto Jazz, speaker radiofonica, giornalista. Con una viscerale passione per Charles Mingus, contrabbassista jazz che ha saputom utilizzare la parola come “manifestazione tangibile del suo pensiero, mezzo di seduzione e di protesta, arma di rivalsa e confessione intima”.

Ed ecco, allora, che dalla penna di Claudia Aliotta è nato “Le voci di Mingus” (Etabeta).

Questo libro trae spunto dalla tua tesi di laurea per il conseguimento del Diploma accademico di II livello in Discipline Musicali Jazz. Perché la scelta è caduta proprio su Charles Mingus?
Io sono molto attratta dalle personalità complesse e dai musicisti poliedrici, questo probabilmente è il primo motivo. Ho scoperto Mingus grazie alla mia insegnante di canto, Marta Raviglia, che mi chiese di fare una tesina sull’album ”Mingus” di Joni Mitchell e studiare alcuni brani. In pratica partendo dalle ricerche sul suo ultimo anno di vita e da quel disco è scattato in me il desiderio di conoscere tutta la sua storia musicale. In occasione dell’International Jazz Day del 2016 organizzato dal Conservatorio Morlacchi di Perugia con Umbria Jazz ho tenuto la conferenza “Mingus’ Last Year” incentrata proprio sul lavoro realizzato in collaborazione con la Mitchell ed un piccolo concerto dedicato solo al repertorio vocale con il pianista Paolo Principi. Un anno prima della laurea avevo già deciso che Mingus e le sue “voci”, il suo modo di esprimersi con la poesia, gli strumenti e le composizioni vocali dovevano diventare un racconto appassionato sul suo universo musicale, ma anche che la sua produzione come songwriter, poco conosciuta in genere, doveva essere divulgata attraverso il progetto “Mingus’ Vocal Suite”. Ci tengo a citare la persona che ha seguito il processo creativo della tesi, il professor Roberto Grisley scomparso qualche anno fa,  al quale ho dedicato il mio saggio.

Claudia Aliotta

Siamo a cento anni dalla nascita di Mingus e proprio pochi giorni fa è scomparsa sua moglie, Sue a cui il musicista e compositore dedicò una struggente “Sue Changes”. Una coincidenza che fa molto riflettere sull’importanza di ritrovarsi accanto una persona (sia uomo che donna) in grado non solo di “comprendere” ma anche di stimolare le esigenze di un artista. Quanto è stata importante Sue nella carriera di Mingus?
Secondo me, Sue ha salvato Mingus dall’autodistruzione, ha creduto in lui, lo ha accettato con tutte le sue fragilità e con la sua particolare genialità. È stata fondamentale nella sua vita e ha dimostrato sino alla fine e anche dopo la sua morte un amore e una dedizione totale. La vedova Mingus ha raccontato nel suo libro “Tonight at Noon” gli ultimi 15 anni di vita di Mingus, la loro storia, ma anche dettagli sul suo modo di essere e di fare musica. Amo questa sua descrizione del marito: “un artista per cui la musica era la vita stessa,  per cui tutto ciò che viveva, tutto ciò che lui era,  passava dalle sue composizioni. La musica che scriveva e che suonava per il pubblico era personale come le sue lettere d’amore, urgente come i messaggi che scarabocchiava sui muri o annotava frettolosamente nei suoi libri e nelle Bibbie, o lasciava nella segreteria telefonica di casa. Cercava di esprimere con la musica chi era veramente”. Grazie a lei c’è stato un dopo Mingus, con un lavoro attento e minuzioso di divulgazione che ha permesso insieme ai testi di storiografia jazz di tramandare l’immenso e prezioso patrimonio musicale lasciato dal compositore afroamericano.

File:Charles Mingus 1976 cropped.jpg

Charles Mingus

Charles Mingus, a un certo punto, parla di “triplice personalità”. A cosa si riferisce?
“In other words I’m three” , “In altre parole: io sono tre” è l’incipit  della sua autobiografia “Beneath an underdog” (Peggio di un bastardo), ma anche il titolo di una sua ballad. Mingus descrive molto bene la sua personalità, costituita dalla compresenza di identità interiori molto diverse fra loro.
«In altre parole: io sono tre. Il primo sta sempre nel mezzo, senza preoccupazioni ed emozioni; osserva aspettando l’occasione di esprimere quello che vede agli altri due. Il secondo è come un animale spaventato che attacca per paura di essere attaccato. E poi c’è una persona piena d’amore e di gentilezza, che permette agli altri di penetrare nella cella sacra del tempio del suo essere. E si fa insultare, e si fida di tutti, e firma contratti senza leggerli, e si lascia convincere a lavorare sottocosto o gratis. Poi, quando si accorge di quello che gli hanno fatto, gli viene voglia di uccidere e distruggere tutto quello che gli sta intorno, compreso se stesso, per punirsi di essere stato tanto stupido. Ma non ce la fa: e così si rinchiude in se stesso».
Mingus era noto per i suoi improvvisi scatti d’ira, il suo soprannome infatti era “angry man”, “ uomo arrabbiato” ( sarebbero tantissimi gli episodi da raccontare a questo proposito), ma allo stesso tempo sapeva essere estremamente affabile e amichevole nei confronti delle persone che lo circondavano. A proposito di questa sua personalità scissa in tre c’è un brano davvero emblematico “Passions of a man”,  in cui Mingus, attraverso un gioco di sovra incisioni, fa emergere l’intreccio delle sue voci interiori, in un turbinio di frasi, esternazioni, nonsense e declamazioni in diverse lingue e intonazioni, a metà strada fra formule di rituali tribali e una straripante marea di pensieri. In questa inquietante composizione si possono distinguere tre voci, due dialogano fra di loro e una è in disparte; la più bassa sembra minacciare l’altra che è acuta, fragile e indifesa.

– Provocatore come un predicatore, si potrebbe paragonare Mingus ad una sorta di Jim Morrison in chiave jazz?
Penso di sì. Le vesti del predicatore erano molto congeniali a Mingus, sembra che addirittura da piccolo giocasse con le sue sorellastre proprio a rivestire questo ruolo. Il suo modo di comunicare con il pubblico rivela questa sua attitudine, Mingus infatti tendeva a trattarlo come fosse un’assemblea di fedeli che ha bisogno di essere guidata. A volte durante i suoi concerti si lanciava in invettive contro la platea, perché voleva che ascoltassero e comprendessero davvero la natura della sua arte;  quando non riceveva la dovuta attenzione, esplodeva con rimproveri e “prediche”. Nell’album “ Oh, Yeah”  seduto al pianoforte, suonando e cantando, Mingus si immedesimò totalmente nel suo ruolo di predicatore, sfruttando tutte le sue risorse espressive, il testo scritto diventa  canto e non mancano  urla e incitazioni. In diverse occasioni Mingus comunicò apertamente i suoi punti di vista, le sue posizioni e il suo dissenso attraverso articoli  e lettere, così come tenne sempre a spiegare attraverso le note di copertina  dei suoi album la ragion d’essere delle composizioni, la poetica e la sua visione della musica. Basta ricordare ad esempio “An Open Letter to Miles Davis” pubblicata sulla rivista, «Down Beat» nel 1955 e “An Open Letter to Avant-Garde”, oltre a lettere inviate a critici e giornalisti come Ralph Gleason, Nat Hentoff e Whitney Balliett.

– Colpisce molto quando Charles Mingus affianca il ruolo di musicista a quello del clown.
“The Clown” è il titolo di una sua composizione che da il titolo anche al un album del 1957, ed è anche il primo brano, a distanza di quasi vent’anni da “The Chill of Death”, in cui Mingus torna a sperimentare il binomio declamazione-musica.  Mingus lo compose al pianoforte, immaginandolo come base per raccontare la storia di un clown fallito, che cerca di accontentare la gente , “come fanno la maggior parte dei musicisti jazz”, aveva scritto il musicista, ma non piace a nessuno fino a quando non muore. Mingus si identificava in questa figura dall’apparenza sorridente, ma triste e sola nella realtà, “The Clown è un parallelo di me stesso”  aveva affermato Mingus parlando della sua composizione. Anche successivamente il contrabbassista  paragonò se stesso con il personaggio del clown in alcuni suoi scritti o in qualche conversazione. Questo personaggio ritorna anche nel brano “Don’t Be Afraid, The Clown’s Afraid Too”,  ma un altro riferimento esplicito può essere rintracciato in un verso di “Duke Ellington’s Sound of Love”, in cui si definisce un “clown triste con il suo circo demolito”.

“Mingus” lo dobbiamo ritenere un disco di Charles Mingus o, più propriamente, di Joni Mitchell?
C’è molto da dire al riguardo. Il disco nasce da una precisa scelta di Mingus di collaborare con la cantautrice canadese e dalla sua strenue volontà di continuare a comporre anche se ormai l’avanzato stadio della sua malattia, la Sclerosi Amiotropica Laterale,  non gli consentiva più né di scrivere né di suonare.  L’impronta personale lasciata dalla Mitchell è tangibile, soprattutto se si pensa alla veste finale e al sound specifico che lei volle ottenere. La cantante infatti  non era pienamente soddisfatta delle versioni acustiche dei brani, così decise di reincidere tutto. Grazie a lei nasce un nuovo volto del musicista,  un Mingus elettrico al passo con i tempi e sperimentale, con un sound rinnovato, suggestivo e raffinato con arrangiamenti essenziali, sicuramente lontani dalle ricche elaborazioni che erano tipiche dei suoi brani. Nel disco emergono tre voci strumentali inedite per lui: il basso di Pastorius, moderno erede del suo strumento, il sax soprano di Shorter, di cui Dolphy avrebbe sicuramente sposato le particolari sonorità, e il pianoforte di Hancock. Mi piace pensare però a questo lavoro come uno scambio di reciproche influenze che ha portato ad un prodotto finale pregevole e non scontato; i testi della Mitchell in pratica hanno dato voce alle ultime composizioni di Mingus o fornito versioni alternative come accade per “Goodbye Pork Pie Hat”.

Cosa ci rimane oggi dell’eredità di Charles Mingus?
Grazie a Sue Mingus e al suo immenso lavoro di promozione possiamo parlare di una vera Mingus Legacy, realizzata grazie all’istituzione della Mingus Dynasty e successivamente della Mingus Big Band. Queste formazioni hanno tenuto in vita il repertorio del compositore e continuano a divulgare ancora oggi un immenso patrimonio musicale costituito da oltre trecento brani. Se i primi dischi riprendevano le composizioni più note,  le incisioni successive, grazie ad un lavoro di ricerca,  hanno portato alla luce  brani meno conosciuti o poco eseguiti, o addirittura inediti. Meriterebbe un capitolo a parte la scoperta di “Epitah” nella seconda metà degli anni ‘80, una suite composta da 19 brani  assemblati con lo scopo di lasciare un vero e proprio testamento musicale. Anche il mondo del rock si è interessato in diverse occasioni di Mingus, come dimostra l’album dal carattere sperimentale di Hal Willner, “Weird Nightmare-Meditation on Mingus”  uscito nel 1992 che vide la partecipazione di Keith Richards e Charlie Watts dei Rolling Stones e del cantante Elvis Costello. Sempre a Costello dobbiamo inoltre la creazione di sei testi originali, con la benedizione di Sue Mingus,  per altrettante composizioni strumentali di Mingus; nel 2000 Andy Summers dei Police dedicò addirittura un intero album a Mingus, “Peggy’s Blue Skylight”.  La precisa volontà di rivalutare e diffondere maggiormente anche la produzione vocale di Mingus  ha caratterizzato gli ultimi 15 anni di attività della Mingus Big Band tanto da sfociare nel 2015 nell’incisione di “Mingus sings”, un disco interamente dedicato al repertorio vocale del compositore. Dopo ben sette anni di silenzio, la storica band ha pubblicato recentemente “The Charles Mingus Centennial Session” proprio in occasione del centenario dalla nascita dell’indimenticabile, travolgente e poetico “angry man” del jazz.

© Leonardo Lodato

 * * *

La scheda del libro: “Le voci di Mingus” di Claudia Aliotta (EBS Print)

Le voci di Mingus - Claudia Aliotta - copertinaSe la musica è proiezione della complessa personalità di Charles Mingus, la parola è una manifestazione tangibile del suo pensiero, mezzo di seduzione e di protesta, arma di rivalsa e confessione intima. Mingus scrisse brani in prosa, poesie e canzoni, in alcuni periodi del suo percorso musicale fece spesso ricorso alla parola, sia declamata, sia cantata. Questo saggio prende in esame varie fasi della sua produzione. Dalla giovanile The Chill of Death ai tentativi di emergere come songwriter, dai lavori strettamente legati alla corrente della Jazz Poetry, all’impegno per i diritti civili e le questioni razziali, fino alla collaborazione con Joni Mitchell, durante l’ultimo anno di vita. II testo esplora ii poliedrico universo musicale di Mingus rintracciando le diverse modalità con cui la voce è presente nella sua composizioni, mettendo in luce non solo gli interscambi con la poesia, ma anche il repertorio vocale e in un’accezione più larga il ruolo simbolico degli strumenti come espressione delle sue voci interiori.

 * * *

Claudia Aliotta, cantante, pianista e compositrice messinese, ha conseguito la Laurea D.A.M.S. presso l’Università di Bologna ed ha svolto attività di critico musicale e cinematografico per il quotidiano “La Sicilia”, il settimanale “109” ed il “Corriere del Mezzogiorno”. Nel 2017 si è laureata brillantemente in Canto Jazz presso il Conservatorio Morlacchi di Perugia; è stata speaker e autrice del programma radiofonico “Jazz Ladies” presso la Dot Radio di Spello. Cura il progetto “Irene Higginbotham – Il volto nascosto del jazz”, promuovendo il repertorio della songwriter afroamericana attraverso mostre, concerti e video a carattere storico. Dal 2017 al 2021 ha curato l’Ufficio Stampa dell’Associazione Tolentino Jazz, promuovendo e presentando concerti, festival e la stagione jazz presso il Politeama di Tolentino (MC). Nel 2016 Ha partecipato all’International Jazz Day con la conferenza e il concerto “Mingus’ Last Year” e di recente ha tenuto il ciclo di lezioni “Storia del Jazz al femminile” presso la Libera Università di Città della Pieve. Nel 2019 ha curato la direzione artistica della rassegna “Jazz on Stage” di Deruta. Dal 2016 al 2020 ha insegnato Storia della Musica presso il Liceo Musicale “I. Calvino” di Città della Pieve; attualmente è docente nei corsi di Propedeutica Jazz presso il Liceo Musicale di Perugia.

 

* * *

CIELO, LA MIA MUSICA! Una nuova rubrica musicale curata da Leonardo Lodato, tra dischi, libri, film, strumenti musicali, personaggi, capolavori dimenticati, vintage e novità.

Tutti gli articoli della rubrica, sono disponibili qui

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook TwitterInstagram

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: