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L’INGANNO di Veronica Tomassini (La nave di Teseo) – recensione

ottobre 18, 2022

L' inganno - Veronica Tomassini - copertina“L’inganno” di Veronica Tomassini (La nave di Teseo) – recensione

In libreria da oggi, 18 ottobre

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UNA SONATA A KREUTZER  DI TERSA E DEVASTANTE OSSESSIONE

di Salvo Sequenzia

Nella Premessa a un colto e interessantissimo libro dedicato alle scritture dell’io, Lo specchio di Dedalo, Andrea Battistini, il grandissimo italianista che fu allievo di Ezio Raimondi a Bologna, definisce la ‘scrittura di sé’ come un’illusoria lotta contro la morte: «Per entrare nella Casa dello Specchio, dove l’attendono prodigiose avventure, Alice immagina che la solida parete di vetro diventi morbida come nebbia, e il diaframma tra i due mondi non abbia più la consistenza compatta, continua del reale ma l’impalpabilità del sogno. Da un desiderio molto simile è preso appunto colui che, guardandosi allo specchio del proprio passato, vorrebbe riattraversare con un’autobiografia la storia della propria esistenza».
L’inganno (La nave di Teseo, 2022), il nuovo romanzo della giornalista e scrittrice Veronica Tomassini, può essere letto (anche) come la storia di un «riattraversamento» della propria esistenza: un riattraversamento in cui scrittura e vita collidono nello specchio del passato frantumando il labile diaframma che separa due dimensioni del consistere, dell’essere nel mondo.
Con una scrittura tersa e vibrante come una inesauribile ed estenuata Sonata a Kreutzer, Veronica Tomassini consegna al lettore una storia – la sua storia – che elude ogni possibile trama, ostile a qualunque forma di utilità edificante e necessaria, spazio di una infinita affabulazione in cui la scrittrice si mette a nudo facendo i conti con i propri fantasmi e sgretolando un mondo impeccabile.
Questa storia può essere letta come un memoir immorale e cinico; o come una sotie dissacrante e perversa; o come un noir inesplicabile senza eroi, senza vittime, senza lieto fine, senza alcuna redenzione. È, quella di Veronica Tomassini, una storia che accompagna lentamente e spietatamente il lettore sull’orlo di un precipizio, in un viaggio di non-formazione – anzi, di deragliamento e di devastazione – compiuto dalla Sicilia a Milano, la metropoli che «non era una città adatta a creaturine incerte, su cui riparano molteplici disperazioni, confuse, in cerca di una collocazione […]». Milano, «Non fu che una lunghissima preghiera, una conversazione in solitaria, una trasvolata: fu una piega dove deporre le inquietudini giovanili». È la Milano segnata dalla «liturgia della purificazione» del Cardinale Borromeo, ma è anche la Milano ‘nera’ di Scerbanenco quella che la protagonista attraversa, la città «borghese e tacita» che fa da controcanto alla «terra primitiva, feroce, accecata dalle isbe arse di agavi e di spuntoni»: a quella «Sicilia senza aranci» fermata da Giuseppe Antonio Borgese in un memorabile articolo del 1905, isola emblema di ogni scacco e di ogni illusione,  palinsesto universale di fallimenti, di ‘inganni’ e imposture, nella quale la scrittrice avrebbe  «estinto la sconfitta».
Milano è anche la città ‘infera’ della nebbia, delle brume, spazio manzoniano e testoriano dello strazio e dell’espiazione scanditi da un «pellegrinaggio stanco», da un «pellegrinaggio pagano» che ha le sue stationes nelle austere chiese ambrosiane, negli impenetrabili templi ortodossi, negli androni e nei palazzi delle periferie sordide e avvilite. Qui la scrittrice trova la sua tana, tra le miserie del quotidiano, in una camera presa in affitto da Erminia, l’anziana vedova guardiana di un Ade di laide, derelitte macerie di vita. Figura di mitologica suggestione, Erminia, insieme alle due  amiche compone la triade di Parche lombarde che si danno convito nel tinello per il rito del tè, mentre sinistramente «Il pendolo al muro rintocca le quattro. L’ora tarda è meno triste, pur sempre triste». Milano si offre alla scrittrice sotto le mentite sembianze della città di Fenoglio, di Buzzati, di De Marchi, la città ‘letteraria’ attraversata, vista, sentita,  amata e respinta lungo una Via Crucis alla ricerca di una traballante identità, di fantasmi e di volti di amanti, di poveri diavoli, di reietti, di angeli caduti in un caos dimesso che abita nel sottosuolo del mondo, in un  fetido brulicante termitaio: «Pensavo a un personaggio di Emilio De Marchi, sentiva la città alla stregua di un pericolo: la città crepitava sul suo capo, franava, rovinava le sue tentazioni. Personaggi ottocenteschi. Non era così lontano dal mio timore. Non erano così sepolte le antiche e preziose botteghe, le signore ingioiellate, e la perpetua antinomia tra creature angeliche e donne voluttuose, incarnate in figure tagliate. Esatte. Nelle passeggiate del personaggio di Emilio De Marchi, nel medesimo girovagare d’ambiente, c’ero io nondimeno. La metropoli diventava soltanto la grande città di un romanzo d’ambiente, e molto mi tornava sopportabile».
La storia che Veronica Tomassini racconta è il regesto di un vissuto spezzato, disajutato, periclitante, acceso di smanie e di voglia, desideroso di riscatto e assetato di sogni. Risulta evidente l’adesione convinta dell’autrice a una concezione ‘finita’ della scrittura che riflette l’accadere insensato della vita, il divenire assurdo del reale. La parola, la scrittura, rappresentano per Veronica Tomassini un labile balbettio che esprime ciò che è in sé perturbante, sconcertante, destabilizzante; e, in tal senso, ciò che si avvicina al silenzio, al dire muto, alla voce strozzata. L’inganno è la prova che scrivere è lottare con l’indicibile, la confessione cocente che la vita si gioca su un terreno sdrucciolevole, insidioso, minato dalla perenne incompiutezza della propria esistenza, dell’impossibilità di essere ciò che si desidera essere, avanzando confusi, smarriti, atterriti, assetati d’amore: «Così disdegnata, ascoltavo la conversazione al tavolo delle signore con il tè imbandito nella porcellana dozzinale e un tanfo di rimorso tutt’intorno. Il rimorso di un tempo speso penosamente, con uomini involgariti dalla fatica. E meditavo sull’irriconoscenza che la mia incerta identità di donna – ridevo di me in segreto, pensandovi – aveva maturato nei confronti dell’altro sconosciuto sesso, odioso talvolta, talvolta modesto nel procurare una qualsiasi forma di piacere. L’unico a cui ambivo era un sonno – lunghissimo, eterno, può darsi».
In una prosa nitida, estremante epurata, eppure elegante e sorvegliata, il romanzo si dipana in un gioco intertestuale sottilissimo disseminato di apparizioni limbali, di abbandoni descrittivi, di squarci e di feritoie che acuiscono il senso di spaesamento e di incubo perturbante e che rivelano una potente capacità della scrittrice  nella resa delle immagini, della loro ‘grana’ materica, nell’impasto  delle atmosfere nelle quali la scrittura, fortemente espressiva, si dà come equivalente della materia pittorica. «Bramosa cagna», secondo l’espressione dantesca, «l’inganno» diventa subito l’incubo prelogico e fetale che ammorba l’esistenza della scrittrice: le suggestioni psicanalitiche si insinuano nella pagina e creano zone d’interferenza, zone di allusività che la scrittura accoglie e sprigiona. Questo incubo tormentante si insinua nella carne, nelle cellule della carne, per investire le cose, le persone, lo spazio; come una ‘peste’, una malattia che divora la scrittrice e ne assedia il corpo e la coscienza con lo spettro della continua minaccia proveniente dall’esistenza. La giovane scrittrice che dice io dentro la storia – interrogandosi sulla sua identità, «Chi sono io?» –  è una creatura «pestante», secondo la definizione con cui Testori colse, in un momento ben preciso della storia di Milano – tra il 1570 e il 1630 – connesso all’epidemia di manzoniana memoria: una creatura che ‘struttura’ il sentimento fisiologico della colpa in un meccanismo di contaminazione della realtà, secondo una ‘correlazione’ – una consonanza – tra una mente assediata dall’agguato che inanella la vita sulle vicende del destino  e il ‘corpo’ di una società, di un mondo, di un’epoca: «Se noi siamo figure /di specchio che un soffio conduce / senza spessore né suono /pure il mondo dintorno /non è fermo ma scorrente parete /dipinta, ingannevole gioco…» (Lucio Piccolo).
Con L’inganno Veronica Tomassini è riuscita a trasformare in un valore condiviso lo scacco, il naufragio di una esistenza; e a traghettare l’inesprimibilità di una storia personale, intima, oltre la sponda, là dove storia, vita e letteratura si incontrano.

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La scheda del libro: “L’inganno” di Veronica Tomassini (La nave di Teseo)

Tomassini_l-ingannoUna donna lascia la sua terra, la Sicilia, alla volta di Milano. Cerca il suo amore, incontrato una sola volta, durante un viaggio in taxi: un musicista francese di Tolosa. Un coup de foudre. Sceglie Milano perché pensa che proprio lì avverrà l’incontro. Il musicista le aveva promesso: “Ci vedremo a Milano.” Non era vero. Trascorre un mese nell’attesa e, durante quel mese, percorre la città in un vagabondaggio contemplativo, in solitudine, finché incontra una donna, Erminia, una persona volitiva e generosa, che la ospiterà nella sua casa di periferia. Si aprirà alla sua ospite, scoprirà il raccoglimento, la religione, Dio… Coltiverà l’illusione di rifarsi una vita ma, alla fine, scoprirà di non saper vivere nemmeno i sogni. Riprenderà il suo cammino con una sola certezza: il sentimento è un inganno, un vizio, un peso di cui liberarsi. L’amore è una verità che non appartiene alle cose del mondo.
Veronica Tomassini, una delle più interessanti autrici contemporanee, in un continuo dialogo con il lettore e con uno stile unico e raffinato, racconta del perdersi e del ritrovarsi, di Milano e del viaggio che ognuno deve fare dentro se stesso.

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https://i0.wp.com/www.lanavediteseo.eu/wp-content/uploads/2016/04/tomass.jpgVeronica Tomassini, siciliana di origini umbre e abruzzesi, esordisce nel 2010, con Sangue di cane, che fu considerato un caso letterario. Nel 2012 pubblica Il polacco Maciej; nel 2014, Christiane deve morire; nel 2017, L’altro addio; nel 2019, Mazzarrona, che viene candidato al premio Strega; nel 2020, decide di autopubblicare il romanzo epistolare Vodka siberiana, che ottiene un ottimo riscontro di pubblico e critica. Scrive per “Il Fatto Quotidiano” e “Pangea News”.

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