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Il nuovo numero della rivista letteraria K: “Pianeta” (un estratto del racconto di Elena Varvello)

ottobre 24, 2022

K. Linkiesta. Vol. 5: Pianeta. - copertinaÈ uscito il volume 5 di K, la rivista letteraria di Linkiesta curata da Nadia Terranova e Christian Rocca. Si intitola Pianeta.

Proponiamo un brano estratto del racconto di Elena Varvello, intitolato “La bella estate”

Tutti i numeri di K sono disponibili qui

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È disponibile il nuvo volume di K, la rivista letteraria di Linkiesta curata da Nadia Terranova e Christian Rocca.
Dopo i numeri dedicati a Sesso, Memoria, Città, Felicità ecco il nuovo numero ispirato al Pianeta.
Come scrive Nadia Terranova nel suo editoriale che apre questo numero di K:
«La parola cui è dedicato questo numero di K compare nelle nostre giornate più spesso di quanto pensiamo e slitta da un piano semantico all’altro con noncurante velocità, prima ancora che facilità. Incuriosita, mi sono messa a seguirla, a indossare i suoi panni per un po’».

In questo numero di 312 pagine sono presenti 18 racconti di: Mauro Covacich, Giuseppe Culicchia, Alberto Garlini, Giorgio Ghiotti, Helena Janeczek, Gaia Manzini, Laura Marzi, Beatrice Masini, Francesco Musolino, Matteo Nucci, Marco Peano, Sandra Petrignani, Laura Pezzino, Veronica Raimo, Vanni Santoni, Elena Stancanelli, Elena Varvello, Guido Vitiello e l’intervista di Annalisa De Simone a Melania Mazzucco.

Ad aprire questo volume di K, l’editoriale di Nadia Terranova dal titolo Vita da pianeta e da questo numero, K ospita la sezione Poesia, con un saggio introduttivo del curatore Mario De Santis e i versi di Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Tommaso Di Dio, Mariangela Gualtieri, Gilda Policastro, Laura Pugno, Fabio Pusterla.
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LA BELLA ESTATE
di Elena Varvello

elena-varvello

La prima settimana non fecero altro che star fuori.
Montavano su vecchie biciclette, lasciate da sorelle o
fratelli più grandi – un paio già guidavano – o biciclette
nuove.
Filavano dovunque, anche se non avevano il permesso,
non ancora, di imboccare lo stradone. Ma cosa gli importava?
Nient’altro che una strada completamente dritta – un
punto all’infinito – bordata da cipressi, su cui filavano sparati
un mucchio di furgoni e tir, e che per tre chilometri,
più o meno, correva parallela alla linea ferroviaria.
«Ho visto un camion pieno di maiali», aveva raccontato
lui un giorno. «Vanno al macello, me l’ha detto mio
padre». Si era voltato, nell’abitacolo fumoso dell’auto del
padre, e aveva visto il camion farsi via via più piccolo, solo
due macchie rossastre dentro la nebbia sfilacciata di un
giorno qualunque dell’ultimo autunno. E gli era spiaciuto
per le bestie, le aveva immaginate in una specie di stanzone,
a gridare disperate, senza via d’uscita, però di questo
– il dispiacere – non aveva parlato. Avevano grugnito tutti
quanti, ci avevano scherzato. Uno di loro si era buttato a
terra, le braccia e le gambe a simulare zampe, scalciando
e dimenandosi. Per un paio di mesi, avevano chiamato lo
stradone la strada del macello.
Ma adesso era di nuovo estate, la scuola era finita – il
cielo senza nuvole, perfetto. Avevano tutto il tempo a loro
disposizione.
Il sole feroce sopra le loro teste tredicenni, a volte così
grande da dare l’impressione che avrebbe partorito di lì
a poco una nidiata di piccoli soli già crudeli, mentre pedalavano
per le vie deserte del paese – quasi nessuno in
giro – sudando come matti, e si fermavano a tirare il fiato
in qualche zona d’ombra con una Coca o un Estathé comprati
al minimarket, a smanettare con i cellulari dei due
più fortunati.
E poi c’erano loro, le compagne di classe.
Appollaiate su un muretto davanti al tabaccaio a ridere
e parlare fitto, nel tardo pomeriggio. Una in particolare, che
aveva l’abitudine di srotolare stringhe di liquerizia prima
di infilarsele in bocca. Portava piccoli orecchini a forma di
delfino, e un braccialetto con pendagli. Gli altri sapevano
– non ci voleva molto – quanto lei gli piacesse: per tutto
l’anno, in classe, se n’era stato lì a fissarla.
Al termine di quella prima settimana, grondanti di sudore,
le gambe doloranti, frenarono davanti alle compagne,
le ruote che stridevano sull’asfalto rovente. Uno di
loro entrò in tabaccheria, voleva delle gomme. Lei scese
dal muretto – i piccoli delfini, tintinnante. Sfilò di bocca la
stringa nera, poggiò le mani sul manubrio della bici di lui.
«Carina la maglietta», gli disse.
C’era stampata su una spiaggia con tanto di palma ricurva
al margine sinistro, un tizio che surfava in lontananza,
sulla cresta di un’onda.
Dai campi oltre il muretto, veniva l’inesausto frinire
di cicale.
Lui le rispose: «Grazie», le guance che avvampavano, e
per la prima volta lei lo guardò davvero, a lungo.
«Torni domani?», gli chiese.
«Credo di sì».
«Ok. Allora a domani. Adesso devo andare».
«Ok».
S’incamminò impettita, come se niente fosse, ma inaspettatamente
si voltò per salutarlo. Lui sventolò la mano,
poi si asciugò la fronte dal sudore, pensando che fosse bellissima.
La settimana dopo accompagnò la madre al centro commerciale
– la strada del macello. C’era una lunga fila davanti
alle casse, uomini e donne che avevano stipato sui carrelli
ventilatori e condizionatori e che aspettavano venisse il
loro turno. Non si parlava d’altro che del caldo.
Una signora incinta leccava avidamente il suo ghiacciolo.
Non era rimasto quasi nulla: un solo scatolone, su cui
campeggiava un ventilatore nero.
«Pare il deserto», disse sua madre, che ne avrebbe voluti
almeno un paio, per entrambe le camere da letto, ma
poi scrollò le spalle. «Compriamo questo, che ne dici? Mi
sembra quello giusto», e ridacchiò.
Lui stava pensando alla ragazza, il modo in cui l’aveva
salutato.
Spinsero il carrello cigolante oltre le porte a vetri, poi
fuori nel parcheggio. «Mio Dio», disse sua madre, «spegnete
questo forno». Nell’aria tremolante, gli sembrò molto
stanca, oppure sconfitta. «Non mi sto lamentando», aggiunse
poi. «È solo il caldo, lo so benissimo».
Sul mare di automobili, il grande e trionfale cielo azzurro.
Presero a uscire la mattina o prima di cena.
«Il pomeriggio», dicevano le madri, «quasi non si respira
».
Il dopo pranzo divenne una sosta forzata, un mare di
noia.
Non che ci fosse grande differenza, comunque: il caldo
avvinghiava sin dalle prime ore del giorno.
Giravano un po’ in bici, con meno vigore, e poi andavano
al muretto. Avevano tesori da spartire: stringhe di
liquerizia, qualche lattina sgocciolante e Bounty mezzi
sciolti. Scherzavano, ridevano.
«Lo sai cosa mi sembra?», gli chiese la ragazza.
«Cosa?».
Nel tintinnio dei suoi pendagli, lei alzò un dito al cielo.
Si erano appartati, nel punto in cui il muretto sbatteva
contro il muro di una casa. Lui indossava nuovamente la
maglietta col tizio sulla tavola da surf e la palma ricurva.
I delfini di lei guizzavano, immobili, ai piccoli lobi delle
orecchie.
«I giorni durano di più».
«In che senso?».
«Nel senso che durano di più. Te l’ho appena detto, sei
sordo?».
«Ok».
«Non te ne sei accorto?».
Lui le rispose: no, forse, magari, non lo so. Crollava
quasi sempre subito dopo cena, col ventilatore al massimo
– l’unico che avessero trovato era spettato a lui – ma
non voleva dirglielo.
«A me sembra strano».
«Magari ti sembra, ma non è così».
«Ti dico che è vero».
Mise su il broncio, sfregandosi un braccio, ma poi scrollò
le spalle, sorrise e poi gli diede un bacio del tutto inaspettato,
del tutto sorprendente, che durò appena un attimo,
e infine gli annunciò che un giorno – chissà quando
– avrebbe vissuto su una spiaggia e avrebbe imparato a
surfare.
«Non ci voglio restare qui, non mi piace. Se vuoi, puoi
venirci anche tu, con me».
Ma lui sentiva appena la sua voce: aveva l’impressione
che il cuore gli si fosse spostato di un paio di centimetri,
che fosse scivolato un po’ più in là, salendo verso il cielo.
(…)

(Riproduzione riservata)

© Linkiesta

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Elena Varvello ha pubblicato la raccolta di racconti L’economia delle cose (Fandango, 2007) e i romanzi La luce perfetta del giorno (Fandango, 2011), La fine del mondo (Loescher, 2013), La vita felice (Einaudi, 2016) e Solo un ragazzo (Einaudi, 2020). I suoi libri sono tradotti in molti Paesi. È docente alla Scuola Holden.

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