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VITE MIE di Yari Selvetella (Mondadori) – recensione

ottobre 27, 2022

Vite mie - Yari Selvetella - copertina“Vite mie” di Yari Selvetella (Mondadori) – recensione

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di Daniela Sessa

La prima sequenza dell’ultima scena di “Vite mie” di Yari Selvetella ha per titolo “La bolla”. Che è più di una metafora. La bolla è lo spazio asfittico e asfissiante in cui si muove Claudio Prizio, il protagonista del romanzo, una sorta di antropomorfizzazione della resilienza. Ha una famiglia allargata dal dolore prima che dal destino, cerca di tenerla unita mentre tutto dentro di lui si sfascia. Sebbene sia terribilmente ozioso citare l’incipit di “Anna Karenina”, per questa storia è quasi d’obbligo o, comunque, arriva ossessivo per quel distinguo tra l’infelicità umana e quella personale. In “Vite mie” sembra che il doppio piano tolstojano possa coincidere quando l’odissea delle vite incontrate da Claudio svela la sua natura spettrale, onirica, speculare. Ecco quel possessivo “mie” che ingloba nella vita di uno (un padre, un marito, un vedovo, un giornalista o scrittore, un uomo) tutte le altre, ugualmente slabbrate, spesso paurose come accade negli incubi. In punta di grammatica, il romanzo di Selvetella – che abbandona la levità di “Le regole degli amanti” perché la materia ironica qui non riesce a maneggiarla (o non vuole?) – si incista dentro il plurale delle vite e può concepirsi solo dentro esse. Dentro la bolla, appunto. Una bolla condominiale perché ogni vita è un episodio con un ballatoio narrativo in cui una incrocia l’altra, anche solo per un saluto. Il condominio non è uno sfizio retorico: Claudio, a un certo punto, comincia a girare case da acquistare ed è in quelle case o nel tragitto per andare a visitarle che le vite gli appaiono insieme a chi ne è parte.
Su tutte la vita della vecchia. Vecchia, proprio così, con questo nome comune al limite del dispregiativo. La vita dentro una casa da vendere come nuda proprietà, la vita più simile a quella di Claudio “Rimango davanti alla stanza della vecchia. Non riesco a vederla in faccia, tanto è nascosta da indumenti, lenzuola e coperte, nella stanza semibuia. So che c’è perché s’intuisce una forma, un fiato nell’aria, una presenza, un’emissione costante e tendenzialmente perenne, come l’acqua che viene fuori da una sorgente, goccia a goccia, sempre. Mi pare questa la sua sfida e mi sembra che sia già cominciata, tra noi”. La sfida di morire dopo l’altro, di cercare di vivere più dell’altro.
Cosa che a Claudio non è riuscito: vivere più di G., con G. “Vite mie” è un romanzo d’amore, di quell’amore eterno quasi petrarchesco. Lei è un’essenza assente, il semantema femminile che esiste al di là della vita e della morte. G puntato è la donna di Claudio: tutto di lei è detto eppure non ha nome, non materializza la sua identità perché esiste nelle parole e nel cuore di lui. Sdolcinato romanzo d’amore? No, nessuna indulgenza al sentimentalismo, tanto più sarebbe inverosimile quanto la scrittura di questa ultima prova di Selvetella è asciutta, essenziale, limpida, a dispetto di una struttura centrifuga della trama e del discorso monologante del protagonista narratore. Al centro del romanzo vi è la resilienza di Claudio (il personaggio ricorda forse un po’ troppo Marco Carrera di Veronesi) che si manifesta in una serie di domande che a loro volta ruotano intorno alla prima bruciante e lapidaria presa di coscienza “Non so più amare, chiedo perdono a tutti. Prima provo a pensarlo, poi a dirlo sottovoce, poi per convincermene aggiungo il pronome: io non so, io non so più amare. Mi accorgo che è vero perché avverto un senso di sollievo, perché ho dato un nome a questo saporaccio e non riesco a incolpare, come faccio di solito, l’unica sigaretta che mi concedo, alla sera, affacciato alla finestra. Anzi mi godo l’ultimo tiro, che pure è il più amaro, in un vero silenzio”. L’ultima sigaretta è un’altra suggestione letteraria di sveviana memoria. A conferma dell’alto tasso di letterarietà di “Vite mie” (le sinapsi letterarie sono tante ed è bello che il lettore possa scoprirle) e a conferma del milieau borghese che Selvetella rappresenta con una certa spietatezza. Borghese è il gruppo familiare di Claudio e Agata (la seconda compagna di Claudio, personaggio bello e che avrebbe meritato un maggiore sviluppo) e dei loro quattro figli per quanto borghese sia adesso ogni famiglia allargata che incroci DNA diversi e affetti compatibili. Borghese è l’aspirazione dei due ex proletari a trasferirsi in un quartiere migliore “Quando i poveracci diventano ricchi, cioè se sono calciatori o personaggi dello spettacolo, in genere si rifugiano in sobborghi premarini come l’Axa, o in complessi di campagna tipo l’Olgiata. Rimangono fuori. I radical chic appena sposati vivono tra Monti e Campo de’ Fiori, al secondo figlio si trasferiscono tra i Parioli e il quartiere Trieste-Salario…” La toponomastica di Roma fa da sfondo alla storia di Claudio e Roma è una Roma barocca nonostante tutto ruoti soprattutto intorno al Colosseo. Perché Roma se la vuoi rappresentare è quel misto di bruttezza e bellezza che rende incurabile lei e chi la vive.
Claudio domina nel romanzo ma è chiaramente se non l’alter ego dello scrittore, il pretesto per parlare di scrittura. Una delle deviazioni del romanzo sono le riflessioni sulla scrittura che possono condensarsi nel titolo di un altro capitolo del romanzo “Scrivere del mondo senza essere del mondo
Claudio si chiese se scrivere sia una mortificazione, un hobby, una missione o un appuntamento che non sta dentro il calendario della sua vita. Ed è così che forse finirà per lui. Per Selvetella, invece, vale quello che lo stesso Claudio dice per sé ovvero scrivere è “l’ennesimo capo che indosso nella mia collezione di fantasmi e di visioni.
Vite mie” è questo: un romanzo di visioni, intrappolate nell’anima e vaganti per le case e per le vie di Roma.

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La scheda del libro: “Vite mie” di Yari Selvetella (Mondadori)

Vite mieAmare non è sufficiente, bisogna sapere come si fa. Talvolta una vita non basta a impararlo per bene, oppure l’abilità coltivata negli anni si dissolve misteriosamente e non rimane altro che un senso di inadeguatezza e di nostalgia. Serve più di una vita, a Claudio Prizio, per poter sentire che sta davvero ricominciando da capo. Gli serve, anzitutto, cercare sé stesso negli altri. Claudio chiede riparo, come ha sempre fatto, alla famiglia, ma anche gli equilibri domestici si stanno ormai modificando. La sua è una famiglia particolare e al tempo stesso normalissima, che custodisce grandi dolori, legami insoliti e momenti di autentica felicità. Tutti devono trovare la forza di lasciar andare il passato: la sua compagna Agata, i suoi quattro figli – due dei quali ormai adulti – e soprattutto lui.
Claudio cerca sé stesso in casa, ma anche nella sua città: Roma è così prodiga di incontri che finisce per stordirlo in un vortice di coincidenze. Da qualche tempo, infatti, Claudio non fa che ravvisare somiglianze tra sé e le persone in cui si imbatte: un guidatore distratto che quasi lo investe al semaforo, un rocker attempato, un agente immobiliare, una donna che si è rifugiata in campagna. I suoi simili sono specchi, ma anziché aiutarlo a comprendere la propria identità, sembrano avvilupparlo in un gioco di riflessi senza scampo.
Come si fa a passare oltre preservando la memoria, ma senza diventarne schiavi? Roma, che tutto custodisce e a niente pare far caso, è una maestra in quest’arte, e suggerirà a Claudio lo stratagemma – l’ultima illusione, forse – per liberare sé stesso e coloro che ama.
Vite mie è una impetuosa esplorazione esistenziale spinta avanti da domande brucianti: cosa vuol dire amare a un certo punto della vita, e quando la vita ha già colpito duro? Come si fa a non dare per scontati i nostri legami e renderli invece speciali, unici e duraturi?
Un romanzo pervaso di riflessioni sull’amore, sulla famiglia, sul nostro rapporto con il tempo che passa. Un libro emozionante e commovente che con una scrittura ipnotica, nitida, plastica, prova a raccontarci qualcosa di essenziale che sempre ci sfugge.

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https://www.ibs.it/biopics/2886730177756_0_0_250_0.jpgYari Selvetella è nato a Roma nel 1976. Tra i suoi ultimi romanzi Le regole degli amanti (Bompiani 2020), premio Cambosu, Le stanze dell’addio (Bompiani 2018), candidato al premio Strega, La banda Tevere (Mondadori 2015). Ha pubblicato il libro di poesie La maschera dei gladiatori (CartaCanta 2014). Si è a lungo occupato di storia della criminalità con saggi e reportage di successo. Giornalista e autore televisivo, lavora per la Rai.

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