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RAPSODIA D’AUTUNNO di Alessandra Caneva (Ianieri Edizioni) – recensione

novembre 3, 2022

https://i1.wp.com/www.ianieriedizioni.com/wp-content/uploads/2022/07/COPERTINA-Rapsodia-dautunno-SITO.jpg?fit=583%2C959&ssl=1“Rapsodia d’autunno” di Alessandra Caneva (Ianieri Edizioni) – recensione

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di Emma Di Rao

Il romanzo di Alessandra Caneva, “Rapsodia d’autunno” (Ianieri Edizioni), ha un titolo che risuona del magico indefinito di quella stagione che nel proiettarsi verso l’inverno conserva ancora le sfumature dell’estate in una suggestiva mescolanza di suoni, profumi e colori. Una mescolanza simile alla dimensione composita dell’animo umano dove il passato si sovrappone al presente in un connubio inestricabile di volti, luoghi, odori, impressioni. Brandelli di vita e frammenti che permeano di sé la dimensione in cui si vive arricchendola di un significato ulteriore.
Lo si evince già dall’incipit in cui viene descritto “un vecchio armadio dietro la cucina, incassato in un antro oscuro di pochi metri quadrati”, scelto dalla nonna della protagonista, il cui nome è Luigia, non solo come rifugio in caso di terremoto ma anche come scrigno per conservare “foto, scritti, corrispondenza e lettere d’amore…”, destinati ai posteri. Ed insieme ad essi, i diari, preziose testimonianze di esistenze di cui l’io narrante, che è anche l’io personaggio del dispositivo narrativo, tenta di cogliere il significato, seppure si tratti di esili trame da ricostruire con l’ausilio di vecchie foto. Diari le cui interruzioni preannunciano tristemente le interruzioni subite da quelle vite che, pur consumandosi “dietro a passioni, dolori, battaglie, speranze”, non sono mai state prive di una “ragione di senso”.
Ed è per questo motivo che Luigia decide di redigere anche lei un diario cui affida la sofferenza derivante dal trauma di un grave incidente stradale che ha causato la morte della madre e l’interruzione della propria carriera di pianista, nonché la fine di una relazione sentimentale. A ciò si aggiunge un’angoscia esistenziale ascrivibile all’incapacità di risolvere la discrepanza fra “un atteggiamento gelido e una potente passione spirituale che dall’esterno non si percepisce”.
L’adozione, da parte dell’autrice, di una forma diaristica conferisce al dispositivo del romanzo un’intonazione fortemente soggettiva e nostalgica quale si riscontra ogni volta che il tessuto della narrazione si avvale di un iter retrospettivo volto a recuperare stralci del passato che vengono sottoposti a un processo di risemantizzazione identitaria.
La memoria si configura pertanto per la protagonista come strumento irrinunciabile al fine di risanare le ferite inferte dal caso o dal destino, ma anche al fine di dare continuità alla propria famiglia di appartenenza, impedendo a quest’ultima di precipitare in quell’oblio che cancella eventi e persone identificabili con le nostre radici.
Scrittura, dunque, come attività salvifica in grado di attenuare, se non di guarire, le profonde lacerazioni dell’anima. Un’anima che trova rifugio e consolazione anche nella musica: per la protagonista, infatti, quest’arte è “luminosa cappella del cuore” ed elitaria possibilità di dissolvere il dolore nella melodia. Percepito più come “una danza che un’esecuzione tecnica”, suonare rappresenta per lei l’unico elemento che renda sopportabile la vita non solo perché consente di evadere in una dimensione ‘altra’, ma anche perché permette la ricerca di un appagamento tale da renderla “invulnerabile”. Non stupisce pertanto che tornare a suonare si configuri quasi come “un riscatto”.
La realizzazione del suo più grande desiderio, quello di fare la concertista, si declina in direzione di una ricerca di senso e, nello stesso tempo, l’esigenza di cantare il dolore appare ben altro che un’aspirazione meramente individualistica, riempiendosi del desiderio di decifrare il mistero che caratterizza ogni singola esistenza. Anche il sentimento amoroso che torna ad albergare nel cuore della protagonista è misteriosamente complesso e richiede uno sforzo continuo di chiarificazione con sé stessa cui la musica contribuisce in modo decisivo.
Il dipanarsi della narrazione svela l’interiorità dolente dell’io personaggio, vittima di un disagio che la induce ad innalzare muri di difesa e prigioniera di una “coltre grigia di angoscia” insorta in seguito al disinteresse dei genitori nei suoi confronti.
Tutt’altro che “nomade, senza legami, senza affetti”, come veniva definita dalla nonna, e tutt’altro che anaffettiva, Luigia ha solo bisogno di portare a maturazione la sua personalità. A ciò concorrono diversi eventi di indubbia rilevanza: il trasferimento, dopo l’incidente, a Poggio dei Mirti e il distacco da Roma; il complesso rapporto con la sorella Esther, figura inquieta nei cui occhi si coglie “un abisso nero”; il prendersi cura della piccola Bianca il cui abbandono da parte della madre “riapre con ferocia vecchie ferite”, anche se finisce con il creare un legame che paradossalmente rende libera la protagonista. La presenza della nipote e l’affetto nei confronti di quest’ultima contribuiscono, peraltro, a smussare in Luigia alcune durezze del carattere predisponendola alla mitezza e ad una maggiore, solidale generosità.
È soprattutto l’esperienza del dolore ad avviare una vera rinascita della protagonista, che in seguito al tragico evento del terremoto verificatosi in Abruzzo il 6 aprile 2009 inizia a mutare gradualmente la propria prospettiva.  Al riguardo, struggenti appaiono i passi in cui la scrittrice lascia emergere gli stati d’animo dell’io personaggio, improntati allo smarrimento e al timore: “Piantati al di sopra di un abisso. Lo ripeto, questa è l’impressione che abbiamo vivendo qui. Le acque dei torrenti sono diventate torbide, anche la luce del giorno ha qualcosa di opaco, esita, teme di illuminare questo angolo di mondo che sembra maledetto”. Nella certezza che “il terremoto uccide qualcosa in noi per sempre” e che esso coincide essenzialmente con uno sprofondare nell’assenza di suoni, Luigia, pur avvertendo l’esistenza come “una via crucis senza resurrezione”, trova la forza di aggrapparsi a quell’universo affettivo che gradualmente va costruendo.
Di straordinaria potenza suggestiva è la scena in cui viene descritta la notte trascorsa dalla protagonista sotto le macerie del convento francescano in cui si era recata per raccogliere e conservare pezzi di intonaco caduto nel crollo del tetto della cappella. Quelle tremende ore di sofferenza fisica si trasformano, infatti, in occasione per ripensare agli eventi più significativi già trascorsi, mentre la mente naufragava “in una visione infinitamente triste della vita” e la morte appariva “come una liberazione”.
In un contesto così drammatico, sentire il coro delle streghe del Macbeth nell’omonima opera di Giuseppe Verdi e vedere “sgusciare la luna dai colli, con le sue forme tondeggianti, languide” produce nel personaggio sensazioni confuse e visioni irreali. Non può negarsi che qui l’autrice dà prova di una sapiente capacità d’introspezione psicologica, nonché di orchestrazione lirica del linguaggio.
Anche in altri passi del romanzo si coglie un registro atto ad evidenziare le suggestioni di una natura che è soprattutto ‘luogo dell’anima’, vibrante delle emozioni che essa suscita nel soggetto. Bastino qui alcuni esempi, quali “la luna sembrava un occhio deturpato in quanto coperto dal profilo sinistro dei ruderi” o “il bosco che si inerpica fino ai poggi emanando i suoi profumi alcuni giorni mi appare nero e minaccioso… le colline appaiono ancora chiuse su sé stesse. Il cielo è incolore, il vento…è quasi lugubre”.
Dinanzi a una prosa che somiglia sempre più a un discorso poetico, si ha quasi l’impressione che la bellezza ricercata dalla protagonista nell’ambito della musica e dei versi conosciuti a memoria sia un riflesso di una superiore, trascendente bellezza. Una bellezza che racchiude in sé tutte le altre forme e che non si declina solo in chiave estetica ma etica, dato che racchiude valori irrinunciabili come l’amore e il perdono da opporre alla sofferenza e alla morte, come si evince anche da “La bellezza non è tale senza la verità”.
Ed è comunque la stessa natura a invitare ad andare avanti e a non rimanere intrappolati nel dolore: la protagonista si avvia a sbloccare la propria esistenza e a ricominciare a vivere, allo stesso modo in cui la pianta di mirto, che cresce nei poggi della zona circostante, riesce a sopravvivere a un incendio.
Alle devastazioni è dunque possibile sottrarsi sia che esse riguardino il mondo della natura sia che riguardino l’interiorità. Curare quest’ultima, secondo la protagonista, risulta quasi un dovere per un musicista che attinge alle proprie risorse nell’esprimersi compiutamente, ma la medesima finalità è raggiunta attraverso lo scrivere che permette di conservare il passato e di rinvenire una sorta di catarsi.
In un mondo, qual è il nostro, sempre più liquido, vorticoso e mutevole, dove anche il tempo appare puntiforme e frammentato, risulta di grande interesse il tema sotteso a questo romanzo, ovvero la necessità imprescindibile di non cessare di interrogarci sull’essenza della nostra esistenza, sul senso da attribuire ad essa e sul ruolo rivestito dal dolore.
Non può negarsi che l’adozione della struttura diaristica conferisca al registro espressivo un’indiscutibile autenticità, la quale non si risolve in sfogo immediato ed esuberante, ma in toni sobri e misurati. Inoltre, la cifra stilistica di “Rapsodia d’autunno” coniuga in modo efficace il realismo della rappresentazione con un acceso lirismo che conferisce al tessuto narrativo una raffinata preziosità. In consonanza con quanto suggerisce il titolo, è la musica ad accompagnare i momenti salienti della vita della protagonista e se ciò è possibile, lo si deve al fatto che la musica “scalpita” e aspira a diffondersi nell’aria, tra i boschi e per le valli, proprio come accade all’anima dell’io personaggio che mira a non rimanere chiusa in sé, serrata nel dolore, ma tende a librarsi in volo al pari di una nota musicale. Una nota musicale che va in cerca delle altre note per sortire una meravigliosa e impalpabile armonia, componente imprescindibile di quella Bellezza che, insieme all’autrice, auspichiamo possa salvare il mondo o, almeno, offrire un valido rimedio ai mali che lo affliggono.

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La scheda del libro: “Rapsodia d’autunno” di Alessandra Caneva (Ianieri Edizioni)

https://i1.wp.com/www.ianieriedizioni.com/wp-content/uploads/2022/07/COPERTINA-Rapsodia-dautunno-SITO.jpg?fit=583%2C959&ssl=1Luigia è una giovane pianista di successo, costretta a sospendere temporaneamente i concerti dopo un serio incidente stradale. Interrotta la relazione con il suo partner musicale, al quale era legata anche sentimentalmente, decide di lasciare Roma e di fare ritorno a Poggio dei Mirti, dove affondano le sue radici.
Sola, senza l’appoggio della famiglia, sente esplodere in lei una passione artistica nuova che la riporta in vita e inizia a comporre musica, dialogando con una natura che osserva con occhi ogni giorno più sensibili.
Le sue composizioni ricevono un plauso inaspettato, ma gli ostacoli al suo desiderio di esibirsi in pubblico continuano. Nonostante la durezza delle prove, tra le quali il terremoto dell’Aquila del 2009, la sua forza espressiva cresce seguendo percorsi inattesi.
Un romanzo di rara bellezza e spessore nelle cui pagine vibrano le tinte e i toni con i quali vengono solfeggiati e dipinti i paesaggi, in perfetta sintonia con i sentimenti che abitano l’anima di Luigia e di tutti coloro che prendono parte a quel disegno complesso, ma armonico che è la sua vita.

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Alessandra Caneva, nata a Roma nel 1959, è sceneggiatrice, soggettista, narratrice. Ha lavorato come consulente editoriale per la Lux Vide, come consulente artistico-letterario per la struttura di Rai Fiction e come consulente letterario per Rai Educational-Rai Cultura. Ha ideato e scritto numerosi soggetti per fiction televisive, in particolare: Lourdes, Padre Pio (diretto da Giulio Base e interpretato da Michele Placido, vincitore dell’Oscar Televisivo 2001), Antonio da Padova, S. Rita da Cascia, S. Caterina da Siena, S. Barbara, La Cattedrale di Cristallo. È coautrice del soggetto di serie di Don Matteo. Tra le sue numerose pubblicazioni figurano: La congiura (1991), La notte della Stella (1995), Il fiore nero (1999), Settanta volte sette (2005), L’immaginario contemporaneo (2018).

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