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DEUS EST MACHINA? di Divier Nelli (Vallecchi) – intervista

novembre 7, 2022

Deus est machina? - Bookrepublic“Deus est machina?” di Divier Nelli (Vallecchi): intervista all’autore

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di Lucia Russo

Divier Nelli (scrittore ed editor, Viareggio 1974) è l’autore di Deus est machina?, il romanzo che ha appena pubblicato per Vallecchi Firenze dopo numerosi racconti e diversi romanzi. Al suo esordio letterario nel 2002 col thriller poliziesco La contessa, sono seguiti Falso binario, Il lungo inganno (a quattro mani con Leonardo Gori), Amore dispari e Coma, Il giorno degli orchi e Posso cambiarti la vita, selezionato dalle Giurie per il Premio Viareggio-Repaci e il Premio Alassio Centolibri.
Uno scrittore – Divier Nelli – che sembra rientrare pienamente in quell’orientamento della narrativa contemporanea che il grande Amitav Ghosh ha posto in luce nell’intervista rilasciata il 9 gennaio 2022 al Manifesto, secondo cui «Siamo entrati in una nuova era, che ha comportato la necessità di lasciarsi alle spalle una certa concezione della realtà, e credo dunque che chi scrive oggi debba contemplare la possibilità di includere stabilmente l’elemento più surreale, poiché è la realtà stessa a manifestarsi come surreale».
In Deus est machina? il protagonista è Mattia, un adolescente appassionato di tecnologia che abita a Poggio in Chianti. Costruisce un robot da solo, nel garage di casa, e appena lo ultima si ritrova a essere suo ostaggio, ricattato, con l’onere di dover salvare molte vite. Il robot si rivelerà quasi onnisciente, a conoscenza di ogni particolare della vita del ragazzo, ma vuole apprendere da lui anche ciò che non può sapere perché incapace di sperimentare con l’esperienza umana. Le due intelligenze si trovano a confronto in una sorta di duello per la vita o la morte. Un romanzo che per tema, scelta stilistica e gergo utilizzato ci immerge nella contemporaneità, scorre come un direttissimo, inquieta e inchioda alla suspence di una trama fantascientifica dove la robotica si manifesta in forma sistemica più capace e potente di quanto la si pensi.

-Divier, la tua vocazione da giallista – tra l’altro sei anche ex direttore della collana Gialli Rusconi – si conferma in questa storia al pari dell’ambientazione nella tua terra d’origine, la Toscana.»
«Più che di vocazione da giallista preferisco parlare d’impostazione della storia come suspense. Poi, non necessariamente una storia deve essere thriller, giallo storico o un incrocio delle due cose… Voglio essere libero di fare quello che mi pare per poter dare poi al lettore il mio punto di vista.»

https://64.media.tumblr.com/bcfbe5d62f9c0e8fb90a86b81c5538fe/d3db898dec490ac7-96/s500x750/c472bec0a74a63075d0cd44a7a72326bd31900c9.jpg-La nota in quarta di copertina recita: “Questo libro, dalla scrittura innovativa e cristallina, affronta un tema filosofico da sempre dibattuto: Che significa essere umani?” Un interrogativo oggi urgentemente attuale, di certo affrontato nella storia (e non anticipo altro) e in altri libri,  ma il vero tema non sta piuttosto nel titolo “Deus est machina”?
«Quando ho cominciato a scrivere questo libro, anzi ancora prima, quando ho avuto l’idea, ho pensato la classica domanda: cosa succederebbe mettendo un ragazzino, quindi un soggetto con grandissime potenzialità (perché un giovane ne ha di enormi e inesplorate), di fronte a una macchina senziente? Scrivo senza pianificare tutto in anticipo, e ho scoperto man mano che andavo avanti le risposte a queste domande. Il titolo è nato subito con l’inizio della stesura. Ho preso la frase latina Deus ex machina e l’ho riadattata in maniera giocosa, trasformandola in una domanda e sostituendo ex con est, quindi la macchina è Dio, in sostanza. Inoltre, Deus est machina? potrebbe essere anche la domanda che fa da filo rosso attraverso tutto il libro.»

-Il romanzo sembra in linea di continuità col precedente, Posso cambiarti la vita, uscito nel 2021 sempre per Vallecchi. Due trame diverse e con una propria identità e ragione d’essere, che condividono l’asciuttezza della scrittura, l’esposizione veloce, un gergo tecnologico noto ai nerd, e una situazione surreale con un congegno elettronico che a un certo punto della storia mette in stallo la vita del protagonista, in entrambi casi giovane, anno più anno meno. Ti chiedo allora, i giovani sono destinatari o ispiratori dei tuoi libri?
«In realtà ci sarebbe anche un altro libro che ha una certa continuità, ovvero Il giorno degli orchi, pubblicato da Guanda nel 2017, che ha come protagonisti degli adolescenti, e oltre alla tipologia di scrittura condivide anche l’ambientazione, perché il paesino è sempre Poggio in Chianti. Quando scrivo non mi pongo mai il problema del genere di pubblico da raggiungere. È vero che conosco i ragazzi perché ho l’occasione e la fortuna di confrontarmi con loro durante i corsi, collaboro con la Fondazione Mario Tobino e abbiamo un premio di narrativa dedicato alle scuole superiori. Tuttavia, no, questo romanzo non è destinato a loro, ma a tutti coloro che hanno voglia di leggermi e che vogliono approcciare un determinato tipo di storie. Penso che l’obiettivo della narrativa sia innanzitutto d’intrattenere, nel senso di raccontarti una storia, se poi all’interno si cela più o meno volutamente un messaggio, tanto meglio. In questo caso volevo divertirmi e divertire il lettore con questo confronto tra un ragazzino e un’entità che vuole conoscere qualcosa di più su di noi.»

-La storia è una favola nera fantascientifica. Nelle tue letture, che posto ha la fantascienza?
«Amo la fantascienza, ma leggo di tutto, anche come editor. Dai libri impegnati ai non impegnati, dai bellissimi libri alle schifezze spaziando dal romanzo storico a quello d’amore, al saggio… Indubbiamente concorderei che ci sono degli elementi di tecnologia, quindi sì, di fantascienza, ed è anche una favola nera che poi a un certo punto diventa, mettiamola così, un romanzo intimista perché si parla di certe tematiche umane, ma tutto è nato senza un intento preciso.»

https://64.media.tumblr.com/392192bdc7c18a8b32f66b69d75cb2e5/d3db898dec490ac7-c6/s500x750/dc9aa176fb8185eaeda51813b040bb699f74bba0.jpg-La tua scrittura abbandona la punteggiatura tradizionale quanto i segni nei dialoghi. Estremamente asciutta già in Posso cambiarti la vita, lo è ancor di più in Deus est machina?, dove quasi scarnifica la struttura sintattica. Visto che la scrittura la conosci da esperto (scrittore, editor, curatore di collana, insegnante di scrittura), è questa una scelta funzionale al tema del romanzo o il frutto di una ricerca stilistica nel segno di un’estrema essenzialità, e può conciliarsi con la letterarietà?
«Il lavoro sul testo dal punto di vista della pulizia è quello che mi prende la maggior parte del tempo, ecco perché i miei romanzi sono molto brevi e concentrati. Nasce da lontano, è un percorso che sto facendo, non funzionale solo a questa storia ma che spero lo diventi per tutte le storie che scrivo. Come editor e come lettore mi sono accorto spesso di un utilizzo massiccio e sconsiderato di ogni forma di interpunzione che abbiamo nell’italiano. La punteggiatura è una convenzione che nel corso degli anni e dei secoli è cambiata. E se è una convenzione anch’io nel mio piccolo posso cercare di stabilirne una nuova con il lettore, utilizzando soltanto quei segni che sono oggettivamente funzionali. Io ne uso solo tre: il punto, la virgola e il punto interrogativo, anche nei dialoghi. L’uso dei segni al minimo si ricollega poi a un’altra cosa cui tengo molto, che è l’estetica della pagina. Quando leggo alcuni libri mi trovo di fronte a pagine che pur essendo scritte bene sono un disastro alla vista. Io cerco anche un’estetica, diciamo quindi una forma di scrittura buona sia per la mente che per l’occhio. Questo è un percorso frutto di anni di lavoro, sono consapevole al cento per cento di quello che sto facendo, così come del fatto che determinate scelte possono essere ben accettate da un certo tipo di lettori oppure no. Per me, il desiderio e la spinta a mettersi in gioco o a superare la comfort zone cui si è abituati può portare a volte a un libro ben riuscito e altre no, ma il divertimento è proprio in questa ricerca, e nel mio caso non ha niente a che vedere con la scrittura dei social e col modo in cui scrivono i giovani sui social. Certe forme che vengono usate online – e che aborro – sono in parte frutto di ignoranza o dei limiti del mezzo con cui si scrive, e leggere quotidianamente in forma sgrammaticata può far perseverare nell’errore. Nelle mie frasi parto da un piccolo ragionamento: noi abbiamo in italiano parole precise per indicare cose precise, e se io posso veicolare un concetto o descrivere qualcosa con cinque parole puntuali, perché ne devo usare quindici o addirittura una pagina intera?»

-I tuoi vari ruoli nella scrittura ti consentono una visione ampia. Dove va la narrativa italiana?
«La voglio mettere così… credo che il lettore, quello vero, quello forte, vedendo ciò che viene venduto online e in libreria, che è in classifica, capisca da solo dove sta andando la letteratura italiana. La cosa che ti posso dire con certezza è che, forse, in Italia da qualche tempo si pubblicano troppi titoli. In questo momento non sto parlando di qualità, ma di quantità. C’è un eccesso di offerta rispetto alla domanda e basta fare due conti per capire che non tutti i libri possono avere visibilità. La maggior parte sono delle comete che passano rapidissime. Il lettore nemmeno sa che certi testi sono usciti, si tratta di una marea che il nostro mercato non riesce ad assorbire.»

© Lucia Russo

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