Home > Incontri con gli autori > CASSANDRA di Cinzia Giorgio (Newton Compton): incontro con l’autrice

CASSANDRA di Cinzia Giorgio (Newton Compton): incontro con l’autrice

novembre 11, 2022

Cassandra - Cinzia Giorgio - copertina“Cassandra. La storia mai raccontata del mito maledetto” di Cinzia Giorgio (Newton Compton Editori): incontro con l’autrice e un brano estratto dal romanzo

* * *

Cinzia Giorgio è dottoressa di ricerca in Culture e Letterature Comparate. Si è specializzata in Women’s Studies e in Storia Moderna, compiendo studi anche all’estero. Organizza salotti letterari, è direttrice editoriale del periodico «Pink Magazine Italia» e insegna Storia delle donne all’Uni.Spe.D. di Roma. È autrice di saggi scientifici e romanzi. Con la Newton Compton ha pubblicato Storia erotica d’Italia, Storia pettegola d’Italia, È facile vivere bene a Roma se sai cosa fare, Amori reali e i romanzi: La collezionista di libri proibiti, La piccola libreria di Venezia, La piccola bottega di Parigi, I migliori anni, Cinque sorelle.

Il suo nuovo romanzo, pubblicato da Newton Compton come i precedenti, si intitola Cassandra.

Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene…

* * *

Cassandra

Fiera sacerdotessa troiana

di Cinzia Giorgio

Ho deciso di rivisitare la figura mitologica della profetessa troiana Cassandra, perché a mio avviso non ha ancora finito di dire ciò che da tremila anni tenta di dirci. Nelle tragedie greche, la fiera sacerdotessa di Apollo, nonostante le avversità, non perde mai il coraggio e la dignità. Più leggevo di lei e più si delineava, sotto i miei occhi, una donna simbolo di libertà di parola e di virtù interiore, una donna che sapeva più degli uomini e per questo veniva fatta tacere e cadere nell’oblio del tempo.
https://64.media.tumblr.com/5b62d34b95af1fa7efd63252595ea3c9/b0069ee935a7b54b-f4/s500x750/e185d85b9ecb4cbcfd7b334acb0f545972ad07a6.jpgLa Cassandra a cui do voce narra in prima persona le vicende che l’hanno vista protagonista. La struttura narrativa è quella della rievocazione. La sacerdotessa di Apollo, che ha il dono della profezia fin da quando era in fasce, è anziana, ripensa alla sua vita passata, e racconta della sua giovinezza, dell’amore per Enea, Elena e Agamennone e delle fasi concitate della guerra che ha distrutto non solo il suo mondo, ma un’intera civiltà. Pensieri ed emozioni emergono dalla memoria di una donna ormai stanca, ma sempre lucida e consapevole.
Cassandra è un esempio e un simbolo della condanna al silenzio. La sua forza è nel cammino di crescita interiore: da ragazzina ignara, che si ritrova a parlare con gli dèi, a donna matura, nella quale la conoscenza è confluita nella saggezza, che la fa avere uno sguardo lucido sui comportamenti umani. A renderla unica è la determinazione che non perde mai.
Figlia prediletta del re Priamo, orgogliosa sacerdotessa, parte stessa dell’autorità e del potere politico, Cassandra scopre a mano a mano le vicende reali e le manipolazioni che portano alla guerra di Troia. Se nella vita di tutti i giorni prevale il conflitto con l’amore, di tanto in tanto una voce le squassa il corpo con la profezia, che annuncia gli eventi futuri.

https://www.newtoncompton.com/persona/cinzia-giorgio/foto_cinzia-giorgio_500x.png

Cinzia Giorgio – Foto dell’autrice © Margot SainClair

Non si tratta nel mio caso di una Cassandra che profetizza sventure, quanto di una donna dotata di un gravido intelletto, che anticipa gli avvenimenti perché vede lì dove gli altri sono ottenebrati da interessi e sentimenti.
Ma Cassandra è anche una figlia del nostro tempo. Si innamora di Enea, suo cognato, ma anche di Elena, con la quale ha una relazione d’amore. La regina di Sparta che tutti desiderano, a dispetto di ogni previsione, ama un’altra donna. Sono entrambe lucide, passionali e leali. E infine l’amore per Agamennone la rende madre. Mi sono accorta, nelle mie ricerche, che i comportamenti del re miceneo durante il conflitto contro i troiani erano piuttosto ambigui e ho dato una mia personale interpretazione, anche grazie all’analisi delle tragedie greche che affrontano la guerra di Troia, e che, con Omero e Virgilio, naturalmente, sono state le mie fonti principali.
Anche il linguaggio che ho utilizzato rispecchia il sostrato culturale dell’epoca. Non ho mai usato alcuni termini, per esempio “anima”, e alcune perifrasi tipicamente moderne per indicare i sentimenti. I greci nel loro periodo arcaico, che è quello in cui si compie il destino di Troia, avevano convinzioni a volte molto lontane dalle nostre. Così, per far capire al lettore che cosa potesse davvero aver pensato Cassandra quando rifletteva su certe dinamiche familiari o sull’amore, sul sesso, sul cibo e persino sul ciclo mestruale, ho cercato di mantenermi il più possibile filologicamente vicina alla realtà storica dell’epoca.

© Cinzia Giorgio

* * *

Un brano estratto da “Cassandra. La storia mai raccontata del mito maledetto” di Cinzia Giorgio (Newton Compton Editori)

https://www.newtoncompton.com/files/cache/bookimages/16741/cassandra-x1000.jpg

Cassandra

Il dono

Sono nata a Troia. Ecuba mi partorì assieme al mio gemello
Eleno. Vedendomi così piccola e fragile, nostra madre mi
tenne presso di sé, per paura che morissi. Il mio fratellastro,
l’indovino Esaco, predisse che sarei diventata una sacerdotessa
e che quella fragilità non avrebbe mai corrisposto al mio
carattere.
Non ho mai raccontato ciò che da troppo tempo è celato
dentro di me. Pensate di sapere tutto sul mio conto. Ma io vi
chiedo di scordare le parole che da sempre precedono il mio
nome. Niente corrisponde alla verità. Mi aggiro silenziosa nelle
vostre case e nei vostri discorsi. Usate il mio nome, convinti
che non fui mai creduta. Non andò così. La verità è nascosta
dentro di me. È giunto il momento che io parli, non per annunciare
un evento futuro, ma per tornare indietro a rivelarvi
il passato. Per ritrovare me stessa negli occhi di chi legge la
mia storia. Io sono Cassandra, principessa di Troia, fiera sacerdotessa
di Apollo e segreta adepta di Afrodite. E questa è
la mia storia.
Il giorno della mia nascita, rivolgendosi a nostro padre, il re
Priamo, Esaco gli disse che non sarei mai stata vittima dell’oblio
e che, nonostante le avversità, non avrei mai perso il coraggio
e la dignità.
Mia madre smise di temere per la mia sopravvivenza qualche
mese dopo la mia nascita, quando rimase nuovamente incinta.
Fu un distacco traumatico per me che per quattro mesi avevo
vissuto in totale simbiosi con lei. A occuparsi di me ci pensò
mia sorella Creusa, che mi usò come bambola dei giochi.
Aveva appena passato la nona primavera e si rivedeva in me,
mi avrebbe poi confessato. Delle figlie di Ecuba e Priamo,
solo io e Creusa avevamo una foltissima chioma nera come la
pece. Iliona, Polissena e Laodice avevano capelli sottili, dalle
sfumature del miele.
Di Eleno, invece, si occupavano Iliona e Ettore, i maggiori.
Nessuna balia, nessun estraneo doveva avvicinarsi ai suoi figli,
per ordine di mia madre Ecuba. Erano poche le volte che
concedeva ai miei fratelli di dedicarsi ai loro svaghi senza l’incombenza
di dover assistere gli ultimi nati. Io avevo avuto una
fortuna immensa, senza tuttavia averne coscienza: ero tra i più
piccoli e godevo di una libertà che agli altri non era permessa.
Nel giorno del quarantesimo genetliaco di nostro padre, ad
agosto, mia madre decise che tutti noi figli avremmo dovuto
festeggiare. Io ed Eleno avevamo appena cinque mesi, ma non
fummo risparmiati. Anche noi dovevamo partecipare alla festa.
Così fummo sistemati dai fratelli maggiori in una cesta e
trasportati da Ettore e Iliona in cima al monte dove sorgeva
il tempio di Apollo. Nostra madre aveva deciso di onorare il
dio, organizzando un corteo che dal palazzo reale portava a
Thymbra nella Troade, a pochi stadi dalla rocca di Troia. La
cittadina era situata nell’omonima pianura formata dalla confluenza
dei fiumi Thymbrios e Scamandro.
Non appena varcammo l’area sacra, io e mio fratello Eleno
cominciammo a urlare disperati. Nostra madre cercò in tutti
i modi di calmarci, cullandoci, nutrendoci al suo seno, ma a
nulla valsero i suoi tentativi.
«Lascia che tocchino il suolo sacro», le suggerì il figliastro
Esaco.
«Vuoi che li metta a terra?», chiese nostra madre, guardando
con orrore il sacro pavimento.
Esarco annuì.
«Ma non posso lasciarli qui da soli», obiettò lei.
«Non sono soli, il dio veglierà su di loro».
Ecuba, titubante, ci sistemò nella cesta e ci portò dinnanzi
al dio Apollo. L’effetto fu immediato: io ed Eleno smettemmo
subito di piangere. Nostra madre non era solita contraddire il
primogenito del suo consorte, perché ne temeva il giudizio e
le parole. La madre, Arisbe, era la figlia di Merope di Percosio,
il più potente tra i veggenti. Anche lei aveva il dono della
preveggenza e, pur sapendo che Priamo l’avrebbe ripudiata
per un’altra donna non appena sarebbe diventato re di Troia,
lo sposò ugualmente, dandogli un figlio maschio.
Quando io sono venuta alla luce, Esaco aveva già superato le
venti primavere. Come il nonno e la madre, anche Esaco aveva
il dono della veggenza, sapeva interpretare i sogni. Poco prima
della nascita del loro secondogenito, la regina Ecuba aveva
sognato di partorire una fascina di legna piena di serpenti. Si
era svegliata e aveva gridato: «Troia è in fiamme!». Priamo era
corso immediatamente da Esaco, per farsi spiegare quel sogno,
e questi gli avrebbe detto: «Il maschio che sta per nascere sarà
la rovina di Troia! Ti supplico, padre mio, liberatene!».
Qualche giorno dopo, Esaco aveva formulato una nuova profezia:
«Le principesse troiane che partoriranno oggi dovranno
essere uccise e così i loro figli!», e mio padre aveva ucciso sua
sorella Cilla e il figlio di lei, Munippo, nato quella mattina.
Anche mia madre partorì quel giorno il suo secondogenito,
ma mio padre non lo uccise. Prese il bambino ancora sporco
di sangue e lo portò fuori dalle poderose mura dalla città per
affidarlo a un pastore affinché lo allevasse sul monte Ida.
Quando tornò al palazzo, stravolto e piangente, si rifugiò tra
le braccia di mia madre e vi rimase per ore. La sera li raggiunse
Esaco.
«Non l’hai ucciso, vero? L’amore per tuo figlio sarà la tua
rovina», disse.
Da quel momento Ecuba cominciò ad avere paura di lui.
Persino Priamo ne sembrava spaventato. Oggi so che non era
il mio fratellastro che dovevamo temere, quanto piuttosto gli
dèi che si avvalevano della sua favella. Così come me ed Eleno,
anche Esaco era vittima degli dèi, che si divertivano a usarci
come strumenti vocali per i loro piani sul futuro delle persone.
Di tutte le persone, nessuno escluso. Conoscere prima ciò che
accadrà è una delle più grandi sciagure. Non si può sfuggire
a ciò che il destino vuole che avvenga, e saperlo in anticipo
raddoppia il senso di impotenza, la frustrazione di non poter
intervenire. È come quando ti affacci e dall’alto scorgi che
c’è un dirupo che puoi vedere solo tu, non la persona che
sta andando verso lo strapiombo. Urli, le chiedi di tornare
indietro, ma quella va verso il suo destino e non ascolta il tuo
grido, che rimane un alito di vento tra le sue chiome. Quanto
più quell’essere umano è vicino al dirupo, tanto più ti accorgi
che ognuno percorre la strada che gli dèi gli hanno riservato.
E se ti capita la sventura di vedere un fratello, un amante o un
amico che si avvicina al baratro, non hai scampo. Sai che non
puoi nulla di fronte al volere divino.
Dopo la festa nel santuario di Apollo Timbreo, io e mio
fratello Eleno ci addormentammo cullati da un canto rituale,
mentre i nostri incauti genitori rientravano nel palazzo, dimenticandoci
nella cesta ai piedi della statua del dio.
«Madre, dov’è Cassandra?», le chiese Creusa, entrando nella
stanza da letto dei nostri genitori, il mattino dopo la festa. Al
suo ritorno non era stata convocata presso nostra madre dalla
sua ancella, come di solito accadeva, e aveva passato la notte
senza doversi occupare di me.
Ecuba si era appena alzata, era da sola e si stava sistemando
i capelli. Si voltò verso la figlia e la guardò accigliandosi, per
poi chiederle di che cosa stesse parlando.
«Non mi hai affidato la piccola», spiegò mia sorella.
«Certo che te l’ho…», cominciò a dire, ma le parole le morirono
sulle labbra e impallidì.
«No, madre, ho dormito da sola».
«Creusa, non è vero, lo sai, smettila di farmi spaventare».
«Sì, invece, è vero».
«Oh no, no… non è possibile…». La sicurezza di Ecuba
cominciò a vacillare. Si sforzò di ricordare che cosa avesse
fatto la sera prima, rientrando da Thymbra. Avvertì una sensazione
dapprima di disagio, che si intensificava sempre di
più, quando il vuoto le si parava dinnanzi, nel tentativo di
ricordare gli spostamenti della sera precedente. Era ritornata
esausta al palazzo, era andata a dormire e non aveva pensato
più a nulla.
«Madre?». Creusa era impaurita, ora, dal suo silenzio.
«Ascolta, va’ subito a chiamare Ettore, digli di venire immediatamente
qui da me. Ma non dire nulla a tuo padre, chiaro?».
Mia sorella annuì e corse via.
Aveva cominciato a piovere. Mia madre guardò fuori dalla
porta e intravide suo marito che la stava raggiungendo.
«Sei pronta?», le chiese.
«No, mio signore, ho bisogno di parlare alla servitù, per la
festa di stasera qui nel palazzo, sai quanto io desideri che tutto
sia perfetto», gli rispose con un sorriso che celava a stento la
tensione. Tuttavia, re Priamo era immerso nei suoi pensieri, e
prese per buona la scusa della moglie.
«Va bene, ma torna presto, mia sposa».
Ecuba non gli rispose e uscì di corsa dalla stanza, incontrando
Ettore e Creusa, che stavano venendo da lei. Fece loro
cenno di allontanarsi e spiegò al primogenito che dalla sera
precedente Cassandra non si trovava.
«Madre mia, nemmeno Eleno è con me, tantomeno con
Iliona».
Ascoltando quelle parole, Ecuba ebbe un malore.
La pioggia cadeva abbondante, adesso. La servitù rispondeva
stupita quando Ettore chiedeva se avessero visto i due
gemelli. Nessuno sapeva dove fossero. La sera prima erano
tutti rientrati stanchi dalla cerimonia presso il tempio del dio
Apollo. L’ansia di Ecuba crebbe, assumendo proporzioni devastanti
per il suo animo e per la creatura che portava in grembo
da poche settimane. Agitatissima, si rimproverava di aver
incautamente portato i due figlioletti a Thymbra.
«Sta’ tranquilla, madre mia», la consolò il figlio maggiore.
Nonostante avesse da poco superato le dodici primavere, mio
fratello era già un uomo. Il suo senso di responsabilità talvolta
stupiva persino nostro padre, che però ne andava fiero.
«Vedrai che li troveremo», la confortò Creusa, cercando di
non piangere.
«Non hai idea alcuna di dove possano essere?», le chiese
Ettore.
Nostra madre fece un cenno di diniego.
«Potremmo chiedere a…».
«No, Ettore», lo interruppe lei. «Non chiederò mai aiuto al
tuo fratellastro. La prima cosa che farebbe, sarebbe andare da
vostro padre a riferire l’accaduto».
«Va bene, andiamo a cercarli noi, allora», replicò. «Sono
sicuro che non è successo niente di grave a nessuno dei due».
«Sì, ma dove?»
«Madre…?», s’intromise timidamente mia sorella.
«Taci, Creusa, va’ piuttosto nelle tue stanze», la redarguì
Ettore.
Ecuba guardò il visino spaventato della figlia e le accarezzò
la guancia con un dito. «Sta’ tranquilla, tesoro, li troveremo»,
la consolò.
«Io sono tranquilla», insisté mia sorella. «Volevo solo dire…
».
«Creusa, stai cominciando a infastidirmi».
«Ettore, fa’ parlare tua sorella», gli ordinò nostra madre,
rivolgendo poi uno sguardo incoraggiante alla figlia.
«Secondo me sono al tempio di Apollo», esclamò infine
Creusa.
Mia madre e Ettore volsero i loro sguardi a mia sorella, che
trattenne il respiro. Avevano entrambi occhi chiari e luminosi
e lei ne fu intimidita. La guardavano come se non la riconoscessero,
come se fosse un’estranea.
Non le dissero nulla, ma qualche istante dopo erano fuori
dal palazzo, con una piccola scorta di schiavi.
Usciti dalle mura della città, il tramestio era coperto dal rumore
degli zoccoli degli asini in cammino verso Thymbra. Una
folata di vento sollevò l’abito niveo di Ecuba, che si avviluppò
alle sue gambe tornite. Si coprì il naso, il vento aveva portato
alle sue narici un puzzo terribile che dava la nausea. Non
avrebbe dovuto accompagnare il figlio ma non avrebbe trovato
pace se non fosse andata con lui. Il tempio di Apollo Timbreo
era la sua ultima speranza.
La cittadina apparve loro dopo un viaggio che a Ecuba sembrò
eterno. Il vocio della gente intenta a lavorare, il tramestio
dei mercanti che allestivano i loro banchi, i bambini che giocavano
a rincorrersi lungo le strade piene di ciottoli: era tutto
così come lo avevano lasciato il giorno prima, quando erano
rientrati a Troia. E l’odore, quell’odore intenso che Ecuba riconobbe
subito: sangue. Il sangue degli animali scannati per
i sacrifici agli dèi. Un odore acre che impregnava persino le
mura di quella città. Vinse la nausea e alzò lo sguardo verso la
collina dove sorgeva il tempio.
«Potente Apollo», sussurrò, «fammi ritrovare i miei bambini e
ti prometto che li inizierò al tuo culto, regalandoti le loro vite».
La gente si scostava, indifferente al loro passaggio. I mendicanti
protendevano le braccia verso di loro, mentre i commercianti
scaricavano la merce da vendere e alcune donne
facevano il giro tra i banchi. C’era un rumore quasi assordante.
Il carro saliva intanto lungo il pendio e da lontano si intravedevano
le luci perenni delle torce del tempio. A mano a
mano che si avvicinavano all’edificio, Ecuba poteva osservarne
meglio i particolari che il giorno prima le erano sfuggiti. Una
grande fontana precedeva l’area sacra, lo zampillio dell’acqua
si perdeva tra le gocce di pioggia, che non accennavano a diminuire.
Ecuba non diede nemmeno il tempo al carro di fermarsi
che già correva verso l’ingresso dell’area sacra. Le gambe e la
veste immacolata si sporcavano di fango mentre guadagnava
la soglia del tempio.
Quando fu al suo interno, andò spedita verso la statua del
dio, incurante delle proteste di alcune sacerdotesse accorse al
tramestio e alle urla di mia madre, che chiamava a gran voce
me e mio fratello. Sembravamo spariti nel nulla, non eravamo
dove ci aveva lasciato, ore prima.
«Mia regina, sei tu?», le disse una delle accolite, quando la
riconobbe.
«Dove sono i miei bambini?», urlò mia madre, in preda al
panico.
«C-come? Bambini?», farfugliò la donna.
Ecuba la prese per le spalle e cominciò a scuoterla vigorosamente.
«Dimmi dove sono i miei figli, dove li avete messi?
Dove?».
«Madre», intervenne Ettore, entrando nel luogo sacro. «Presto,
vieni qui!».
Ecuba raggiunse a grandi passi suo figlio, scostando la donna,
che vacillò e per poco non cadde a terra. Ettore era sulla
soglia di un’area esterna all’Apollonion. Quando nostra madre
fece per entrare però, le sbarrò l’ingresso con un braccio.
«No», le gridò.
Lei lo guardò stupita, per poi seguire la direzione dello
sguardo di Ettore e posare gli occhi sul terreno oltre la soglia.
Un urlo di terrore la squassò, facendola tremare. Fu Ettore
a reggerla mentre la scena alla quale assisteva, incredula e in
preda allo sgomento, si svelava dinnanzi ai suoi occhi: i sacri
serpenti di Apollo stavano lambendo le orecchie e la bocca di
noi bambini nella cesta, che incuranti continuavamo a dormire
come se nulla fosse. Al suo grido straziante, io ed Eleno
ci svegliammo e cominciammo a piangere disperati, mentre
i serpenti si disperdevano, strisciando velocemente verso un
cespuglio di alloro. In quel momento io e il mio gemello ricevemmo
da Apollo il dono della profezia.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton Editori

 * * *

La scheda del libro: “Cassandra. La storia mai raccontata del mito maledetto” di Cinzia Giorgio (Newton Compton Editori)

https://64.media.tumblr.com/32f6a1f5f99c3a1545194a89a6cd6b1e/b0069ee935a7b54b-af/s500x750/6f7d613edf2c7c46867a1114fbb497816bb9284a.jpgQuando il dio Apollo invia i suoi serpenti nella cesta in cui Cassandra, ancora in fasce, dorme tranquilla, è chiaro a tutti che la bambina sia destinata a una vita eccezionale. Ma persino una principessa come lei, figlia del grande re Priamo, signore di Troia, dovrà piegarsi a un disegno più grande della sua singola esistenza. E così, fin dalla giovanissima età, Cassandra comincia, per volere del dio, ad avere visioni degli eventi futuri. Quello che tutti chiamano “il dono” sarà però la sua condanna a una solitudine senza scampo, alla quale Cassandra cercherà di sfuggire, scatenando una sequenza di avvenimenti fatali, che porteranno la sua Troia alla guerra narrata nei millenni a venire. E il suo dono non le sarà utile nemmeno a salvare chi ama. Nulla potrà fare per allontanare la morte, seppure prevista. In un mondo in cui la vita degli uomini è scandita dai capricci degli dèi e governata dall’ineluttabilità del fato, una donna cercherà di opporsi con coraggio a un destino capace di sconvolgere l’esistenza dei mortali.

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook TwitterInstagram

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: