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RITRATTO DI VERNON LEE

novembre 16, 2022

https://64.media.tumblr.com/4b2f29aafad6d5935a582bd8a958826a/8e4d4a42f8b882fb-89/s1280x1920/da3e723181e9a1bb5b2d4d5a07be0e06e6a06b63.jpgRitratto di Vernon Lee. Olio su tela di John Singer Sargent

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di Grazia Pulvirenti

Dalle collezioni della Tate di Londra affiora un volto dipinto da John Singer Sargent, il celebre ritrattista della vita lussuosa dell’era edoardiana, cosmopolita e viaggiatore indomito. Si tratta di un viso di donna, i capelli neri alla garçonne, occhialini rotondi a evidenziare lo sguardo rivolto a un immaginario interlocutore. La donna, che indossa una sobria giacca scura, da cui affiorano le punte bianche di un colletto, è ritratta con la bocca aperta, come durante una conversazione. Il pittore la coglie in un atteggiamento comunicativo, di scambio intellettuale. E questo fu uno dei molteplici talenti di una scrittrice di grande talento e studiosa d’arte all’avanguardia per la sua epoca, Vernon Lee, pseudonimo di Violet Page (1856-1935). Considerata un’esponente del Decadentismo, di fatto Lee visse l’arte, cui si dedicò per tutta la vita con studi di estetica antesignani e prolifici di intuizioni rivoluzionarie, non come fine a se stessa, ma come fine di un’esistenza trascorsa alla ricerca del bello.
Adesso lasciamo il dipinto di Sargent e ci spostiamo con l’immaginazione a Firenze, o meglio nei dintorni di Firenze, inoltriamoci fra i viali del giardino della Villa Il Palmerino, un edificio quattrocentesco originariamente appartenuto alla famiglia dello scultore Agostino di Duccio. Se riusciamo anche a portare a ritroso le lancette dell’orologio fino agli anni Novanta dell’Ottocento, la vediamo, Vernon Lee, passeggiare, scrivere, conversare, in questo luogo tanto amato, al punto da viverci dal 1889 fin quasi alla morte. Ma Vernon Lee era anche una grande viaggiatrice e lasciava spesso la Toscana per i suoi innumerevoli viaggi in Italia e in Europa.
Compagne dei suoi peregrinaggi furono, in epoche diverse, altre due scrittrici e studiose d’arte, in primo luogo Clementina Anstruther-Thomson con cui Vernon Lee visse per dodici anni, a partire dal 1888. L’originale e bizzarra studiosa d’arte fu una precorritrice delle teorie sull’embodiment e con Vernon Lee scrisse un saggio ancora oggi sorprendente per le sue innovative teorie, Beauty and Ugliness (1912), molto discusso per il rilievo dato alla dimensione della corporeità, e consequentemente criticato dalla comunità artistica. Come pure oggetto di chiacchiera e disdegno fu la relazione fra le due donne, cui si aggiungeva, nella vita della Lee, quella con un’altra studiosa d’arte, Mary Robinson, con la quale sviluppò studi sull’empatia e sulle implicazioni sensoriali nell’esperienza artistica, precorrendo recenti scoperte sulla fruizione estetica. Con l’opera pubblicata nel 1902, The Psychology of an Art Writer, Lee si inoltra non solo e non tanto nella psicologia, ma negli studi sulle emozioni, come esperienza della corporeità impegnata nella fruizione e creazione artistica, dando grande rilievo al fenomeno della sinestesia, oggetto di un suo altro studio sul celebre scrittore tedesco del romanticismo E.T.A. Hoffmann. Un’altra donna appare e drammaticamente scompare dalla vita di Vernon, la giovane scrittrice pacifista Amy Levy, suicida a 28 anni. Con quest’ultima l’accomunava l’impegno pacifista, nel cui segno si collocano gli anni della Grande Guerra.
File:Violet Paget - Vernon Lee ca 1870.jpgMa chi era Vernon Lee? Studiosa di arte, musica e teoria estetica, appassionata della cultura italiana, fu seguace di Walter Pater, amica di artisti e scrittori, fra i quali Henry James, Oscar Wilde, lo stesso Sargent, Telemaco Signorini, e molti altri, in breve una catalizzatrice di relazioni amicali e intellettuali, che la vedevano sempre prolifica di idee e intuizioni. Divenne famosa nei circoli artistici londinesi con la sua prima pubblicazione sul Settecento italiano, Studies of the Eighteenth Century in Italy (1880), sorprendendo i lettori per la sua giovane età e la sua capacità di adoperare le parole per far “vedere” i diversi oggetti del suo appassionato interesse.
Adesso lasciamo la villa Il Palmerino, gli studi d’arte, i musei italiani ed europei, dove l’abbiamo vista passeggiare in compagnia di sodali appassionati d’arte e seguiamo le sue tracce all’interno di una villa derelitta in una notte di tempesta, una villa popolata di spettri, o fra le piazze e strade avvolte dal mistero, in cui il passato non è mai finito, ma riappare in fantasmagorie dell’immaginazione. Ebbene, sì, Vernon Lee, fra la sue molteplici vite, condusse anche quella di scrittrice di racconti intrisi di mistero, ai limiti dell’horror, mostrando una sorprendente abilità nel far riemergere il passato da luoghi, oggetti, cose, nell’animare figure, liberandole dalla fissità dell’immagine, in un soprannaturale succedersi e intrecciarsi di vita e morte, assenze e surreali presenze. L’Italia del Settecento, prima ancora che essere oggetto di studio, fu infatti, nella giovane fanciulla fonte di un’elaborazione fantasiosa che non si esaurì per tutta la vita. E quella fanciulla, che fra i dodici e quindici anni percepì l’Italia come una terra di meraviglie e mistero, non smise mai, nemmeno da adulta, di sognare i fantasmi che le erano apparsi da epoche lontane, ai quali continuò a dare vita nelle sue innumerevoli storie e nelle pagine dei suoi racconti fantastici.

(© Grazia Pulvirenti)

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Tra le pieghe delle storie”:
Tra le pieghe delle storie, tra gli anfratti di ciò che in genere scompare, ma che è pregno di significato.
Rubrica a cura di Grazia Pulvirenti.

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