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ANCORA GUERRE racconti a cura di Marcello Benfante (Istituto Poligrafico Europeo)

novembre 23, 2022

https://www.gipesrl.net/wp-content/uploads/2022/11/Copertina-Guerre.jpg“Ancora guerre”, racconti a cura di Marcello Benfante (Istituto Poligrafico Europeo): un estratto.

Pubblichiamo l’introduzione al volume firmata dal curatore Marcello Benfante.

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Ancora guerre. E noi a fronteggiarle con le sole armi incruente delle parole. […] Gli scritti e le opere grafiche che il lettore troverà in questa raccolta sono un’antologia libera ed estemporanea, un lavoro collettivo umanamente fatto di e con buona volontà – all’incrocio tra dolore ed entusiasmo – creatività, impegno etico e civile.

Racconti di: Beatrice Agnello, Luca Alerci, Gianni Allegra, Marcello Benfante, Alessio Calaciura, Giosuè Calaciura, Michele Campisi, Salvo Cangelosi, Margherita Celestino, Maria Adele Cipolla, Gian Mauro Costa, Anna Cottone, Daniela Gambino, Santo Lombino, Luisa Mazzei, Fosca Medizza, Antonio Ortoleva, Egle Palazzolo, Gianfranco Perriera, Andrea Marçel Pidalà, Roberto Puglisi, Alberto Stabile, Enrico Stassi, Domenico Trischitta.

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UNA MATTINA MI SON SVEGLIATO E HO TROVATO L’INVASORE

di Marcello Benfante

“Della politica non mi fidavo più da molto tempo e proprio negli ultimi anni avevo più volte avuto lunghe conversazioni con i miei amici francesi e italiani sull’assurdità di una guerra. In un certo senso era come se mi fossi vaccinato contro l’infezione dell’entusiasmo patriottico, restando immune fin dal principio all’ondata del contagio; riuscii pertanto a conservarmi saldo nei miei principi e a non permettere che un conflitto provocato da diplomatici incompetenti e incoscienti fabbricanti d’armi potesse scuotermi nella mia convinzione che l’unità tra le nazioni europee fosse necessaria”
(Stefan Zweig, Il mondo di ieri)

 

Ancora guerre. E noi a fronteggiarle con le sole armi incruente delle parole.
Già nel 2003, ci provammo a opporre al delirio bellico un’inerme reazione fatta di racconti, di carta stampata, di esili trame, con il libro “Guerre” (La Luna).
Ci riproviamo anche oggi, con un’iniziativa analoga, condotta con la tenacia dei deboli, con la caparbietà dei forti, con la ragione dei folli.
Gli scritti e le opere grafiche che il lettore troverà in questa raccolta sono un’antologia libera ed estemporanea, un lavoro collettivo umanamente fatto di e con buona volontà, all’incrocio tra dolore ed entusiasmo, creatività e impegno etico e civile.
Non vi è stata operata a monte alcuna selezione in base a criteri estetici e letterari. Ma si è cercato soltanto di mettere insieme la raccolta virtuosa degli spontanei contributi di quanti si sono sentiti moralmente toccati e coinvolti dal dramma della guerra.
Né ci ha mosso un criterio politico, cioè di schieramento, con un gioco di pesi e contrappesi, equidistanze o neutralità, più o meno ipocrite e pelose. Non la politica, intesa come funesto primato dell’ideologia e del settarismo, né tanto meno la retorica, il cui rischio è comunque inevitabile in tali circostanze di commozione collettiva, hanno orientato la nostra iniziativa, bensì un imprescindibile principio etico, di rifiuto categorico della guerra. Di ripudio della guerra, come recita la nostra Costituzione. Solo, quindi, un sentimento di solidarietà nei confronti delle vittime della sopraffazione violenta ci ha sollecitati alla testimonianza.
Più esattamente, un sentimento di indignazione e di protesta. Di sgomento, soprattutto. Di stupore e terrore in un tempo di stupore e terrore. Un tempo in cui nuove paure si mescolano alle più antiche apprensioni del vivere umano.
Un mio amico, che purtroppo non c’è più, all’avvento della pandemia, commentava esterrefatto che mai in vita sua aveva avuto esperienza diretta di un pericolo tanto assurdo da essere quasi inconcepibile. Il pericolo di abbracciarsi, baciarsi, stare tra la gente, stringere le mani. Ora non resta – diceva – che provare il terrore dell’invasione aliena, dell’arrivo ostile dei “marziani”, tante volte immaginato dalla letteratura fantascientifica. Di lì a poco il mio amico morì, se ne andò in una notte, provando forse l’ultimo stupore della morte. L’estremo stupore che ci attende dopo aver provato altri stupori, come quello della vecchiaia o della malattia, a cui è esposta la nostra fragilissima esistenza.
Non sono venuti i “marziani”, non ancora almeno, a turbare la nostra pace quotidiana. Ma siamo ancora una volta sconvolti da un’insidia più concreta: la guerra.
A due passi da noi, finora. Ma già dentro di noi, nelle nostre coscienze, nei nostri cuori, nelle nostre angosce.
La guerra, di nuovo, ancora e ancora: un’insidia endemica a cui molti di noi non pensavano più.
Alla pace, sebbene pur sempre relativa, ci eravamo ormai abituati, almeno in Europa. Sembrava perfino un bene scontato e indiscutibile. Poi, in un attimo, l’illusione della pace è stata frantumata dai cavalieri cingolati dell’Apocalisse.
E Kiev è stata assediata dagli orchi come nel “Signore degli anelli” di Tolkien, con la popolazione civile che si arma come può e resiste come deve, sostenendo una impari lotta.
La feroce scelleratezza della guerra, che non ha mai cessato di devastare la società umana, l’abbiamo sempre immaginata altrove, in un luogo lontano, remoto, estraneo e straniero. Ora, invece, si ripresenta quasi all’interno dei nostri confini, in una Europa che la nostra cecità e la nostra amnesia ritenevano per sempre immune dalla sua tentazione.
Siamo rimasti, allora, attoniti e spiazzati, come ci era accaduto con la pandemia, che pure non era in realtà una novità assoluta e già si era presentata proprio alla fine della Prima guerra mondiale o in periodiche minacce soprattutto asiatiche o africane.
Non credevamo possibile che ancora si osasse ricorrere alle armi, sempre più sofisticate peraltro, per risolvere controversie internazionali. Eppure, il mondo sembra dominato costantemente da lotte, conflitti, faide tribali di vario genere di cui si cibano, insaziabili, l’informazione e la fantasia.
Anzi, l’immaginario delle fiction, che ha dato vita a tutto un genere catastrofistico, si è cullato a lungo sull’illusione che il terrore atomico imponesse in ultima analisi una situazione di stallo e di non belligeranza attiva.
In un vecchio film di fantascienza e fantapolitica era lo stesso computer del sistema militare difensivo e offensivo di una superpotenza a stabilire l’illogicità del conflitto atomico, in quanto destinato all’annientamento reciproco dei contendenti e quindi all’impossibilità razionale di un vincitore.
Come in una partita di tris o filetto, il gioco, in certe condizioni, risultava impossibile da giocare con successo.
Oggi si torna invece a temere realisticamente un disastro nucleare, un incubo divenuto assai più credibile giacché l’assurdità della guerra e di una sua probabile escalation si è crudamente ripresentata con tutto il suo spietato armamentario.
La pace e la ragione vengono fatalmente sorprese e schiacciate dall’eterno ritorno della violenza e della ferocia.
Una storia infinita, dunque?
Forse no, ci ostiniamo a dire, benché sia legittimo temere di sì. È senz’altro tramontato l’utopismo di Kant e della sua “pace perpetua”, così come l’illusione della tolleranza illuminista o quella dell’internazionalismo marxista.
L’impotenza del pacifismo, della non-violenza gandhiana e dello stesso cristianesimo o di altre religioni, è ormai manifesta.
Eppure non c’è altra vera risorsa per la pace se non la pace stessa.
Se Auschwitz ha decretato la fine della poesia, solo la poesia può decretare la fine di Auschwitz. Solo la creatività artistica, solo la narrazione, le storie sottratte all’oblio, le parole salvate, possono riuscire, o almeno tentare, a far tacere il frastuono osceno dei cannoni e delle bombe.
Ed è quello che stiamo tentando di fare con questo nostro appello, che sappiamo bene essere forse inane e disperato, ma al tempo stesso necessario.
Per questa concretissima utopia, per la pace in Ucraina e nel mondo intero, abbiamo inteso scrivere – senza eccedere, si spera, in narcisismi e presenzialismi – raccogliere pietose memorie, raccontare storie affinché non si disperdano e si annientino nel caos disumano dei massacri.

(Riproduzione riservata)

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