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LA LETTERATURA DELLE OSSESSIONI nei libri di Maurizio Fiorino

novembre 29, 2022

Macello - Maurizio Fiorino - copertinaUn approfondimento sui libri dello scrittore crotonese Maurizio Fiorino. Il suo romanzo più recente si intitola “Macello” (Edizioni E/O, 2021)

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Maurizio Fiorino è nato a Crotone nel 1984. Dopo un’infanzia turbolenta in Calabria si è trasferito prima a Bologna per frequentare il DAMS, poi a New York dove ha studiato storytelling all’International Center of Photography. Ha esposto in diverse gallerie statunitensi e frequentato gli ambienti artistici newyorchesi per quasi un de­cennio. Nel 2014 ha esordito con il romanzo Amodio, seguito due anni dopo da Fondo Gesù. Presso le nostre edizioni ha pubblicato Ora che sono Nato (2019), il racconto breve Erbacce (2020) e Macello (2021). Attualmente scrive di cultura su diverse testate, tra le quali La Repubblica, Robinson, Il Venerdì e L’Espresso.

Di seguito, un approfondimento.

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Della scrittura di Maurizio Fiorino

di Rosy Demarco

E’ una sorta di bipolarismo natale quello di Maurizio Fiorino, giovane scrittore crotonese che sembra affondare le proprie radici in terre diversi dello stesso luogo, una sulla costa che ritrova le sue origini nell’antica Kroton, colonia achea tra le più potenti della Magna Grecia, con la sua magnificenza storica e la bellezza dei suoi miti, e l’altra nei bassifondi della Crotone odierna, dove la miseria delle cose si fonde con quella dell’essere umano.

“La città che più amava e più odiava, la sua radice, ma anche il suo limite. Più volte si era domandato: ma se la radice è avvelenata, l’albero come fa a crescere?”[1]
 
Ed è la stessa Crotone che fa da sfondo ai due primi romanzi, “Amodio”[2] e “Fondo Gesù”, col suo realismo geografico e descrittivo, una città che in alcune vie malfamate ingabbia i ragazzini protagonisti di una condizione sociale miserabile fine pena mai.
Negli ultimi due romanzi, “Ora che sono nato”[3] e “Macello”[4], la toponomastica cambia da un non-luogo nel primo, che in realtà rappresenta l’ovunque possibile del sud Italia, a paesi inventati sia nel nome che nello spazio nell’altro, posti nati dall’incontro coi tanti paesi fantasmi che nel secolo scorso sono stati abbandonati in maniera improvvisa e definitiva nell’entroterra calabrese. Fiorino ricalca nelle sue opere la desolazione dell’abbandono di abitazioni la cui vita è rimasta apparecchiata tra mura ormai cadenti, dove al suo sguardo incantato ha saputo dare voce.

Tutti e quattro i romanzi, svestiti dei nomi e dei luoghi, potrebbero essere un’unica storia.
Protagonista di ognuno di essi è la crisi identitaria di bambini cresciuti troppo in fretta che, aggettati da un’infanzia difficile sull’orrido di un’adolescenza snaturata, segnerà per sempre le loro esistenze.
Elementi incerti di famiglie disfunzionali nelle quali ogni comportamento dissennato diventa normalità, figli di padri falliti e anaffettivi incapaci di dare ma esattori nel riscuotere un futuro in cui loro per primi, sono stati perdenti, con la pretesa che dalla progenie arrivi il riscatto delle paterne occasioni perdute.
E allora l’altrove sembra essere l’unica possibilità di salvezza, Roma con la sua insopportabile bellezza o ancor più l’America, nella speranza di una nuova Ellis Island in cui sbarcare e dove poter rinascere.

Fiorino scolpisce in maniera efficace i suoi personaggi, materializzandoli di fronte ad un lettore incantato e incatenato alle loro vicende di cui vorrebbe essere risolutore, ma a cui tocca il ruolo di spettatore impotente. Cultore della fotografia di Diane Arbus e della sua visione apparentemente non compassionevole nell’incontro col diverso al limite della deformità, Fiorino, fotografo a sua volta per mestiere, rappresenta gli attori delle sue storie con scatti accentrati sulla disturbanza che le stesse immagini trasmettono.
In “Macello” vi è la rappresentazione di uomini e donne residenti ai margini della vita a cui non resta che rimanere affiancati nella dimenticanza. C’è Biagio, il protagonista, un ragazzino orfano di madre allevato nel disamore, che trascorre le sue giornate boxando contro le carcasse di bestie macellate, nel retrobottega del padre. Predestinato al fallimento, sperimenta i primi piaceri nel sudiciume fisico e morale di un sesso insano, spinto nel flusso di una vita ammalata dal vizio. C’è Bruno, il macellaio, investito del ruolo paterno, che resterà chiuso nel bozzolo di un’esistenza non scelta e tanto meno vissuta; Lia, la magara, capace di liberare gli altri da una sventura che a lei sarà compagna per la vita; Sara, orfana di bellezza, che affacciata nella pubertà di un corpo abusato si accontenterà di ricevere il disprezzo degli altri pur di non restare un’isola.
Della stessa materia sono i personaggi di “Fondo Gesù” come Mario, il figlio dell’ortolano in cerca di un riscatto economico e sociale, che rivendica la sua mascolinità sputando il proprio sesso su Eugenia che, al pari di Sara, si offre, vittima predestinata, pur di non restare sola.
Ma di questi personaggi anche se ripugnanti ci si innamora, perché chi ne racconta lo fa con un’empatia tale da permettere al loro dolore di diventare il nostro.
C’è una specie di magnetismo che lega quelle che sembrano essere le vittime di queste vite. Nel racconto “Erbacce”[5] un vecchio dice “disperazione chiama disperazione”, riferito all’apertura di uno dei più grandi centri d’accoglienza d’Europa a Crotone, in una città dove forse di problemi c’erano già abbastanza.
Disperazione chiama disperazione sembra essere il motivo che fa da sottofondo ad ognuna di queste storie, dove affianco all’apparente inadeguatezza di amare c’è l’esigenza di accostare esistenze destinate alla solitudine.
All’ineluttabilità di questi destini Fiorino offre sempre una possibilità di salvezza, ma lo è per davvero? O sono volutamente mani troppo deboli per afferrare, fili troppo sottili per sopportare il peso del fardello da risollevare?
È evidente un fallimento che pare voluto, trascinando a fondo anche chi tentava di portare redenzione. E allora viene da chiedersi perché? Perché offrire soccorso con una zattera che già affonda?
Sembra esserci nell’autore l’esigenza di non dimenticare le origini del male, di ciò che nella vita ha lasciato ferite i cui lembi sono destinati a non richiudersi mai.

L’uso della lingua utilizzata nei quattro romanzi è intermittente. Vi è sempre un espressionismo potente, un linguaggio che sembra voglia ferire chi lo riceve con un uso inequivocabile delle parole. Ma mentre in “Fondo Gesù” e “Macello” ogni periodo è una sentenza che lascia il lettore senza possibilità di replica, “Amodio” e “Ora che sono nato” si raccontano con leggerezza.
In “Ora che sono Nato” l’atmosfera è tragicomica, la storia e i suoi abitanti vengo raccontati con un’ironia che sembra trovare nel sarcasmo la forza che permetterà al protagonista, Nato, diminutivo di Fortunato – appellativo non casuale – di sganciarsi da una famiglia sconclusionata che lo zavorra impedendogli di spiccare il volo.
Anche all’interno di questo romanzo la caratterizzazione dei personaggi è ben riuscita: tra tutti spicca Tina Griace, madre di Nato, una donna sagace e respingente negli affetti, afflitta da una tosse isterica che si acutizza nelle situazioni a lei meno congeniali, ipocondriaca ed egocentrica, perno intorno al quale lo scombinato nucleo familiare vortica con una velocità che sarà sempre lei a dettare.

Ciò che però viene fortemente ribadito in ogni testo, alla stregua di un urlo senza eco, è la necessità di affermare la propria identità sessuale in una società non ancora pronta a strade che non seguono l’unico tracciato ritenuto possibile.
E allora si cerca di riportare le cose dove una normalità innaturale pretende stiano, si cerca di debbiare il terreno per bonificarlo, bruciare le sterpaglie che infestano i pensieri, perché non c’è spazio per una sessualità differente da quella imposta da canoni preordinati.
Tutti gli abitanti di queste storie – Armando, Amodio, Mati, Nato, Biagio – devono scegliere se lottare per affermarsi o annichilirsi piegandosi ad una condizione sociale dove l’omofobia trova ancora più spazio dell’amore.

“Era la mia paura, in quel giorno che non avevo mai dimenticato, la paura di sentirsi diversi quando diversi non si era affatto”[6]
C’è sempre un travestito nelle storie di Fiorino
In “Macello” una delle figure più significative è Vittorio, un transessuale aberrante che vive in una casa lurida dove invita uomini e ragazzini per soddisfare le sue perversioni più laide. Vittorio è un vizioso, un rifiuto umano, è la feccia di quello stesso paese che ad ogni occasione infierisce su di lui senza risparmiargli violenze fisiche per l’impudicizia con cui mostra la sua omosessualità, il suo desiderio di non indossare la maschera dell’ipocrisia, abbigliandosi invece con vesti femminili.
Tuttavia il sentimento che Vittorio suscita nel lettore è di tutt’altra natura: non è ripugnanza o rifiuto ma partecipazione, è il riconoscimento per il coraggio di non nascondere la sua vera natura a costo di essere vittima degli stessi che strisciando nel buio lo cercano per soddisfar le proprie voglie.
Vittorio, detentore dei segreti di un’intera comunità, verrà infine cacciato via dai suoi stessi paesani che lo spingeranno ad andarsene per non dover guardare nei suoi occhi il proprio peccato.

“Che forse era stato quello il momento in cui avevo iniziato a rifiutare ogni cosa bella, perché avevo paura che, prima o poi mi venisse tolta dalle mani senza ragione.”[7]

Sono pochi o rari gli attimi all’interno di queste opere in cui tra le sottili fessure della bruttezza e del degrado si insinua l’ingannevole incanto della bellezza. Sono brevi sprazzi di luce desueti che abbagliano lo sguardo di chi è abituato a vivere in penombra, una bellezza riconducibile alle immagini delle sculture magnogreche o all’incontro con ragazzi bellissimi, arrivati solo perché si realizzi il destino di perdersi, come se si fosse nati indegni della felicità.

“Mi scrisse quel che io, riflettendoci, considero verità, e cioè che quelli che noi definiamo attimi di felicità sono soltanto piccoli frammenti di esistenza. Possono durare qualche ora, al massimo dei giorni, e rappresentano l’allegria che ci siamo meritati per espiare la colpa di aver sovraffollato il mondo.”[8]

La lettura di questi romanzi provoca un senso di apnea, come in un’immersione profonda, per la necessità di trattenere le vicende, i personaggi, di lasciarsi abitare dalla loro disperazione, per permettere a quel dolore senza nome di mescolarsi con il nostro.
C’è una scrittura circolare all’interno dei libri di Maurizio Fiorino, un ritorno continuo di alcuni elementi narrativi, una sorta di refren, la reiterazione di particolari più o meno significativi, che continuano a rimbalzare con una similitudine evidente dalle pagine di un testo all’altro – il pugilato, una donna che tossisce, le Spice Girl, l’ipocondria di alcuni personaggi femminili, i disturbi cognitivi o dell’apprendimento del protagonista, il gelato alla nocciola che sgocciola sulle dita, l’amicizia salvifica, la lotta per l’affermazione della propria identità sessuale, il bagno liberatorio al mare, un padre fallito, un travestito – e non si tratta certamente di repliche inconsapevoli. É evidente il ripetersi necessario, il pensiero ruminante che diventa fissazione nel tentativo di trovare la catarsi per uscire dalla spirale dell’ossessione o forse solo per restarvi impigliati per sempre.

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Note:

[1] Maurizio Fiorino, Fondo Gesù, Gallucci editore, 2016, p.50.

[2] Maurizio Fiorino, Amodio, Gallucci editore, 2014.

[3] Maurizio Fiorino, Ora che sono nato, e/o Edizioni, 2020.

[4] Maurizio Fiorino, Macello, e/o Edizioni, 2021.

[5] Maurizio Fiorino, Erbacce, e/o Edizioni, 2021.

[6] Maurizio Fiorino, Amodio, cit., p.75.

[7] Marcello Fiorino, Macello, cit., p. 113.

[8] Marcello Fiorino, Macello, cit., p. 144.

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