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VUOTO di Ilaria Palomba (Les Flâneurs Edizioni) – un estratto

novembre 30, 2022

Vuoto - Ilaria Palomba - copertinaPubblichiamo un brano estratto dal romanzo “Vuoto” di Ilaria Palomba (Les Flâneurs Edizioni)

* * *

Stanca di sentirsi sul punto di straripare, Iris realizza che è giunto il momento di affrontare il suo inconscio, inizia a guardarsi dentro senza filtri. Rivede le spiagge salentine che le hanno strappato l’innocenza e i quartieri della capitale in cui ha cercato fortuna, ritrova nei ricordi adolescenziali frammenti di sé stessa che credeva perduti, insegue gli spettri di un amore fatale e di un’amicizia che si è trasformata in un rimpianto. Fino a far emergere le corrispondenze segrete fra gli eventi della propria vita.

Un memoir visionario, in cui la penna di Ilaria Palomba, affilata come un bisturi, disseziona la psiche di Iris portando la sua storia al confine fra la dimensione dell’onirico e quella del reale.

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Un brano estratto da “Vuoto” di Ilaria Palomba (Les Flâneurs Edizioni) – pagg. 9-12

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Estate

Salento, come ogni estate.
I nonni alla fine degli anni Ottanta hanno comprato una
casa a Conca Specchiulla, un villaggio alienante con le case
bianche, di ispirazione greca: massimo di due piani, a pochi
passi dalla pineta, e dunque dal mare. Le falesie fanno pensare
a quelle irlandesi, sono più basse, tira meno vento e non fa
freddo, il mare ha una trasparenza non comune per cui non
viene difficile guardare di sotto: alghe, scogli e pesci, una vita
abissale che appare miracolosa e sacra. La grana della scogliera
è bianca, piena di dislivelli, da bambina mi faceva immaginare
di essere sulla luna. D’estate vengo qui, nella vecchia
casa dei nonni. Federico e io andiamo al mare la mattina presto,
nel pomeriggio lavoriamo. La sera giriamo per la costa
adriatica del Salento, spingendoci poi nell’entroterra fino a
Martano, Galatina o Nardò, e qualche volta fino alla costa ionica.
Le giornate sono molto più lunghe e a volte mi viene la
tachicardia senza motivo. So che in parte l’angoscia dipende
da un’esperienza adolescenziale che non ho mai metabolizzato,
in parte è solo la sensazione di avere del tempo da riempire
– un ordigno vuoto pronto a deflagrare. Leggo Musil, e mi
sembra di tenere ferme le cose, di bagnarmici dentro.
Rivivo il giorno in cui, nel parco giochi di Conca Specchiulla,
un ragazzo di quattordici anni mi spinse contro un
pino e poi a terra, mi afferrò per i capelli lasciando che battessi
la testa contro un sasso, strappò il bottone dei fuseaux rosa,
allargò le grandi labbra e prese la mia verginità abbandonandomi
per terra, nel sangue. Ero uscita dal corpo: è un tempo
non vissuto, cancellato.
Questa terra è per me magica e tremenda, per lunghi anni
sono venuta qui tra giugno e agosto e sono stata in disparte,
mia madre diceva: Perché non stai con gli altri?
La loro presenza non era che un’ombra, e il solo fatto che
mi salutassero era diventato un ossimoro. Torno a Conca
Specchiulla con Federico, i saluti con i villeggianti si sono
trasformati in lievi cenni del capo, sono riuscita nel mio intento:
diventare un fantasma.

***

Tre mesi fa compivo trentatré anni. Festeggiavo con Federico,
la sua migliore amica, Amalia, e il mio migliore amico,
Giulio. Seduti intorno alla scrivania di vetro di casa di Fede,
parlavamo di esoterismo. Giulio aveva un’ombra nello sguardo,
si muoveva frenetico, come se aspettasse una telefonata.
Giulio è sempre stato fintamente estroverso. Quella sera, sotto
la camicia hawaiana, in lui si agitava uno spettro.

***

Invitavo Giulio da me quando vivevo da sola, trascorrevamo
ore trasversali infilando le dita nel divano – per rastrellare
il sottosuolo –, ci raccontavamo i nostri amori e i nostri timori,
io gli parlavo di Federico, lui di Matilde: una ragazza che è
venuta a trovarmi in Salento l’estate del ’19.
L’estate del ’19 era perfetta, Federico e io ci eravamo riappacificati
dopo una lite durata mesi, avevamo deciso di sposarci
ed eravamo su di giri, Giulio e Matilde erano amanti
segreti – segreti per niente, sapevamo tutti della loro liaison
– lui era innamorato e lei ci giocava – andava con altri e lo
riacchiappava quando la lasciavano o la maltrattavano. Giulio
si era trasferito da lei a Bologna per qualche mese – con
l’illusione di studiare al dams – ed era poi tornato a Roma a
pezzi. Fu dopo la sua delusione per Matilde e Bologna, e la
mia furiosa lite con Federico, che ci rinchiudemmo in casa
senza dormire mangiare né uscire.
Una volta Giulio tirò fuori una blatta dal fondo del mio
divano, e ci sembrò un momento kafkiano – pensammo anche
al Pasto nudo e convenimmo sull’ipotesi che Burroughs
avrebbe apprezzato. Era una casa lisergica: i tavolini indiani,
la cassettiera a fiori di Varanasi, le pareti arancioni piene di
mandala e gli specchi, tutti quegli specchi, quasi volessimo ritrovare
l’altra metà dei nostri incubi. Ci specchiavamo spesso,
Giulio e io, ci scoprivamo simili, inventavamo una fratellanza
da romanzo di Bernhard, o da film di Cronenberg – Map to the
stars – ma erano gli eccessi a unirci. Quando mi sono sposata
è sparito. Di tanto in tanto ricompare ma ci vediamo pochissimo.
Mi telefona, ma parla solo di facezie, non si confida più.
Tra luglio e agosto dell’anno scorso eravamo di nuovo insieme,
a leggere Cioran, Bernhard e Cristina Campo sulla scogliera
di Conca Specchiulla, a sorseggiare negroni e margarita
tra le mura di Acaja, a gironzolare per Otranto sentenziando
la folla e la sua stupidità. Ci siamo allontanati inseguendo
sogni letterari con la stessa ambizione autodistruttiva.
Il Salento nasconde un’ombra, forse è semplicemente
l’ombra che grava sul tempo; le folle non sono più oggetto di
sprezzatura nichilista, sono diventate reali – l’ombra è diventata
carne – e questa tensione ci ha infine divisi. Ci sentiamo
soli quest’anno in Salento e non bastano tutti i cocktail del
bar di Acaja a colmare il vuoto.

***

Un gran temporale. Alle due di notte Federico e io ci svegliamo
con il boato dei tuoni e il bagliore dei lampi.

Sono in auto con due ragazzi biondi che si baciano mentre
stanno per imboccare un cavalcavia, dal sedile posteriore
urlo di stare attenti alla strada. Siamo in cinque nel privé di
una discoteca dai cuscini indiani: io, i due biondi – uno sul
rossiccio e l’altro di un biondo chiarissimo – una mia amica
d’adolescenza e una ragazza che frequento da qualche anno
– non chiedetemi chi è, accettatela così, come un’apparizione
istantanea – distesi sui cuscini ci sbraniamo, si alternano
cunnilingus e fellatio, schizzi di sperma e squirting, non so
neanche se mi piaccia più il sapore della fica o del cazzo. Ho
la sensazione di appartenere a una comunità almodovariana
in cui non esiste orientamento sessuale, ogni percezione
è fluida. Più che un reale desiderio ci lega un senso di rivolta
contro ogni definizione. Un uomo anziano nel bagno di un
locale si fa inculare da una trans e dice di non aver mai provato
piacere più grande. In macchina, sul sedile posteriore,
mentre i biondi guidano e si baciano e probabilmente stiamo
per schiantarci, Federico dice che il suo senso di rivolta è stato
dipingere quadri con pedoni che attraversano la strada al
contrario.

Mi sveglio.

(…)

(Riproduzione riservata)

© Les Flâneurs Edizioni

 

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Ilaria Palomba. Scrittrice, saggista e poetessa pugliese. Tra le sue opere Fatti male (Gaffi, 2012: tradotto in tedesco), Homo homini virus (Meridiano Zero, 2015: premio Carver), Disturbi di luminosità (Gaffi, 2018), Brama (Giulio Perrone Editore, 2020), Città metafisiche (Ensemble, 2020), Microcosmi (Ensemble, 2022). Alcuni suoi racconti sono tradotti in inglese, francese e tedesco.

 

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