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L’ORO È GIALLO di Benedetta Fallucchi (Hacca)

marzo 3, 2023

L'oro è giallo - Benedetta Fallucchi - copertina“L’oro è giallo” di Benedetta Fallucchi (Hacca): incontro con l’autrice e un brano estratto dal libro

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Benedetta Fallucchi (1979), giornalista, lavora nella sede di corrispondenza romana del maggiore tra i quotidiani giapponesi. Vive a Roma e “L’oro è giallo” (Hacca) è il suo primo romanzo.
Avviamo chiesto all’autrice di parlarcene…

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«Nel manuale di istruzioni che una società consegna ai suoi membri», ha detto Benedetta Fallucchi a Letteratitudine, «compare sempre un capitolo relativo al corretto trattamento di escrezioni e deiezioni. I bisogni fisiologici non solo non devono essere menzionati: bisogna far finta non esistano, che non si vedano. Soltanto i bambini godono di una licenza speciale in questo campo. Eppure, varcata la soglia di casa, è nelle retrovie dei bagni che si consuma la prima battaglia che, fin da piccoli, separa i maschi dalle femmine: ecco le lunghe file di fronte ai servizi delle donne e la sciolta indifferenza con cui gli uomini entrano ed escono dai locali a loro dedicati; o le sfiancanti operazioni per affrontare la tazza di un bagno spesso mefitico contrapposte al rapido sbottonarsi e riallacciarsi maschile, incurante dello spazio in cui si muove.

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È proprio vero che i luoghi costruiti per i nostri bisogni sono neutrali, funzionali solo alle diverse anatomie e pertanto non passibili di modifiche?
Bisogna decidere presto la strategia con cui affrontare il mondo esterno: equipaggiarsi per ingaggiare un conflitto con la lordura, entrare in un ristorante, in un qualsiasi locale, e localizzare rapidamente dove si trovano i bagni, quindi pianificare il momento opportuno dell’utilizzo; oppure inserirsi nell’eroica coorte di coloro che disciplinano la propria vescica: razionare i liquidi, silenziare lo stimolo, disciplinare il corpo.
Ecco di cosa parla L’oro è giallo: del complicato intrico di suggestioni simboliche e culturali connesse all’urina e all’atto di urinare (e ai rifiuti in generale, a tutto ciò che risulta fonte di disgusto o quantomeno di fastidio), e delle quotidianissime e persino risibili peripezie che affronta la protagonista nel tentativo di venire a patti con esse. Da quando ha memoria la voce narrante di questo romanzo non può fare a meno di preoccuparsi del semplice atto di fare pipì. Diventa un’adulta incapace di distinguere tra fisiologia e fissazione, poi una madre preoccupata dall’educazione urinaria del proprio figlio maschio, in ossequio alle norme a cui non si può sottrarre. Finché decide non solo di nominarla, la sua minzione, ma persino di studiarla, oggettivandola, passandola al setaccio del mondo. Quel setaccio gliela restituisce ripulita e luccicante, come l’oro, appunto: non più privata ossessione quanto piuttosto spia di una visione del corpo femminile».

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Un brano estratto dal romanzo “L’oro è giallo” di Benedetta Fallucchi (Hacca, 2023)

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1.

Gli Inuit onoravano la vescica delle foche. Per loro era la sede dello spirito. I cacciatori credevano che, una volta ucciso l’animale, l’anima non si disperdesse e restasse nella sua vescica. Ecco perché celebravano la porzione anatomica, di solito non molto considerata, con una vera e propria festività, al culmine della quale le vesciche degli animali catturati venivano rimandate in mare. In questo modo le prede avrebbero avuto la possibilità di reincarnarsi. Le foche si lasciavano prendere a patto che l’azione predatoria della caccia venisse risarcita.
Anche la mia anima risiede nella vescica. Ma, cacciatrice di me stessa, devo estirparla e poi spingerla nel mare delle parole. E poi ripescarla di nuovo: epurata, staccata da me, incarnata nelle immagini che il mondo mi offre.
Quando ero piccola mia madre chiamava fisime da bambina i comportamenti che rendevano complicato ciò che doveva essere semplice.
Smettila con le tue fisime da bambina, mi diceva di continuo. Io piangevo per nulla e mi preoccupavo di tutto. Non sono un successo del femminismo. Mia madre aveva il piglio di un generale e io ero un cadetto cui scivolava il fucile di mano durante le parate: la forchetta durante la cena, la penna mentre scrivevo, il gelato mentre mangiavo. Siccome non si fidava, di me e dei corpi in generale, mi aveva insegnato a disciplinare i bisogni. Scuoteva la testa quando bevevo troppo prima di un viaggio in auto e mi imponeva di strizzare la vescica ogni volta che uscivo.
Il corpo andava alimentato e idratato quel tanto che era indispensabile. Andava manutenuto per lo stretto necessario, non ascoltato e tantomeno vezzeggiato.
La vescica era uno straccio da tenere asciutto, uno strumento di cui avere pieno controllo. Perciò mia madre non è contenta il Natale dei miei cinque anni in cui il resto della famiglia si accorge che non sono ancora brava a controllare l’organo bizzoso.
Voglio cantare una canzone e scelgo Carletto, che parla di un bambino che l’ha fatta nel letto. Mamma, fiera del mio inatteso coraggio, mi solleva da sotto le ascelle, mi pone in piedi sulla sedia. Inizio a intonarla, lei mi aiuta quando mi ingarbuglio.
Carletto è un personaggio molto diverso da me, mai tirato la coda al gatto, mai chiuso la mamma nella cantina: è per questo che mi piace. Solo che mi blocco. Non ricordo più le parole della canzone. Dalla vetta della sedia scruto nel precipizio e mi taccio. Mamma mi suggerisce la strofa successiva ma, piantata sul cuscino trapuntato della sedia, non riesco ad andare avanti, e meno ci riesco più vedo che tutti ridono, le facce dei parenti mi appaiono deformate.
Magicamente la pipì evocata si materializza. A caratteri cubitali, scritta sulla mia calzamaglia traforata che da bianca si tinge di grigio bagnato.

Diventare adulti significa controllare i propri orifizi. Ma i bisogni fisiologici sono tali perché difficili da controllare. Sembrano avere una loro soggettività. Quando dico “mi scappa la pipì”, il mio bisogno è il protagonista, non io, e la minzione stessa, così urgente, sembra dotata di gambe robuste con cui scapparsene via.
Freud sostiene che il bambino non prova né vergogna né disgusto per le proprie escrezioni, alle quali al contrario è fortemente interessato, al punto da esserne orgoglioso. La defecazione e la minzione fanno parte delle molteplici attività in cui si dispiega la naturale pulsione erotica infantile. Sia per il maschio che per la femmina la zona genitale è in relazione con la minzione. Non c’è nulla di strano in questa sorta di contiguità. I due apparati, quello genitale e quello urinario, sono anatomicamente correlati, tanto che si parla anche di apparato urogenitale. Lou-Andreas Salomé esprime lo stesso concetto in modo più forte. Nella donna, dice lei, l’apparato genitale rimane prossimo alla cloaca: “è tolto a nolo da essa”.
È l’educazione a imporre il controllo degli orifizi, a correggere questa prossimità rischiosa, in modo da non indurre strane confusioni tra i due ambiti. Come ogni contenimento e come ogni apprendimento il processo può essere più o meno indolore. La parola educazione viene da ex e ducere e significa letteralmente tirare fuori. Ma a volte l’educazione non tira fuori ciò che sta dentro, piuttosto lo chiude dentro per sempre.
Ho iniziato a scrivere per ri-educare la mia vescica. Per tirare fuori ciò che c’era dentro, ed è così che ho trovato, seppellita come un cimelio impolverato ma ancora abbacinante, la vergogna. È arrivata in un giorno di festa, non invitata, e, come un parente indesiderato, arrogante, ha inforcato il posto a capotavola. Ha deciso di piazzarsi là, guardandomi con occhio giudicante per tutto il tempo del pranzo e oltre, ci è rimasta per anni e sta ancora lì seduta, una sfinge ingrigita il cui cipiglio non è sbiadito. Inoculata attraverso la censura, ingigantita dalla timidezza, esacerbata dall’adolescenza.
Ho spedito per mare la mia vescica ed è tornata indietro gonfia di pepite d’oro, le ho prese in mano e scottavano.

(Riproduzione riservata)

© Hacca edizioni

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La scheda del libro: “L’oro è giallo” di Benedetta Fallucchi (Hacca, 2023)

L'oro è giallo - Benedetta Fallucchi - copertinaLa protagonista di questo romanzo si sveglia spesso di notte per fare pipì, ha il terrore dei bagni pubblici, teme di non riuscire a trattenerla quando è in viaggio e sempre, sempre, rintraccia minzioni rappresentate ovunque, nelle pinacoteche come nelle riviste d’arte contemporanea o al cinema. Al pari degli Inuit, poi, crede che la vescica sia la sede della sua anima. Ed è proprio lì, infatti, che individuerà le ragioni di una felicità trattenuta, di un piacere sospeso. Irriverente e contemporanea, la storia qui raccontata – intervallata da digressioni in cui l’Autrice ci diverte con un florilegio di scenari in cui la vescica è protagonista, anche se spesso non ce ne accorgiamo – è un inno alla liberazione, nelle relazioni sociali come nel rapporto con il proprio corpo.

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