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STRÈUSE di Marinella Fiume (Iacobelli)

aprile 30, 2023

Strèuse. Strane e straniere in Sicilia - Marinella Fiume - copertina“Strèuse. Strane e straniere in Sicilia” di Marinella Fiume (Iacobelli editore): incontro con l’autrice e un brano estratto dal libro

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Marinella Fiume, docente e scrittrice, sindaca di Fiumefreddo tra il 1993 e il 2002. Oltre a testi storici e narrativi, ha curato il dizionario bibliografico Siciliane (2006) 333 profili di donne dal Medioevo ai nostri giorni. Testo di riferimento che ha non poco contribuito alla successiva fioritura di scrittrici dell’isola. Per i tipi di Iacobelli editore, ha pubblicato Le ciociare di Capizzi (2020) romanzo-memoir che racconta gli episodi da sempre taciuti degli stupri delle donne siciliane durante la Seconda guerra mondiale.

Il nuovo libro di Marinella Fiume, edito di recente da Iacobelli, si intitola Strèuse. Strane e straniere in Sicilia.

Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene…

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«Mi sono sempre occupata di donne, volendo colmare assenze e lacune storiche», ha detto Marinella Fiume a Letteratitudine. «Ritengo che ci sono “le donne”, non c’è “la donna”, perché sono tutte diverse tra loro. Ma volendo accomunare in una categoria le donne di cui mi sono occupata, mi è venuto in aiuto il dialetto della mia terra: il siciliano.Risultati immagini per marinella fiume letteratitudine L’aggettivo “strèuso”, voce derivata forse dal latino tardo extrausum, o da extraneus o ancora dal greco oistros, follia – da cui l’italiano estroso –, in siciliano significa strano, strambo, stravagante, eccentrico, insolito, estraneo, fuori del comune. Il suono del gruppo str in siciliano si pronuncia come l’equivalente in inglese, sicché il termine risulta parzialmente ma significativamente simile, per suono (consonanza e assonanza) e per significato, all’inglese stranger (pronuncia strènger) che vuol dire: sconosciuto, forestiero, estraneo, strano. Perciò ho messo insieme profili di donne siciliane o naturalizzate in Sicilia qui passate per ragioni diverse, di ieri e di oggi, poco noti o dimenticati, che non si sa bene come e da dove spuntino fuori, e alcuni sono di straniere che in Sicilia hanno trascorso un periodo più o meno lungo lasciandovi il segno, lo stesso, forse, che l’Isola ha lasciato in ciascuna di loro. Donne fuori dai canoni, come le Sirene dall’ibrido corpo metà di femmina e metà di pesce; come le “donne di fuori”, creature del folklore isolano un po’  fate e un po’ streghe, bellissime ma dai piedi caprini; donne avventurose, come le viaggiatrici che, dalla fine del Settecento fino alla metà del secolo scorso, visitarono la Sicilia, non sempre in compagnia, il cui passaggio lasciò lunghe tracce in chi le conobbe, ma anche in chi le vide anche solo passare e gliene rimase l’impressione destabilizzante. Ma anche al di là delle viaggiatrici e delle straniere, dovettero apparire “strane” nello scenario in cui si trovarono ad agire tutte queste donne di Sicilia di cui qui presento un campionario, per la loro diversità, il loro coraggio, la loro sfrontata audacia, il loro spirito di sacrificio, la loro pretesa di esistere, il loro volersi prendere la parola, l’esercizio dei diritti, insomma la loro visibilità. Sfilano in questo piccolo libro regine senza corona, popolane finite sotto le grinfie del tribunale del Sant’Uffizio siculo-spagnolo, poetesse sonnambule, scrittrici che proprio attraverso la parola scritta approdano alla più forte e trasgressiva delle conquiste; pittrici così minute da dover arrampicarsi sui tavoli per comporre le loro grandi tele o che comunicano coi morti attraverso un alfabeto di suoni ritmici da loro stesse inventato; sante cui le tenaglie hanno mozzato il seno e monache devote che per magia simpatica glielo ricostruiscono con farina, zucchero e canditi; cantanti liriche di grandi e mancate promesse, scrittrici omosessuali e dive straniere che in Sicilia rincorrono impossibili amori… E non sarà forse filologicamente corretto, ma non può sfuggire per ultimo anche la consonanza e l’assonanza dei due sinonimi con la pronuncia dialettale della parola “streghe” cui l’immaginario e talvolta il destino le riconduce grazie alla costruzione della loro identità femminile e al ribaltamento dal silenzio alla parola, dal privato alla scena pubblica, dalla resa al protagonismo. Sono ritratti sobri, singoli medaglioni isolati, alcuni dei quali apparsi in precedenza sulle pagine culturali di quotidiani e riviste, non tutti a carattere biografico, di un genere contaminato – come la lingua – tra il saggio divulgativo e e la narrativa, tra il diaristico e l’epistolare, alcuni di figure femminili pochissimo documentate, che colmano vuoti di memoria e narrano una disparata molteplicità di storie, voci, sguardi, spalmati in un tempo lunghissimo, la cui lettura in sequenza permette di rendersi conto di come la presenza delle donne abbia lasciato tracce durevoli nella storia. Per le Siciliane, del resto, è possibile solo parzialmente attingere a una precedente tradizione, se si escludono le 333 donne contenute nel Dizionario Siciliane a mia cura. In generale, sappiamo bene che nei libri di storia le donne ci sono molto poco e altrettanto nella toponomastica delle nostre città che, se si escludono le sante e le regine o le madri e le mogli di eroi e personaggi illustri, sono sembrate nei secoli abitate solo da uomini. Ancora, dunque, una piccola opportunità, questa, per fare uscir le voci di donne dal silenzio della Storia e toglierle dai margini a cui il sesso, la storiografia e la geografia ha relegato le siciliane. Perché dentro la Storia le donne ci sono sempre state (e pare un’ovvietà), al pari degli uomini, e al pari degli uomini hanno contribuito a farla, anche se non ne sono state raccontate che raramente le loro azioni: così, restando fuori dalla narrazione, sono rimaste invisibili. Mi piace pensare che tra i diritti umani fondamentali ci sia anche il diritto alla memoria: le donne hanno bisogno di memoria perché hanno bisogno di creare una tradizione, altrimenti restano meteore, scie luminose visibili solo per brevissimo tempo. Infine, un modo anche per le donne del nostro tempo di intrecciare un dialogo con chi le ha precedute, comprendere le dinamiche del cambiamento, contribuire a creare una genealogia.»

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Un brano estratto da “Strèuse. Strane e straniere in Sicilia” di Marinella Fiume (Iacobelli editore)

Strèuse. Strane e straniere in Sicilia - Marinella Fiume - copertina

1. Sirene

Ma esistono veramente le Sirene siciliane o la
domanda è quanto mai oziosa e vedremo
subito il perché?
La Sirena, archetipo muliebre primordiale, è parte
dell’immaginario collettivo: emblema del mare con
le sue attrattive, ma anche la sua pericolosità, della
Bellezza e del Sesso, elementi al tempo stesso se-
ducenti e insidiosi, lato oscuro del femminile, in-
carnazione di femmina che strega e seduce con la
propria grazia e il dolce canto (Dante, Purgatorio,
XIX), paura e desiderio del maschio per la femmina,
eros e thanatos. Ma in quanto ibrido, la sirena evoca
anche la doppiezza, l’imprevedibilità della natura.
Così, da tempi immemorabili, alimenta le umane
fantasie e illude gli uomini, il loro disperato bisogno
di vivere. Figura antropologica, quella della sirena
è penetrata in tante culture con una tale diffusione
da diventare topos. Già l’etimologia del termine dal
fenicio sir o dal semitico seirein – termini collegati al
potere incantatorio della musica – lo collega al canto,
ma seiráo, in greco, significa “legare” ed effettiva-
mente il canto delle sirene avvince, come le corde
che tengono legato Ulisse all’albero della nave. E il
canto è potere evocativo e creativo, alogico, medium
di saperi che vanno al di là del logos; la sua dolcezza le
apparenta ai miti del vento che portano voci da ogni
parte del mondo ed esse placano i venti cantando le
melodie dell’Ade. Presenza mitica condivisa tra Oc-
cidente e Oriente, essa, prima di diventare donna-pe-
sce nel Medio evo, fu metà donna e metà uccello, da
qui il suo canto.
Creature liminari tra il mondo delle terre emerse
e quello delle acque, le Sirene conoscono le cose di
più mondi, perciò hanno la facoltà di profetizzare
l’avvenire, a quanto ci dicono le favole antiche e molte
leggende popolari. Le Sirene sono onniscienti e il
noto episodio di Ulisse nell’Odissea ricorre anche in
altri antichi racconti mitici il cui motivo centrale è il
pericolo che la conoscenza, per tramite di figure fem-
minili tentatrici, arreca all’uomo e della punizione a
lui inflitta dagli dèi per questo. Il motivo centrale del
mito, la sua chiave, sarebbe la condanna del muta-
mento e del progresso, dell’avanzamento conoscitivo
e tecnologico che sovverte l’ordine sociale, ricordo,
pare, dell’ordine sociale sconvolto nell’esperienza
storica del rivoluzionario passaggio dal regime della
caccia e raccolta a quello dell’agricoltura.
La Sicilia è piena di Sirene. Malgrado la mania
modernista post-positivista abbia finito con il de-
classare e uccidere la creatività ed emarginare tutti
gli irregolari, i vecchi pescatori di alcune località
siciliane serbano ancora oggi memoria di un’orazio-
ne che si tramanda oralmente di padre in figlio e si
recita lanciando in mare un numero dispari di pietre:
Iu ti salutu, mia bella Sirena,
Li to ricchizzi mi vegnu a pigghiàri,
Li me scarsizzi ti vegnu a lassari,
Vìgghiami, Furtuna mia!
(1)
Memoria che resiste, ad esempio, nella contea di Mo-
dica, dove la sirena assomiglia a certe figure nordiche
che avvertono i marinai dei pericoli ai quali vanno
incontro; lei vive in fondo al mare, in una splendida
grotta rivestita di brillanti e perle, e solo una volta
all’anno la lascia, dal 24 al 25 gennaio, quando ricorre
la festa di san Paolo. Solo allora riemerge dai fondali,
s’avvicina alla spiaggia e si mette a cantare tutta la
notte, profetizzando avvenimenti che succederanno
entro l’anno e predicendo l’avvenire a coloro che
l’ascoltano. Ma la sirena di Modica non abbandona
la sua inquietante ambivalenza e, mentre avverte
provvidenzialmente i marinai del pericolo, sa essere
sadicamente perfida, ridendo mentre uccide.
Perché in Sicilia, con tutto il campionario fiabesco
che la percorre carsicamente e che trasmigra da una
cultura all’altra, le Sirene esistono ancora, essendo
questo il posto in cui – come scrive Andrea Camil-
leri – basta chiudere gli occhi «pi vidiri le cose fata-
te». E qui, nella letteratura, le Sirene hanno trovato
il loro habitat naturale, specialmente nello Stretto
di Messina, tra Scilla e Cariddi, ma non mancano
di popolare tutto il mare che circonda l’isola, come
dimostra Giuseppe Pitrè che raccolse circa trentatré
leggende di sirene, prova della loro presenza anche
in luoghi dell’interno

(1) 1. Io ti saluto, mia bella Sirena,/Le tue ricchezze vengo a pren-
dermi,/La mia povertà vengo a lasciarti,/Vegliami, Fortuna mia!
(Riproduzione riservata)

© Iacobelli Editore

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La scheda del libro: “Strèuse. Strane e straniere in Sicilia” di Marinella Fiume (Iacobelli editore, 2023)

Strèuse. Strane e straniere in Sicilia - Marinella Fiume - copertinaTante le “straniere” (Strèuse) che dalla fine del Settecento, visitarono la Sicilia o vi si stabilirono. Donne avventurose, come le viaggiatrici, che certo apparivano “strane” nello scenario in cui si trovarono ad agire: per il loro coraggio, la loro sfrontata audacia, il loro spirito di sacrificio, la loro pretesa di esistere, la loro diversità, il loro volersi prendere la parola, l’esercizio dei diritti, in una parola la loro visibilità. Sono regine senza corona, donne di fuora, strane e straniere, appunto. L’immaginario e talvolta il destino le conduce alla costruzione della loro identità femminile e al ribaltamento dal silenzio alla parola, dal privato alla scena pubblica, dalla resa al protagonismo.
I sobri ritratti contenuti in questo volume, non tutti biografie, singoli medaglioni isolati, alcuni di figure femminili pochissimo documentate, che colmano vuoti di memoria e narrano una disparata – seppur per forza di cose episodica – molteplicità di storie, voci, sguardi, spalmati in un tempo lunghissimo la cui lettura in sequenza permette di rendersi conto di come la presenza delle donne, sia una eredità in corso di riconoscimento – seppur tardivo. Ogni figura può leggersi infatti come un piccolo tassello per la costruzione e valorizzazione della memoria e della storia delle donne. Una piccola opportunità, questa, per fare uscir le voci di donne dal silenzio e toglierle dai margini a cui il sesso, la storiografia e la geografia ha relegato le siciliane. Scrivere/leggere di loro è ripercorrere le tappe della modernizzazione del nostro Paese perché anche le Siciliane hanno contribuito alla crescita sociale dell’isola, pur nel colpevole silenzio delle fonti.

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