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Keyword: ‘claudio morandini’

GLI OSCILLANTI di Claudio Morandini (recensione)

Gli oscillantiGLI OSCILLANTI di Claudio Morandini (Bompiani)

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di Umberto Rossi

Tutto si può dire di Claudio Morandini tranne che sia un esordiente. Eppure in un certo senso Gli oscillanti lo possiamo considerare romanzo d’esordio nella misura in cui, dopo aver pubblicato con una serie di piccoli editori, il nostro approda a una delle majors del libro. Questo potrebbe fargli incontrare molti nuovi lettori, e non mi pare un caso che il titolo stesso di questo romanzo singolare (ma quale dei libri finora pubblicati dallo scrittore valdostano non lo è?) vada interpretato come una presentazione, come una chiave di lettura di questa storia.
Abbiamo una valle montana. Alpi? Appennino? L’autore non lo dice chiaramente: quel che è certo è che non siamo in una valle turistica, né Val Gardena né Val di Fassa. Leggi tutto…

CLAUDIO MORANDINI vince il PREMIO PROCIDA 2016

CLAUDIO MORANDINI si aggiudica la 29ª edizione del Premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante con il romanzo Neve, cane, piede (Exòrma)

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Di seguito, Claudio Morandini racconta il suo romanzo.

I finalisti della 29ª edizione del Premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante sono stati Gabriele Di Fronzo con Il grande animale (Nottetempo), Giordano Meacci con Il cinghiale che uccise Liberty Valance (Minimum Fax) e Claudio Morandini con Neve, cane, piede (Exòrma). Nella serata conclusiva, il 24 settembre, è stato proclamato vincitore per la sezione Narrativa Claudio Morandini con Neve, cane, piede (Exòrma).

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CLAUDIO MORANDINI racconta il suo romanzo NEVE, CANE, PIEDE (Exòrma Edizioni)

di Claudio Morandini

220È sicuramente bello costruire romanzi complessi, coltivare selve fitte di avventure, edificare cattedrali narrative gremite di particolari da dominare con il piglio dell’architetto, o almeno del geometra. Ma a volte è giusto, salutare, scrivere storie piccole, romanzi che sembrano quasi racconti, abitati da due o tre figure, non di più; aiuta a focalizzare meglio i propri obiettivi concentrarsi sull’essenziale, prosciugare, levare il superfluo, abbassare la voce. Come quando, dopo pranzi elaborati e generosi sentiamo il bisogno di un pasto semplice, pochissimi ingredienti purché buoni, cotti il meno possibile; o quando, dopo un paio di ore di sinfonie, ci viene voglia di un quartetto, anzi di un trio, in un’esecuzione senza ritornelli, così finisce prima e ci lascia con il desiderio di riascoltarla ancora. È quello che ho sentito di fare con questo libro, in cui certi temi che evidentemente mi sono cari ritornano, ma sommessamente, e l’ambizione non è quella di dire meno ma di dire ancora più cose con meno parole. Leggi tutto…

CLAUDIO MORANDINI racconta NEVE, CANE, PIEDE

CLAUDIO MORANDINI racconta il suo romanzo NEVE, CANE, PIEDE (Exòrma Edizioni)

di Claudio Morandini

220È sicuramente bello costruire romanzi complessi, coltivare selve fitte di avventure, edificare cattedrali narrative gremite di particolari da dominare con il piglio dell’architetto, o almeno del geometra. Ma a volte è giusto, salutare, scrivere storie piccole, romanzi che sembrano quasi racconti, abitati da due o tre figure, non di più; aiuta a focalizzare meglio i propri obiettivi concentrarsi sull’essenziale, prosciugare, levare il superfluo, abbassare la voce. Come quando, dopo pranzi elaborati e generosi sentiamo il bisogno di un pasto semplice, pochissimi ingredienti purché buoni, cotti il meno possibile; o quando, dopo un paio di ore di sinfonie, ci viene voglia di un quartetto, anzi di un trio, in un’esecuzione senza ritornelli, così finisce prima e ci lascia con il desiderio di riascoltarla ancora. È quello che ho sentito di fare con questo libro, in cui certi temi che evidentemente mi sono cari ritornano, ma sommessamente, e l’ambizione non è quella di dire meno ma di dire ancora più cose con meno parole.

https://i2.wp.com/www.exormaedizioni.com/exorma/wp-content/uploads/2015/09/Cop_NEVE_CANE1.jpgNeve, cane, piede è nato già nel 2011, subito dopo l’uscita di Il sangue del tiranno, e in attesa delle bozze di A gran giornate; ed è cresciuto velocemente, con relativa facilità e un certo piacere, per me, come se i limiti e i vincoli imposti dall’ambientazione e dal numero ridotto di personaggi e situazioni rappresentassero un incentivo a muoversi ancora più liberamente.
C’era, all’origine di tutto, l’immagine di un piede umano che spuntava da una massa di neve: immagine misteriosa, venutami chissà come, che costringeva a porsi domande (di chi è? perché è lì? da quando è lì?); e, accanto a quel piede, un cane e un vecchio. Sarebbe potuto diventare l’avvio di un giallo o un thriller; e l’uomo avrebbe potuto anche essere un vecchio marinaio in mezzo all’oceano, o un beduino altrettanto vecchio nel deserto, invece è rimasto un montanaro scontroso e solitario, e di thriller alla fine non c’è nulla. Anzi, per sgombrare il campo da possibili equivoci, non mi serviva nient’altro attorno se non spazi deserti, sufficientemente ostili da tener lontano i curiosi, gli sfaccendati, le fonti di distrazione, le soluzioni troppo facili. Leggi tutto…

A GRAN GIORNATE, di Claudio Morandini

di Massimo Maugeri

GranGiornate_coverA saperli cercare, di romanzi che hanno nel proprio dna caratteristiche che li contraddistinguono dalla maggior parte delle proposte editoriali in circolazione, ce ne sono ancora parecchi. Uno di questi è “A gran giornate” (La Linea, 2012, pagg. 256, € 14), il nuovo libro di Claudio Morandini: un romanzo che spazia tra viaggio e parodia, tra avventura e umorismo. Ne ho discusso con l’autore su La poesia e lo spirito (dove potrete leggere l’intervista).

Qui di seguito, pubblico un paio di brani tratti dal romanzo…

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da A gran giornate” di Claudio Morandini

7-11 Ollssen aveva una vecchia polaroid nello zaino e avrebbe voluto scattarci una foto. No, no, aspettiamo di incontrare qualcuno, dicemmo, ce la scatterà qualcun altro la foto, così nell’immagine compariremo tutti. Dopo alcuni giorni, ci imbattemmo in un vecchio barbone, che però tremava vistosamente: le sue mani malate erano incapaci di trattenere qualsiasi cosa. Però era qualcuno. E ci fermammo volentieri a conversare con lui, che per lo più si limitò ad annuire, e che di sicuro tirò un sospiro di sollievo quando ce ne andammo. Leggi tutto…

Categorie:Articoli e varie

FUORIASSE n°22 – “I luoghi della memoria” di Caterina Arcangelo

FuoriAsse 22È appena uscito il nuovo numero di FuoriAsse – Officina della cultura, questa volta incentrato su “La memoria dei luoghi“.
La copertina è stata realizzata da Pia Taccone e si intitola “La memoria dell’albero“.

Per sfogliare FuoriAsse o scaricare il PDF clicca sul seguente Link

Pubblichiamo, di seguito, l’editoriale del n. 22 di FuoriAsse firmato da Caterina Arcangelo

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I luoghi della memoria

di Caterina Arcangelo

A volte, vicende drammatiche o di cronaca su cui si accendono i riflettori si legano a certi luoghi in un modo tale che, irrimediabilmente, finiscono per costruirne la memoria in un immaginario collettivo, che ne diventa la forma di rappresentazione più comune all’interno di un sistema sociale.
Si tratta di preconcetti, talvolta fabbricati ad hoc, che non permettono né di verificare né di acquisire consapevolezza di quanto, invece, vivace, variegata e diversamente immaginabile possa essere la realtà di un luogo. È il caso di Ustica, per esempio, che dal 1980 – data del controverso disastro aereo avvenuto nelle acque siciliane –, viene identificata molto più spesso con La strage di Ustica. L’isola in se stessa, nella sua realtà effettiva, è come se non esistesse più.
Il compito della cultura è quello fornire i mezzi con cui riappropriarci dei luoghi della memoria. Tentando, in qualche modo, di ricostruire tale memoria senza dimenticare i drammi del presente e del passato meno recente che l’hanno più o meno condizionata.
Accade di leggere in Lettere dal Carcere, di Antonio Gramsci, una descrizione dell’isola e di ritrovare in queste pagine lo sguardo curioso e acuto di chi, come Gramsci, in un altro tempo – nel dicembre del 1926, anno in cui vi fu condannato al confino – e in un’altra epoca, si sofferma ed è capace di guardare al territorio come un luogo accogliente e pieno di vita, nonostante sia lì a scontare una pena. Ha la capacità Gramsci di uscire da se stesso, di ampliare lo sguardo e di dirigerlo oltre i limiti di sé e delle condizioni contingenti in cui è costretto a vivere. Le parole di Antonio Gramsci in una delle sue lettere alla cognata Tatiana Schucht sono particolarmente illuminanti: Leggi tutto…

SCRITTORINCITTÀ 2017

SCRITTORINCITTÀ 2017 – XIX EDIZIONE – Cuneo, 15 – 20 novembre

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Scrittorincittà torna a Cuneo da mercoledì 15 a lunedì 20 novembre 2017. Il Festival letterario giunto alla sua XIX edizione avrà quest’anno come tema portante del programma Briciole, intorno al quale autori italiani e stranieri sono chiamati a esprimersi, riflettere, confrontarsi con i lettori di ogni età.

Il Festival è un’iniziativa del Comune di Cuneo, in collaborazione con la Provincia di Cuneo e la Regione Piemonte, ed è organizzato dall’Assessorato per la Cultura del Comune di Cuneo e dalla Biblioteca civica. Un festival diffuso attraverso la città con centinaia di appuntamenti che dal Centro Incontri della Provincia, cuore della manifestazione, si allarga in tantissimi spazi aperti ai cittadini, come la Biblioteca Civica, il Teatro Toselli, il Cinema Monviso, ma anche le chiese, i musei, i circoli culturali.

Scrittorincittà propone iniziative, incontri, reading e laboratori durante tutto l’anno, per poi culminare a novembre in una cinque giorni ricca di eventi. Più di 180 appuntamenti per adulti, ragazzi e bambini con scrittori, giornalisti, artisti e protagonisti di tutti gli ambiti: dalla letteratura all’arte, dallo sport al cinema, dalla scienza alla musica. Ogni incontro è pensato per mettere a confronto chi legge e chi scrive, chi disegna e chi racconta, con modalità sempre diverse e originali.  Il programma è a cura di Stefania Chiavero, Paolo Collo, Matteo Corradini, Andrea Valente, Giorgio Vasta. Leggi tutto…

FESTIVAL DELLE NARRAZIONI 2017

FESTIVAL DELLE NARRAZIONI: Sulmona – dal 10 al 17 ottobre 2017

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L’edizione 2017 del Festival delle Narrazioni dedicherà particolare attenzione al tema dell’amore ed ai vari esiti che esso può sviluppare: dall’amore per la propria terra all’ amore per i propri figli, dall’amore per il proprio compagno o compagna, all’amore per la verità, dall’amore per la vita all’amore per la giustizia.

Il tema scelto è il nostro modo di rendere omaggio a Publio Ovidio Nasone, poeta  multiforme e raffinato e fine intellettuale, nato a Sulmona nel 43 a. C. e morto in esilio a Tomi, nel 17 d.C.

IL PROGRAMMA

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FESTIVALETTERATURA 2017

 Festivaletteratura

 

FESTIVALETTERATURA

A MANTOVA DAL 6 AL 10 SETTEMBRE

 VENTUNESIMA EDIZIONE

Festivaletteratura

Di seguito, tutte le informazioni sul Festival…

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30° Salone Internazionale del Libro di Torino: comunicato stampa conclusivo

Il 30° Salone Internazionale del Libro di Torino si è chiuso alle ore 20 di lunedì 22 maggio 2017

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Il numero totale di visitatori alle ore 16.00 di lunedì 22 maggio è di 165.746, di cui 140.746 al Salone presso il Lingotto Fiere, e oltre 25.000 per le iniziative in città (497 al Turin’s Eye, 1.503 al reading Furore di Steinbeck, più di 5.000 per gli eventi all’area Ex Incet e 18.000 alle iniziative del Salone Off in città e nei Comuni della Città Metropolitana. L’orario di apertura del Salone 2017 è stato ridotto, nei cinque giorni, di complessive 12 ore rispetto all’anno precedente.

La 31° edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino si terrà da giovedì 10 a lunedì 14 maggio 2018.

 

Presenze istituzionali

Il Salone 2017 stato inaugurato giovedì 18 dal Presidente del Senato della Repubblica, Pietro Grasso, alla presenza dei Ministri dell’istruzione, dell’università e della ricerca Valeria Fedeli e dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini. Sono intervenuti nelle diverse giornate della manifestazione la Ministra della difesa Roberta Pinotti, il Ministro degli interni Marco Minniti e il Presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani. Giunto in visita anche il Capo di Stato Maggiore della Difesa gen. Claudio Graziano. È venuta in visita al Salone la delegazione dell’Emirato Arabo di Sharja con il Presidente del National Heritage Institute. Fra i rappresentanti delle diplomazie straniere, l’ambasciatore del Cile in Italia Fernando Ayala.

 

Le vendite agli stand: segno più per tutti gli editori Leggi tutto…

NEVE, CANE, PIEDE: effetto Modus Legendi

https://i2.wp.com/www.exormaedizioni.com/exorma/wp-content/uploads/2015/09/Cop_NEVE_CANE1.jpg“NEVE, CANE, PIEDE” di Claudio Morandini nella classifica dei più venduti di questa settimana spinto da Modus Legendi.

Leggi l’Autoracconto di Claudio Morandini dedicato a “Neve, cane, piede” (Exòrma Edizioni) – Vincitore del Premio Procida — Isola D’Arturo — Elsa Morante 2016

Anche per questa seconda edizione di Modus Legendi ha avuto successo riuscendo nell’intento: “Neve, cane, piede” di Claudio Morandini è nella “top ten” della classifica della narrativa italiana. Con 1192 voti (30.68%) “Neve, cane, piede” di Claudio Morandini è stato il libro più votato di Modus Legendi 2017, l’iniziativa promossa dal gruppo Facebook Billy, il vizio di leggere. Il romanzo di Morandini, già vincitore del Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante 2016, è stato dunque al centro della seconda fase di Modus Legendi, quella più importante: la settimana d’acquisto dal 12 al 18 febbraio, volta a portare in classifica un libro di un editore indipendente facendolo diventare un caso editoriale. Dopo tre settimane di votazione, tenutesi sul forum di Ultima Pagina, i lettori hanno scelto tra una rosa di cinque titoli di case editrici indipendenti di qualità il libro da “lanciare” nella classifica nazionale. L’iniziativa, nata dall’idea di Angelo Di Liberto e Carlo Cacciatore, promossa dal gruppo di lettori Billy, il vizio di leggere, consiste nel promuovere l’acquisto in massa — in un tempo limitato di una settimana — del titolo precedentemente votato, con lo scopo di farlo arrivare nelle classifiche nazionali. La prima edizione di Modus Legendi si è conclusa nel mese di aprile 2016 con enorme successo, consacrando Annie Ernaux nel panorama culturale italiano con il suo “Il Posto”, in terza posizione nella classifica nazionale narrativa straniera e all’undicesima di quella generale. Anche questo anno la “rivoluzione gentile” di Modus Legendi ha avuto successo: “Neve, cane, piede” di Claudio Morandini è al VII posto della TOP TEN e al V nella classifica della narrativa italiana. Leggi tutto…

LETTERATITUDINE 3 (anteprima nazionale)

LETTERATITUDINE 3: letture, scritture e metanarrazioni (LiberAria)

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Presentazione del volume in anteprima nazionale

massimo-maugeri-11-1-17Care amiche e cari amici, ho il piacere di invitarvi a partecipare a un evento che mi sta molto a cuore.
Martedì 17 Gennaio, alle ore 18:00, vi aspetto presso la Sala Eventi della Feltrinelli di via Etnea di Catania, per una festa letteraria che riguarda Letteratitudine. Presento, infatti, in anteprima nazionale il volume “Letteratitudine 3: letture, scritture e metanarrazioni” (LiberAria, pagg. 404, € 13,50). È il libro con cui festeggio i dieci anni di attività del blog e che contiene tantissimi contributi, per lo più inediti (per dettagli vi rimando al comunicato elaborato dalla libreria Feltrinelli, che riporto di seguito) donati da amici scrittrici e scrittori. Ne approfitto subito per ringraziarli pubblicamente, e di vero cuore, per la loro disponibilità e amicizia.
Aggiungo soltanto che, questa del 17 gennaio, sarà davvero una bellissima festa dedicata alla lettura e alla scrittura. Nella presentazione mi accompagneranno alcuni degli amici che hanno donato il loro contributo per la realizzazione del libro. In particolare, saranno con me (e con voi): Antonio Di Grado, Marinella Fiume, Giuseppe Giglio, Mavie Parisi, Sergio Claudio Perroni, Guglielmo Pispisa, Maria Lucia Riccioli, Ornella Sgroi, Domenico Trischitta, Anna Vasta, Vincenzo Vitale.
Vi aspettiamo! Non mancate!

Massimo Maugeri

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letteratitudine3Presso la Sala Eventi de la Feltrinelli Libri e Musica di via Etnea 285 a Catania

Martedì 17 Gennaio

ore 18:00

Massimo Maugeri

presenta

LETTERATITUDINE 3 (LiberAria Editore)

Intervengono: Antonio Di Grado, Marinella Fiume, Giuseppe Giglio, Mavie Parisi, Sergio Claudio Perroni, Guglielmo Pispisa, Maria Lucia Riccioli, Ornella Sgroi, Domenico Trischitta, Anna Vasta, Vincenzo Vitale.

Martedì 17 Gennaio, alle ore 18:00, presso la Sala Eventi della Feltrinelli di via Etnea, Massimo Maugeri presenterà al pubblico catanese Letteratitudine 3 (Liberaria Editore). Interverranno numerosi autori degli scritti inclusi nel libro: questa chiacchierata fra scrittori è il modo con cui noi della Feltrinelli di Catania abbiamo scelto di  iniziare la nostra stagione degli eventi 2017.

Un manuale sulla lettura, uno scrigno zeppo di consigli sulla scrittura, l’ingresso nel laboratorio creativo di tante scrittrici e tanti scrittori di fama nazionale e internazionale, un insieme di percorsi che introducono a libri, scrittori scomparsi e personaggi letterari. In questi e in tanti altri modi può essere definito Letteratitudine 3 – letture, scritture e metanarrazioni: il nuovo libro curato da Massimo Maugeri ed edito da Liberaria, che è legato alle attività culturali e letterarie del celebre blog Letteratitudine.

Letteratitudine 3, che esce a dieci anni dalla nascita del blog, è una raccolta di interventi, in larga parte inediti e in parte tratti dal blog stesso. In questo terzo volume, come sempre curato da Massimo Maugeri, sono contenuti gli scritti di alcuni dei più importanti autori della narrativa contemporanea, italiana e internazionale. Le loro penne animano le quattro sezioni in cui è diviso il libro.

In Lettura e scrittura: dieci domande a dieci scrittori, sono racchiuse interviste sul rapporto tra l’attività del leggere e dello scrivere, una vera e propria incursione nelle vite letterarie di ogni scrittore.

Autoracconti d’autore: scrittori raccontano i propri romanzi, costituisce invece un vero e proprio focus sul romanzo, la narrazione in prima persona dei meccanismi e delle finalità dietro la scrittura e la stesura di un libro. Lettere a personaggi letterari e autori scomparsi è un epistolario fantastico, il dialogo, sempre vivo, tra uno scrittore contemporaneo e il suo autore, o personaggio letterario, di riferimento. Chiude la raccolta un Omaggio a Vincenzo Consolo, figura imprescindibile della letteratura contemporanea.

Dettagli, qui di seguito… Leggi tutto…

CONVERSAZIONI FESTIVAL 2016

conversazioni festival 1Conversazioni Festival 2016, un ciclo di conversazioni ideato dal critico letterario Domenico Calcaterra e con il patrocinio e il sostegno organizzativo della onlus Fondazione Salvatore Mancuso (importante realtà locale impegnata nel sociale, con meritorie iniziative di sostegno alla comunità locale), che si articolano da maggio a settembre in sette incontri presso il locale circolo della Cultura Dante Alighieri in Piazza Vittorio Emanuele II, a Sant’Agata di Militello (Me):
conversazioni festival 2dopo Nino De Vita che ha parlato della sua Antologia e della sua trentennale esperienza di poeta, delle sue amicizie, e dell’essere stato l’ultimo testimone della grande conversazione nell’isola, si sono succeduti Crocifisso Dentello che ha presentato “Finché dura la colpa” (Gaffi, 2015), uno degli esordi più recensiti e discussi dello scorso anno; dopo è stata la volta di uno scrittore di lunghissimo corso come l’aostano Claudio Morandini con “Neve, cane, piede” (Exorma, 2016), scrittore da sempre attento non solo alla storia ma al dettato, alla preoccupazione della voce [prima foto a sinistra: Calcaterra con Morandini]. Domenica 10 luglio è arrivato a Sant’Agata Militello uno degli autori più importanti della narrativa degli ultimi anni come il goriziano di Cormons Emanule Tonon, fresco Premio Mondello per la narrativa con “Fervore” (Mondadori, 2016), trasfigurazione in romanzo, con la consueta verticalizzazione prosodica della lingua, dell’anno di prova del noviziato tra i frati minori francescani in un convento del centro Italia. [seconda foto a sinistra: Tonon con Calcaterra]. Leggi tutto…

LA DANZA DELLA MEDUSA di Guido Conterio

LA DANZA DELLA MEDUSA di Guido Conterio (Manni, 2016)

di Claudio Morandini

«De la musique avant toute chose» andrebbe detto quando si parla di un romanzo di Guido Conterio. Il dato stilistico, la cura del ritmo della frase e la scelta lessicale improntata a pluralità di registri e toni continuano a essere prioritari per l’autore di Aosta, che dedica a essi ogni attenzione, riuscendo a trasmettere al lettore il fascino e la necessità di questa ricerca. Così è anche per questo suo ultimo romanzo, “La danza della medusa”, pubblicato, come il precedente “Incanto e guarigione”, da Manni nella collana Pretesti.

In un futuro remoto, allo studioso Sugar Abbagnano viene affidato (da un rettore che è un ologramma proteiforme piuttosto simpatico) il compito di redigere lo studio definitivo su Giuseppe Rocci, insigne superesperto a noi contemporaneo e quasi dimenticato dai posteri, prodigiosamente rigenerato, in un certo momento epifanico della sua vita, dal tocco tutt’altro che urticante della medusa del titolo. Ad aiutare Abbagnano nella ricerca c’è una giovane e affascinante ricercatrice; attorno a loro, vive una collettività esente da mali e angosce e un po’ stolida, per la quale la morte di ciascuno è programmata fin dalla nascita. Leggi tutto…

MEMORIALI SUL CASO SCHUMANN di Filippo Tuena (un estratto)

Memoriali sul caso SchumannPubblichiamo un estratto di MEMORIALI SUL CASO SCHUMANN di Filippo Tuena (Il Saggiatore), preceduto da alcune considerazioni dell’autore in merito alla recensione del romanzo firmata da Claudio Morandini e pubblicata sul forum LETTERATURA E MUSICA di Letteratitudine

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di Filippo Tuena

La struttura del libro per me È il libro. È l’elemento fondante dal quale parto. Stabilita quella – in questo caso – 6 monologhi (in principio erano 5, quello di Ludwig l’ho aggiunto per ultimo) dove si alternavano diari, epistolari, memoriali, monologhi, scritture automatiche. Ho rinunciato quasi del tutto ai dialoghi (non riuscivo a renderli credibili) e alle descrizioni (salvo Endenich che è luogo misterioso ai più e dunque quelli che lo visitavano, certamente lo descrivevano) perché volevo che il lettore sapesse meno delle voci narranti. E che le voci narranti ignorassero il lettore.
Di qui anche la scelta di eliminare – salvo nella Postilla – il ruolo del narratore che ha sempre svolto un’importante funzione nei miei libri precedenti. Un unico narratore presupponeva una conoscenza completa delle vicende e io invece volevo che si mantenesse il più possibile il dato frammentario e incompleto. Per questo motivo non è stata chiamata a testimoniare Clara, che certamente avrebbe potuto fornire molte informazioni ma che nella realtà e anche in questa ‘fiction’ ha sempre mantenuto un riserbo rigidissimo.

Due parole anche sulla musica e sulle variazioni. Considero la forma delle variazioni la punta più alta della letteratura musicale ottocentesca e anche la più vicina alla narrativa. Che cos’è la narrazione se non la variazione di un evento preesistente che nelle mani del narratore assume una forma specifica e riconoscibile come originale di quel narratore? Stabilito questo assioma ne cade che la realtà così come possiamo trasmetterla non è che una variazione dell’evento occorso. Il tema mi affascina, ma qui si può solo accennare. Ne riparliamo.

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Da MEMORIALI SUL CASO SCHUMANN di Filippo Tuena (Il Saggiatore) – pag. 84-86 Leggi tutto…

A proposito di Zibaldoni

A proposito di Zibaldoni…

Zibaldoni e altre meraviglie
Riflessioni su una rivista letteraria online

di Claudio Morandini

Tra le riviste culturali diffuse sul web, Zibaldoni e altre meraviglie ha una storia e delle caratteristiche che ne fanno ancor oggi qualcosa di originale e di difficilmente collocabile. Fondata nel 2002 da Gianluca Virgilio e Enrico De Vivo, che la dirige tuttora, nel corso dei primi anni ha potuto contare su collaboratori come Gianni Celati, Antonio Prete, Rocco Brindisi, Franco Arminio, Paolo Morelli, Mattia Mantovani, Giorgio Messori, e ha partecipato in prima linea al dibattito talvolta acceso sugli spazi concessi alla letteratura e alla critica sul web. Negli anni, Zibaldoni ha continuato ad alimentare il dibattito culturale, da una posizione sempre un po’ defilata (ma non periferica), senza inseguire le mode del momento, anzi insistendo su temi che, per così dire, attraversano i secoli e su cui i classici antichi e moderni hanno detto cose che vale la pena riproporre, chiosare, come se fossero parole di oggi. Ho anzi l’impressione che in molti dei testi pubblicati su Zibaldoni si respiri un certo turbamento dinanzi al presente, o almeno una sospensione del giudizio, e che solo il ricorso allo sguardo lungo dei classici permetta di trovare degli strumenti con cui non perdersi nell’imbarazzante, tragicomico guazzabuglio dell’oggi.
Ai primi collaboratori si sono aggiunti nel frattempo scrittori-studiosi come Walter Nardon, Simona Carretta, Stefano Zangrando, Carlo Cenini, Barbara Fiore, Brunella Antomarini, Giacomo Verri, Francesca Andreini, Giuseppe Dino Baldi e altri: ognuno è titolare di una rubrica in cui esplora tematiche, divaga liberamente attorno a un centro d’attrazione, gioca inanellando variazioni sui temi sentiti da tutta la redazione. Leggi tutto…

PRENDI LA DELOREAN E SCAPPA

AA VV –Prendi la DeLorean e scappa

a cura di Andrea Malabaila – Las Vegas edizioni, 2015 – Collana i Jackpot

[Un libro imperdibile per chi ha amato la saga di Ritorno al futuro di Robert Zemeckis]

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Le Edizioni Las Vegas di Torino hanno presentato al Salone del Libro Prendi la DeLorean e scappa, un’antologia di diciotto racconti ispirati alla saga di Ritorno al futuro di Robert Zemeckis.
Curata da Andrea Malabaila, l’antologia contiene racconti firmati da (in ordine alfabetico) Davide Bacchilega, Marco Candida, Eva Clesis, Vito Ferro, Roberto Gagnor e Michela Cantarella, Enzo Gaiotto, Manuela Giacchetta, Elia Gonella, dallo stesso Andrea Malabaila, e poi da Christian Mascheroni, Gianluca Mercadante, Claudio Morandini, Gianluca Morozzi, Daniele Pasquini, Giorgio Pirazzini, Giuseppe Sofo, Daniele Vecchiotti, Paolo Zardi.

L’editore e scrittore torinese, che di Ritorno al futuro è stato ed è ancora uno spettatore appassionato, coltivava evidentemente da un bel pezzo quest’idea. Andrea, da vero fan, assicura di non annoiarsi mai a rivedere il film con Michael J. Fox; e, da scrittore, non smette di stupirsi di fronte ai perfetti meccanismi narrativi che governano in particolare i primi due film della trilogia, impeccabilmente ritmati, per niente invecchiati negli anni come invece è accaduto, ahimè, a tante altre pellicole di successo di quel decennio. Che la passione di Malabaila non sia solo sua è testimoniato dalla fortuna critica di cui gode la trilogia di Zemeckis sul web, o da eventi anche giganteschi che quest’anno si svolgeranno un po’ in tutto il mondo, come la serie di incontri, proiezioni e esposizioni di memorabilia ospitata dall’Ecomuseo del Freidano (Settimo Torinese, TO) che da luglio a novembre celebrerà con divertita solennità la ricorrenza. Ecco, appunto, la ricorrenza: il 2015 è l’anno perfetto per tributare un omaggio a Ritorno al futuro, dato che il 2015 nel 1985 era il futuro, e lo era nel modo bizzarro rivelato dal secondo capitolo della trilogia, con le macchine volanti, l’hoverboard, le scarpe autoallaccianti e quell’aria ancora profondamente impregnata di anni Ottanta. Si legge sulla bandella editoriale dell’antologia: “Un tempo il 2015 era il futuro (…) E oggi, che siamo davvero nel 2015, che cos’è rimasto di tutto ciò? Con quest’antologia di diciotto racconti vogliamo festeggiare il trentennale della saga di Zemeckis e portarvi ancora una volta avanti e indietro nel tempo.”
La raccolta di racconti è, nelle intenzioni dei curatori Andrea Malabaila e Carlotta Borasio, appunto “una specie di omaggio, di benvenuto a Marty e Doc (per la cronaca sbarcheranno qui il 21 ottobre)”, come si legge sul blog di Andrea. Leggi tutto…

Nascita di una rivista: Diacritica

Nascita di una rivista: Diacritica

Intervista a Maria Panetta

a cura di Claudio Morandini

Il bimestrale “Diacriticaè una nuova rivista letteraria online che, sotto la direzione di Domenico Renato Antonio Panetta, si occupa prevalentemente di filologia, critica letteraria e storia dell’editoria. Per conoscerne meglio gli obiettivi abbiamo rivolto qualche domanda a Maria Panetta, fondatrice della rivista assieme a Matteo Maria Quintiliani.

– Il primo numero di «Diacritica» mi pare animato insieme da rigore metodologico e da autentica passione. Mi pare anche di capire che sia qui una delle differenze, forse la più importante, sia rispetto alla babele di contributi di ispirazione letteraria sul web sia rispetto alla trattatistica di stampo puramente accademico. Sei d’accordo?
Mi fa molto piacere che si percepisca così nettamente quali sono i nostri principi ispiratori. «Diacritica» vuole, infatti, essere prima di tutto una rivista scientifica, e per questo si è dotata di un apposito Comitato di studiosi (tra cui Valeria Della Valle, Alessandro Gaudio, Matteo Lefèvre, Italo Pantani, Paolo Procaccioli, Giuseppe Traina), alcuni strutturati (ordinari, associati e ricercatori universitari) e altri che insegnano da anni a contratto presso vari atenei e hanno ottenuto l’Abilitazione Scientifica Nazionale del 2012. Il rigore metodologico di cui dovremmo essere garanti si sposa, però, come sottolinei, anche con le passioni di ognuno di noi: la letteratura e la lingua italiana, la filologia, la critica letteraria e la storia dell’editoria, la comparatistica e la traduttologia etc.
Del resto, è proprio per passione che è nata l’idea di fondare un periodico. Personalmente, erano anni che meditavo di lanciare un’iniziativa in campo editoriale: dopo una tesi di dottorato di ricerca in Italianistica su tutta l’attività di Croce editore e fondatore di collane editoriali (monografia uscita nell’Edizione Nazionale delle sue Opere), ho lavorato come ufficio editoriale e stampa presso le Edizioni di Storia e letteratura, e per qualche mese come redattrice esterna della romana Salerno; sono stata, inoltre, docente di “Giornalismo culturale” e dal 2008 insegno “Storia dell’editoria” per lo stesso Corso di laurea magistrale (“Editoria e scrittura”) presso il quale avevo conseguito una seconda Laurea in “Gestione dell’impresa editoriale”: puoi ben dedurre quanto il mondo degli editori mi abbia sempre affascinato! Leggi tutto…

FUORIASSE N. 13 (febbraio 2015)

È online il n. 13 del magazine indipendente di Torino FUORIASSE, prodotto da Cooperativa Letteraria

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 FUORIASSE N.13 (febbraio 2015) – Officina della Cultura  (sfoglia online qui)

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LO SCRITTORE VERTICALE. Conversazione con Vincenzo Consolo – di Domenico Calcaterra (recensione)

Domenico Calcaterra con Vincenzo Consolo

Lo scrittore verticale. Conversazione con Vincenzo Consolo”, di Domenico Calcaterra – Medusa Edizioni, 2014

di Claudio Morandini

Che piacere è leggere il dialogo tra Consolo e Domenico Calcaterra, risalente al 2006, già uscito in appendice al saggio “Vincenzo Consolo: le parole, il tono, la cadenza” (Prova d’Autore, 2007) e oggi riproposto da Medusa Edizioni con il titolo “Lo scrittore verticale. Conversazione con Vincenzo Consolo” corredato da una nota introduttiva di Antonio Franchini. Notiamo subito una profonda sintonia di voci e di intenti: Consolo e Calcaterra usano lo stesso linguaggio, ragionano arrovellandosi allo stesso modo, si concedono financo gli stessi vezzi di stile. La loro idea stessa di dialogo è riconducibile a un atteggiamento che possiamo definire sicilitudine: che in letteratura si esprime attraverso un continuo impulso alla “perorazione” e alla “interrogazione”, ed è per sua natura ironica, intrisa di pessimismo, incline al ripiegamento interiore, a una larga, ancestrale sfiducia nella società. Questo perenne dubitare, questa “dolorosa saggezza” unita a una “disperata intelligenza” caratterizzano, nelle parole di Consolo, il timbro delle voci letterarie della Sicilia.
Il denso libretto manifesta davvero lo sforzo congiunto di “tessere memoria” (che è “racconto”, libertà, scelta individuale, in definitiva è “letteratura”): la conversazione tra i due è in effetti un assorto (quasi mai divagante) e appassionato viaggio spaziotemporale compiuto in coppia nei territori della letteratura, della memoria, nelle stratificazioni storiche e geografiche della lingua, anche nella tradizione letteraria italiana. Entrambi – maestro e allievo – condividono poi l’amarezza di fronte allo spazio sempre più esiguo lasciato alla letteratura e il disagio in un presente superficiale, carnevalesco, privo di figure intellettuali forti e critiche.
Quello di Calcaterra è insomma un vivace omaggio, rigoroso ma anche libero dall’impegno apologetico (in polemica con i fraintendimenti di certa critica) che anima il recente, corposo saggio su “Il secondo Calvino” (Mimesis, 2014): che è sempre dialogo ideale, certo, ma forzatamente a distanza, e con le opere più che con l’autore (non suoni come un limite, si tratta di una scelta in un certo senso necessaria). Leggi tutto…

FINCHÉ BRUCIA LA NEVE, di Antonio Lorenzo Falbo

FINCHÉ BRUCIA LA NEVEFinchè brucia la neve, di Antonio Lorenzo Falbo

Intervista a Antonio Lorenzo Falbo, autore del romanzo “Finché brucia la neve”
Armando Curcio editore, 2014

a cura di Claudio Morandini

L’ampio romanzo di Antonio Lorenzo Falbo, “Finché brucia la neve” (Armando Curcio editore), intreccia abilmente le vite e le voci di due personaggi, Desy e Alex. La prima, educatrice in una comunità psichiatrica, è una donna appassionata del suo lavoro, ma fragile; l’altro è un ragazzo affetto da schizofrenia che da un certo momento è ospitato nella comunità.
Tra i due si notano forti punti in comune. Entrambi soffrono e nascondono, finché possono, questa loro sofferenza; sono inoltre condizionati da figure assenti, per loro importantissime, come la sorella Clare, morta suicida e anche lei schizofrenica, per Alex, e l’ex di Desy, Max, anch’egli operatore e suicida, per motivi che rimarranno misteriosi per buona parte del romanzo e che costituiscono il punto di partenza di un’indagine di Desy. I ricordi di queste figure assenti muovono i gesti dei due protagonisti e riempiono i loro pensieri. Desy inoltre, vittima del burn-out, scivola sempre più verso comportamenti patologici che la renderanno simile ai pazienti (anzi, “utenti”) che dovrebbe curare.
Il romanzo racconta proprio (in Desy, ma anche in Alex, e in molti altri) il contrasto perenne tra “follia” e “ragione”, tra controllo e abbandono. In questo senso, malati e terapeuti (Desy soprattutto, come dicevamo, scivola più degli altri verso la follia) sembrano accomunati dai medesimi rischi, da un medesimo “male di vivere”, da una comune fragilità. Tale contrasto è anche efficacemente evocato nell’ossimoro presente nel titolo non scontato, “Finché brucia la neve”.
Un altro punto in comune tra i protagonisti e anche molti altri personaggi è lo sdoppiamento della realtà in un secondo mondo immaginario, ma comunque molto vivido, alimentato da rimuginii, visioni, paure, speranze: un locus amoenus, un hortus conclusus che Desy e Alex sentono minacciato e che rischia sempre il degrado per colpa di elementi esterni (la metafora del giardino ben coltivato ricorre ossessivamente nei pensieri di Desy; in Alex questo mondo prende piuttosto l’aspetto del luogo fiabesco).
Insomma, il romanzo suscita parecchie curiosità, e per questo ho rivolto all’autore alcune domande.

CM – La prima parte, che si sofferma senza fretta e con grande competenza sulla quotidianità nell’istituto, e allo stesso tempo coltiva il mistero legato ad alcune grandi domande (cioè racconta le angosce dei personaggi), mi pare la più felice, la più sentita.
Quanto la tua esperienza nel settore ha contato nel riempire di vita questo imponente romanzo?
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MON NOM EST DIEU – Pia Petersen

MON NOM EST DIEU di Pia Petersen

Plon, 2014

romanzo inedito in Italia

di Claudio Morandini

Un personaggio potente, ingombrante riempie le pagine di “Mon nom est Dieu” (Plon, 2014), il nuovo romanzo di Pia Petersen, autrice nata a Copenhagen ma francese a tutti gli effetti: è Dieu, Dio insomma, un Dio che si aggira massiccio e goffo per le strade di Los Angeles, malridotto come un barbone, tormentato da un assillo: perché gli uomini lo detestano? A questa domanda si legano altre: perché gli uomini gli attribuiscono la responsabilità delle loro scelte e soprattutto dei loro errori? Perché le grandi religioni monoteiste lo hanno frainteso, rendendolo ciò che non è e non è mai stato? L’unica soluzione (non è più tempo di diluvi universali, parrebbe) è avvicinare la persona giusta, in questo caso una giovane giornalista di origini francesi, Morgane, e chiederle di scrivere la sua biografia, per sgombrare il campo da tutti gli equivoci che i testi sacri delle religioni rivelate hanno accumulato.
Dieu soffre davvero per la rottura del legame con gli uomini, quel legame di cui ha nostalgia (ah, i bei tempi di quando gli uomini lo chiamavano Zeus, e su di lui inventavano miti che lo ritraevano come un fantasioso seduttore!); proprio come lo Zeus dei miti, prova ancora una forte attrazione fisica per le mortali, al punto da perdere la testa ogni volta che ne incontra una piacente; e come Zeus si sente attratto anche dai mortali di bell’aspetto. Di fronte a uomini e donne che risvegliano in lui il desiderio, anche il suo aspetto cambia: non traballa più, non è più un vecchio lamentoso e rancoroso, diventa attraente, solido, ringiovanisce. Il sesso è ancora per lui una forma di conoscenza dell’altro, un esperimento della mente oltre che del corpo, un corollario indispensabile alla conoscenza, un ritrovarsi: e lui, che sa tutto, vuole sperimentare tutto, già che c’è.
L’ambientazione hollywoodiana non tragga in inganno. Leggi tutto…

BORGESTEIN di Sergio Bizzio

BORGESTEIN di Sergio Bizzio
Traduzione di Raul Schenardi – Edizioni La Linea – Collana Tam Tam – Bologna, 2014

di Claudio Morandini

L’ultimo nato di Tam Tam, la collana di narrativa delle edizioni La Linea di Bologna, è un romanzo di un prolifico autore argentino già conosciuto in Italia, Sergio Bizzio. E/O ha già pubblicato a suo tempo “Reality” nel 2010, e Donzelli “Rabbia” nel 2009. Quest’ultimo romanzo, “Borgestein”, pubblicato in Argentina nel 2012 e tradotto in italiano con precisa sensibilità e opportuno sense of humour da Raul Schenardi, gioca efficacemente con le atmosfere sospese, con il senso di attesa, con la distribuzione di alcuni colpi di scena; l’inquietudine palpabile ma non chiaramente definibile, l’aleggiare di un senso di minaccia che si contamina con uno stralunato umorismo fatto soprattutto di intrusione di elementi incongrui, hanno convinto certa critica a tirare in ballo i film di Lynch e Von Trier. Chissà che cosa penserà Bizzio, che è anche sceneggiatore e regista, di questi riferimenti di comodo, se vogliamo anche un po’ scontati, soprattutto il primo, per quanto non scorretti. Di certo, il suo romanzo vive di vita propria, e presto, cioè dopo poche pagine, butta all’aria gli eventuali ammiccamenti agli autori citati, per seguire una via originale.
Non comune è la capacità di creare tensione anche in assenza di un intreccio vero e proprio: insomma, qui ci troviamo di fronte a Enzo, uno psichiatra che decide di ritirarsi in una casa isolata per sfuggire alla vita sfibrante della grande città e a un paziente psicotico (Borgestein, quello del titolo) che lo ha già assalito due volte, e trova rifugio negli spazi vasti della provincia argentina, lontano pressoché da tutto, ma vicino a una fragorosa cascata che diventerà la sua personale ossessione. Gli spostamenti di Enzo, le visite che riceve, anche i pericoli a cui va incontro, tutto questo forma il centro vitale del romanzo, lasciando al solo Borgestein e a poco altro (il puma, va bene, e, assai meno cruentemente, i problemi legati alla separazione dalla moglie attrice di teatro) il compito di portare un po’ di parapiglia. La miscela funziona egregiamente proprio perché sembra sgorgare naturale dall’osservazione della vita, nutrita dal fiuto sicuro del narratore, più che da un plot calcolato a tavolino. Leggi tutto…

SUONA, NORA BLUME di Claudia Quadri

SUONA, NORA BLUMESuona, Nora Blume di Claudia Quadri (Casagrandre edizioni) – in collegamento con il forum di Letteratitudine dedicato al rapporto tra “Letteratura e musica

“Perché la musica ci rende così vulnerabili?”
Una conversazione con Claudia Quadri attorno al suo romanzo “Suona, Nora Blume” (Casagrande, 2013)

di Claudio Morandini

Nel salotto di Nora Blume, insegnante di pianoforte di mezza età, dal carattere difficile e dal passato complicato, si alternano allievi di tutte le età: ad alcuni di loro la musica interessa molto, per altri è poco più di un pretesto. Nel nuovo romanzo della ticinese Claudia Quadri l’amore per la musica (di Nora, innanzitutto, ma anche di altri personaggi, e di sicuro dell’autrice stessa) è un elemento predominante, assieme alla cura con cui sono osservati i caratteri nella loro sfuggente complessità – una cura, piena di curiosità e di rispetto e non disgiunta da un umorismo lieve, che mi aveva già colpito in altri romanzi di Claudia Quadri, “Lacrima” del 2003, o “Come antiche astronavi” del 2008 (sempre editi da Casagrande).
Di musica e scrittura ho conversato con l’autrice.

 

CM – “Perché la musica ci rende così vulnerabili? Tutto si moltiplica per dieci e per cento. La musica ci rigira nelle sue mani come involtini da infarinare, ci passa nell’uovo e nel suo braciere diventiamo dorati e croccanti” si legge quando Nora, durante una lezione riservata a Jean, suona un Preludio di Chopin. È un pensiero che attraversa la mente di Nora, forse anche quella di Jean, e che l’autrice vuole condividere con i lettori. Partiamo da qui, Claudia: “Perché la musica ci rende così vulnerabili?”
CQ – Prima di tutto siamo cellule, impulsi nervosi. Immagino che dipenda da questo. Il nostro corpo è lo strumento con cui ci misuriamo con il mondo. Reagiamo agli stimoli. Su di noi, un ritmo sostenuto non ha lo stesso effetto di un ritmo lento, forse dipende dal nostro metronomo personale, il cuore. Penso che ci siano spiegazioni molto razionali, fisiologiche, a questa domanda. Perché il bianco ci fa un effetto diverso dal rosso? Un neurologo potrebbe aiutarci. Poi c’è la storia individuale, certe melodie evocano certi ricordi e dunque ci toccano. C’è la matrice culturale: quello che è orecchiabile e coinvolgente per una persona può risultare ostico a un’altra.

CM – La frase “Suona, Nora Blume” rimanda con un sorriso a “Suonalo ancora, Sam”, ovvero a uno dei momenti più celebri di uno dei più celebri film di tutti i tempi. Anche là, in quel film, come nel tuo romanzo, la musica si rivela potentissima nel conversare con gli animi, far rivivere emozioni, flirtare con la memoria profonda. Leggi tutto…

FuoriAsse – Speciale XXVII Salone Internazionale del Libro

Saul Speciale Salone del Libro Fuori AsseFuoriAsse – Speciale XXVII Salone Internazionale del Libro

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FUORIASSE – Officina della Cultura
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È DI VETRO QUEST’ARIA, di Monica Pareschi

È DI VETRO QUEST’ARIA, di Monica Pareschi (Italic Pequod)

di Claudio Morandini

Sembra esile la raccolta di racconti di Monica Pareschi, “È di vetro quest’aria”, pubblicata quest’anno da Italic Pequod: in realtà, si tratta di racconti di grande forza, di densa espressività, “tagliati” e montati con non comune perizia, che, come si legge sulla quarta di copertina, “scattano istantanee raggelanti della realtà”. Vi si aggirano personaggi esitanti, colti in momenti inaspettati e cruciali, fotografati come di nascosto, sbigottiti dalle svolte della vita, “appesi alla loro disperazione” e consapevoli di non poter più tornare indietro. Di questi racconti e dell’arte del racconto in generale ho ragionato con l’autrice, che tra l’altro è una delle più importanti traduttrici italiane (ha tradotto Doris Lessing, James Ballard, Bernard Malamud…) e cura una collana di classici femminili per Neri Pozza.

 
CM – I tuoi racconti appaiono nitidi – una nitidezza che quasi mette sgomento, per come porta alla superficie tutte le fragilità dei corpi. Attraverso l’aria “di vetro” il lettore scopre dettagli come guardando in un cannocchiale – e fatica a metterli a fuoco, a collegarli in un insieme, proprio come uno dei personaggi, l’io narrante de Il progetto, che soffre di visione dissociata. Possiamo dire che questa “visione dissociata” è, dal punto di vista narrativo, un efficace modo per vedere il mondo, per aggirarsi in ambienti familiari come se si attraversasse una terra sconosciuta?

MP – Credo che la visione letteraria sia per definizione e per vocazione deformata e deformante. C’è un punto in cui visione patologica (e dunque distorta, deformata, dissociata) e visione letteraria si intersecano. Vedere le cose in modo letterario non è “normale”: appartiene alla sfera della nevrosi, della devianza, con in più il dato estetico. Lo stupore di vedere il mondo attraverso l’occhio letterario è qualcosa di molto simile a quello che prova l’occhio malato, credo. La visione letteraria è perturbante, e lo è scopertamente e storicamente da un certo punto in poi, diciamo a partire dalle avanguardie letterarie dell’inizio del Novecento. Da quel momento in poi l’arte è necessariamente “deforme”. Ma anche il nostro gusto lo è, a tutti i livelli, anche il meno consapevole. Lo vediamo nella moda, nella fotografia, nell’architettura. C’è un gusto per l’esagerazione, il deforme, la citazione, l’amplificazione, o il suo contrario – la riduzione, il silenzio, il bianco. Al punto che ci è difficile avvicinare il reale con un occhio che non lo distorca. Non credo sia più possibile, da un certo momento in poi, vedere la realtà senza deformarla – o senza banalizzarla, che è un’altra forma di distorsione. È vero, i miei personaggi vedono e spesso subiscono la realtà con l’occhio acuto della loro patologia, e dunque vedono oltre, in un altrove che forse – forse – fa intravedere un senso. Perché quello, il senso, non possono fare a meno di cercarlo, anche in un paesaggio che ne appare privo. Non è una scelta, è che non ne possono fare a meno. Sono biologicamente programmati per farlo.
CM – Anche Lea, l’anziana dell’ultimo racconto, Soglia d’amore, sembra suggerire che la patologia può essere un modo nuovo, letterariamente appropriato, di osservare le cose, di coglierne un lato misterioso e segreto: “Da quando è tornata a casa, Lea, con l’occhio buono, vede le cose un po’ spostate, come se fossero sempre lì lì per scappare.”
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SIBBER, di Walter Nardon

SIBBER, di Walter Nardon
(Effigie, 2014)

recensione di Claudio Morandini

Sibber” di Walter Nardon (Effigie, 2014) è uno strano romanzo in cui sembra non accadere nulla, e invece accadono molte cose, tutte importanti come lo sono le cose che danno colore e qualità alla vita delle persone comuni. Sibber è per l’appunto un uomo comune che ha superato la mezz’età e di cui all’inizio non sappiamo gran che, se non che ha attirato l’attenzione dell’io narrante per una certa sua capacità di stare al mondo, di misurarlo e impreziosirlo con la grazia dei gesti e delle parole. A lui l’io narrante chiede all’inizio di partecipare a un esperimento: portare una valigia attraverso un certo percorso cittadino e farsi osservare da una certa distanza. Lo “studio” – tra la curiosità del sociologo, dell’antropologo, e quella dell’artista, o del bambino – non sembra avere altro scopo, ma finisce per confermare le qualità di Sibber, qualità sovrumane e insieme comuni, come quella di dare senso agli oggetti che tocca, agli ambienti che visita. La seconda parte del romanzo si sofferma sui preparativi di un adeguato ringraziamento per l’opera prestata da Sibber – preparativi che coinvolgono Helga, la donna quieta e curiosa con cui l’io narrante ha una relazione, la sorella di lei, il ragazzo della sorella, e che si concretizzeranno in un pomeriggio a casa di Sibber, il quale si rivela, assieme alla moglie, anche artista. Mi rendo conto, a questo punto, che il semplice riassunto rischia di non trasmettere il valore di questo romanzo, che non sta nell’intreccio, ma piuttosto nella fuga dall’intreccio, nella dimensione contemplativa che carica di un senso particolare oggetti comuni, gesti consueti e vite modeste. Restiamo anche noi affascinati, come l’io narrante, a osservare i semplici eppure fondamentali gesti di Sibber, e ci sentiamo colti dal presentimento di una rivelazione – laica, modesta, anche dimessa, ma non meno importante – che anche nella nostra vita, anche nella più quieta e ritrosa, sia possibile toccare momenti di felicità pura, in cui tutto acquisisce equilibrio e armonia, e gli screzi e i dissapori del mondo sfocano, le malinconie si ridimensionano, le angosce possono essere accolte come piccole irregolarità all’interno di un mondo di sostanziale bellezza.
La luminosità di Sibber, il suo potere “festivizzante”, contagia anche coloro che sono in contatto con lui, anche, per dire, il cane, un bassotto che sembra attraversare il mondo (cioè la cittadina senza nome in cui si svolgono le vicende) con la stessa “dignità onesta e dimessa” del padrone: “Per lui, come per Sibber, non esisteva una situazione, ma solo il progressivo venire in luce di una materia oscura che si animava”.
“Sibber era davvero eccezionale” annota il narratore, incantato. “Avanzava con un passo quasi signorile, ben lontano da quello del facchino che aveva pensato di sentirsi quando gli avevo assegnato l’incarico”. Egli porta quella valigia come se fosse sempre stata sua, come se ne conoscesse il contenuto, come se rivivesse la quotidianità in una dimensione di quieta eccezionalità: “Credo che in quel momento la sua fantasia sia riuscita a concepire che la normalità, vissuta nella sua dimensione più comune, è la dimensione nella quale si celano un po’ tutti i misteri”. Ogni oggetto da lui toccato reca in sé per sempre “la sua impronta, un’impronta augurale”.
L’autorevolezza di Sibber, “autore definitivo di gesti quotidiani”, nel compiere le azioni più elementari e nel caricarle di un significato straordinario, secondo una sua “modalità estremamente misurata e insieme incredibilmente disinvolta”, porta le cose oltre i loro confini comuni, le rende “memorabili”. “Sibber poteva rendere esemplare e memorabile perfino il gesto di aprire una porta” ci dice il narratore; “preso in mano un oggetto sapeva scorgerne, in maniera misteriosa, la storia della materia”. Leggi tutto…

L’EMPRISE, di Sarah Chiche

L’EMPRISE, di Sarah Chiche
(romanzo inedito in Italia) – Grasset, 2010

di Claudio Morandini

Con “L’emprise” (Grasset, 2010) Sarah Chiche racconta una storia di possessione (l’emprise, appunto, ovvero l’ascendente, l’influenza del titolo, ne è un sinonimo ingannevolmente attenuato). Il romanzo procede implacabile, ma non nega alcune alcune svolte imprevedibili, nel raccontare la dipendenza sempre più stretta di una donna (resa fragile dalla morte dell’amata nonna, dalla separazione dall’amante e dal ripudio del marito) dal suo psicoterapeuta. Certe pagine sembrano ripercorrere luoghi e situazioni – le più disperate – della fase finale della deriva di Hannah, la protagonista del precedente romanzo della Chiche, “L’inachevée” (L’incompiuta, Grasset, 2008). In un certo senso “L’emprise” è la lente d’ingrandimento posata su quei momenti di perdita di senso, di abbandono di volontà e di dignità, ne è l’estensione, la riduzione a un dramma a due, con una vittima ben definita da subito e un antagonista che si rivela un po’ alla volta, e da rassicurante e autorevole diviene ben presto prevaricatore, sordido, ricattatorio, minaccioso. Victor (nome scelto non a caso) è tutto ciò che non dovrebbe essere un terapeuta, e lo è a tal punto da trasformarsi, nella seconda parte (non ce ne vogliano i futuri lettori), in una sorta di fanatico esorcista, pur conservando i tratti (attenzione, l’ambiguità del ruolo è fondamentale, e rafforza il personaggio, invece di sfocarlo) di una creatura mefistofelica. Pretende subito la nudità e l’assoluta disponibilità da parte della donna, e la avvolge in un ambiente neutro e artificioso, scollegandola dalla realtà, dalle amicizie e da ogni altro interesse, sottoponendola a terapie che sono tour de force carichi di violenza psicologica, iniettandole ricordi di fatti mai accaduti, manipolandone gli affetti e le poche certezze residue, imponendole dopo le sedute come compiti a casa lunghe trascrizioni che forzano la realtà e ufficializzano la finzione, e sottraendole decine di migliaia di euro. Victor si presenta subito come l’unica soluzione, la sua ricetta è la sola valida, la sola perfetta: e forse in questa presunzione, nell’arroganza con cui non prospetta alternative alla donna fragile e in cerca di aiuto sta la sua componente più spaventosa.
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PREPARARE LA VENUTA DEGLI DEI, di Friedrich Kittler

http://alessandria.bookrepublic.it/api/books/9788898038381/coverPREPARARE LA VENUTA DEGLI DEI, di Friedrich Kittler (L’Orma, 2013)

In collegamento con il forum di Letteratitudine dedicato al rapporto tra “Letteratura e musica

di Claudio Morandini

“Spero che l’abbiate sentito: è la stessa musica, da Wagner a Hendrix, da Hendrix ai Pink Floyd; ed è anche lo stesso palcoscenico, Musikdrama o light show che sia: The Piper at the Gates of Dawn di Syd Barrett fa cominciare come aurora tutto ciò che Wagner conclude come crepuscolo.”

Preparare la venuta degli dei” (L’Orma, 2013) raccoglie tre interventi di Friedrich Kittler (una prolusione, un articolo, una conferenza) attorno alla musica. La lettura, assai gratificante, è resa facile dalla nitida, competente traduzione di Elisabetta Mengaldo. Kittler si muove nella materia con l’allegra autorevolezza di un filosofo d’altri tempi, insegue percorsi suoi, asseconda personali inclinazioni come un fan – ovviamente, rispetto al fan, che conosce benissimo solo l’oggetto della sua passione, Kittler ha dalla sua una conoscenza enciclopedica: se nella linea tracciata tra Wagner e i Pink Floyd non vede nient’altro, a parte Jimi Hendrix, è perché non vuole vedere, non certo perché non sa.
Una delle tematiche ricorrenti in questo denso volumetto è la novità dirompente rappresentata dai nuovi mezzi di amplificazione del suono: che non hanno portato solo a sentire la musica (o a sentire le voci) in modo diverso (non fuori, ma dentro di noi: e in punti precisi e cangianti di questo dentro), hanno finito per scavare dentro di noi cambiando il nostro modo di ascoltare il mondo e di percepire la realtà.
L’altra tematica, ancora più importante, è la forza dionisiaca dell’arte (della musica in particolare, ma anche della poesia, compresi i versi per musica), la sconvolgente potenza dell’arte sull’animo umano. Una potenza che i Greci avevano colto e provato sulla propria pelle, tentando di domarla, di forzarla nella struttura di versi danzanti, e per la quale avevano coltivato un sacro timore; in nome della stessa potenza Wagner ha forgiato il Musikdrama, passando idealmente il testimone (seguo sempre Kittler) alla visionarietà allucinata di Syd Barrett e all’ambizione compositiva di Roger Waters, i quali hanno sfruttato l’apporto di una tecnologia che permetteva di amplificare e manipolare le sorgenti sonore come mai prima. Con momenti come il Preludio all’Oro del Reno Wagner ha presagito, secondo Kittler, la potenza tellurica del sound e la sostituzione di questo al vecchio modo strutturato di comporre – ed ecco che i Pink Floyd riprendono l’intuizione wagneriana sul sound e la sviluppano (inconsapevolmente) in una serie di album. Leggi tutto…

La nièce de Fellini, di Gilles Verdiani

La nièce de FelliniLa nièce de Fellini” (La nipote di Fellini), di Gilles Verdiani
Éditions Écriture, 2014

di Claudio Morandini

“La nièce de Fellini”, il primo romanzo di Gilles Verdiani, che di cinema si è occupato a lungo come critico e sceneggiatore, racconta solo in parte i tentativi di una cineasta (Anita Sorbello, immaginaria nipote di Federico Fellini) di recuperare credito e attenzione dopo il flop del secondo film per poterne girare un terzo. Il libro si apre quasi subito ad altre storie e finisce per descrivere la laboriosa e complessa dedizione all’arte di un piccolo gruppo di esteti talentuosi e un po’ sconnessi dal mondo: Andreas Karyophoros, che compare prima come autista della Sorbello e si rivela subito giornalista e scrittore (ma, classicamente, uno scrittore che non ha mai scritto una riga di romanzo); Franz Berthold, un dotatissimo compositore allievo di Messiaen che rimane recluso nel suo appartamento, dove compone musiche di rara bellezza che nessuno, tranne sua sorella e i suoi rari ospiti, ascolterà mai (anche questo, se vogliamo, un ripiego piuttosto classico dinanzi all’ottusità dei tempi); altri ancora (galleriste, artisti, attrici). Anita Sorbello, si diceva, giunta a Parigi per partecipare a una trasmissione televisiva e cercare di coinvolgere in un suo nuovo progetto cinematografico alcuni produttori, finisce per rimanere piacevolmente invischiata in questa compagnia di Eloi che non hanno nulla del bohémien, ma semplicemente si esimono dall’avere contatti troppo stretti e costanti con un mondo imbarbarito e deprivato di senso per la bellezza. L’effetto generale è quello di una sorta di Arcadia in cui ingegni superiori hanno deciso di esiliarsi per coltivare, tra pochi intimi, il frutto della loro ricerca artistica – solo ogni tanto, per necessità, o per superiore sense of humour, o per solidarietà affettuosa, scendono a qualche compromesso con la società che li ignora o li fraintende.

C’è dell’altro, ovviamente, nella trama di questo romanzo, ma non ne parleremo, perché è giusto che la sorpresa resti una prerogativa del lettore (e di chi, in Italia, vorrà interessarsi al libro di Verdiani). Voglio invece soffermarmi su alcuni aspetti che mi hanno intrigato, come la distanza rispetto al nome (importante, ingombrante) evocato nel titolo. Leggi tutto…

ABITUARSI ALLA FINE. Requiem per un uomo disperso – di Antonio Bastanza

ABITUARSI ALLA FINE – REQUIEM PER UN UOMO DISPERSO, di  Antonio Bastanza

Il Foglio Letterario, 2012

Intervista a cura di Claudio Morandini

 

“C’eravamo io e Leo e Leila e Paolo e tanti altri, c’erano Giulio Casale e Paolo Benvegnù con le chitarre, Emidio Clementi al basso e Manuel Agnelli alla voce. E c’era Lindo Ferretti a officiare messa davanti a una platea di freak e artisti di strada”.

Un uomo è in fuga dal suo lento mondo provinciale, dal dolore, dall’insoddisfazione, da quello che non c’è. Le uniche certezze da cui sente di poter ricominciare sono gli amici lontani. Così inizia il viaggio per “abituarsi alla fine” di una vita che sente fallimentare, un viaggio fatto di isolamento emotivo, lividi, soffitti sconosciuti, voglia di arrendersi – alla ricerca, forse, della rivelazione che quello che cerca, in fondo, è nascosto in ciò che crede di avere perduto.

 

Antonio Bastanza è nato a Cosenza nel 1975. Cura il blog piccolidisturbibipolari.tumblr.com e collabora con Mad Noises, collettivo artistico della sua città. “Abituarsi alla fine” è il suo primo romanzo.

 

CM – I capitoli di “Abituarsi alla fine” sono tracce, come in un CD, e ogni traccia è accompagnata da citazioni dei testi di canzoni emblematiche (per l’io narrante, e anche per te, immagino). Quanto ha contato la musica nella composizione del romanzo?

AB – Ne è parte integrante, oltre che fonte ispiratrice a tutto tondo. Le canzoni che vengono citate all’inizio di ogni capitolo sono strettamente legate alle parole del capitolo stesso, come ispirazione o come accompagnamento durante la scrittura. In realtà “Abituarsi alla fine” è la versione ultima di un’idea, quella di scrivere di musica senza dover parlare di musica in senso stretto, che mi accompagna da sempre. Mi spiego meglio: trattare di musica, intendendo con questo fare delle valutazioni che siano legate alla qualità della musica stessa, non è una cosa per tutti, credo debba essere lasciata a chi tecnicamente e culturalmente sa dell’argomento in questione più di un semplice ascoltatore. Scrivere di musica invece per me è scrivere di emozioni e idee, di immagini e di proiezioni della mente, di respiri e di gesti. Non è detto che, scrivendo di qualcosa ispiratomi da una canzone, io debba necessariamente comporre qualcosa di attinente alla canzone stessa. Per me conta molto di più l’empatia, le sensazioni che scaturiscono dall’ascolto di un pezzo, che apprezzare un assolo o un virtuosismo, dato che tecnicamente ne so ben poco e certe sfumature magari non so coglierle.

Mi piace anche l’idea che le canzoni che ho citato nel libro possano essere usate come una sorta di colonna sonora ideale, che non vuol essere l’unica possibile, perché è giusto che ognuno di noi possa costruirsi un accompagnamento adeguato ai propri gusti e magari agli stati d’animo che scaturiscono dal testo.

E poi, da maldestro aspirante bassista quale sono, ho sempre avuto il sogno di poter realizzare un disco, e “Abituarsi alla fine” in fondo è il disco che avrei registrato se ne fossi stato capace.

 

CM – Quanto ha contato nel creare quel tono particolare, quella prosa che spesso sembra un’estensione del testo di una canzone?
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VARCO DI RESPIRO, di Elio Grasso

Elio Grasso – “Varco di respiro” – Campanotto 2013

di Claudio Morandini

 

“Un dolce imbarazzo l’impegno

del sogno dileguato in schegge”

 

Come si legge un libro di poesie? Si procede pagina dopo pagina, per coglierne l’insieme, la struttura, d’accordo, ma si torna subito indietro, a ritrovare parole, a tessere corrispondenze, e a cercare di dare qualche risposta alle numerose domande; soprattutto si apre e si legge (“tolle, lege, tolle, lege”, come in Agostino), in modo da riallacciare con impazienza un dialogo rimasto per un attimo in sospeso. Io, almeno, faccio così, e così ho fatto anche con le liriche di “Varco di respiro” (Campanotto, 2013) la più recente raccolta di Elio Grasso e l’ultima, per ora, di una corposa serie di opere poetiche.

Come in “E giorno si ostina” (puntoacapo, 2012), anche in “Varco di respiro” Grasso impone un’architettura generale, costruendo sezioni, a loro volta articolate in sottosezioni, che si suddividono in liriche numerate dalla struttura geometrica (di ugual numero di terzine, quartine, ottave – con qualche rilevante deviazione qua e là). È in questa architettura solida, anzi per lunghi tratti inflessibile, che Elio Grasso infila il suo vivido rimuginare poetico, tutto fatto di accelerazioni e decelerazioni, di spinte avanti e trattenimenti, di riprese (gli incipit delle liriche di ogni sottosezione sono identici, come a riavviare un discorso interrotto), secondo un sistema di scrittura “lineare di tipo modulare”, definizione che dall’amato Adriano Spatola attraverso Carlo Alberto Sitta arriva a Anna Ruchat, autrice della prefazione a questo volume.
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È uscito il n. 11 di FuoriAsse

CopertinaÈ uscito il n. 11 di FuoriAsse (il periodico di Cooperativa Letteraria)

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L’indice

FUORIASSE N.11 Officina della Cultura 

Pg 01. “La copertina di FuoriAsse”

Pg 02. Editoriale: TRA TIMORE E SPERANZA di Caterina Arcangelo

Pg 04. FuoriAsse Nome Nomen

Pg 08. La copertina di FuoriAsse: Martina Marongiu

Pg 10. GOLFO MISTICO  a cura di Corrado D’Elia

Pg 13. ALPHAVILLE CINEVISIONI – a cura di Vito Santoro

Pg 18. IL ROVESCIO E IL DIRITTO  a cura di Sara Calderoni

Pg 19. GLI EMIGRATI di W.G. Sebald. – di Franz Krauspenhaar

Pg 22. STATI DI GRAZIA: un caleidoscopio di umanità autentica – di Giuseppe Giglio
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Festival Britten: “Peter Grimes”, “Curlew River”

britten 1Festival Britten all’Opéra de Lyon

10-29 aprile 2014

Seconda parte: “Peter Grimes”, “Curlew River”

di Claudio Morandini

In “Peter Grimes”, la prima grande opera di Benjamin Britten, potentemente messa in scena all’Opéra de Lyon da Yoshi Oida con le scene di Tom Schenk e la direzione di Kazushi Ono (e l’interpretazione intensa di Alan Oke nella parte del protagonista), colpiscono la miriade di riferimenti, la densità di connessioni con la tradizione operistica da una parte, con il linguaggio musicale più moderno dall’altra. Britten dimostra, in quest’opera dalla lunga gestazione (soprattutto per via delle vicissitudini legate al libretto, più che per la stesura della musica), di essere un compositore dalla larghissima tavolozza, ma non un eclettico: nel senso che nella sua musica convivono molto naturalmente, senza stridori, senza attriti, elementi molto antichi e molto moderni, procedimenti innovativi e moduli tradizionali, Berg e Stravinskij, Puccini e Purcell, e chissà chi altri.

“Peter Grimes” è l’opera della ricostruzione, della presa di coscienza, dell’orgoglio anche, sia pure virati in tragedia: concepita negli anni della seconda guerra mondiale a partire da alcune pagine di “The Borough”, un poemetto del 1810 di George Crabbe, lungamente elaborata nel libretto affidato a Montague Slater, la cui stesura non dev’essere stata pacifica, finalmente messa in musica con relativa velocità tra il ‘44 e l’inizio del ’45, l’opera racconta assai modernamente un intreccio di conflitti: tra ciò che si è e ciò che gli altri (cioè la comunità del villaggio di mare del Suffolk in cui si ambientano le scene) vorrebbero che si fosse, innanzitutto; tra impulsi contrastanti e dilanianti interni a ogni natura umana, poi; tra singolo e folla; tra uomo e natura, per forza (e la natura qui è il mare, che impone una dura vita di sacrifici e di violenza); tra odio e amore, tra desiderio di costruire e vertigine del distruggere; tra scelte personali e destino; tra legge e verità.
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The turn of the Screw

Festival Britten all’Opéra de Lyon

10-29 aprile 2014

Prima parte: “The turn of the Screw”

di Claudio Morandini

Ho avuto modo di assistere alle tre serate dedicate nel mese di aprile dall’Opéra de Lyon alla produzione operistica di Benjamin Britten, del quale cadeva nel 2013 il centenario della nascita. La bellezza delle realizzazioni ha esaltato, in tutti e tre i casi e in modi diversi, il fascino straordinario della musica, e ha ribadito (non che ce ne fosse bisogno) il ruolo di primo piano che il compositore inglese ha avuto nella musica del Novecento. Voglio condividere alcune impressioni sugli spettacoli, e magari, tornando a recuperare il senso originale del forum di Letteratitudine dedicato ai rapporti tra musica e scrittura, soffermarmi proprio sulla genesi delle opere, sull’impiego del libretto, sul rapporto tra il libretto e l’opera letteraria da cui proviene.

Ne “Il giro di vite” (“The Turn of the Screw”, opera in due atti con un prologo rappresentata per la prima volta alla Fenice di Venezia nel 1954) il punto di partenza è, ovviamente, il celebre racconto lungo di Henry James. Nel testo di James la cornice è data da un gruppo di amici che, secondo un’efficace convenzione propria della ghost story, si raccontano paurose vicende di fantasmi; uno di loro estrae a un certo punto il manoscritto dell’istitutrice, che nei capitoli successivi diventerà l’io narrante, una voce dapprima speranzosa e via via più sgomenta. Nella riduzione del libretto affidato alla poetessa Myfanwy Piper, questa cornice diventa l’antefatto declamato dalla voce di un Prologo, come in tanto teatro del bel tempo andato: soluzione che impone un diverso artificio alla costruzione dell’opera, e che virgoletta le vicende messe in scena subito dopo. Aggiungiamo che il tenore che interpreta il Prologo è il medesimo che interpreterà il ruolo di Quint (lo spettro di Quint, cioè, a Lione un efficace, insinuante Andrew Tortise): questo crea un effetto inquietante di avvolgimento, di chiusura (le vicende nel palazzo di campagna chiuse nelle spire del medesimo timbro di voce, le vite dei personaggi viventi prigioniere del racconto del personaggio morto). Nella figura spettrale di Peter Quint sta di sicuro la maggiore novità del libretto rispetto al racconto di James (se escludiamo l’inevitabile registro declamatorio, l’enfasi esclamativa e interrogativa propria della scrittura dei versi per musica): perché Quint appare in scena, sì, ma non come presenza muta, dietro ai vetri di una finestra, ma come ruolo di primo piano, con una parte vocale di intricata e sinuosa cantabilità. La sua figura non è più solo minacciosa: è seduttiva, esprime una voracità trattenuta che si esprime in richiami, minacce addolcite che paiono inviti: il testo dà corpo ai sogni, la voce avviluppa la vittima, il piccolo Miles:
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L’ALIBI DELLA VITTIMA, di Giovanna Repetto

L’ALIBI DELLA VITTIMA, di Giovanna Repetto (Gargoyle, 2014)

di Claudio Morandini

Confezionato dall’editore come un thriller (il titolo, l’immagine per la verità non particolarmente accattivante della copertina, le note in quarta), “L’alibi della vittima” di Giovanna Repetto è, per fortuna, qualcosa di più. Gli ingredienti del poliziesco, o se vogliamo del mistery, ci sono tutti: struttura a puzzle che a poco a poco si ricompone, tensioni che sfoceranno prima o poi in un omicidio, indagini successive, depistaggi, svelamenti. Repetto si muove all’interno di queste convenzioni con abilità, da lettrice appassionata e da scrittrice “non” di genere: e, nel rispettarle, le adatta in realtà a un suo personale intendimento, che non prescinde mai dal nitore della scrittura di qualità (il che mi ha ricordato in diverse pagine l’uso che del giallo ha fatto un maestro al di là di ogni genere come Pontiggia). Per una mia personale idiosincrasia, ho provato a leggere “L’alibi della vittima” non come un thriller, ma come un romanzo tout court: e anche in questa veste l’opera funziona, perché, come dicevo, lo stile è sorvegliato e ricco, i caratteri complessi si tengono alla larga dai cliché psicologici che banalizzano spesso i personaggi di questo tipo di letteratura, e l’autrice nel costruire l’ampia narrazione è attenta a disporre tasselli di anime più che a disseminare indizi veri o falsi. Giovanna Repetto, che è psicologa, esplora in questo suo libro proprio le “problematiche legate alle dipendenze patologiche” di cui si occupa da decenni: ed ecco una galleria di personaggi inquieti e fragili, spesso incapaci di esprimersi compiutamente o portati a mentire, pronti a simulare per difesa, i quali covano dipendenze di vario genere (dalla droga, certo, ma anche dal lavoro, da un’altra persona, che sia un marito, un amante, un figlio, un guru a capo di un centro di recupero, o da errori commessi, o da ciò che gli altri sembrano volere da loro). L’autrice li osserva e li studia con il rispetto dovuto a figure reali, e qui si intuisce quanti casi simili l’esperienza pluridecennale nel settore deve averle messo di fronte. Leggi tutto…

IL GRANDE BALIPEDIO, di Carlo Della Corte

IL GRANDE BALIPEDIO, di Carlo Della Corte
Endemunde Edizioni, 2014 – Collana: ’60/70

di Claudio Morandini

Le Edizioni Endemunde di Andrea e Elena Garbarino hanno meritoriamente ripubblicato “Il grande balipedio”, romanzo di Carlo Della Corte uscito per la prima volta nel 1969 presso Mondadori. Si tratta, in un certo senso, di un romanzo storico, visto che l’ambientazione è quella della Prima Guerra Mondiale, tutta fango, trincee, sangue, assalti dissennati e attese della morte (“Usmò l’aria intorno, senza sollevare il naso: carne bruciata. E sterco” si legge quasi subito). Di questo panorama orribile il protagonista, il colto e disincantato tenente Germano Bandiera (nome e cognome ironicamente parlanti), coglie subito la connotazione infernale, dando sin dalle prime pagine il nome dei diavoli delle Malebolge dantesche alle bombe che gli piovono attorno – ma lo fa con un’ironia molto contemporanea, scevra di ogni enfasi, impaurita e consapevole dell’assurdo.
C’è una forte componente a-eroica, più che antieroica, in queste pagine dense di sofferenza, pesanti di melma e insieme leggere di voli di pensiero. Vi si colgono echi, inevitabili, di “Un anno sull’altipiano” di Lussu, dei “Giorni di guerra” di Comisso, del Gadda del “Giornale di guerra e di prigionia”, dell’amato Palazzeschi autore di quel formidabile j’accuse che è “Due imperi… mancati”, certo (senza contare che talune figure secondarie possono far venire in mente, oltre ai personaggi di Lussu, alcuni figuranti de “La grande guerra” di Monicelli, scrostati però da ogni facile rimando regionalistico). Ma il tenente Bandiera non è come certi protagonisti della letteratura sulla Grande Guerra, prima brucianti di amor di patria poi ustionati da una delusione altrettanto veemente. In lui la Guerra sembra essere solo la manifestazione più lampante dell’insensatezza del tutto (anche gli amori, a cui corre spesso con il pensiero, lo sono, con il vantaggio che immalinconiscono soltanto e di sicuro non provocano milioni di morti). È, insomma, la vita di trincea, il paradigma di una condizione universale, fatta di violenza, prevaricazione, irrazionalità, attesa del nulla, attacchi e fughe, subitanei squarci di solidarietà. La retorica tradizionale della guerra, i cascami dell’estetismo dannunziano, di un eroismo alla Beethoven o in versi martelliani (cito da una sorta di decalogo di cose da odiare compitato da Bandiera) risuonano tutt’intorno a lui, nelle parole vuote e negli ordini insensati di un colonnello incongruo sin nel portamento da giraffa, o, rigirata in pura demenza, in quelle di un capitano paranoico incontrato nel corso di una pericolosa spedizione fuori dalle trincee. Leggi tutto…

ÉLOGE DU CHAT, di Stéphanie Hochet

Mise en page 1ÉLOGE DU CHAT, di Stéphanie Hochet Éditions Léo Scheer

Uscita prevista: aprile 2014

 di Claudio Morandini

Questo breve trattato di Stéphanie Hochet (autrice francese che ha all’attivo nove romanzi e da noi è nota per “Le effemeridi”, pubblicato nel 2013 da La Linea nella traduzione di Monica Capuani) non è e non vuole essere un libro sui gatti. È, prima di tutto, un saggio sul rapporto tra gli uomini e i gatti, sull’immagine che i secondi hanno assunto presso i primi, sul portato allegorico di cui hanno finito per caricarsi. Si presenta, in sostanza, come una riflessione sulla “gattitudine”, vale a dire su un modo di vedere e interpretare il mondo e di agire, di vivere insomma, giocato tra poli estremi (stasi-agitazione, dolcezza-ferocia, calcolo-giocosità, e potremmo continuare) che trovano una loro sintesi nel concetto avvolgente di flessibilità, un modus che possiamo trovare non solo tra i felini, ma anche presso alcuni uomini di eccezionale levatura (vengono fatti i nomi di Mazzarino e Richelieu, di Bonaparte).

Il gatto, proprio per l’inafferrabilità della sua natura ora domestica ora selvatica si presta a diventare metafora di realtà assai diverse: come emblema di libertà è equiparabile all’artista, all’anticonformista; politicamente – diciamo così – potrebbe interpretare (e lo fa, in effetti) ruoli sia da anarchico sia da tiranno (da salotto o da cortile, ma pur sempre tiranno), o, sfidando la logica, entrambi assieme; è creatura incline alla visceralità e alla sensualità, ergo è considerato (oscuramente o meno) a dominante femminile, anche quando è maschio (e, come femmina, è oggetto di innamoramenti improvvisi, di passioni brucianti).
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GABBIA – tra musica e letteratura

GABBIA – in collegamento al forum di Letteratitudine dedicato al rapporto tra “Letteratura e Musica

Massimo Barbiero, percussionista, leader storico degli Odwalla e tra i membri fondatori degli Enten Eller, è da anni l’animatore di progetti musicali che coinvolgono musicisti non solo dell’area jazz e non solo italiani. Una delle sue creature più longeve è l’Open Jazz Festival che si tiene a Ivrea e dintorni ogni anno verso marzo: quest’anno, il 21 marzo, alle 21, presso il Teatro Giacosa di Ivrea, sarà presentato il CD “Gabbia”, un lavoro frutto della sintonia tra lo stesso Barbiero e Marta Raviglia, sorprendente e intensa cantante a suo agio in ogni tipo di sperimentazione. Ho avuto il piacere di dare un piccolo contributo alla creazione del CD, in uscita proprio in quei giorni per la Splasc(h) Records, dapprima selezionando una serie di testi letterari incentrati sul tema della “gabbia”, dai quali Marta e Massimo hanno liberamente attinto per le loro improvvisazioni, e scrivendo infine le note di copertina, che ripropongo qui di seguito.

“Dove entrai io qua dentro, o come e quando?”
di Claudio Morandini

La gabbia – il tema della gabbia, o meglio ancora la metafora della gabbia – attraversa secoli di letteratura, adattandosi a concetti assai diversi. Spesso fa riferimento ai vincoli d’amore, e allora diventa volentieri allegoria drammatica, si infittisce e ispessisce fino a diventare cella di prigione, doloroso ricetto (“Gabbia senz’uscio e carcer senza uscita,/mar senza riva e selva senza varco,/labirinto ingannevole d’errore” declama Giovambattista Marino, in endecasillabi sonanti che Marta Raviglia e Massimo Barbiero rendono alienanti, manicomiali). Amore è davvero guardiano severo, quando non spietato: hai voglia a sperare nella libertà, a sognare di volar via verso il cielo, o verso nuovi flirt meno teatrali. Il suo palazzo – e tuo carcere – è un’uccelliera priva di porte e finestre, è anzi un labirinto in cui ci si può solo perdere. Certo, si può sempre sospettare che tutta questa crudeltà sia parodistica, e che l’amore carnefice cantato dai poeti sia una burla tirata per le lunghe, un gioco di ruolo (come suggerisce “For de la bella cayba” di anonimo bolognese). Ma spesso la spietatezza è reale, dilaniante, e sincero il dramma della reclusione.
Sentite in “Qual vaga Filomela” (da Tullia d’Aragona) come la voce di Marta Raviglia si aggira inquieta negli spazi ristretti di queste gabbie che il tocco di Massimo Barbiero evoca con tonfi, sgocciolii, echi, scuotimenti metallici, bombiti. La voce esplora attenta i limiti della prigione, e per farlo meglio si moltiplica, si fa coro. Non è la voce seduttrice di Circe, Morgana, Armida, o di tutte le donne fatali su cui una lunga tradizione misogina ha fantasmato mentre erigono piranesiane architetture di inganni per distruggere il maschio. È invece la voce di tutte le donne che la letteratura per secoli ha descritto prigioniere, legate, immolate, abbandonate, facendone un emblema non solo della condizione femminile, ma della condizione umana in generale.
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FESTIVAL MARACANÃ, di Vito Ferro

copFMFESTIVAL MARACANÃ, di Vito Ferro – edizioni Las Vegas.
in collegamento con il forum “Letteratura e Musica” di Letteratitudine

a cura di Claudio Morandini

Vito Ferro (Torino, 1977), animatore culturale e già autore di “L’ho lasciata perché l’amavo troppo” (Coniglio), “Condominio reale” (Edizioni di Latta), “Mentre la luce sale” (Lietocolle), nel 2012 ha pubblicato con le Edizioni Las Vegas di Torino un romanzo movimentato, comico, intriso di passione per la musica, a modo suo un atto d’amore per il rock e l’umanità delle periferie, “Festival Maracanã” (sic).
Conversare con lui è stato un vero piacere. Riporto la trascrizione della nostra chiacchierata subito dopo la breve silloge redazionale del romanzo.
 
Ale, Casimiro e Tommy, tre ragazzi spiantati dell’estrema periferia di Torino, terra di niente e di nessuno, decidono di organizzare un festival musicale, una mini Woodstock di tre giorni, con il sogno di riscattare per una volta le loro vite e il loro quartiere. L’impresa non si rivela così semplice e il fiasco sembra essere dietro l’angolo. I tre amici devono vedersela con una burocrazia impietosa, politici improbabili e cantanti incredibili, e l’organizzazione del festival sfugge al loro controllo. Tra situazioni esilaranti e umanità ricca di sfumature, questo romanzo è la storia di una passione sincera, di un’amicizia senza fine. E forse il capostipite di un nuovo genere: l’umorismo magico.

CM – “Dove le parole finiscono, inizia la musica” (H. Heine) si legge in esergo. Il tuo romanzo sembra la risposta ironica a questa massima, sembra dire: dove la musica non riesce ad arrivare, iniziano le parole.
VF – È così. Ho sempre pensato che la musica abbia un potere incredibile, universale, meraviglioso. Ma al contempo mi rendo conto che di una canzone io cerco di capire profondamente il testo, e lo trovo inscindibile dalla melodia. Non riesco ad ascoltare un pezzo strumentale, non ho le capacità tecniche per coglierne la bellezza, ho bisogno della “didascalia” che è il testo.
Il testo valorizza la musica e viceversa, si autoalimentano. La mia esperienza personale, poi, è quella di chitarrista ritmico dilettante e paroliere per alcuni amici musicisti. Provo invidia per le loro capacità musicali e frustrazione per non essere abbastanza bravo con lo strumento, ma anche orgoglio e soddisfazione nell’essere riuscito a dare “senso” alle note che loro hanno creato.
Ecco: scrivere per me è dare un senso a una bellezza, a una melodia, potrei dire a una storia, già presente.

CM – Il romanzo, in molte pagine, soprattutto nei dialoghi, ha la vividezza di una registrazione dal vivo. Ci ho sentito spesso (ma è un’impressione che andrebbe messa alla prova) l’eco di certi romanzi di Roddy Doyle, “I Commitments”, “Due sulla strada”, riferimenti che però dribbli virando presto sull’invenzione fantastica, sul comico onirico… Al di là di questi rimandi letterari, il senso molto forte di presa diretta mi spinge a chiederti quanto ci sia di veramente vissuto nel racconto dell’organizzazione di una piccola Woodstock di periferia. Alla domanda hai già risposto, sia pure con qualche reticenza, nell’ultima pagina, ma vorrei tornare insieme con te su questo punto.
VF – Non ho mai visto i film che citi, anche se molti lettori mi hanno segnalato le somiglianze.
In realtà il riferimento maggiore è proprio alle edizioni realmente svoltesi del festival alle Vallette (storica periferia nord di Torino nonché mio luogo di nascita) e ai trent’anni di vita nel quartiere stesso.
Il festival è esistito, per due anni di fila, e si è svolto in maniera rocambolesca, avventurosa, sconclusionata per certi versi, molto naïf per altri. È stato una caricatura di festival. Noi organizzatori ci siamo divertiti molto. E, credo, anche il pubblico che partecipò. Fu un’esperienza molto bella perché fondamentalmente libera, a briglia sciolta. Ricevemmo il permesso dal comune di poter superare di molto il consueto orario di chiusura di manifestazioni del genere: potevamo andare avanti fino alle 4 e 30 del mattino! Tu immagina: ragazzi giovani, un prato isolato di una periferia di per sé isolata, birra, panini, musica fino al mattino. Tanti eventi presenti nel libro sono realmente capitati nelle edizioni reali, poi ovviamente sono intervenuto con l’invenzione narrativa: che non considero una storpiatura della realtà, ma una sorta di interpretazione di essa, un correlativo oggettivo poetico. La spensieratezza, la stranezza, il surreale sono in fondo già presenti nel reale: i personaggi del libro l’accettano come una cosa “diversa” ma esistente, da rispettare. Sul quartiere ho migliaia di aneddoti estremi e molto divertenti che paiono inventati se non si è conoscenza dei soggetti che lo vivono, delle situazioni.

 CM – Woodstock, Dylan, addirittura Elvis Presley (o i Police, ma non stiamo a precisare perché, per non rovinare la sorpresa ai lettori)… I miti musicali che alimentano i sogni dei protagonisti sono ormai tutti storicizzati. Che cosa può rappresentare la musica di quegli anni per dei ragazzi di provincia di oggi? Leggi tutto…

REVOLVER – di Andrea Malabaila

REVOLVERConversazione con Andrea Malabaila, a cura di Claudio Morandini – in collegamento con il forum “Letteratura e Musica” di Letteratitudine

Andrea Malabaila“Revolver” Booksalad edizioni, 2013

TRAMA  Andrea Malabaila è un giovane scrittore che in passato ha avuto un certo successo e ora è alle prese con un romanzo che da dieci anni non riesce a concludere: la storia di Damon Kidd e della sua rock band, i Revolver. Damon è in crisi di ispirazione, è tormentato da incubi e allucinazioni, medita il ritiro e addirittura il suicidio. Analogamente Andrea è così ossessionato dalla sua storia che rischia di perdere tutto ciò che di buono lo circonda, a partire dall‘amata Carlotta. E proprio a lei chiederà aiuto per fare l’ultimo tentativo: entrare insieme nella storia e fare in modo che Damon Kidd salvi se stesso, e di conseguenza il loro rapporto.

CM – Qual è il modo migliore di raccontare la musica, secondo te? “Revolver” sembra ubbidire al sempre efficace modello del meta-e-qualcosa, in questo caso il meta-romanzo in cui si scrive “la storia della storia” di qualcuno che ha a che fare con la musica – in cui, cioè, si racconta il proprio approccio alla musica, più che la musica in sé, e insomma se ne fa la propria cover personale. 
AM – Inizio subito con un’ammissione: ho scritto questo romanzo da appassionato di musica, appassionato ma allo stesso tempo frustrato per non saper suonare nessuno strumento (qualche anno fa ho provato a prendere lezioni di chitarra e lì ho capito che non faceva per me). Un po’ come nel mio romanzo precedente, “L’amore ci farà a pezzi”, in cui il mio alter-ego era un’ex promessa del tennis – cosa che in effetti portava molti a chiedermi se giocassi a tennis e a rispondere come citato anche in “Revolver” che no, ci avevo provato qualche volta ma niente di più. La cosa bella – una delle cose belle – dello scrivere è potersi calare in vite parallele che ci sarebbe piaciuto vivere. E un’altra cosa bella è poter rimescolare ogni volta le carte, proprio come un illusionista. In questo romanzo ci ho giocato ancora di più, chiamando il narratore come me e inserendo qua e là spunti autobiografici, primo fra tutti la difficoltà a scrivere “Revolver”: ci ho messo davvero più di dieci anni per trovarne la quadra!

CM – D’altro canto, tu stesso ammetti subito che ogni romanzo è un mascheramento autobiografico.
AM – Ho letto che Michael Cunningham ha affermato che tutti i suoi personaggi sono autobiografici, compresa la lucertola. Ecco, penso che alla fine sia la risposta definitiva. È un po’ come nei sogni, in cui tutti i personaggi – dicono – sono delle proiezioni di noi stessi.

CM – “Revolver”, dicevamo, è la storia un romanzo che non sta venendo come l’autore vorrebbe: le difficoltà sono rappresentate dall’affastellarsi di cliché (letterari) sin dalla prima pagina, dal premere di altri cliché (musicali). “Revolver”, insomma, è come una bella canzone sulla difficoltà di scrivere belle canzoni – ma, essendo convintamente pop, non può mancare l’happy end.
AM – All’inizio il mio approccio a “Revolver” era stato molto più diretto: non un meta-romanzo, ma un romanzo sul rock e sulla crisi di ispirazione (e non solo) di Damon Kidd. Negli anni mi sono reso conto che questa crisi in qualche maniera era parallela a quella in cui mi ero infilato cercando di raccontare una storia per la quale mi mancavano alcuni strumenti di base: la mia conoscenza del rock era abbastanza approfondita ma tutta di seconda mano e quindi non poteva che finire nel cliché. Da qui l’idea di giocare anche su questo fatto e di non limitarmi agli stereotipi del sesso droga e rock’n’roll ma di inserire anche dei cliché letterari che noto in tantissimi manoscritti che leggo per Las Vegas edizioni. L’incipit con il risveglio del protagonista, l’immancabile caffè piazzato nella prima pagina, il finale della serie “era tutto un sogno”. L’happy end, invece, è un po’ una novità per me, ma serviva anche a riequilibrare una situazione di partenza piuttosto negativa.

CM – Tutti i personaggi (compresi quelli che hanno nomi che rimandano alla realtà) si muovono nel mondo dell’invenzione con la leggerezza della commedia paradossale e sentimentale (della meta-commedia, in un gioco che forse ammicca a certo Woody Allen, ma che di Allen non ha la torbidezza senile) o della canzone pop (pop, direi, più che rock). La Parigi in cui si svolgono le scene finali è un paracosmo colorato (nonostante la pioggia) e già un po’ vintage (per via della pioggia), in cui si accatastano allegri ammiccamenti e luoghi comuni ironicamente virgolettati (non ne manca nessuno, tra quelli relativi al maledettismo glamour della vita da rockstar, c’è pure un inseguimento in auto). “Carlotta pensa di essere in un sogno, Sally in un incubo, io all’interno delle mie fantasie; Tommy e Mandy non lo so e francamente mi interessa poco”. L’Andrea Malabaila è insomma un autore in cerca dei suoi personaggi. Per evitare una piega tragica degli eventi, li insegue, li scova, ordisce un piano per manipolarne gli effetti, se li porta dietro, risolve il tutto. Leggi tutto…

Speciale FUORIASSE – LaBirinti Festival

copertinaÈ appena uscito il numero Speciale del magazine FUORIASSE, dedicato al LaBirinti Festival: 118 pagine di interviste e approfondimenti letterari, culturali e artistici da sfogliare e leggere gratuitamente

Per sfogliare il magazine, cliccare qui – Per scaricare il pdf, cliccare qui

Indice: FUORIASSE Speciale LABirinti Festival  

Pg 01. “La copertina di FuoriAsse” – Marta Lodola: A mia immagine. Foto di Mario Greco

Pg 02. Editoriale: “Non è un miracolo, e forse è inopportuno” di Caterina Arcangelo
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Premio Letterario Nazionale “Città di Trebisacce”

A gran giornateClaudio Morandini, con il romanzo “A gran giornate” (Edizioni La Linea) vince la prima edizione del Premio Letterario Nazionale  “Città di Trebisacce”

Premio Letterario Nazionale  “Città di Trebisacce”
per il Libro edito di narrativa (I Edizione 2013)

Giuria: Flaviano Pisanelli (Presidente), Alessandro Gaudio, Bonifacio Vincenzi, Oreste Bellini, Franco Prantera.

I Risultati

1° Classificato:  Claudio Morandini A gran giornate (Edizioni La Linea)
2ª Classificata:  Elisabetta Bucciarelli Dritto al cuore (Edizioni  e/o)
3° Classificato:  Andrea Malabaila Revolver (Book Salad)
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INCONTRO CON NADIA BOULANGER, di Bruno Monsaingeon – la recensione

Pubblichiamo la recensione del volume INCONTRO CON NADIA BOULANGER, di Bruno Monsaingeon (rueBallu edizioni)

[in collegamento con il forum permanente “Letteratura e musica” di Letteratitudine]

di Claudio Morandini

Che docente straordinaria è stata Nadia Boulanger! Ha formato generazioni di compositori e musicisti europei e statunitensi, e fino agli ultimi anni della sua vita ha continuato a dedicarsi alla musica – ad aiutare gli altri a trovare in loro stessi la strada per l’espressione musicale più autentica. È stata didatta, direttrice, compositrice, ma con severità (la stessa severità adottata nei confronti di allievi e colleghi) ha giudicato se stessa una compositrice corretta ma priva di quella grandezza che sola giustificherebbe il comporre: e ha smesso di scrivere musica da giovane, votandosi alla didattica e alla celebrazione dell’altro astro musicale della famiglia, la sorella Lili, morta prematuramente e compositrice finissima e ispirata.
Un bel libro, necessario, ce la fa conoscere a fondo, impegnata in una serie di conversazioni con Bruno Monsaingeon, che l’ha più volte incontrata, ormai anziana e debilitata, e dalla rielaborazione delle conversazioni ha tratto materia per questo libro mantenendo l’immediatezza anche divagante della chiacchierata. “Incontro con Nadia Boulanger” risale al 1981, ma è stato pubblicato nel 2007dalle edizioni musicali palermitane Rue Ballu (che, non a caso, prendono il nome dalla via di Parigi in cui la Boulanger ha a lungo abitato, al n. 36), nella traduzione di Antonella Bonanno e Morgane Corre. L’introduzione di Enrico Fubini (che mi pare più centrata del saggetto iniziale di Manlio Sgalambro) consente di fare il punto sull’operazione di ricostruzione e assemblamento operata da Monsaingeon, oltre che sull’importanza della figura della protagonista del libro.
Come il vecchio Stravinskij sollecitato da Robert Craft, come l’altrettanto vecchio Goffredo Petrassi che si confida con l’amica Carla Vasio, anche Nadia Boulanger ha un’intera vita da ripercorrere avanti e indietro con la più grande libertà: si concede qualche tenerezza nostalgica, ma più spesso ragiona con appassionato rigore attorno ai temi che le sono sempre stati più a cuore, e talvolta si concede qualche giudizio affilato. La Boulanger non ama l’autobiografia, non indugia, se non dietro insistenza dell’intervistatore, su ricordi privati, sicuramente non è frivola (non lo è mai stata, guardate le foto che corredano il libro, nelle quali appare vestita sempre allo stesso modo, severa e impeccabile e demodée come un’istitutrice d’altri tempi): il suo è piuttosto il racconto di chi ha attraversato un intero secolo, ne ha visto gli orrori e le bellezze, ha incontrato e incoraggiato generazioni di donne e uomini, ha colto nella musica non una disciplina chiusa e elitaria ma un terreno di fertile realizzazione del desiderio e del bisogno di bellezza e armonia dell’uomo, da coltivare con precisione e passione, con “amore” (parola chiave, e proprio per questo usata con parsimonia). Non può che stupire che questa lezione di umile dedizione a un’idea di musica venga dal profondo del Novecento, di un secolo cioè che ha frantumato per sempre i canoni strutturali della musica colta, e sulle macerie ha elevato mille edifici diversi alla ricerca di nuove forme architettoniche, o addirittura ha rifiutato le forme e si è contentato di celebrare il dissesto: che poi questa lezione venga da colei che ha formato molti dei compositori di quelle geerazioni che hanno contribuito a buttate all’aria le certezze della tradizione e scalpitando hanno tentato nuove strade, è forse ancora più sorprendente. Ma Nadia Boulanger, Leggi tutto…

COOPERATIVA LETTERARIA – intervista a Caterina Arcangelo

logotypeCOOPERATIVA LETTERARIA – intervista a Caterina Arcangelo

di Massimo Maugeri

Sono molto lieto di poter segnalare questa bella realtà culturale sorta nella città di Torino attorno al progetto di una cooperativa letteraria che ha al suo centro l’idea della condivisione della passione per la lettura e per la cultura. Una realtà che ho avuto modo di conoscere personalmente e di cui posso dare testimonianza di serietà e genuinità. Ne ho discusso con la fondatrice e presidente di “Cooperativa Letteraria“, Caterina Arcangelo.

– Cara Caterina, come nasce il progetto “cooperativa letteraria”?

Cooperativa Letteraria è un’associazione culturale che si propone di diffondere la  cultura all’interno del territorio, soprattutto nelle zone periferiche e negli strati sociali che maggiormente risentono di quell’alienazione metropolitana che caratterizza  le grandi città. Creare  un numeroso gruppo di lettori, eterogeneo per età e provenienza sociale e unito dall’interesse e la passione per il mondo del libro e della cultura, generare aggregazione e senso di appartenenza sono i nostri principali obiettivi.  Le presentazioni, i convegni e le mostre sono i mezzi che ci permettono di realizzare tutto questo. Ma tutto ben si tiene grazie all’aiuto degli editori che sostengono il nostro progetto, che ci inviano le novità del momento mettendo  a disposizione il frutto del loro lavoro: i libri.  L’associazione è nata alla fine del 2011. Il numero di soci è in grande crescita: è passata dai 60 di fine 2012 agli oltre 180 del 2013. Cooperativa Letteraria si avvale soprattutto della collaborazione di volontari, di intellettuali (scrittori, studiosi ed artisti), di case editrici, di istituzioni locali (la V Circoscrizione del Comune di Torino) , di altre associazioni (Detenzioni) e di sponsor economici (tra i quali si distingue il gruppo bancario Intesa Sanpaolo). Il cospicuo numero di  interventi volontaristici e le sinergie con le istituzioni permettono  la realizzazione di quattro  attività principali:

La gestione di un PUNTO LETTURA: un luogo che nasce con l’intento di condividere esperienze in cui il denominatore comune è la promozione della lettura con la presenza di riviste e libri in consultazione gratuita.

LETTURE DI TRAVERSO: Un programma di incontri con autori (il gruppo incontra l’autore dopo la lettura del testo.  Del gruppo fanno parte tutti i soci di Cooperativa Letteraria. Ogni socio sceglie di volta in volta  a quale incontro partecipare.)

LABirinti  FESTIVAL: occasione  di confronto tra critici, scrittori (sia affermati che esordienti), artisti, ed editori.

Il PROGETTO SCUOLE: un lavoro di approfondimento con gli studenti di alcune classi che partendo da un tema, attraverso l’analisi di un testo, sfocia in un incontro con l’autore.

Scuola Intorno propone anche una serie di laboratori  che permettono ai ragazzi di arricchire-attraverso esperienze di laboratorio, incontri, visite  guidate-la loro esperienza formativa .

La rivista FuoriAsse, un periodico bimestrale online che ospita interventi di professionisti del campo editoriale.

– Quali sono gli obiettivi?
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MASTICANDO UMANI, di Santiago Nazarian

https://i0.wp.com/www.edizionilalinea.it/wp-content/uploads/2013/10/Masticando-umani_cover-sito.jpgMASTICANDO UMANI, di Santiago Nazarian (Edizioni La Linea – traduzione di Angela Masotti)

[le prime pagine del libro]

recensione di Claudio Morandini

Masticando umani”, del brasiliano Santiago Nazarian (La Linea, 2013), è il racconto in prima persona di un caimano che ha imparato il linguaggio umano decifrando simboli e lettere che gli si presentavano davanti agli occhi – una dote, come scopriremo, tutt’altro che rara, in un romanzo in cui tutti, proprio tutti parlano, anche gli scarafaggi, anche i bidoni sfondati. A spingere il giovane ed eloquente caimano via dalle paludi della foresta verso le fogne di una grande e non nominata città del Brasile è il desiderio di cambiare e di capire, l’aspirazione a praticare l’arte e la filosofia, una curiosità profonda per l’uomo, inteso sia come modello a cui ispirarsi sia come cibo maggiormente appetibile. La vita del caimano raccontata da lui stesso diventa, pagina dopo pagina, l’applicazione di un principio ovvio ma vero: siamo ciò che mangiamo – principio che il ragionare del caimano declina anche così: diventiamo ciò che mangiamo, o, ancora, vogliamo mangiare ciò che vogliamo essere.

Bene, si diceva delle fogne: anche qui, un incessante via vai, un continuo tracimare di porcherie dal mondo di sopra, un gran daffare di legioni di topi burocrati, e il conforto della compagnia di altri tipini con cui il caimano fa conoscenza – un rospo fumatore accanito, un cane troppo magro per rappresentare qualcosa di allettante, un ragazzino del sottoproletariato urbano che scende per farsi di colla e magari tentare di leccare il rospo a cui attribuisce proprietà allucinogene. Tutti parlano, parlottano, litigano, minacciano, si raccontano storielle, mentono, fanno e disfano in una sorta di frenetica e perfida parodia del sopramondo. Sono animali opportunisti e doppiogiochisti, ingordi di cibo spazzatura gettato dalla gente di sopra, ottusi – potremmo dire – come molti degli umani di scarse qualità che ci capita di incontrare ogni giorno. In mezzo a loro il caimano scivola con un umore fluttuante tra la delusione, l’impulso a ribellarsi e il desiderio di integrazione; a distinguerlo dalle altre bestie, oltre alla stazza e all’apertura delle fauci, è lo spirito contemplativo, il ragionare sui propri atti e sulle conseguenze che potranno avere, il porsi domande che restano prive di una risposta soddisfacente – ecco, in questo è davvero molto umano. Non è come le altre bestie che inscenano una dissennata scimmiottatura dell’umanità, e nemmeno come quegli esseri umani che sembrano voler recuperare, anche qui con mezzi insensati, una sorta di animalità perduta. A intrigarlo, in particolare, è la doppiezza della sua indole, la dicotomia tra natura e cultura, tra bestialità e umanità. In questo ragionare riesce a essere sottile e tutt’altro che banale: in mezzo a tante creature viventi che vogliono solo “provare la miseria della razza umana” imitandola alla meno peggio, il caimano vuole invece “dominare la bellezza della selvatichezza animale”, circoscriverla in una sistema filosofico che metta insieme il fulmineo e irreparabile azzanno mortale con il senso di solidarietà, con una humanitas che ci verrebbe da definire terenziana.
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GUARIRE IL DISORDINE DEL MONDO, di Maria Panetta

Guarire il disordine del mondo. Prosatori italiani tra Otto e Novecento, di Maria Panetta
Mucchi Editore, 2012

di Claudio Morandini

In “Guarire il disordine del mondo – Prosatori italiani tra Otto e Novecento” (Mucchi, 2013), Maria Panetta ha raccolto saggi di diversa ampiezza, molti dei quali già apparsi su riviste o miscellanee. A dare unità e compattezza alla raccolta, oltre ai limiti temporali e di genere precisati nel sottotitolo, c’è un’idea umanistica di letteratura, che risuona forte e costante presso autori anche molto diversi ma accomunati da un’ansia di ricerca e insieme dalla rivendicazione di una libertà intellettuale – una libertà che può diventare impegno personale ma anche isolarsi in una sorta di atemporalità che non è mai indifferenza. Sta in questa tensione di chiara impronta etica, in questo procedere per tentativi attorno alle domande più pressanti dell’uomo (e “tentativo”, assieme a “ricerca”, è parola che ricorre spesso nelle pagine di Panetta, sin dalla Premessa, e che va letta in chiave positiva), il senso della letteratura per gli autori scelti da Panetta. Tutti loro “tentano” di tracciare la profondità di un paesaggio sociale, interiore, personale o ambientale – e lo fanno attraverso una scrittura in prosa che è phàrmakon, ovvero, come ricorda la stessa Panetta nella Premessa, veleno (dell’inganno, del depistaggio) e medicina (della Verità, almeno di una possibile verità).
Nel metodo di Maria Panetta, nell’instancabile interrogare autori che a loro volta si sono a lungo interrogati, nel fornire risposte impreviste, si sente risuonare una concezione della critica come dialogo a distanza con gli autori, anche e soprattutto con quelli apparentemente inattuali, sempre con maestri di libertà intellettuale. Certo, accanto a questo c’è sempre lo scavo erudito nei testi, l’esplorazione filologica, l’indagine metacritica: ma a contare è soprattutto, nello sguardo critico come nell’oggetto di tale sguardo, che siano narratori o critici a loro volta, il senso della ricerca.
Vediamo più da vicino come Maria Panetta interroga i suoi autori e le loro opere. Leggi tutto…

RIEFENSTAHL, di Lilian Auzas (intervista all’autore)

RIEFENSTAHL, di Lilian Auzas (Elliot, 2013) – Traduzione di Monica Capuani

INTERVISTA A LILIAN AUZAS

a cura di Claudio Morandini

(Traduzione dal francese di Jean-François Lattarico)

CM – Le Edizioni Elliot hanno da poco pubblicato, nella traduzione di Monica Capuani, Riefenstahl, il romanzo che il giovane autore di Lione Lilian Auzas ha dedicato alla regista e fotografa Leni Riefenstahl. Parlo di romanzo, non di biografia, perché così è stato presentato nel 2012 in Francia dalle Editions Léo Scheer, e perché così l’ho sentito al momento della lettura – un romanzo in cui l’invenzione narrativa, l’introspezione psicologica, l’evocazione di momenti e ambienti nascono da un apparato di conoscenze storiche che però non opprimono mai. Sentiamo che cosa ne pensa Lilian Auzas.
LA – Innanzitutto bisogna sapere che fra me e Leni Riefenstahl vi è una lunga storia. La sua personalità mi ha sempre incuriosito da quando, una notte d’estate, ho visto sulla rete franco-tedesca ARTE, il programma Leni Riefenstahl – La forza delle immagini di Ray Müller. Ho letto, leggo e continuerò a leggere tutto ciò che riguarda Leni Riefenstahl. Sono all’agguato ogni volta che esce un libro sull’argomento. È un vero chiodo fisso. Così mi ritrovo con dei libri italiani, anche se non parlo la vostra lingua, oppure con un catalogo di una mostra in giapponese… Leni Riefenstahl è stata poi l’argomento scelto per la mia tesi di laurea in Storia dell’arte. Ho racimolato moltissimo materiale su di lei, a furia di lavorare su archivi, fonti e vari libri di studiosi di storia.
La Riefenstahl è un personaggio estremamente complesso. Senza dubbio umano. Molto contraddittorio. Quando ho smesso le mie ricerche dopo aver iniziato una tesi di dottorato, avevo ideato il progetto di una monografia su di lei. Volevo sbarazzare la sua figura dal cliché dell’artista di propaganda di regime. Non che la cosa sia falsa, al contrario. Ma le opere sono ben più ricche. L’idea del romanzo è germogliata a poco a poco durante la stesura della monografia: Leni Riefenstahl è un personaggio romanzesco. Allora mi ci sono buttato.

CM – Quanto ti ci è voluto per ottenere questa “leggerezza” di tono, visto che il tema si prestava a un trattamento – come dire – “pesante”?
LA – La leggerezza del romanzo, come tu dici, sta nella stessa personalità della Riefenstahl. A ben leggerlo, il testo non è appesantito dallo sfondo storico. E così che ho voluto. Vi è presente solo quando riguarda Riefenstahl. Ho trattato la vita di Riefenstahl per episodi. È un omaggio al suo modo di costruire un documentario. Selezionare solo le cose più importanti e saper creare momenti insieme dolci e forti, pacati e intensi. Ed è quel che ho fatto. Tutto è importante e oscillo tra momenti privati e tratti che riguardano la sua vita pubblica. E ciò provoca una specie di catarsi. Ne scaturisce un ritratto sfumato, almeno così spero. Questo trattamento episodico sottolinea anche il suo lato fulmineo. Perché, se Leni Riefenstahl è vissuta fino a centouno anni, dal 1902 al 2003, nondimeno ha attraversato il XX secolo in fretta e furia. Detestava le pause. Al cinema come nella vita.

 
CM – Molte scene del romanzo sono concepite quasi come pagine di dialogo tra il brillante e il mélo, sembrano pronte per essere trasformate in sceneggiatura. È una scelta calcolata? Io l’ho letto come un omaggio (ironico, ma sentito) all’arte di Leni, al suo passato di attrice, a una fase ancora pionieristica del cinema.
LA – Questo mi fa piacere, perché la cosa è volontaria. Sono contento che tu mi faccia questa domanda. Ho tentato di applicare al mio romanzo il metodo riefenstahliano, cioè quello di vedere con la mente prima di filmare, o di scrivere. In Riefenstahl, ogni dialogo serve il romanzo. Lo anima, e quasi sempre viene piazzato durante i momenti più forti: il litigio con il padre, l’incontro con Arnold Fanck, ecc. I dialoghi non sono mai superflui. Non lo sono mai nei film della Riefenstahl. Quindi, il romanzo assume una forma ibrida, perché è perfettamente adattabile per diventare un film.

CM – Ti sei concesso delle libertà (storiche, biografiche) nel raccontare la vita di Leni Riefenstahl?
LA – Sì, certo. Ho letto in Francia e in Italia che si parlava del mio romanzo come se fosse una biografia. È sbagliato. È un ritratto. Quindi, soggettivo. Certo, posso appiccicarmi alla realtà, ma per creare questo ritratto mi sono preso qualche libertà. Tuttavia, tutti gli avvenimenti sono veri. Mi spiego: ogni fatto che descrivo è stato tratto dalle Memorie della Riefenstahl, da varie testimonianze o da scritti di storici. Quando certi studi si contraddicevano, ho fatto io la scelta, vuoi incrociando le fonti, vuoi fidandomi della mia intuizione. È stato difficile ridare un’apparenza umana al mostro che quella donna era diventata. In nessun modo ho cercato di riabilitarla, contrariamente, ancora una volta, a ciò che è stato detto. Ho voluto essere giusto nei suoi confronti. E non taccio certo sulle zone buie della sua carriera. Sull’episodio polacco o gli zingari del film Bassopiano (Tiefland) per esempio, non volevo giudicarla. Spetta al lettore farsi una propria opinione su questa donna.

CM – Poi ci sono i dialoghi… Leggi tutto…

BUSENELLO. UN THÉÂTRE DE LA RHÉTORIQUE di Jean-François Lattarico

BUSENELLO. UN THÉÂTRE DE LA RHÉTORIQUE di Jean-François Lattarico
Classiques Garnier, 2013

[un saggio ancora inedito in Italia]

di Claudio Morandini

Da noi il Barocco soffre ancora, in certi ambienti restii ad accogliere prospettive critiche più recenti, come la scuola, di una sottovalutazione vischiosa, effetto del giudizio limitativo di lontana derivazione crociana (un Croce fortemente curioso del Barocco, ma anche giudice troppo accigliato) e, probabilmente, anche della perfidia di Manzoni (che nel cap. XXXVII de “I promessi sposi” liquida tutta l’esperienza marinista nella citazione di un verso dell’Achillini). Per questo fa piacere (un piacere che è anche “maraviglia”, alla Marino) scoprire quanto sia stato vivace e fervido il Seicento, e quanto sia acuta oggi l’attenzione critica. Esuberante, ricco e complesso è infatti il dibattito culturale e letterario raccontato fin nei minimi dettagli da Jean-François Lattarico nel suo “Busenello. Un théâtre de la rhétorique” (Classiques Garnier, 2013).
Giovan Francesco Busenello (1598-1659) è noto soprattutto per il libretto de “L’incoronazione di Poppea”, l’opera del vecchio Claudio Monteverdi; ma è stato autore fecondo e facondo, a cui Lattarico ha già dedicato attenzioni filologiche nella pubblicazione de “Il viaggio d’Enea all’Inferno” (Palomar, Bari, 2010, ahimè introvabile). L’Accademia veneziana degli Incogniti, di cui Busenello faceva parte, e a cui Lattarico, che insegna Letteratura Italiana all’Université de Lyon, ha già dedicato un saggio altrettanto ampio (“Venise incognita. Essai sur l’académie libertine du XVIIe siècle”Champion, 2012), si profila, nel trattato incentrato su uno dei suoi protagonisti, come un fertile terreno di elaborazione teorica e estetica, un vero e proprio movimento di avanguardia che tenta nuove forme, mette in discussione obblighi e canoni, contamina generi e nello stesso tempo ne definisce di nuovi, cerca liberamente nel passato i suoi classici, le sue fonti. Nel primo Seicento, insomma, le Accademie che fioriscono un po’ ovunque non sono sinonimo di conservazione, ma piuttosto di messa in discussione di modelli ritenuti superati o inadeguati, di sperimentazione di nuove vie di espressione, di definizione di una nuova retorica applicata alla scrittura d’arte. Sono luoghi di condivisione di temi e poetiche, di cui Lattarico, instancabile, rintraccia i passaggi da un autore all’altro, da un’opera all’altra. E l’Accademia degli Incogniti, come ogni movimento d’avanguardia, produce idee e opere, le une in dialogo con le altre, talvolta, si direbbe, le prime più interessanti e durevoli delle seconde; ma Lattarico, che non è solo uno studioso fine e rigoroso, ma anche un grande appassionato del Barocco, sa mettere in luce anche nelle opere più neglette le punte di eccellenza, le pagine più belle, meno occasionali, più originali e financo rischiose. Leggi tutto…

PROSE DAL DISSESTO, di Massimiliano Borelli

Prose dal dissesto. Antiromanzo e avanguardia negli anni SessantaPROSE DAL DISSESTO, di Massimiliano Borelli
Antiromanzo e avanguardia negli anni sessanta
Mucchi Editore, 2013

Intervista a Massimiliano Borelli
a cura di Claudio Morandini

Massimiliano Borelli dedica il saggio “Prose dal dissesto – Antiromanzo e avanguardia negli anni sessanta” (Mucchi, collana “Lettere Persiane”, 2013) alla produzione narrativa del Gruppo 63, o, se vogliamo dire altrimenti, a quel complesso, irrequieto e radicale lavorio che alcuni autori riconducibili a quel gruppo hanno compiuto sui meccanismi e le convenzioni della prosa, in particolare del romanzo. Accanto a certe opere fondamentali e inevitabili di Manganelli e Arbasino, di Sanguineti e Malerba, di Porta e Balestrini, l’autore presta attenzione particolare ai contributi letterari di scrittori come Ceresa, Di Marco, Vasio, Spatola – ne emerge un ricco mosaico di voci, una vivace polifonia di sperimentazioni e riflessioni critiche attorno ad alcuni fondamenti condivisi. Che cosa ancora ci possono dire, a cinquant’anni di distanza, “questi strani romanzi”, queste “prose dal dissesto”? Lo chiedo allo stesso Massimiliano Borelli.

CM – Nel tuo saggio il Gruppo 63 appare come un’esperienza storicizzata, che ormai possiamo valutare pacatamente collocandola in un contesto culturale ben preciso; eppure ancora oggi la rottura rappresentata dal Gruppo 63, i morti e i feriti che, per così dire, ha lasciato sul campo, vengono letti da molti con un coinvolgimento emotivo più che scientifico. Da che cosa dipende, secondo te?

MB – Non c’è dubbio che sia possibile fare, oggi che cade il cinquantenario della fondazione del Gruppo, una lucida storia della neoavanguardia italiana, che infatti è già stata fatta più di una volta. Tuttavia, quello che ho cercato di fare io, più che una storia, è stato andare a leggere da vicino i testi, le opere che il Gruppo ha prodotto, concentrandomi sull’ambito narrativo. Le ricostruzioni storiche hanno infatti sempre preferito dare più conto delle teorie e dei dibattiti che hanno animato questa esperienza; con parecchie ragioni, ben inteso, perché proprio le teorie e i dibattiti sono stati un aspetto fondamentale e hanno rappresentato un elemento di novità assoluto nel panorama letterario (e non solo) italiano di quegli anni. Quello che mi premeva maggiormente però era sondare i valori specifici dei testi, di quelle opere che i detrattori hanno sempre liquidato come inconsistenti, come mero prodotto di un esercizio di laboratorio, secondo l’ormai fiacco adagio che il Gruppo 63 ha prodotto molta teoria, ma nessuna opera degna di restare nel canone italiano e quindi di essere letta ancor oggi. Alla fine spero di aver dimostrato come invece i romanzi, o antiromanzi, della neoavanguardia presentino tutto uno spettro (molto ampio e diversificato) di possibilità espressive, che, se appaiono lontani anni luce dalle modalità narrative attuali, custodiscono tuttavia dei fertilissimi dispositivi di emozione intellettuale e di scoperta dell’esperienza, oltre che di critica dell’esistente. Ribaltando quell’accusa, dunque, è proprio qui, nelle opere, che il Gruppo 63 ha secondo me ancora qualcosa da dire, qualcosa che non permette di guardare a esso in maniera “pacata”, perché il suo corpus rimane un oggetto letterario irrequieto, resistente all’assorbimento, disseminato di stratagemmi inventivi. Mi piace pensare a questi testi come ai chicchi di grano non germogliati custoditi dalle piramidi di cui parlava Benjamin, che nel tempo hanno conservato tutta la loro forza germinativa; forse anche queste opere sono lì che aspettano i loro nuovi lettori, che in esse potranno trovare nuove chiavi per disvelare il contemporaneo. Per quanto poi riguarda il livore con cui gli oppositori del Gruppo 63 continuano a riferirglisi (che talvolta assume davvero un tono misero e grottesco), ciò dipende probabilmente proprio dal fatto che, per quanto ne dicano, la scrittura della neoavanguardia è tuttora viva, o perlomeno “attivabile” da chi è disposto ad accostarglisi per sentire quel che ha da dire.

CM – Quella del Gruppo 63 stata un’esperienza polifonica (e polimorfica), ma si possono individuare due, tre nuclei forti attorni ai quali si sono concentrati i differenti contributi? Penso al rapporto con il pubblico, alla destrutturazione del sistema dei personaggi, alla ridefinizione dei criteri dello spazio e del tempo…
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ANIMALI DOMESTICI, di Bragi Ólafsson

Animali domesticiANIMALI DOMESTICI, di Bragi Ólafsson
(traduzione di Silvia Cosimini)
La Linea, Bologna, 2013 – pagg. 208 – euro 15

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recensione di Claudio Morandini

“Animali domestici”, il secondo romanzo di Bragi Ólafsson (La Linea, 2013, traduzione di Silvia Cosimini), è stato salutato nel 2001 dalla critica internazionale come un romanzo “rock”, anche se in effetti non parla di rock, e anche se, a pensarci bene, l’ormai lontana militanza dell’autore nei Sugarcubes di Björk non è sufficiente a colorare di “rock” ogni cosa da lui fatta dentro la musica e fuori. Di rock (se vogliamo procedere per analogia e con una certa dose di approssimazione) può esserci lo spirito sbarazzino, quella sensazione da esecuzione in diretta propria di ogni buona schitarrata con gli amici (anche di quelle calibrate in giorni e giorni di postproduzione in studio); ci sono il ricorso insistito all’alcool e un costante retrogusto sessuale pieno di desideri e impacci da eterni adolescenti; e c’è il risuonare anche della musica, come no, di tanta musica.
Ma proprio qui, nei riferimenti musicali di cui abbonda il romanzo di Ólafsson, scopriamo che il rock è solo uno degli interessi, e che nel bagaglio di un musicista islandese curioso e colto, che ha militato in una formazione alternativa e inclassificabile come i Sugarcubes prima di fondare una sua etichetta discografica, si può trovare molto altro (nel suo bagaglio, o in quello dell’io narrante, Emil, a cui immaginiamo che l’autore abbia prestato senza problemi gusti e idiosincrasie).
Il romanzo è ambientato negli anni novanta, in un’epoca in cui il vinile non era ancora materiale da nicchia e condivideva gli stessi spazi con i cd e le musicassette, la musica si ascoltava nei walkman (come si dice walkman al plurale? ci si chiede in una pagina divertente, una delle tante), si facevano compilation registrandole dai dischi e non scaricando tracce a tonnellate dal web in modo più o meno legale. Emil rientra a Reykjavík da un viaggio e, per motivi che non staremo a dire, si ritrova prigioniero in casa propria, nascosto sotto il letto, mentre amici e conoscenti non tutti rassicuranti invadono uno dopo l’altro la sua abitazione, saccheggiano la sua dispensa, suonano i suoi dischi. La situazione, solo apparentemente statica, è in realtà assai movimentata, e diventa, pagina dopo pagina, irresistibilmente umoristica, in quel modo paradossale ed esasperante che sembra caratterizzare certa narrativa nordica.
Tra parentesi, non si può non simpatizzare con il protagonista, che torna da Londra con le valigie piene di libri (otto) e dischi di gusto (trentasei, più sette cassette), e che a volte, ma senza snobismo, sembra misurarsi con gli altri che incontra proprio attraverso questi misuratori del gusto (li conosceranno? li avranno mai ascoltati? li potrebbero capire? li potrebbero amare?).
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RACCONTO DEL FIUME SANGRO, di Paolo Morelli

Racconto del fiume SangroRACCONTO DEL FIUME SANGRO, di Paolo Morelli
Quodlibet Compagnia Extra, 2013

di Claudio Morandini

È stato un gran bel viaggio, quello in compagnia di Paolo Morelli lungo il Sangro (“Racconto del fiume Sangro”, Quodlibet, 2013). Ha avuto coraggio Paolo a farlo, e a farlo così, da solo, a piedi come ai tempi delle assorte e scanzonate escursioni del “Vademecum per perdersi in montagna” (nottetempo, 2003), con poco o niente, se non il quadernetto, l’occhio attento, l’orecchio fino, seguendo ostinatamente questo piccolo fiume di provincia, senza mai perderlo di vista, sempre in ascolto, dormendo dove capita, raccogliendo in un sacchetto immondizie altrui, infilandosi in canneti, approdando a isolotti, guardando sempre dal basso le opere dell’uomo che via via lo modificano, ne stravolgono il corso. Ha avuto coraggio, intendo, a raccontarlo senza le astuzie che oggi conferiscono a ogni narrazione lo stesso sapore di un thriller, anche se thriller non è. Qui, nel “Racconto del fiume Sangro”, c’è altro, per fortuna: c’è la sorprendente e avvincente costruzione della personalità di un fiume (una personalità ricca, complessa, verrebbe da dire, imprevedibile, fatta di forza e insieme di adattabilità, di irruenza e di accoglienza), c’è “l’intervista” a questo fiume, come a un certo punto la definisce lo stesso autore, cioè l’ascolto scrupoloso della voce del fiume e di ogni torrente che gli si fa incontro o addosso, l’indefessa invenzione poetica (poetica, sì, e vedremo in che senso).
Diamo qualche assaggio di questa indefessa invenzione, che trasforma acqua e fiume (due personalità distinte, quasi due principi complementari) in persone, in caratteri. Apro a caso il libro, sicuro di trovare ovunque un esempio appropriato. Ecco, in una delle primissime pagine: “Il borbottìo si attutisce tra l’argilla e il muschio, per sentirlo bisogna mettersi in ginocchio e accostare l’orecchio, profittando del vento quando cala e zittisce. Gli sbuffi d’acqua fanno un suono come una risata trattenuta per educazione, che diventa lo schiarirsi di voce di un bambino. Certe sillabe appena nate, solo vocali in a o in o col riverbero di voci uguali delle altre sorgenti qui vicino”. E più avanti: “… e lei l’acqua simula uno svenimento appena le incontra (le piante, nrd), nemmeno si direbbe che le evita, gli casca addosso con marpioneria, con sagacia, certe grosse foglie fanno un rumore come quando si fa suonare un filo d’erba in bocca”. L’ascolto attento del fiume porta a distillare, a distinguere le singole note: quando nel Sangro si immette un torrente e dall’incontro dei due corsi “si forma un muro… alto pochi centimetri”, “il suono sul muro è un tipo di fru fru, preceduto da un borborigmo e seguito da un rumore di scivolo”. Leggi tutto…

C’È MUSICA e MUSICA – Luciano Berio

C'è musica & musica. 2 DVD. Con libroC’è musica & musica  – Luciano Berio | Feltrinelli Real Cinema | 2 Dvd + libro euro 25,00
ISBN 978-88-07-74096-1

[articolo legato al dibattito “Letteratura & Musica” su LetteratitudineBlog]

di Claudio Morandini

Che emozione quando ho scoperto in libreria le dodici puntate di “C’è musica e musica” di Luciano Berio in una bella confezione di due DVD più un libro! Le ha pubblicate da pochissimo Feltrinelli nella collana Real Cinema, a cura di Angela Ida De Benedictis.
Ricordo ancora bene (mi perdonerete se in questa recensione indulgerò a qualche flash autobiografico) quello che significò nel 1972 quel ciclo di trasmissioni sulla musica contemporanea. Era uno stile originale, eclettico, che mescolava sperimentalismo e divulgazione d’alta classe, momenti giocosi e riflessioni ardue, concertisti e marionette, alto e basso, in un flusso che avrei ritrovato in certe dinamiche interne delle composizioni più ampie di Berio stesso, che so, “Coro”, la “Sinfonia”, “Rendering”. Ecco, “C’è musica e musica” era una partitura, gigantesca, ambiziosa, vorace, fatta di musiche (tutte le musiche di tutti i tempi e tutti li luoghi) e voci (tutte le voci, dai vecchi leoni della musica del primo Novecento ancora in vita ai barbutissimi studenti universitari ancora in fermento); dal punto di vista del linguaggio televisivo, era qualcosa di profondamente innovativo, come mettono bene in luce il denso saggetto di Ulrich Mosch e il contributo di Michele dall’Ongaro, che di Berio è oggi in televisione l’affabile continuatore.
L’eclettismo di Berio si manifesta subito, nella scelta di far parlare non solo gli esponenti più o meno rigorosi dell’avanguardia degli ultimi anni (Maderna, Boulez, Cage, Stockhausen…), ma anche quei contemporanei che avevano scelto altre vie senza rinunciare a un linguaggio più tradizionale (Menotti, Bernstein…); compaiono i grandi vecchi del Novecento, commoventi (Milhaud, Messiaen… di Stravinsky vengono proposte le immagini delle esequie, in una breve sequenza che mi fa venire ancor oggi i lucciconi); ci sono il pop, il rock, la musica elettronica, la musica concreta, colonne sonore cinematografiche, soprattutto (inevitabile, visto che Berio dirige il tutto) il folk di tutto il mondo, studiato con l’attenzione che merita un patrimonio musicale alla pari con ogni altra forma espressiva. Alla base di questo ciclo di puntate è presente un’idea di armonizzazione più che di contaminazione; Berio non gioca a sovrapporre o mescolare in un crossover alla lunga superficiale e stucchevole, ma tesse trame, collega, rivela parentele inaspettate, lavora sulle polifonie (“Una polifonia di suoni e immagini” è, non a caso, il titolo del volumetto che raccoglie testimonianze attorno alla trasmissione e riporta la provvidenziale trascrizione di tutte le puntate a cura di Federica Di Gasbarro). Leggi tutto…

I GIORNI IN FILA, di Andrea Garbarino

I giorni in filaI GIORNI IN FILA, di Andrea Garbarino
La Linea, maggio 2013 – Pag. 272 – euro 14

di Claudio Morandini

Si può leggere il noirI giorni in fila” di Andrea Garbarino, appena uscito nella collana Tam tam delle Edizioni La Linea, non come noir, cioè come un prodotto ossequioso a un genere, ma come un romanzo tout court? Sì, naturalmente, e per diversi motivi. Intanto la scrittura di Garbarino, diretta ma lavorata con cura, spesso ricca fino a essere immaginosa, impedisce una lettura distratta; si tiene ben lontana, insomma, dallo stile da una botta e via (se mi posso permettere) di molta letteratura di consumo di oggi, tutta cliché e dinamismo cinematografico. Poi, tra le pagine del romanzo, facciamo la conoscenza di caratteri tutt’altro che stereotipati, anime dotate di doppi fondi, personaggi di imprevedibile complessità che non amano rivelarsi e anzi si portano dietro (fin quasi alla fine, almeno) un carico di mistero, di feconda ambiguità. C’è infine un gusto labirintico per il girovagare tra presente (l’oggi di una presumibile Savona “tetra persino sotto il sole”) e gli anni della seconda guerra mondiale, della lotta di liberazione, dell’immediato dopoguerra. I personaggi di Garbarino si aggirano tra vicoli e locali e intanto scavano in quel passato rimosso, ne disseppelliscono segreti, si invischiano in reti di menzogne, alibi, finzioni e manomissioni, ne sono minacciati e feriti – è un passato rognoso, che sopravvive nei vecchi malati e rancorosi che lo hanno vissuto e tormenta i sogni dei giovani che ne hanno sentito parlare da bambini e continuano a sentirne parlare, e vorrebbero capire di più. L’orizzonte narrativo di Garbarino, che è stato giornalista, poi scrittore, ora anche editore, va al di là insomma delle angustie del genere, si apre sulla storia e si dilata di forza immaginativa. Leggi tutto…

LE VOCI DEL MONDO, di Robert Schneider

Le voci del mondoIn collegamento con il forum permanente di Letteratitudine dedicato al rapporto tra “Letteratura  e musica“…

Robert Schneider, “Le voci del mondo

di Claudio Morandini

Le voci del mondo” di Robert Schneider è uscito in Austria nel 1992. Einaudi ne ha pubblicato nel 1994 una meticolosissima traduzione a cura di Flavio Cuniberto (riproposta in una nuova edizione nel 2005). Io, fino a qualche mese fa, non ne sapevo quasi nulla: ma, trovatolo in una bancarella dell’usato, l’ho scoperto e ne sono rimasto incantato (tra parentesi: chi può essere tanto sordo alla bellezza da volersi sbarazzare di un libro così?).
Elias Alder, il giovane protagonista del romanzo, è un genio della musica – dei suoni, anzi, di tutti i suoni e le voci del mondo. Le sue straordinarie doti ne avrebbero fatto un musicista eccelso, un Mozart al quadrato, un concentrato paradigmatico di genio musicale romantico – ma circostanze avverse lo hanno costretto a nascere in quel triste, cupo, immobile villaggio di Eschberg, agli inizi dell’Ottocento, e gli impediscono di imparare la musica; certo, egli sa la musica senza bisogno di studiarla come disciplina, la parla, la pensa, la trasuda: ha un orecchio finissimo, una memoria prodigiosa, un pensiero il cui sviluppo è spontaneamente imitativo come un fugato o nutrito di contrasti e rimandi come una forma-sonata, ha una immaginazione al di là dei suoi tempi (di tutti i tempi, si direbbe): ma nessuno, a parte i compaesani, che però diffidano di lui come di un pazzo o un mostro, e gli abitanti di Feldberg accorsi all’annuale Cimento per organisti, entusiasti sul momento ma di memoria ahimè assai labile – nessuno, dicevo, lo saprà mai. La sua vita, chiosa amaro Schneider, “non è che un triste bilancio di omissioni e mancanze: commesse da tutti coloro che intuirono forse il grande talento del ragazzo, lasciandolo poi deperire per indifferenza o pura stupidità”.
“Circostanze avverse”, abbiamo scritto poco fa: ma Schneider, dando voce ai tormenti dello stesso Alder, ne parla come di una sorta di maledizione divina, di beffa crudele. Un dono sublime concesso misteriosamente da Dio viene altrettanto misteriosamente neutralizzato dalla creazione, attorno ad esso, di un ambiente sordo e ostile. I frutti presumibilmente sommi di quel dono non verranno mai ascoltati da nessuno, se non da pochissimi incapaci di comprenderne la grandezza, o dotati di scarsissima memoria, o rosi dalla gelosia – dunque, quei frutti non lasceranno traccia, non diventeranno mai parte del patrimonio d’arte dell’umanità, saranno persi per sempre, e noi tutti a questo punto saremo vittime come Elias Alder di questa beffa crudele e incomprensibile. Quanti geni assoluti, si chiede Schneider, non a caso all’inizio e alla fine del romanzo, sono andati perduti per sempre, come Elias? A quanti Mozart, Michelangelo, noi uomini abbiamo dovuto rinunciare senza nemmeno saperlo?
Di fronte a certe pagine, si può forse pensare a Patrick Süskind e vedere ne “Le voci del mondo” una sorta di “Profumo” virato sull’estrema sensibilità ai suoni invece che agli odori. Ma Schneider evita la trappola dell’emulazione perché, a parte la scena della partecipazione al Cimento per organisti a Feldberg, il suo romanzo si svolge tutto compresso nella geografia angusta di un villaggio montano dell’Austria. Eschberg è un microcosmo chiuso, ottuso, torpido, inevitabilmente afflitto da tare genetiche, fermo nella ciclicità della vita contadina e sottoposto periodicamente a cataclismi, incendi, alluvioni, esplosioni d’ira distruttiva, di cui la natura e l’uomo si spartiscono la responsabilità. È un piccolo mondo feroce e superstizioso, percorso sottopelle da pulsioni animalesche. A differenziare dal cosmopolitismo rutilante del “Profumo” di Süskind è prima di tutto proprio questa limitazione paesana, se volete strapaesana, in cui il bozzettismo arcadico è però deformato da ironia e da un senso grottesco della tragedia.
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LETTERATURA E MUSICA: Conversazione attorno alle Dodici variazioni sul sangue

A proposito del rapporto tra letteratura e musica:
Claudio Morandini, Simone Sbarzella
Conversazione attorno alle Dodici variazioni sul sangue

 di Claudio Morandini

…alle volte si danno questi sangui che s’incontrano.
(Carlo Goldoni, “La Locandiera”)

sbarzellaLe Dodici variazioni sul sangue nascono nel 2010, da un suggerimento di Marta Raviglia. All’epoca, conversando al telefono, poi per lettera, ne parlavamo come del nostro Pierrot lunaire: nel senso che ci si era formata un’idea di testi di natura variamente letteraria, ruotanti attorno a un unico tema – testi che una voce o due, accompagnate da un organico strumentale ridottissimo (o dal solo pianoforte, forse), avrebbero cantato o declamato su una scena. Era un’idea eccitante, per me, per la massima libertà che mi era concessa e per la destinazione che il lavoro prometteva di avere. Alla parte più strettamente musicale avrebbe messo mano Simone Sbarzella, che avrebbe modulato momenti “composti” e momenti “improvvisati”. Conoscevo bene i lavori nati dalla collaborazione tra Marta e Simone; sapevo che a entrambi stava ormai stretta la dimensione jazzistica e che stavano, in direzioni diverse, esplorando nuove strade espressive.
Cercavo un tema a cui ricondurre i testi, un tema che avesse una certa carica provocativa: e, rimuginando attorno al Pierrot lunaire di Giraud e Schönberg, mi è venuto in mente il sangue. Va bene, il sangue non è tema o colore inedito, soprattutto in anni di vampirismi per signorine e adolescenti – ma la sfida mi attirava proprio perché non lo è mai stato, inedito, perché siam fatti di sangue, perché i televisori a volte, soprattutto verso l’ora di cena, traboccano di sangue, perché il sangue ha un’aura metaforica fortissima, e perché appunto c’è, per così dire, un sangue banale, quotidiano, ci sono i cliché linguistici a base di sangue, e rimestare tra questo sangue di tutti i giorni (quello delle sbucciature, delle rinorragie, delle detartrasi, un sangue anche un po’ sciapo) e quello letterario, di tragica solennità, tutto echi semantici, e quello ancor più tragico che vediamo sparso nei reportage televisivi, sangue-sangue, che fa male vedere, sangue sporco impolverato urlante e per nostra fortuna sempre fuori fuoco – rimestare, dicevo, tra questi sangui (plurale azzardato, ma attestato) per cercare alcuni modi nuovi per raccontare il soggetto, o modi insoliti per svecchiarlo, questo mi interessava.
L’idea, dopo lievissima esitazione al telefono, è piaciuta anche a Marta e Simone. Da lì, la stesura è venuta facile, insolitamente facile. Mi davo come unici criteri quelli della brevità e della recitabilità. I testi dovevano prestarsi a essere messi in musica, o almeno a diventare voce narrante. Leggi tutto…

Autoritratto, di Goffredo Petrassi (e Carla Vasio)

Autoritratto, di Goffredo Petrassi (e Carla Vasio)

di Claudio Morandini

Rileggo sempre con grande piacere e intensa commozione l’Autoritratto di Goffredo Petrassi, scritto in realtà da Carla Vasio, a cui si attribuisce con discutibile scelta editoriale la sola elaborazione dell’intervista (Laterza, 1991). Carla Vasio, una delle voci più musicali e pittoriche della nostra letteratura recente, già legata al Gruppo 63, autrice quindi di splendidi affreschi di parole come L’orizzonte (1964, ristampato di recente da Polimata), Laguna (Einaudi, 1998), Labirinti di mare e La più grande anamorfosi del mondo (entrambi Palomar, rispettivamente 2009 e 2008), Carla Vasio, dicevo, raccoglie con affetto e dedizione totale le confidenze del vecchio maestro ormai cieco, e le riveste di un nitore formale e di una chiarezza di pensiero che oggi sono rari – eppure, prodigiosamente, ne salvaguarda l’andamento improvvisativo, i cambi di rotta del pensiero, le divagazioni della memoria.
Petrassi, al momento dell’elaborazione del testo, è, dicevamo, vecchio e cieco; la sua condizione non ne fa un isolato, però: egli ama rimanere a contatto con allievi, amici, corrispondenti da tutto il mondo. Ha smesso, con piglio stoico, di scrivere musica – una decisione che è realistica accettazione dei limiti che la salute cagionevole gli impone –, e anche di dedicarsi alla lettura. “Posso scrivere una lettera quasi automaticamente” ammette Petrassi, “ma il controllo continuo sulla partitura non mi è più possibile e allora preferisco non scrivere. Così ho deciso.” E di seguito: “C’è voluto del coraggio… direi… che è venuto il momento della accettazione, sì, accettazione di uno stato irreversibile”. La sua mente, però, la sua facoltà immaginativa sono piene ancora e sempre di musica e di letteratura, continuano a produrre (a creare, meglio) musiche e a godere del ricordo delle parole. “Ascoltare la musica, pensare alla musica, essere imbevuto di musica: questo è il senso della vita” chiosa alla fine della prima sezione, “La passione e la vita”.
Nella “difficoltà di vivere, nella fatica del vivere, in questa grande fatica”, che è fatica di ogni età, ma della vecchiaia in particolare, Petrassi individua due correttivi vitali, uno appunto nella cultura, nel desiderio di non rinunciare mai alla curiosità intellettuale, l’altro nell’amicizia più esigente, nel pieno soccorso degli affetti (l’amicizia è “un trapasso d’amore, un’intesa affettiva non detta, per cui si desidera vedere l’altro e parlargli essendo l’unico a cui si può aprire il proprio animo e accogliere il suo”). Questa lunga, libera eppure rigorosa conversazione con l’amica Carla Vasio unisce appunto queste due componenti e dedica diverse pagine al valore salvifico dell’amicizia, al potere della sintonia profonda di mente e di cuore tra due persone.
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INTERVISTA A STEFANO BORTOLUSSI, autore di “Verso dove si va per questa strada”

Verso dove si va per questa stradaINTERVISTA A STEFANO BORTOLUSSI, autore di “Verso dove si va per questa strada” (Fanucci, 2013)

A cura di Claudio Morandini

Stefano Bortolussi ha pubblicato da poco un romanzo, “Verso dove si va per questa strada”, presso Fanucci, nella collana Teens, che “si propone di offrire occasioni di lettura, divertimento e riflessione” al pubblico “nascosto, spesso sottovalutato” dei teenager, “quei ragazzi che spesso si allontanano dai libri proprio perché non riconoscono in essi il proprio mondo e i propri specifici problemi”.
Il romanzo di Bortolussi sa parlare con franchezza e ironia a questo pubblico, raccontando una storia molto antica e allo stesso tempo molto moderna, realistica e immaginosa, incentrata sulle avventure di due sorelle (una quindicenne, una decenne). In fuga dall’auto della madre, per motivi che rimarranno misteriosi fino alla fine, le due ragazzine si inoltrano in un bosco che riserva loro diversi incontri con personaggi bizzarri, forse scontrosi e inafferrabili ma certo non minacciosi; dopo il bosco, ecco un fiume, poi un canale, una nave abbandonata, una casetta insolita… Spinte a procedere da qualcosa che non è soltanto desiderio di avventura o di indipendenza, e nemmeno curiosità, o impulso di sopravvivenza, le due sorelle, dotate di una fantasia fervida ma anche di un vivace pragmatismo, affrontano assieme, con un senso via via più solido di appartenenza, la deriva di avventure e imprevisti, fino al sorprendente finale che tutto ricompone.

1 – Caro Stefano, quali sono secondo te le virtù più importanti di un romanzo per ragazzi? Credo che una di queste sia il trattare i giovani lettori come lettori a tutti gli effetti, a pieno diritto.

Hai perfettamente centrato il punto, a mio parere. Un “romanzo per ragazzi” secondo me dovrebbe essere semplicemente un bel romanzo, e rivolgersi ai ragazzi quasi dimenticandosi che siano “ragazzi”, ossia evitando di prendere le scorciatoie (di senso, espressive, psicologiche o quant’altro) che alcuni si sentono obbligati a prendere quando scrivono “per ragazzi”. In altre parole, mai sottovalutare i propri lettori – cosa di cui dovrebbero ricordarsi anche molti scrittori “per adulti”, peraltro.

2 – E che cosa non dovrebbe essere un libro per ragazzi? Oppure: che cosa tu cerchi di evitare quando scrivi per i ragazzi?

Ti svelo un segreto che forse non è poi così segreto: in realtà, scrivendo “Verso dove si va per questa strada” non mi ero prefisso di scrivere un romanzo “per ragazzi”, di rivolgermi necessariamente a lettori e lettrici dell’età delle mie due protagoniste (rispettivamente 15 e 10 anni). Quello che mi interessava fare, e che spero di essere riuscito a fare, era calarmi nella mente, nella psicologia e perché no, nel corpo della narratrice, la sorella maggiore. Il fascino dell’operazione per me era tutto lì: uno scrittore di mezz’età (ebbene sì, tristemente…) che si immerge nel mondo di un’adolescente e cerca di reimmaginarlo (e non di riprodurlo, bada bene). Forse questo mi ha evitato di incorrere negli errori di cui parlavo prima. Ma anche in passato, quando mi è capitato di scrivere per lettori anche più piccoli, ho scoperto che il (mio) segreto è quello di pensarli sempre un po’ più grandi.

3 – Direi che la tua sfida è vinta. La tua quindicenne è un personaggio intenso, ricco, per certi versi anche spiazzante. Il lettore adulto finisce per invidiare un po’ a lei e alla sorellina il loro approccio alle cose e al linguaggio. Ma tornando a parlare dei giovani lettori (o delle giovani lettrici): qual è il tuo tipo di pubblico ideale? Ho l’impressione che la tua scrittura così ricca richieda attenzione e concentrazione, e che insomma tu abbia in mente un lettore già consapevole del suo ruolo, nutrito di buone letture.

Sì, il mio giovane lettore ideale è un lettore forte e consapevole. Un giovane lettore la cui vita è già stata cambiata da Leggi tutto…

L’ESTATE DI CAMERINA, di Mauro Tomassoli

L' estate di CamerinaL’ESTATE DI CAMERINA, di Mauro Tomassoli
Avagliano Editore – pagine 120 – € 12.00 – Anno 2012

di Claudio Morandini

Alcuni elementi fortemente riconoscibili ricorrono nei bei racconti che Mauro Tomassoli ha riunito sotto il titolo “L’estate di Camerina” (Avagliano, 2012). Vi si assapora una scrittura lavorata, innanzitutto, dosata e precisa, un po’ fuori dal tempo (dal nostro tempo approssimativo e arrogante di sicuro) e legata invece a un’idea di prosa che oggi non usa più (e a certi modelli di scrittori che ancora tra i Cinquanta e i Sessanta hanno lavorato sul cesello della forma breve del racconto).
Vi si apprezza poi la pratica del racconto come narrazione di emozioni sottili, di impalpabili sensazioni, concentrate dentro a una situazione colta nel suo farsi, ma senza l’assillo (da scuola di scrittura) del rispetto di una struttura – soprattutto, senza l’ossessione della conclusione a sorpresa, del botto finale, qui sempre procrastinato, eliso. Mauro Tomassoli mi conferma quest’impressione, quando risponde così, con apprezzabile understatement, a una mia domanda su quali siano le virtù del racconto ideale: “Non so ben risponderti; ma mi pare sia fondamentale, che si tratti di un racconto breve o di un romanzo, fare di tutto per non annoiare il lettore, aderire il più possibile al nocciolo dell’idea, rischiare di lasciare al lettore piuttosto degli interrogativi insoluti, un vago senso di inappagamento, che un’eccessiva sazietà”.
Se poi il discorso si allarga alle qualità di una raccolta, Tomassoli confida: “L’unica cosa che mi viene da pensare (e da perseguire) è di privilegiare una scelta di racconti dalla stessa atmosfera, che formino un corpus coerente, che dialoghino tra loro”. E così continua, a proposito di maestri e modelli: “Sono sempre stato un lettore più di romanzi che di racconti. Come tanti altri, ho amato, da ragazzino, certi racconti del terrore (Poe, Lovecraft…). In anni più maturi, ho incontrato quelli di Cechov, che forse è il mio autore di racconti preferito. Kafka. E, per scendere nel contesto italiano, Buzzati, Flaiano, Savinio, la Ginzburg… E, per calarmi in quello ancora più circoscritto degli scrittori miei conterranei, De Roberto, Brancati, Borgese, Sciascia e naturalmente Pirandello”. Leggi tutto…

Intervista a Stéphanie Hochet

Intervista a Stéphanie Hochet

di Claudio Morandini

 

Del romanzo di Stéphanie Hochet, “Le effemeridi”, uscito nel 2012 in Francia presso le Éditions Rivages con il titolo “Les éphémérides” e ora pubblicato in Italia dalle Edizioni La Linea di Bologna (nella traduzione di Monica Capuani), ho parlato nel post di ieri. Nonostante la giovane età (è nata nel 1975), Stéphanie ha all’attivo altri sette romanzi, pubblicati da editori importanti come Laffont, Fayard, Stock, Flammarion, e sta per vedere pubblicato il nono, il breve “Sang d’encre”, dalle Éditions des Busclats. È il momento di conoscerla più da vicino.

 

C. M.  Stéphanie, come vorresti presentarti al pubblico italiano, al di là delle notizie biografiche?
S. H.  Sono uno scrittore che è in cerca e non sa se trova, ma questa frustrazione è probabilmente all’origine del mestiere di scrittore e io ho bisogno di pormi delle domande fondamentali nel momento in cui invento una storia. E proprio attraverso l’invenzione di questa storia l’essenziale della mia riflessione sulla natura umana può prendere forma: il romanzo mi pone nella condizione, mi consente di tracciare un senso in un universo ridotto a qualche centinaio di pagine. Un mondo senza creazione letteraria per me sarebbe solo un deserto. Da studentessa mi sono appassionata al teatro di Shakespeare, alla sua raffinatezza popolare, al suo dinamismo poetico. E sento spesso il bisogno di andare a cercare altrove le mie fonti di ispirazione: l’Inghilterra e la letteratura inglese per “Le effemeridi”, e prima ancora gli Stati Uniti del sud con il “Combat de l’amour et de la faim” e l’Italia con “La distribution des lumières”.

C. M. Come si collocano “Le effemeridi” nell’insieme della tua produzione narrativa? Quali sono i temi che vi si possono ritrovare, qual è il percorso che hai tracciato da “Moutarde douce” fino a qui? Conosco tutti i tuoi romanzi e in essi tendo a avvertire la continuità piuttosto che le differenze; e vedo ne “Le effemeridi” una sorta di grandiosa sintesi dei tuoi temi e della tua ricerca espressiva. Vedo giusto?
S. H.  Con “Le effemeridi” ho la sensazione di avere realizzato un libro molto importante per me, sia sul piano del contenuto sia su quello della forma. “Le effemeridi” riunisce tutti i miei demoni : l’esperienza gemellare dell’arte e della sofferenza, l’attesa dell’amore, la frenesia del vivere e la violenza, il terrore, i percorsi di libertà aperti dalla poesia. Non avrei potuto scriverlo se non ci fossero stati prima gli altri romanzi che mi hanno permesso di essere più ambiziosa.
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LE EFFEMERIDI, di Stéphanie Hochet

Le effemeridiLE EFFEMERIDI, di Stéphanie Hochet
Edizioni La Linea, 2013 – Traduzione di Monica Capuani – Pag. 160

di Claudio Morandini

Ho la fortuna di avere letto tutti i romanzi di Stéphanie Hochet, dall’esordio, “Moutarde douce”, del 2001, a questo “Les éphémérides”, del 2012, il primo libro della scrittrice francese pubblicato in Italia (“Le effemeridi”, Edizioni La Linea, 2013, traduzione di Monica Capuani). In quest’ultima opera mi ha colpito l’attenzione riservata a una gamma di sentimenti piuttosto insolita nella produzione letteraria dell’autrice francese. Sì, la Hochet ha sempre sondato le grandi profondità del mondo interiore dei personaggi, soffermandosi in particolare sulle pulsioni distruttrici o prevaricatrici, inseguendo la tensione crescente nelle relazioni; ma più ancora che nel penultimo romanzo, “La distribution des lumières” (Flammarion, 2010), qui assistiamo alla caparbia ricerca da parte dei personaggi di una dimensione affettiva, li vediamo abbandonarsi l’uno all’altro, scoprirsi insomma bisognosi di amore e cercare ostinatamente segni di una fiducia reciproca. Questa constatazione non vale soltanto per il pittore Simon Black, che si innamora della cantante di fado Ecuador, ma anche, ad esempio, per i clienti del club sadomaso nel quale di notte lavora Tara, la principale voce del romanzo; e vale anche per la stessa Tara nei confronti della sua amica francese Alice, e per tutti insieme nei confronti del personaggio più sorprendente e prodigioso del libro, la piccola Ludivine, una presenza non saprei dire se cristologica o demoniaca – così differente da Embrun, la protagonista de “L’apocalypse selon Embrun” (Stock, 2004), ma ugualmente perturbante.
Questo bisogno di amore, questo desiderio di farsi colmare d’amore dagli altri, che Hochet descrive magnificamente attraverso gli sguardi, i pensieri, gli impulsi e gli umori dei corpi, i gesti inaspettati, anche aggressivi, sembra temperare il senso di sofferenza, il dolore che la vita suscita negli esseri umani semplicemente perché è vita. Soprattutto, questa solidarietà amorosa consente di dare un significato all’esistenza, un significato non illusorio ma in qualche modo definitivo, perché è la risposta (non la sola risposta, ma certo la più solida e la più coerente) all’Annuncio traumatico di una prossima fine. Affronterete meglio l’attesa della fine del mondo se qualcuno è al vostro fianco, vi aiuta e vi ama. Questo bisogno di amore sorprende gli stessi personaggi, li rende irrequieti ma alla fine permette loro di uscire dalla dimensione egotistica e di scoprirsi diversi da come credevano di essere. Leggi tutto…

LA SCUOLA SOTTO IL GENERE DELLA COMMEDIA, di Roberto Sandrucci

LA SCUOLA SOTTO IL GENERE DELLA COMMEDIA, di Roberto Sandrucci
Ets, 2012 – pagg. 162 – euro 12

di Claudio Morandini

È bella la severità con cui Roberto Sandrucci, nel suo “La scuola sotto il genere della commedia” (Edizioni ETS, 2012), affronta il tema delle “rappresentazioni della scuola pubblica italiana”. Da insegnante e pedagogista, Sandrucci sa bene che cosa sia il mondo scolastico nella realtà, in cosa consista la complessità dell’insegnamento, a quali responsabilità il docente sia richiamato dinanzi al compito delicato di entrare in relazione con classi di giovani e giovanissimi; sa soprattutto che la scuola resta, bene o male, la maggiore agenzia culturale di ogni paese civile, e che così è anche qui da noi, nonostante i colpi inferti da più parti all’immagine e alla sostanza della scuola (di quella pubblica in particolare). Per questo non si ritrova dinanzi all’immagine derisoria e limitativa che della scuola viene data dalla televisione, dal cinema, da certa letteratura, e rifiuta quella che definisce efficacemente “la sottocultura del ridiamoci su”, che riduce la figura professionale del docente, i rapporti con gli alunni, gli alunni stessi, l’insegnare nel suo complesso a repertorio di macchiette, di gag, a casi umani, a bizzarrie innocue o degne al più di compatimento.
Nella lucida Introduzione, Sandrucci enuncia il problema nelle sue articolazioni. “Si ride di ciò di cui non si ha la capacità, o la volontà, di discutere seriamente”. Così, le difficoltà anche gravi, diffuse, della scuola pubblica vengono messe in caricatura ed esasperate, al punto che si ha l’impressione che tutto nella scuola vada male, non funzioni, e che tutto giri a vuoto, gigantesco meccanismo farraginoso del nulla che si delegittima da solo. Dov’è, in queste rappresentazioni, la scuola che funziona, si chiede Sandrucci, quella che, sia pure con difficoltà sempre maggiori, sa trasmettere ancora un patrimonio millenario senza il quale le giovani generazioni saranno perse e vuote? La commedia scolastica non ce lo dice, si disinteressa della complessa (e affascinante) dinamica dell’apprendimento, preferisce esercitare una comicità angusta accanendosi su figure e situazioni trite, su un repertorio di tic e frustrazioni divenuto folklore. Quanti personaggi stereotipati, allora, quanto facile degrado nei ritratti di insegnanti e alunni e altro personale – quanta denigrazione, in sostanza, della centralità che dovrebbe avere la scuola nella vita sociale e culturale di un Paese. Non cessa di sorprendere, a questo punto, che il pubblico più affezionato di questa produzione letteraria, televisiva e cinematografica sia costituito da persone che nella scuola lavorano, in particolare docenti. Forse è (anche) per questo che la scuola di oggi ha finito per assomigliare alle caricature semplificate e umilianti che la commedia scolastica insiste a proporre – di sicuro è anche per questo che il resto del pubblico, genitori e studenti e altri ancora, hanno del mondo della scuola una considerazione così bassa. Leggi tutto…

IL SOLE, DI CHI È?

IL SOLE, DI CHI È?
di Claudio Morandini

Afoto 1scolto (e rimpiango di non poter vedere) la registrazione RAI di qualche tempo fa della fiaba musicale “Il sole, di chi è?” di Roberto Piumini e Silvia Colasanti, con i musicisti del Polimnia Ensemble e i cantanti-attori di Musicamorfosi. Dalla prima esecuzione al Ponchielli di Cremone nel 2009, questa deliziosa operina per bambini continua a girare per i teatri di Italia e (a sentire le reazioni del pubblico infantile) non smette di divertire e appassionare. Le più recenti rappresentazioni, per quel che ne so, ma di sicuro non le ultime, sono avvenute a Lecce, ai Cantieri Teatrali Koreja il 22 e 23 Gennaio 2013.

Partiamo dal testo, dai dialoghi cadenzati che sapientemente, senza darlo a vedere, uniscono il divertimento e l’intento pedagogico, in un equilibrio delicato e proficuo che Piumini conosce e pratica da una vita, e che lo rende amatissimo presso il pubblico infantile. In lui lo scatenarsi della fantasia attorno a piccoli, minuti fatterelli, l’ingigantirsi comico e a suo modo epico della situazione riprendono e aggiornano la lezione di Gianni Rodari. Vi si colgono, come nelle fantasticherie di Rodari, chiari intenti civili, inviti alla riflessione e alla solidarietà, anche garbati inviti alla ribellione (civile, sempre, fatta di intelligenza delle cose e applicazione della fantasia) dinanzi ai soprusi e all’ottusità, e un rispetto profondo per i piccoli, gli indifesi, i più sfortunati o i meno arroganti. Nel nostro caso, una piccola comunità di lucertole, immaginose e flemmatiche, si gode beatamente il sole, finché non arriva un prepotente lucertolone di nome Gonzello che reclama per sé tutto il sole – nel farlo, gigioneggia in modo irresistibilmente indecoroso (e qua e là, berlusconeggia pure). Le poverette chiederanno aiuto ad alcuni animali, dapprima senza risultati, finché una gazza, con un trucco (che non rivelerò ora per puro sadismo) non troverà lo stratagemma giusto per scacciare e punire il lucertolone tirannico. La trama è tutta qua, lieve e svagata, le situazioni ricorrono, giocando sull’effetto sicuramente comico della ripetizione (comico per i bambini, e ancora di più per gli adulti, che amano provare a tornare bambini, finché possono farlo di loro volontà).

La duttile musica di Silvia Colasanti, che ha lavorato sulle sontuose pastosità orchestrali e vocali nel recente “La metamorfosi” (da Kafka, su libretto di Pier’Alli; ne abbiamo parlato tempo fa su “Letteratitudine”), ne “Il sole, di chi è?” si limita a acquarellare qua e là i dialoghi immaginati da Piumini, aprendo momenti che alla lontana ricordano marcette o arie o duetti o pezzi d’assieme persi in ampi recitativi (ovviamente senza clavicembalo obbligato). L’organico limitato alla minima rappresentanza delle principali famiglie strumentali (flauto, clarinetto, corno, violino, violoncello, percussioni) è l’ideale per questo genere di lavoro, dove la musica si pone al servizio del testo, allude, punteggia, giocherella, lavora per sottrazione, sembra insomma improvvisata lì per lì, dinanzi al giovanissimo pubblico, anzi stimolata dalle reazioni di questo. Anche in questa parsimonia di colori strumentali sta un’intuizione interessante e vicina alla sensibilità infantile: i bambini giocano con poco (con le scatole dei regali, più che con il pretenzioso contenuto), amano le ellissi che riempiono a loro piacimento con lo scatenarsi spontaneo dell’immaginazione – hanno insomma bisogno di poche note, accenni, guizzi, per sentire risuonare un’intera fantastica orchestra. Leggi tutto…

IL CARTEGGIO TRA THOMAS MANN E ARNOLD SCHÖNBERG

A proposito del doctor Faustus. Lettere (1930-1951)In collegamento con il forum permanente di Letteratitudine dedicato al rapporto tra letteratura  e musica

Il carteggio tra Thomas Mann e Arnold Schönberg

di Claudio Morandini

Credo di aver definito talvolta “ingombrante” (nel senso di sommo, certo, ineludibile, ma anche pesantemente condizionante, per chi si dispone a raccontare di musica con i suoi poveri mezzi) il “Doctor Faust” di Thomas Mann; torno a parlarne partendo non dal romanzone, ma da un lieve libretto pubblicato da Archinto (io ho consultato l’edizione del 1993, pescata in bancarella, lascio a voi controllare se esistano edizioni più recenti) contenente il carteggio tra Mann e Arnold SchönbergA proposito del Doctor Faust” (questo è appunto il titolo, corredato dal sottotitolo “Lettere 1930-1951”).

Il gustoso libretto, corredato di una prefazione di E. Randol Schönberg e di una opportuna postfazione di Bernhold Schmid (a cui queste note devono molto), parte da lontano, dai primi, rispettosissimi contatti tra i due artisti ancora per poco in Europa; passa poi ai convenevoli di maniera scambiati tra i due, diventati nel frattempo vicini di casa a Los Angeles; e si infiamma d’improvviso nel 1948, al momento della pubblicazione del “Doctor Faustus”. Schönberg non perdona a Mann di avere attribuito a Adrian Leverkühn, il protagonista del romanzo, l’invenzione della dodecafonia (il compositore non ama definire così il suo metodo di composizione con dodici note, ma tant’è): è offeso che il suo sistema sia stato, nella finzione narrativa, ideato da un uomo malato di sifilide, pazzo, ambiguamente sceso a patti con il demonio; teme, soprattutto, che in futuro la fama del romanzo possa oscurare la verità, e che si finisca per pensare che sia Mann (non Leverkühn) la mente che ha elaborato la dodecafonia; si sente, in definitiva, privato abusivamente di una sua proprietà intellettuale, e reagisce in modo non solo aspro, ma anche bizzarro. Invia a Mann una lettera contenente una lunga citazione di un immaginario musicologo del futuro, Hugo Trebsamen, che tra l’altro attribuisce appunto a Mann la paternità della dodecafonia, e presenta l’oscuro Schönberg come uno “sfruttatore senza scrupoli di idee altrui”. Ecco, sottintende Schönberg, la diffusione del romanzo potrà comportare, in futuro, il rischio di questa tragica confusione, soprattutto se alimentata dalla malafede e dalla reticenza.
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VLADIMIR NABOKOV: letteratura e musica

Parla, ricordoIn collegamento con il forum permanente di Letteratitudine dedicato al rapporto tra letteratura  e musica

PARLA, RICORDO di Vladimir Nabokov
Adelphi, 2012 – pagg. 364 – euro 23
a cura di Anna Raffetto – traduz. di G. Ragni

articolo di Claudio Morandini

Chi conosce la prosa sontuosa, musicalissima di Vladimir Nabokov non può trattenere lo stupore a un certo punto della raccolta di memorie che Adelphi ha pubblicato nel 2010 a cura di Anna Raffetto con il titolo “Parla, ricordo” (nella eccellente traduzione di Guido Ragni, a cui ricorreremo per le citazioni); perché Nabokov, con splendida nonchalance, confessa (rivendica, anzi) una totale mancanza di attitudine per la musica. E non solo riconosce di non aver mai nutrito il minimo interesse per la musica in quanto arte o pratica hobbistica di alto livello, ma asserisce di non capirci nulla, di sentirla come totalmente estranea al suo sentire.
La scoperta di questa sordità alla musica è precoce e, parrebbe, serenamente indolore. Al piccolo Vladimir, che dimostra da subito una forte sensibilità sinestetica nell’accostare suoni della lingua a colori, le note musicali sono evocano alcuna impressione ottica. “La musica, mi dispiace dirlo, mi giunge solo come una sequenza arbitraria di suoni più o meno irritanti. In determinate condizioni emotive riesco a sopportare gli spasimi di un vibrante violino, ma il pianoforte da concerto e tutti gli strumenti a fiato assunti in piccole dosi mi annoiano e in dosi maggiori mi scorticano vivo.”
Prima osservazione, forse banale: Nabokov, dall’alto della sua arte, sente di potersi permettere di confidare una sordità alla musica; sente anche di non doversi rammaricare di nulla. Di fronte a tante dimostrazioni di dilettantismo musicale, a volte anche un tantino imbarazzanti, da parte di scrittori o artisti, la sua franca confessione, che si colorerà in certe pagine di un’ilare perfidia, suona come uno schiaffo salutare, o almeno come un buffetto scherzoso. È un sano ridimensionamento dell’aura mistica riservata alla musica (ancora nel Novecento, in ambienti non musicali) una frase sui bambini prodigio come questa: “fanciulli graziosi e ricciuti che agitano bacchette o ammansiscono immensi pianoforti e che alla fine si trasformano in musicisti di seconda categoria, occhi tristi, oscuri disturbi, e qualche cosa di vagamente deforme nei posteriori eunucoidi”. Leggi tutto…

IL PATTO DELL’ABATE NERO di Marcello Simoni: incontro con l’autore

undefinedIL PATTO DELL’ABATE NERO di Marcello Simoni (Newton Compton): incontro con l’autore

Marcello Simoni ha pubblicato diversi saggi storici; con Il mercante di libri maledetti, romanzo d’esordio, è stato per oltre un anno in testa alle classifiche e ha vinto il 60° Premio Bancarella. I diritti di traduzione sono stati acquistati in diciotto Paesi. Con Newton Compton ha pubblicato La biblioteca perduta dell’alchimista, Il labirinto ai confini del mondo, secondo e terzo capitolo della trilogia del famoso mercante; L’isola dei monaci senza nome, con il quale ha vinto il Premio Lizza d’Oro 2013; La cattedrale dei morti; la trilogia Codice Millenarius Saga (L’abbazia dei cento peccati, L’abbazia dei cento delitti e L’abbazia dei cento inganni) e i primi due capitoli della Secretum Saga (L’eredità dell’abate nero e Il patto dell’abate nero). Nel 2018 ha vinto il Premio Ilcorsaronero.

Ricordiamo, in particolare l’Autoracconto d’Autore di Marcello Simoni dedicato alla Trilogia dell’Abbazia e la puntata radiofonica di Letteratitudine dedicata a L’eredità dell’abate nero.

Abbiamo il piacere di tornare a ospitare Marcello Simoni con riferimento alla nuova puntata della Secretum Saga, “Il patto dell’abate nero” (Newton Compton). Gli abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa su questo nuovo romanzo della saga, a partire dalla sua genesi… Leggi tutto…

PIÙ LIBRI PIÙ LIBERI 2017

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 Più libri più liberi nella Nuvola – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria 2017

500 editori, 550 appuntamenti, oltre 1000 autori per la 16° edizione della Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria – Roma Convention Center – La Nuvola, 6 – 10 dicembre 2017

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Più libri più liberi nella Nuvola. Dal 6 al 10 dicembre si svolgerà a Roma la sedicesima edizione della Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria, promossa e organizzata dall’Associazione Italiana Editori (AIE). Con un’importante novità: la Fiera abbandona la storica sede del Palazzo dei Congressi per trasferirsi, sempre all’Eur, al Roma Convention Center – La Nuvola, il centro congressuale progettato da Massimiliano e Doriana Fuksas e gestito da Roma Convention Group.

La Fiera sarà inaugurata il 6 dicembre alle ore 10,30 al Caffè letterario, interverranno, Dario Franceschini, Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Lidia Ravera, Assessore alla Cultura e Politiche Giovanili della Regione Lazio e Luca Bergamo, Vicesindaco con delega alla Crescita Culturale di Roma Capitale, Ricardo Franco Levi Presidente dell’AIE, Annamaria Malato Presidente di Più libri più liberi e Diego Guida, Presidente del Gruppo Piccoli editori di AIE.

Più libri più liberi è l’evento editoriale più importante della Capitale dedicato esclusivamente all’editoria indipendente dove gli editori provenienti da tutta l’Italia, presentano al pubblico le novità e il proprio catalogo. Un programma ricco di appuntamenti che conferma la vivacità della media e piccola editoria italiana, capace di individuare le voci più interessanti del panorama italiano e internazionale.

 

UN MERCATO IN CRESCITA Leggi tutto…