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Archive for the ‘Autoracconti d’Autore (gli autori raccontano i loro libri)’ Category

GABRIELE TINTI racconta LAST WORDS

GABRIELE TINTI racconta il suo libro LAST WORDS (Skira)

di Gabriele Tinti

Last words” è il frutto di un lavoro di ricerca sulla rete. Ho voluto mantenere per me il ruolo “lieve” d’una regia la cui unica invenzione è stata pensare, ideare quest’opera. Alla preliminare ricerca ha fatto poi seguito la composizione delle ultime parole dei suicidi in una singolare collettanea, in un unico, lungo, doloroso, commovente, poema della realtà.
Ne è venuto fuori un libro privo di qualsivoglia patetico tentativo d’immedesimazione, di qualsiasi tentativo di finzione, di artificiosità letteraria. Perché queste parole ci mostrano come la maggior parte degli uomini diventi lirica “quando la vita palpita ad un ritmo essenziale, quando ciò che si sta vivendo è talmente forte da sintetizzare il senso stesso della personalità”. Perché “il lirismo assoluto è quello degli istanti ultimi”, quello che va “al di là della poesia, del sentimentalismo”, quello che “risolve tutto nel senso di morte” (E.M Cioran).
“Last words” è stato da me voluto esattamente nel senso indicato da Emil Cioran: crudo, essenziale, vero, al di là della letteratura, della finzione, persino della poesia. Voluto così perché soltanto in questo modo avrei potuto restituire intatto tutto l’autentico lirismo della sofferenza, tutto il dramma proprio d’ogni uomo quando vive un’esperienza essenziale, tragica, com’è il decidere di porre fine alla propria vita.
Queste ultime parole sono state pronunciate, scritte, da persone comuni. Non da attori, non da scrittori, non da personaggi dello spettacolo. Mi preme sottolinearlo perché non c’è in coloro che le hanno scritte una riflessione sulla composizione – un’intenzionalità e consapevolezza letteraria – ma c’è – senza mediazioni né appunto il filtro della “Letteratura” – soltanto il puro desiderio di comunicare ancora. Desiderio che si raggruma in un’intensità fuori dall’ordinario proprio perché muove da una solitudine senza scampo. Leggi tutto…

EMANUELA E. ABBADESSA racconta FIAMMETTA

EMANUELA E. ABBADESSA racconta il suo romanzo FIAMMETTA (Rizzoli)

Emanuela E. Abbadessadi Emanuela E. Abbadessa

Fiammetta ed io ci incontrammo molti anni fa in una stanza polverosa, piena di carte e di buone cose di pessimo gusto, per dirla con Gozzano.
Ma a quel tempo Fiammetta Renzi si chiamava ancora Giselda Fojanesi. Mi si presentò con alcuni versi sotto i pentagrammi di una lirica da camera di poco valore, proprio una bagatella. A me piaceva solo il suo nome e pensai di conoscerla meglio. Era una maestra venuta da Firenze: aveva un fuoco dentro, un marito insopportabile come Mario Rapisardi e un amante taccagno (anche di sentimenti) come Giovanni Verga. Io, che in certe questioni di corna non volevo mettere becco, le feci un saluto cortese e la abbandonai quasi subito.
Ma, sapete come succede? Capita che a volte il ricordo di quanti accostano il nostro passo torni pressante. E Giselda, “pizzuta” come solo lei sapeva essere, venne ancora e ripetutamente a bussare alla mia porta chiedendomi di raccontare la sua storia.
Ora, ammettiamolo, di narrare un’ennesima questione di corna a me non importava e, peggio, a chi mai sarebbe potuto interessare? Per un po’ quindi la tenni sulla corda ma alla fine dovetti cedere perché quando Giselda si mette in testa una cosa è dura dirle di no.
Così feci un patto: spostai avanti nel tempo la sua vicenda; la resi orfana perché mi piaceva saperla sola e autonoma nelle scelte; le misi una ciocca rossa tra i capelli; le diedi un nome da musa stilnovista e la feci innamorare di un poeta, Mario Valastro appunto, che col vero Mario Rapisardi aveva ben poco in comune. Ma anche sull’amante giocai non poco, modellando l’autore dei Malavoglia piuttosto che su Verga, sul seduttore eterno, Don Giovanni, cui accostai i tratti brillanti e perfidi del nipote delle sorelle Materassi. Loro poi, insieme alle favolose Anastasia e Genoveffa, mi servirono per dare a Valastro una famiglia tutta al femminile, matriarcale e opprimente. Leggi tutto…

ROMANO LUPERINI racconta LA RANCURA

ROMANO LUPERINI racconta il suo romanzo LA RANCURA (Mondadori)

Le prime pagine del libro sono disponibili qui

romano luperini - la rancura

IL DISAGIO DI UN AUTORE AVVENTIZIO

di Romano Luperini

1.
Per un critico e un saggista saltare il fosso e collocarsi dall’altra parte, quella di chi è valutato e giudicato, non è facile. Il rischio è quello di rovinarsi una identità già assodata, di avventurarsi in un campo nuovo e inesplorato. Come autore di romanzi, insomma, sono un autore avventizio.
Perché dunque? Cosa me lo ha fatto fare?
Ho patito una gravissima malattia che mi ha condotto due volte sulla soglia della morte. Ho avuto una lunghissima convalescenza (a dire il vero, dopo più di tre anni, non ancora conclusa), ho lasciato l’università e sono andato in pensione. Sono entrato così come in un limbo in cui motivi esistenziali e psicologici, a lungo tenuti sotto controllo, sono emersi con forza. Per quali travasi del sangue io sono io? Che rapporto c’è fra le generazioni, fra mio nonno, mio padre e me? Quale continuità, quale rottura? E anche: esiste una ragione valida per continuare a vivere, a dare senso (un qualche precario e provvisorio senso) alla vita?
Nello stesso tempo ho avvertito sempre di più il bisogno di superare il muro di vuoto e di silenzio contro cui, da trenta anni a questa parte, batte la testa il critico letterario. Quando ero un saggista esordiente o alle prime armi, dopo il Sessantotto e ancora per tutti gli anni Settanta, i miei scritti avevano un’eco nella società civile e nei movimenti di lotta. Ancor oggi mi capita di incontrare medici, insegnanti, avvocati, a volte anche operai, che conservano il ricordo di quei saggi che evidentemente, pur occupandosi di temi letterari e culturali, avevano per loro anche un interesse in qualche modo politico. Poi l’impatto con la società si è ridotto sin quasi a scomparire: oggi un libro di critica o di teoria letteraria circola perlopiù solo in un ambito asfittico, molto ristretto e specialistico. Così da un lato mi trovavo senza più interlocutori, dall’altro argomenti e temi che in questi ultimi anni hanno suscitato in me interrogativi e riflessioni rischiavano di restare inespressi. Per esempio: cosa è cambiato dagli anni del fascismo a oggi? Perché avverto una rottura antropologica non con mio padre e nemmeno con mio nonno, ma con quanti sono nati dopo gli anni settanta del Novecento?
Come rispondere contemporaneamente a queste domande esistenziali e politiche? Scrivere un romanzo mi è sembrata una risposta plausibile, un romanzo che affrontasse, insieme, la storia d’Italia dal fascismo a oggi, quella delle generazioni che si sono succedute e dei conflitti che le hanno contrapposte, e anche la ricerca privata e contraddittoria di un senso nelle uniche cose che per me contano: i rapporti degli uomini fra loro e con la natura, il confronto con i padri e quello che avvicina e spesso contrappone uomini e donne, il maschile e il femminile.

 

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MARIAPIA VELADIANO racconta UNA STORIA QUASI PERFETTA

Mariapia VeladianoMARIAPIA VELADIANO racconta il suo romanzo UNA STORIA QUASI PERFETTA (Guanda)

Le prime pagine del libro sono disponibili qui

di Mariapia Veladiano

Una storia quasi perfetta” nasce da un primo nucleo molto lontano. È la storia di un vecchio professore di discipline plastiche, vecchio e “malamente malato”, invecchiato male, con una
sostanza di degenerazione dello spirito che gli avvelena il corpo insieme alla malattia fisica e all’età, che non necessariamente è malattia in sè, in lui sì.
Ma lui è famoso, il suo nome è importante e di questo il professore approfitta per circondarsi di allieve giovani e piene di vita. Sa leggere il loro desiderio di essere riconosciute, come
donne e come artiste, e le seduce, sadicamente e senza grazia. Ne prende l’energia e la giovinezza.
Questa storia ha occupato il pensiero e la scrittura per molto tempo. Presa, lasciata, ampliata. Ma non riuscivo a farle avere un movimento. Era come un quadro, ma non diventava storia. Mancavano i personaggi intorno, il luogo giusto. L’Accademia di Venezia, certo, lo studio del professore, ma non succedeva abbastanza, intorno a loro non si muoveva il mondo. E del resto quel che cercavo era un duetto, una storia a due che esplorasse quel che capita quando si cade nella trappola del perverso.
Un passo molto difficile da compiere, quando si scrive, è rinunciare a qualcosa su cui si è così tanto lavorato da sentirlo già creatura, e come si fa a rinunciare alla propria creatura per quanto non ci piaccia? È misto di orgoglio – non posso aver lavorato così male – e paura – allora questa storia proprio non nasce, è “brutta”. E c’è anche la paura di non riuscire a farsi venire un’altra buona idea. Il blocco.
Di solito fa bene lasciar lì e lavorare ad altre scritture. È una piccola liberazione con tarlo annesso, perché il pensiero dello scartafaccio abbandonato resta lì, ombra sullo sfondo del pensiero. Leggi tutto…

ERALDO AFFINATI racconta L’UOMO DEL FUTURO

ERALDO AFFINATI racconta il suo romanzo L’UOMO DEL FUTURO (Mondadori)

Il primo capitolo del libro è disponibile qui

Eraldo Affinati

di Eraldo Affinati

Credo che L’uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani sia nato ben prima di essere stato scritto: è come se lo avessi sempre avuto dentro. Non sonnecchiava soltanto negli occhi di Romoletto, quando lui imprevedibilmente alzava la mano per rispondere alle domande che io ponevo e, così facendo, lasciava intravedere il cinturone con il teschio stretto sui suoi fianchi esili. Certo, si stava formando anche nella furia di Valerio nel momento in cui voleva entrare in classe sempre alla seconda ora, sebbene glielo avessimo vietato. Il testo era già presente, seppure in potenza, nella dolcezza di Fulvio, nella malinconia di Omar, nella rabbia di Mohamed, nella strafottenza di Ismail. Ma tutto ciò non è sufficiente a dire perché è diventato così com’è. Intendiamoci: guai se non pensassi che quest’ultimo tomo, diciassettesimo della serie, concepito alla maniera di un reportage riflessivo sui luoghi che videro l’azione educativa del priore di Barbiana e dei suoi inconsapevoli seguaci sparsi oggi in ogni parte del pianeta, non sia cresciuto alla maniera di una pianta rampicante sulle pareti scrostate della mia ormai trentennale consuetudine coi cosiddetti ragazzi difficili, italiani e immigrati; tuttavia devo ammettere che, per fornire una spiegazione più esauriente, meno tecnica, più autentica, al tema di questa rubrica, sono costretto a risalire a molto tempo prima del mio ingresso nella scuola come insegnante di lettere negli istituti professionali per l’industria e l’artigianato. Posso azzardare ancora di più? Per motivare la forma che l’opera ha preso – pellegrinaggio, breviario interiore, indagine conoscitiva – non mi basterebbe nemmeno tirare in ballo l’Eraldo bambino che giocava coi soldatini di gomma sul pavimento dalle mattonelle color sale e pepe in un condominio anonimo e triste nella solitudine atroce che può riservare una grande antica città del ventesimo secolo. Leggi tutto…

STEFANO SANTARSIERE racconta LA MAPPA DELLA CITTÀ MORTA

STEFANO SANTARSIERE racconta il suo romanzo LA MAPPA DELLA CITTÀ MORTA (Newton Compton)

Un estratto del libro è disponibile qui

di Stefano Santarsiere

stefano santarsiereC’è stato un tempo in cui non tutto era noto.
Oltre la linea immaginaria che chiamiamo orizzonte v’erano intere e sconosciute regioni, da avvistare dietro una cortina di liane, oltre le cime di una cordigliera. Mondi alla portata di uomini abbastanza folli da avventurarsi dove uno sconosciuto Diomede poteva darli in pasto ai suoi cavalli. Ci siamo spinti in quei luoghi, abbiamo portato indietro frammenti di conoscenza, tessere di un immenso mosaico composto con caparbietà fin quando non abbiamo avuto sotto gli occhi ogni particolare del mondo visibile.
Ho immaginato, per un istante, che qualcosa ci fosse sfuggito, che esistessero, sepolti sotto coltri di nubi o colonne d’acqua scura, angoli ancora sottratti al nostro sguardo. Recessi che custodissero le silenziose testimonianze di un’altra umanità, dissolta nella spirale dei millenni ma sublimata nei nostri miti più antichi. Mi sono chiesto: cosa accadrebbe se tale scoperta incontrasse l’avidità più feroce?
Su un piano visuale, mi figuravo le domande del libro come scintille scaturite dallo scontro fra il desiderio di conoscenza e la volontà di sopraffazione. Mi chiedevo continuamente come e quando si accendevano, quanta energia sprigionassero e in quale direzione volteggiassero man mano che la storia andava avanti. Nel seguire la doppia caccia all’uomo che anima il romanzo, ho scoperto che le forze in conflitto venivano entrambe trascinate nella roboante tenebra che è la foresta pluviale; ed è nel cuore di essa, sorprendentemente glabro e quasi sospeso nel tempo, che dovevo assistere allo scontro finale e scoprire chi era destinato a sopravvivere alla catàbasi.
Ma dietro il conflitto, oltre il vortice di scintille, avvertivo anche un desiderio di purezza. Era nella tenacia dell’archeologo, ossessionato da una civiltà scomparsa quindici millenni prima. Era nello sguardo febbrile degli indigeni che si nascondono nella foresta e difendono i loro bambini ‘speciali’ dai rapimenti. Era nell’ostinazione dell’antropologa che accetta di compiere il suo pellegrinaggio sulle orme dell’amato, di cui non osa sperare l’esistenza in vita. La violenza che pervade la storia, la guerra tra la compagnia mineraria e gli avventurieri improvvisati, mossi unicamente dall’amicizia verso l’archeologo scomparso, tracciava dinanzi a me la linea del fuoco fra la bramosia cieca e il sogno di un mondo recuperato alla sua verginità: un’Arcadia dove la fratellanza è ideale così forte da proiettarsi oltre l’apocalisse. Leggi tutto…

MARCO PEANO racconta L’INVENZIONE DELLA MADRE

marco peanoMARCO PEANO racconta il suo romanzo L’INVENZIONE DELLA MADRE (Minimum Fax)

Questo testo è stato scritto appositamente per il numero speciale del Breast Cancer Consortium Quarterly, sul quale è apparso tradotto in inglese (a cura di Grazia De Michele)

Dizionari, gatti, enciclopedie

di Marco Peano

Di solito, finché non c’è qualcuno che glielo dice in maniera esplicita, una persona ignora di essere un caregiver. O perlomeno, mio padre e io lo ignoravamo. Anche perché – prima che il cancro facesse irruzione nella nostra quotidianità tramite il corpo di mia madre – non avevamo idea di cosa significasse quella parola.
Eppure di termini nuovi era fatta la realtà che ci circondava, e sempre più lo sarebbe stata: io però li andavo scoprendo soltanto nel momento in cui entravano in relazione con la malattia di mia madre.

Quando le venne diagnosticato un cancro al seno destro era il 1996: lei aveva quarantacinque anni, io diciassette; lei lavorava all’ufficio postale, io frequentavo il liceo; lei aveva ben chiaro il suo quadro clinico, io ero un po’ confuso su cosa fosse un «carcinoma mammario».
All’epoca sul pc di casa non avevamo internet, Google non esisteva ancora. Se avessi avuto a disposizione una connessione sarei andato a cercare informazioni in rete: mi divertiva il fatto che i due motori di ricerca più diffusi in Italia si chiamassero come il personaggio di un mito – Arianna – e con il nome di un poeta – Virgilio. Dovetti invece accontentarmi di sfogliare una più prosaica enciclopedia medica, dalla quale ricavai una serie di dati e di percentuali che non dissipavano troppo la nebbia.
Pochi mesi prima di quella diagnosi avevamo accolto un gattino dal pelo rosso incendio, a cui avevo dato il nome di Socrate. L’animale, capitato nella nostra famiglia quasi per caso, avrebbe tenuto compagnia a mio padre e a me durante la degenza ospedaliera della donna che entrambi amavamo di più al mondo.
Si susseguirono nell’ordine: una mastectomia, due cicli di chemioterapia, una convalescenza tutto sommato abbastanza breve. Dopodiché, mia madre riprese a lavorare. Non prima però di aver deciso di sottoporsi allo svuotamento dell’altra mammella, la sinistra, per motivi precauzionali. Leggi tutto…

FLAVIO SANTI racconta LA PRIMAVERA TARDA AD ARRIVARE

FLAVIO SANTI racconta il suo romanzo LA PRIMAVERA TARDA AD ARRIVARE (Mondadori)

Flavio Santi

di Flavio Santi

Da estimatore di grappe, posso dire che La primavera tarda ad arrivare è in realtà un distillato. Sì, un distillato della raccolta di poesie in friulano Rimis te sachete (Poesie in tasca), uscita per Marsilio nel 2001. Lì c’era già tutto: la campagna, l’osteria, i microfatti di paese, la Storia, la morte. Ma visto che sono un diesel, ci ho messo i miei annetti a capirlo. Oh, nel frattempo ho fatto e soprattutto scritto molto altro, di vampiri, precari, supereroi, cloni, moto Guzzi; ho avuto l’onore di tradurre Balzac, Fitzgerald, Melville. Ma intanto, sotto cute, o meglio fra le pieghe del mio cervello e del mio cuore, fermentava il distillato… Finché, uscendo da un folle progetto che mi aveva ossessionato per anni (dal quale ho capito che i thriller io non li so scrivere, ma probabilmente nessun italiano li sa scrivere, davvero, se non scimmiottando gli americani), rinunciando a un lauto contratto con un grande editore, mi sono messo a scrivere, senza rete e senza garanzie, così perché era urgente, quello che sarebbe diventato La primavera tarda ad arrivare. Era un limpido settembre del 2013. Sono stati mesi bellissimi. Non mi sono mai divertito tanto – l’“allegro entusiasmo” nel fare arte di cui parla Robert Walser, ecco l’ho provato. E commosso. Riso e pianto si alternavano sul mio viso. Chi era al mi fianco doveva pensare che fossi impazzito.

Volevo raccontare il Friuli, la mia terra. E attraverso il Friuli, l’Italia. E il mondo. Quale forma scegliere? Il giallo è la moderna epica, e l’ispettore è il suo eroe. Il giallo, dice Umberto Eco, nasce da una profonda esigenza conoscitiva, tipica dell’uomo: vogliamo capire il perché delle cose. Il giallo poi è un’immensa distilleria di scrittura: c’è la costruzione della storia, la suspense; ci sono i personaggi e l’ambientazione, che devono essere interessanti; c’è la psicologia – perché il tale si è comportato così? Perché quell’altro ha ucciso? Perché tizio mente?

Si poneva il problema Montalbano. Che fare? Leggi tutto…

STEFANO CRUPI racconta A OGNI SANTO LA SUA CANDELA

STEFANO CRUPI racconta il suo romanzo A OGNI SANTO LA SUA CANDELA (Mondadori)

di Stefano Crupi

Dicono che in Italia non si trovi lavoro. Lo ripetono in televisione, se ne discute in ogni salotto, le statistiche sono impietose. Ernesto invece la pensa diversamente. Lui, che è nato nei quartieri spagnoli di Napoli, un lavoro lo troverà e il perché è molto semplice: ha capito come funzionano le cose. Bisogna tirare le leve adatte, mettersi dietro ai santi giusti, sua madre Maristella l’ha istruito per bene.
Per ottenere quello che vuoi, gli ripete spesso, per prima cosa mettici qualcosa di soldi, che vedi che poi te la trovi, senti a mamma tua.
Così Ernesto si è laureato, pure se all’inizio di studiare non teneva genio. Ma sua madre insisteva. Mica vuoi finire come quella fetenzia che se ne sta nei vicoli a ciondolare tutto il giorno senza un’occasione che sia una? gli diceva. Ti serve una laurea, una laurea in Economia per esempio. Che poi è quella che secondo lei serve a fare i soldi, mica inutile come tutte le altre. D’altronde, che senso ha laurearsi se poi non trovi lavoro manco se sei Gesù Cristo sceso in terra? Nella vita bisogna essere pratici, massimizzare, valutare bene cosa ti può tornare utile e cosa no.
Al colloquio che sta andando a fare in un’agenzia interinale del centro direzionale Ernesto si è portato dietro il suo curriculum e le fototessere, ma pure del denaro, perché non si sa mai, potrebbe sempre servire. Sua madre lo ha detto e sua madre non sbaglia.
Nel frattempo lei pure si è messa all’opera. Si è informata, ha parlato con le persone giuste; quel suo povero figlio ha bisogno di un aiutino e lei sa dove trovarlo. Sa cosa in quell’agenzia di lavoro interinale sta per accadere e gli ha detto di tenersi pronto, di non essere avventato ma gentile ed efficace come si deve. Scegli il momento giusto, gli ha ripetuto, fa la tua mossa poi stai a vedere quello che succede e comportati di conseguenza.
E così, mentre la marmaglia di ragazzi che popola il suo quartiere sguazza nell’inedia più annichilente, Ernesto passa le selezioni e viene assunto. Entra nella giostra, che poi è quello che gli interessava. In fondo è stato facile, se sei furbo vai avanti. Che importa se all’inizio è solo uno sportellista? No che non importa, da qualche parte bisogna pure iniziare la scalata.
Una volta che sei dentro al carrozzone, gli dice Maristella, non si scende più, nessuno lo fa mai. Ora bisogna muoversi con lungimiranza, puntare ai capi, arruffianarseli, mamma tua ti aiuta.
Lei è il suo punto di riferimento, l’asse intorno al quale gira la sua vita, l’unico asse visto che Ernesto ha perso il padre quand’era un bambino. Per questo sua madre tutto avvolge, tutto protegge, tutto sa, pure i suoi desideri, lei non si sbaglia. Leggi tutto…

ELENA MEARINI racconta BIANCA DA MORIRE

ELENA MEARINI racconta il suo romanzo BIANCA DA MORIRE (Cairo editore)

Elena Mearini

di Elena Mearini

Questo romanzo nasce da una riflessione su Bene, Male e posizione nello spazio.
Il buono è colui che si mette da parte? A lato? Sopra, sotto? E che succede invece se pretendiamo di stare nel mezzo, al centro esatto di tutto? Forse, il male sta proprio nel punto massimo di luce, anche lui sotto a quel riflettore che tentiamo a tutti i costi di richiamare ed inseguire.
Forse, il centro della scena corrisponde a una botola che s’apre sull’abisso.
Bianca da morire” indaga le pulsioni che spingono a raggiungere lo spazio d’inevitabile attrazione, il cerchio illuminato a cui nessuno sguardo può fuggire.
Bianca, la protagonista del romanzo, è un’adolescente che ha tutte le caratteristiche per non passare inosservata, bella, brillante, seducente, una naturale predisposizione a catturare gli occhi e i pensieri della gente. Eppure, in famiglia pare non venga vista, come se girasse per casa con il cappuccio del boia in testa. I lineamenti del suo viso, i tratti delle sue verità, tutto il desiderare della sua faccia risulta sconosciuto ai genitori. Una madre e un padre che si ostinano a non vedere la verità della figlia.
Lei vorrebbe fare l’attrice, riconosce in sé un talento che nessuno dei due mette a fuoco, perché le dieci diottrie sono riservate al figlio maschio, Valerio. E’ lui l’asso su cui puntare, la promessa del calcio su cui scommettere.
Valerio gira per casa a viso scoperto, è pienamente visto e riconosciuto. Bianca no, per lei c’è il buio sulla faccia, c’è il cappuccio del boia, l’uomo nero che di mestiere taglia le teste, decapita per campare. Il “cattivo” con cui Bianca s’identificherà per rivendicare il proprio diritto a esistere. Leggi tutto…

ALESSANDRO BERTANTE racconta GLI ULTIMI RAGAZZI DEL SECOLO

ALESSANDRO BERTANTE racconta il suo romanzo GLI ULTIMI RAGAZZI DEL SECOLO (Giunti)

Un estratto del libro è disponibile qui..

di Alessandro Bertante

La macchina segue il corso del fiume, è il luglio del 1996, questo è l’ultimo viaggio della mia giovinezza. Siamo nei Balcani e la nostra meta è Sarajevo. Il mio amico e io abbiamo preso una decisione istintiva che ci porterà dentro l’ultima guerra europea del secolo.
Prima ci furono gli anni Ottanta, il decennio rutilante che cambiò l’Italia. L’unica verità sta nella strada diceva Henry Miller, sapendo di mentire in nome della letteratura. Questa nostra strada è sempre in salita e fra qualche chilometro arriveremo a Mostar. Le immagini si sovrappongono frenetiche mentre valle della Neretva lascia spazio ai ricordi di Milano Metropoli degli anni Ottanta. Quando tutto sembrava essere proiettato verso il futuro, quando molti sperimentavano, osavano, cercavano di stupire o sorpassare barriere non più vincolati da fardelli ideologici. Quando circolava denaro, gli stipendi aumentavano, la borsa saliva tumultuosa, si moltiplicavano le opportunità di lavoro, la moda italiana s’imponeva ovunque diventando industria da esportazione; quando, trascinata dal nuovo flusso energetico, la realtà si mostrava sempre enfatizzata, dando forma a un’idea estetica del futuro incrinata sulla via dell’eccesso e della bizzarria; quando eravamo finalmente un paese moderno, senza complessi d’inferiorità, avevamo finito di vergognarci, noi gli italiani mangia spaghetti mafiosi buoni a nulla eravamo la quinta economia del mondo, sempre in crescita, sempre in movimento; quando ognuno poteva reclamare il proprio ruolo nel mondo, accendere la propria fiaccola per infiammare il cielo. Vivevamo dentro all’istante da cogliere, il nostro presente luminoso proiettato verso un angolo cieco.
Ma non era vero niente, sui tornanti bosniaci la rivelazione diventa dolorosa.
Il ponte di Mostar è stato abbattuto dai colpi del mortaio, non c’è più nessuna memoria della sua bellezza. Noi continuiamo il nostro viaggio. Leggi tutto…

STEFANIA AUCI racconta FLORENCE

STEFANIA AUCI racconta il suo romanzo FLORENCE (Baldini & Castoldi)

di Stefania Auci

Non è facile parlare dei propri figli con obiettività. Il genitore riconosce nelle proprie creature quelle sfumature che lo legano a lui: gli atteggiamenti, quel modo particolare di muovere le mani, gli sguardi, la fisicità. Non solo il colore dei capelli o la forma del viso.
C’è qualcosa che va oltre e che parla di sensazioni che, per quanto possano passare gli anni, rimangono intonse, prova di un’affinità destinata a continuare negli anni.
Con i romanzi accade la stessa cosa, o così è per me.
Florence è il terzo dei miei figli di carta (tra quelli pubblicati), e credo che rimarrà nel mio cuore a lungo, proprio per il forte legame che sento con i protagonisti e con i luoghi in cui è ambientato. Non mi vergognerò mai del mio passato di autrice romance: è ciò che mi ha permesso di arrivare fino qui. Ma è altrettanto vero che nel tempo ho provato il bisogno di sperimentare modi nuovi e più liberi di parlare ai lettori e di raccontare le mie storie.
Ecco. Florence nasce da qui, dalla voglia e dalla necessità di mettersi alla prova utilizzando una strada conosciuta come punto di partenza per sperimentare nuove prospettive di scrittura.
Il mio desiderio era creare una storia che non parlasse solo di un amore grande/bello/impossibile/travolgente/ect ect. con i protagonisti fighi e acchiappanti. Volevo che la storia d’amore fosse “funzionale”, che avesse un suo scopo nell’economia del romanzo.
Per questo motivo ho scelto dei personaggi difficili da raccontare: Ludovico è un giornalista e un antieroe, Claudia una donna che vive nell’ipocrisia, Irene una ragazza che deve ancora crescere, Dante un omosessuale costretto al silenzio. Quando dico difficili, intendo proprio questo: nella narrativa di genere, i personaggi sono tagliati spesso con l’accetta e con un’evoluzione prevedibile. L’eroe di turno è bello e dannato e si redime, la fanciulla in fiore è pura di cuore, c’è la perfida maliarda. Ma io non volevo narrare questo. Volevo parlare di conflitti familiari, della condizione della donna e delle pressioni sociali che era (o forse dovrei dire è?) costretta a subire all’interno della famiglia. Leggi tutto…

ENZA ALFANO racconta BALLA SOLO PER ME

ENZA ALFANO racconta il suo romanzo BALLA SOLO PER ME (Perrone)

di Enza Alfano

Il palcoscenico di Balla solo per me è il teatro San Carlo di Napoli.
Al centro del palco Laura, ballerina e donna di mare, muoverà i suoi passi interpretando Coppelia, misteriosa figlia di un fabbricante di giocattoli. Ruolo inedito per l’etoile del corpo di ballo a cui è stata rubata la parte di Swanilda.
Tutti, intorno a Laura, ignorano che quel palcoscenico non è solo danza, non è solo interpretazione. Nasconde frammenti di una storia d’amore intricata, complessa come lo sono le relazioni segrete.
C’è un uomo che ha fatto una duplice promessa d’amore, è un uomo sensibile e onesto ma non sa districarsi tra doveri diversi, differenti declinazioni dell’amore. Intrappolato da un destino che sembra farsi gioco di lui, dei suoi sentimenti, della sua vita. Due donne che amano, forse troppo, e altri personaggi minori che fanno i conti con sentimenti irrisolti e contraddittori.
Ci ho messo il mio amore per la danza, la mia passione per la vita, la voglia di sconfessare una visione semplicistica delle relazioni affettive e la banalizzazione dei rapporti d’amore. Leggi tutto…

CLAUDIO MORANDINI racconta NEVE, CANE, PIEDE

CLAUDIO MORANDINI racconta il suo romanzo NEVE, CANE, PIEDE (Exòrma Edizioni)

di Claudio Morandini

220È sicuramente bello costruire romanzi complessi, coltivare selve fitte di avventure, edificare cattedrali narrative gremite di particolari da dominare con il piglio dell’architetto, o almeno del geometra. Ma a volte è giusto, salutare, scrivere storie piccole, romanzi che sembrano quasi racconti, abitati da due o tre figure, non di più; aiuta a focalizzare meglio i propri obiettivi concentrarsi sull’essenziale, prosciugare, levare il superfluo, abbassare la voce. Come quando, dopo pranzi elaborati e generosi sentiamo il bisogno di un pasto semplice, pochissimi ingredienti purché buoni, cotti il meno possibile; o quando, dopo un paio di ore di sinfonie, ci viene voglia di un quartetto, anzi di un trio, in un’esecuzione senza ritornelli, così finisce prima e ci lascia con il desiderio di riascoltarla ancora. È quello che ho sentito di fare con questo libro, in cui certi temi che evidentemente mi sono cari ritornano, ma sommessamente, e l’ambizione non è quella di dire meno ma di dire ancora più cose con meno parole.

https://i1.wp.com/www.exormaedizioni.com/exorma/wp-content/uploads/2015/09/Cop_NEVE_CANE1.jpgNeve, cane, piede è nato già nel 2011, subito dopo l’uscita di Il sangue del tiranno, e in attesa delle bozze di A gran giornate; ed è cresciuto velocemente, con relativa facilità e un certo piacere, per me, come se i limiti e i vincoli imposti dall’ambientazione e dal numero ridotto di personaggi e situazioni rappresentassero un incentivo a muoversi ancora più liberamente.
C’era, all’origine di tutto, l’immagine di un piede umano che spuntava da una massa di neve: immagine misteriosa, venutami chissà come, che costringeva a porsi domande (di chi è? perché è lì? da quando è lì?); e, accanto a quel piede, un cane e un vecchio. Sarebbe potuto diventare l’avvio di un giallo o un thriller; e l’uomo avrebbe potuto anche essere un vecchio marinaio in mezzo all’oceano, o un beduino altrettanto vecchio nel deserto, invece è rimasto un montanaro scontroso e solitario, e di thriller alla fine non c’è nulla. Anzi, per sgombrare il campo da possibili equivoci, non mi serviva nient’altro attorno se non spazi deserti, sufficientemente ostili da tener lontano i curiosi, gli sfaccendati, le fonti di distrazione, le soluzioni troppo facili. Leggi tutto…

ROBERTO MISTRETTA racconta ROSARIO LIVATINO: l’uomo, il giudice, il credente

ROBERTO MISTRETTA racconta il suo volume ROSARIO LIVATINO: l’uomo, il giudice, il credente (Edizioni Paoline)

di Roberto Mistretta

Scrivere questo libro sul giudice Rosario Angelo Livatino mi ha molto arricchito come uomo e come credente.
Come tutte le biografie che si rispettino, ha presupposto da parte mia un accurato lavoro preparatorio: lettura dei libri sul giudice ragazzino (invero pochi) e dei moltissimi articoli, delle sue agende, delle sentenze di condanna dei suoi carnefici e quindi analizzare a fondo le testimonianze ascoltate dalla viva voce del postulatore.
Un lavoro lungo e faticoso, ma ritengo ne sia valsa davvero la pena.
Circa lo stile da adoperare non ho avuto dubbi ed ho fatto una scelta sostanziale fin dal primo momento: semplicità ed essenzialità, nel pieno rispetto della personalità di Rosario.
Ho riflettuto a lungo invece sulla pubblicazione delle agende. Non volevo violare l’intimità di Rosario. Ma è proprio lì, tra le pieghe di quelle poche righe, scritte di volta in volta a matita con grafia minuta, che a mio parere emerge appieno la sua umanità, la semplicità, il suo travaglio, la sua spiritualità. Agende che fanno parte del materiale raccolto per la causa di beatificazione di questo uomo buono e giudice integerrimo che ha scritto di suo pugno: “La giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità che è la legge dell’amore, amore verso il prossimo e verso Dio, e non riducibile alla mera solidarietà umana; e forse può in esso rinvenirsi un possibile ulteriore significato: la legge, pur nella sua oggettiva identità e nella sua autonoma finalizzazione, è fatta per l’uomo e non l’uomo per la legge, per cui la stessa interpretazione e la stessa applicazione della legge vanno operate col suo spirito”.
Ed ancora: “Il compito del magistrato è quello di decidere. Orbene, decidere è scegliere e, a volte, tra numerose cose o strade o soluzioni. E scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare. Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata”. Leggi tutto…

GIOVANNI COCCO racconta LA PROMESSA

GIOVANNI COCCO racconta il suo romanzo LA PROMESSA (Nutrimenti)

La promessa, il nuovo romanzo di Giovanni Cocco, seguito ideale de La Caduta (Nutrimenti, 2013), è uscito da qualche settimana per l’editore Nutrimenti. L’autore ci racconta il suo libro.

di Giovanni Cocco

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La promessa rappresenta un unicum all’interno della mia esperienza di scrittura: nessun disegno prestabilito, nessun progetto a tavolino, ma un romanzo scritto quasi di getto e l’urgenza di raccontare una storia che mi aveva particolarmente coinvolto.
Un romanzo che parte da un fatto di cronaca (il disastro aereo sulle Alpi francesi dello scorso marzo che ha coinvolto il volo 4U9525 della Germanwings, causato dalla volontà suicida del copilota Andreas Lubitz) per arrivare a raccontare esperienze universali.
Si tratta di un libro scritto “in presa diretta”, in cui fatti pubblici e accadimenti privati del protagonista vanno di pari passo.
Come ha scritto qualcuno di recente, La promessa è il mio romanzo “acustico”. Se La Caduta era un romanzo con le chitarre elettriche sguainate (per usare una terminologia springsteeniana), certamente La promessa è il mio Nebraska, un romanzo più intimista, scritto senza orpelli, che va dritto al sodo.
Ecco l’attacco. Leggi tutto…

ROMANA PETRI racconta LE SERENATE DEL CICLONE

ROMANA PETRI racconta il suo romanzo LE SERENATE DEL CICLONE (Neri Pozza)

di Romana Petri

Ho cominciato a scrivere questo libro dopo che erano passati 25 anni dalla morte di mio padre. In altri romanzi era già apparso, ma per costruire una storia intera su di lui non ero pronta, doveva passare del tempo. Quando ho capito che potevo cominciare, mi sono però resa conto che in realtà non volevo scrivere una redde rationem con chi non c’era più. Con lui di conti in sospeso non ne avevo, nel corso della nostra breve vita insieme abbiamo comunicato con ogni mezzo, dalle parole agli sguardi, a volte bastava una semplice piega del volto. È stato il grande amore a legarci, certo, ma anche l’immensa similitudine che ci rendeva non solo padre e figlia, ma anche grandi amici e complici. Non sono mancati, per fortuna, anche momenti burrascosi. Durante l’adolescenza l’ho rifiutato in modo sano, necessario, e per un po’ di tempo invece del padre eroe è stato il mio antagonista. Ma il sentimento che ci univa era forte. Trascorso il periodo del mio distacco critico, ci siamo ritrovati, e fino a che non è morto è stato tanto il padre reale quanto quello leggendario che aveva invaso e invasato la mia fantasia. Non credo che sarei diventata una scrittrice se sul mio cammino non ci fosse stato lui. James Hillman dice che veniamo al mondo con un seme conficcato vicino al cuore. È il nostro personale talento, quello che ci viene dato in dotazione, ma averlo serve a poco se non incontriamo qualcuno che ci aiuterà a coltivarlo. Per me è stato il mio “multiforme” padre. Cantante lirico di successo (ha portato il Don Giovanni di Mozart, con il maestro Karajan, in tutto il mondo), attore di cinema e cantante di canzoni, gli ho visto interpretare tanti di quei ruoli che per me, una bambina, quel padre era molte cose insieme oltre ad essere, sempre e comunque, anche mio padre. Il suo cantare e recitare mi ha dato un’altra prospettiva della vita. Senza rendermene conto devo aver pensato che vivere, per uno come lui, offriva la possibilità di essere più persone insieme. Dunque più vite da vivere, maggiori opportunità. E così, per farmi compagnia, suggestionata dai suoi tanti ruoli, cominciai a raccontarmi delle storie, a disegnarle e a ritagliarne i personaggi che poi facevo parlare e muovere proprio come fossero degli interpreti che guidavo io.

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GIUSEPPE FEYLES racconta LA CLASSE SCOMPARSA

GIUSEPPE FEYLES racconta la sua raccolta di racconti LA CLASSE SCOMPARSA (Manni)

(di seguito, un estratto del libro)

di Giuseppe Feyles

Giuseppe FeylesCerte pagine sembrano quasi scriversi da sole. Tu accendi il computer, metti le prime parole, qualche virgola qua e là poi ti alzi e vai a immergerti nella vita, nelle cose usuali della giornata. Quando infine torni, la sera o la mattina dopo, trovi il foglio completo di tutto quel che fondamentalmente serve, senza che tu ne abbia alcun merito. Un po’ come un prodigio.
Così è capitato anche a me per la nascita dei racconti de “La classe scomparsa”.
Ho passato la mia vita professionale attorno a un altro tipo di scrittura, quello per la televisione. So che scrivere una sceneggiatura, fare un copione, redigere un dialogo o una scaletta per un programma della tv, sia essa buona o meno buona, è frutto di lavoro collettivo, di forme costituite (il format!), di strategie e furbizie, insomma di mestiere. Questi racconti, invece, sono nati di getto, irresponsabilmente. Non è che non serva il lavoro. Spesso le pagine vengon fuori grossolane e ci vuole limatura e lucidatura. Ma le ho scritte senza un progetto. Andando a ruota libera, in discesa.
In fondo scrivere non è la cosa più difficile. La vera impresa è conquistare, e poi giorno per giorno mantenere, uno sguardo aperto sul mondo. Se qualcuno te lo insegna, il più è fatto. Guardando fuori, attenti a quel che accade, quasi da sé nascono le parole. Leggi tutto…

GRAZIA VERASANI racconta SENZA RAGIONE APPARENTE

grazia verasaniGRAZIA VERASANI racconta il suo romanzo SENZA RAGIONE APPARENTE (Feltrinelli)

Le indagini di Giorgia Cantini

Menzione speciale al Premio Scerbanenco 2015 con la seguente motivazione:
«Per il felice ritorno dell’originale investigatrice bolognese, questa volta a confronto con il tormentato mondo degli adolescenti».

Le prime pagine del libro sono disponibili qui

di Grazia Verasani

Da dove nasce un romanzo? Picasso diceva che un quadro gli arrivava da lontano. Per quanto riguarda me e i romanzi con l’investigatrice Giorgia Cantini, devo dire che è l’esatto contrario, mi basta osservare le cose che ho davanti agli occhi. Insomma, la realtà nel suo senso più prosaico. In fondo, è come aprire una finestra e fiutare l’aria, lasciar entrare tutto, interpretare il tempo reale assorbendolo totalmente, e entrando in empatia con chi lo abita. Ho scritto questo romanzo a istinto, come mi piace dire. Perché ogni volta che scrivo la mano va un po’ avanti da sola e non so mai come finirà una storia, o lo so solo vagamente. Mi lascio trascinare come se scrivesse qualcun altro al posto mio, eppure sono immedesimata, inchiodata, onnipresente. Una volta lessi che un libro, nel bene o nel male, è il risultato della personalità di chi lo scrive. Aggiungo: la sensibilità. Il modo di “sentire” le cose, non solo di razionalizzarle. Scrivere deve avere sempre, secondo me, un margine di magia, di ispirazione. Una necessità creativa che non dà risposte, solo suggerimenti. Per capire meglio il mondo e la vita che viviamo. Giorgia Cantini è donna che non giudica, rappresenta quello che vede intorno a sé e lo lascia sospeso, tenta di illuminare qualche luogo oscuro, lascia qualche traccia. Di sé e delle persone che incontra.
Questo 5° romanzo della serie con lei nasce da un articolo di cronaca. L’aumento di suicidi tra gli adolescenti nei cosiddetti “anni della crisi”. Nelle storie precedenti avevo già affrontato alcuni temi sociali di forte interesse per me, come la violenza sulle donne o l’omofobia, e in questo ho scelto i ragazzi. Cioè, banalmente, il futuro. Le loro emozioni, i loro problemi, lo spazio di opportunità che si restringe, l’agonismo obbligato, il rapporto fragilità/forza, il bullismo, la scuola, la famiglia. Insomma, il mondo che noi adulti gli abbiamo preparato, un mondo sempre più ostico e confuso, dove l’apparenza è diventata un valore, e la superficialità ha sostituito ogni tentativo di approfondimento.
Un amico poeta, di cui tra l’altro cito nel romanzo alcuni versi, mi ha detto che il plot è l’unica cosa non “nera” in un’atmosfera scurissima. Credo abbia ragione. Il mio approccio al genere noir è sempre esistenziale, svolgo indagini sui sentimenti. Per questo mi rivolgo anche a lettori che non amano il giallo in senso stretto, perché nei miei libri il sangue non abbonda, e il mero conflitto tra bene e male, crimine e soluzione del crimine, non mi interessano. Preferisco muovermi tra le ombre, i chiaroscuri, raccontare inquietudini, osservare la società tramite quella che io chiamo “una riflessione a freddo sui sentimenti”. Leggi tutto…

MARIO DI CARO racconta LA CAPITANA DELL’ISOLA DI NESSUNO

Mario Di CaroMARIO DI CARO racconta il suo romanzo LA CAPITANA DELL’ISOLA DI NESSUNO (Mursia)

(a seguire, le prime pagine del libro – leggi la recensione di Emanuela E. Abbadessa su “la Repubblica”)

di Mario Di Caro

Può un uomo guardare il mondo con gli occhi di una donna? Difficile, magari può provare a spiare il mondo delle donne, assai più magico, e provare ad ascoltarne il respiro, a riconoscerne i sentimenti, a rispettarne i codici, ad assecondarne le sensibilità. E allora per costruire un personaggio con una centralità assoluta come la Carmen de “La capitana dell’isola di nessuno”, appena pubblicato da Mursia, ho formato un mosaico di donne, ho sovrapposto archetipi, partendo da un paio di riferimenti precisi: la Carmen di Merimee e Bizet, di cui la mia Carmen spero possa essere considerata una sorella minore, una cuginetta che ha ereditato la sua voglia di libertà, la sua capacità di trascinare. Magari senza bisogno di trasformare un soldato in contrabbandiere ma in grado di minacciare con un forchettone da cucina i suoi estorsori o di scatenare il suo samba di piacere tutte le volte che ne ha voglia. E qui entra in gioco la musica sottintesa del racconto, la colonna sonora che ho avuto nelle orecchie mentre scrivevo: la Habanera di Carmen, certo, ovvero il manifesto dell’amore libero, ma soprattutto la “Garota de Ipanema”, ovvero quel miracolo di grazia che cammina ancheggiando e che è capace di fare sorridere il mondo al suo passaggio.
La capitana dell'isola di nessunoEccola, allora Carmen, bella, forte seduttrice, mezza fata e mezza strega, una capace di cucinare le melanzane in 24 modi diversi, una che quando torna nella sua isola dopo vent’anni di assenza di colpo quieta la risacca, zittisce i gabbiani e ammorbidisce la morsa del sole. Troppo per una comunità che resta maschile e invidiosa. Ed ecco l’altra domanda centrale. Quanto è sopportabile, allora, in un mondo di ominicchi e caporali, una capitana promossa sul campo dai compagni della vigna che si sono visti difesi da lei, una preda di appetiti sessuali che si fa cacciatrice, una donna risoluta che rianima l’economia di una piccola isola e che caccia a maleparole gli estorsori dalla sua Bottega? Quanto da’ fastidio una donna che si ribella, che dice no al pizzo, che ha successo, che attira benevolenze dalla su gente come dagli elementi naturali?
Tanto, evidentemente, se il prezzo della libertà diventa un ammasso di cenere fumante.
Ho pensato allora a come potrebbe reagire una donna di questo tipo alla paura, ho pensato alle peripezie di Teresa Batista, l’eroina di Jorge Amado, e al contesto, semplice ma comunque inquinato, di una piccola isola siciliana che scopre improvvisamente il germe del benessere e le sue tentazioni. Da quali fantasmi e’ visitata la notte di una donna minacciata? Quanto pesa la solitudine di chi  ha scelto l’indipendenza? Leggi tutto…

PAOLA CAPRIOLO racconta MI RICORDO

PAOLA CAPRIOLO racconta il suo romanzo MI RICORDO (Giunti)

Un estratto del libro è disponibile qui

di Paola Capriolo

Un romanzo può nascere da un’esperienza, da un sogno, da un’immagine, persino dall’associazione casuale di due parole: praticamente ogni cosa può essere il seme dal quale germina una storia, una trama letteraria. In me questo processo creativo, che precede la scrittura vera e propria, è sempre avvenuto in modo relativamente rapido e lineare. Solo Mi ricordo ha avuto una genesi diversa: più lunga, complessa, travagliata, tanto da far trascorrere alcuni anni tra i primi spunti e l’inizio della stesura. Non perché io fossi diventata all’improvviso più pigra e inconcludente o per particolari avvenimenti della mia vita (che pure non sono mancati in quegli anni, nel bene come nel male, confluendo per vie in parte consce e in parte sotterranee nella genesi del romanzo), ma perché qui partivo non da uno, bensì da due temi fondamentali, apparentemente diversissimi, cercando sulla pagina una loro possibile conciliazione. Da un lato la bellezza, nel suo problematico rapporto con la realtà storica (è un relitto di epoche più spensierate, lontano da noi come le crinoline e i nei artificiali, un’illusione o una mistificazione del tutto improponibile dopo gli orrori del Novecento, oppure è qualcosa che potrebbe addirittura “salvare il mondo”, come riteneva Dostoevskij?) ; dall’altro lato, la memoria. Io che avevo sempre messo in scena nei miei libri personaggi senza passato, ora, per ragioni strettamente legate alla mia esperienza di vita, non sentivo nessun tema più urgente e vicino di quello del rapporto tra le generazioni. Genitori e figli; la vecchiaia; quel lungo, spesso tormentoso crepuscolo che i nostri anziani vivono, e noi con loro, tra sedie a rotelle, badanti, letti d’ospedale; e il destino che scorre dagli uni agli altri, da chi va a chi resta, legando la memoria storica a quella intima e famigliare. Leggi tutto…

FRANCESCO LETO racconta IL CIELO RESTA QUELLO

Francesco LetoFRANCESCO LETO racconta il suo romanzo IL CIELO RESTA QUELLO (Frassinelli).

Francesco Leto è anche l’ideatore del progetto #Sfamaunoscrittore (qui, il post di Letteratitudine)

di Francesco Leto

Povero piccolo dolce Bébert … maligna di una tifoide maligna! Che morte giovane, quella di Bébert, crudele davvero … e Bardamu non può nulla, nessuna cura, nessun vaccino, niente di niente. S’arrende e va a coricarsi col lutto della notte. Su Facebook un amico virtuale di un amico che avrei potuto conoscere e quindi aggiungere, ironizzava sul titolo Il cielo resta quello, si chiedeva, l’amico dell’amico, cosa potrebbe mai raccontare un romanzo con un titolo così… certo, averlo rubato a Céline, il titolo, non basta: se uno nano è nano rimane, e morta lì! ma vuoi mettere salire sulla spalle del gigante francese? Ci si assicura il panorama mozzafiato, fosse nient’altro.
Piccolo il cardellino come il dolce piccolo povero Bébert, e tanto fragile, il figlio di Maria, quanto il coraggio che ha d’essere senza capi, libero come l’uccello di cui porta il soprannome, e se lo porta lo porta proprio perché il cardellino è tra tutti gli animali quello che soffre di più la prigionia e perciò al piccolo Morise mai gli si potrebbe comandare, ad esempio, di mandare giù lo stesso sciroppo che Bardamu dà a Bébert per sopire la voglia di toccarsi e gingillarsi. Maria, il figlio, se lo vede sfilare sotto il naso, d’estate e col caldo, col costumino indosso pronto a prendere la discesa verso la spiaggia dei sassi con gli altri ragazzini di Bagnara Calabra, mozzi neri scafati e rigorosamente a piedi scalzi loro, pronti a sfregarsi le mani a furia di smanettarsi tra gli anfratti degli scogli. E se fanno la gara di tuffi lanciandosi dallo scoglio di Cacilì, è sempre dopo l’estenuante gara di seghe che essa prende il via.
A Bagnara Calabra il lutto non si estingue in una sola notte e quando Maria resterà vedova, vedova lo sarà per sempre. Vestirà di nero per tutta la vita e non andrà più al mare neanche con la caligine d’Agosto. Rosa, sua amica e comare inseparabile, tra un pettegolezzo e l’altro, un rosario e un’invocazione, la consola a modo suo, perché ‘è tutta questione di destini e pianeti’ le ripete con convinzione. Ma Maria è inscalfibile pure di fronte al lutto: mai un capriccio o un sospiro querulo, il tentativo d’essere compatita e si fa ancora più d’acciaio con il cardellino e gli altri due figli, Sisina e Antonio. È buona, Maria, nell’unico modo che le riesce: essendo spietata coi figli e buona con gli estranei, e sempre e solo in maniera disinteressata. Leggi tutto…

ALESSANDRO DEFILIPPI racconta VIENE LA MORTE CHE NON RISPETTA

ALESSANDRO DEFILIPPI racconta il suo romanzo VIENE LA MORTE CHE NON RISPETTA (Einaudi) – Un caso del colonnello Anglesio

Un estratto del libro è disponibile qui

Alessandro Defilippidi Alessandro Defilippi

Due anni fa mi ritrovai a scrivere un racconto, Per una cipolla di Tropea, per un’antologia gialla di Mondadori. Era il mio primo giallo “classico” e mi divertii molto. Il racconto poi, su richiesta dell’editore, finì in rete e ottenne un numero del tutto imprevisto di recensioni su Amazon. Così, quando Einaudi mi propose di riprenderne i personaggi per un libro più ampio, accettai con piacere.
Senza sapere in che guaio mi andavo a cacciare.
Scrivere è un mestiere faticoso. Eppure, come si dice in Per un pugno di dollari, “E’ uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo”. Il fatto però è che io scrivo regolarmente senza una scaletta. Ho cari amici come Roberto Rigosi e soprattutto il mitico Alan D. Altieri, che organizzano il lavoro capitolo per capitolo, e iniziano a scrivere solo quando hanno tutto chiaro in testa.
Ecco: io no.
Funziono in maniera opposta. Inizio a scrivere perché so che “devo” scrivere o perché mi accorgo che è passato troppo tempo dall’ultima volta e inizio ad avvertire un disagio fisico e psichico: lombalgia, dispnea, irritabilità, ansia. Un caso clinico, in altre parole, al punto da far spesso dire ai miei cari: “Quand’è che ricominci?” (il sottinteso è: “che così finisci di rompere le scatole”). Ma il problema è che non so mai che cosa scriverò quando inizio un libro. A questo proposito mi viene in mente una citazione di Franca Valeri, che dice: “Se c’è un momento in cui non occorre avere le idee chiare è quando si comincia a scrivere”. Del tutto d’accordo: a me non pare di essere io a scrivere; direi piuttosto, se non temessi di suonare retorico, che “vengo scritto”. Dall’inconscio, probabilmente. La faccenda funziona così: io parto da una scena o da un’immagine o da una musica e vedo di volta in volta una sorta di film, delle scene nella mia mente cui corro dietro con la scrittura. E mi accorgo che un libro funziona quando i personaggi cominciano a fare cose che non mi aspetto.
Che c’è di male?, direte voi. Leggi tutto…

PIERO BALZONI racconta COME UCCIDERE LE ARAGOSTE

PIERO BALZONI racconta il suo romanzo COME UCCIDERE LE ARAGOSTE (Giulio Perrone editore, 2015)

Il romanzo vincitore del premio Orlando Esplorazioni

di Piero Balzoni

C’è questo ragazzo sui trentacinque anni con due polmoni grossi come buste di plastica che gli permettono di rimanere sott’acqua per più di due minuti a tirare giù i costumi delle sue amiche. Claudio, questo ragazzo dico, percorre la tangenziale alle due del mattino. Poi arriva un Suv e lo travolge, lasciandolo lì morto sull’asfalto. Così Luca, suo fratello più piccolo, reagisce al silenzio delle autorità dando vita a una bizzarra caccia metropolitana agli assassini di suo fratello. Non c’è quasi nulla che sappia sull’incidente, solo che i responsabili guidavano un’auto da ricchi e che una signora sugli ottant’anni, trascorsi in buona parte su un terrazzino con affaccio sulla tangenziale lato est, ha visto l’auto fuggire indisturbata. Questo Luca lo sa. Quel che non sa è che stanare un assassino, specie se ricco, non è facile. Ci vuole metodo. Anzi, un metodo. E tra i tanti a disposizione Luca sceglie proprio quello che meglio si adatta alla caccia dei crostacei marini, abili a nascondersi nelle spelonche urbane, a proteggere le cose che accumulano all’interno delle proprie tane. Un metodo di caccia subacquea che certi pescatori delle isole Sandwich utilizzano da secoli per catturare le aragoste. Per riuscire nell’impresa, dovrà liberarsi dei legami affettivi. Addio a Viola, la fidanzata che inasprisce il suo senso di inadeguatezza, e a Silverio, il fuorisede dai disastrosi grandi progetti. Inizia la caccia. Leggi tutto…

ORNELLA SGROI racconta LE CONTRADDIZIONI DEL MENTRE

ORNELLA SGROI racconta la sua raccolta di racconti “Le contraddizioni del mentre. Frammenti di vite(edizioni Le Farfalle)

di Ornella Sgroi

ornella-sgroi-filminscenaUna corsa contro il tempo, in una Milano di tram, metropolitane e treni regionali, attraversata in 24 minuti. La precarietà dei trentenni, economica ed affettiva, fotografata in un eterno Attendere prego lungo il percorso obbligato di un grande centro commerciale che vende sogni “a tasso zero”. L’invidia affettuosa di una divinità greca imprigionata nella statua senza testa de La dea di Lampedusa, che riflette sul proprio destino guardando a quello di una giovane donna. Una lettura ironica della dura vita di una giornalista freelance Morta a Venezia. E questo eterno presente in cui la Voce del verbo futuro è stata cancellata persino dalle pagine di vocabolari che nessuno sfoglia più.
Queste sono solo alcune delle dinamiche raccolte ne Le contraddizioni del mentre, che nasce dall’idea di catturare, attraverso storie brevi come fossero piccoli frammenti di vite, il senso del tempo e delle infinite possibilità che esso racchiude. Un senso misterioso e affascinante, indagato a partire da un gioco linguistico che, nella grammatica temporale, contrappone la “contemporaneità durativa” del mentre a quella “momentanea” del quando, per cui nel mentre succedono cose nel mondo o nella vita di una persona e contemporaneamente, nello stesso istante, altre si manifestano, accadono, per durare lungo tutto lo stesso intervallo di tempo.
Contemporaneamente, appunto. E sempre con dentro il seme di una qualche possibile modificabilità, a differenza del quando che invece finisce per essere in qualche modo istantaneo, categorico, immediato. Già finito nel momento stesso in cui si delinea. Senza altre possibilità di evolversi, cambiare, per migliorarsi o anche solo per peggiorare.
All’interno di questa cornice, sedici mentre – accomunati solo dall’incipit affidato a questa parola in continuo divenire e per il resto del tutto indipendenti l’uno dall’altro – fotografano momenti, cogliendo le contraddizioni del nostro presente, a volte evidenti, altre volte nascoste, che si mescolano a situazioni ed emozioni tratteggiate sempre con stile narrativo diverso, per assecondare l’umore, il tono e l’atmosfera di ogni singolo mentre. Leggi tutto…

SERGIO PENT racconta I MUSCOLI DI MACISTE (Bompiani)

SERGIO PENT racconta il suo romanzo I MUSCOLI DI MACISTE (Bompiani). Un estratto del libro è disponibile qui.

di Sergio Pent

Ognuno è artefice del proprio destino, ma più spesso è il destino a definire il corso della nostra vita, ad assemblarlo nella maniera opposta a quella che avevamo custodito nel forziere delle più remote speranze.
Il destino è un sogno triste, per il narratore dei “Muscoli di Maciste”, una carezza rimasta sospesa in un addio tragico e assurdo. La donna amata che non c’è più, l’incapacità di tornare a casa – in quella casa – adesso che vi regnano solo il silenzio e i ricordi. E allora il viaggio senza meta diventa metafora di un ritorno sempre disatteso, alla ricerca di un’occasione, anche casuale, per ripartire. L’occasione è una piccola, tozza massa di muscoli un po’ inflacciditi, l’occasione si chiama Vito e arriva da lontano – da un remoto, assurdamente mai nominato – paese del sud, da cui il bizzarro personaggio è partito alla vana ricerca della sua ennesima occasione di riscatto.
I muscoli di macisteVito è un pugile ultraquarantenne, o almeno continua a credere di essere un pugile, anche se le sue mitiche vittorie risalgono ai tempi delle illusioni lontane nel tempo quanto le sue stralunate fantasie.
“I muscoli di Maciste” è una passeggiata di tre soffocanti giorni in un ferragosto torinese in cui – in qualche modo – si decidono i destini dei due amici per caso. L’uomo disperato deve trovare la forza per tornare a vivere, il pugile senza contratto vuole ancora rincorrere l’estrema illusione, l’ultima, o solo quella necessaria per non morire. In mezzo ci sono storie e invenzioni, balle colossali e aneddoti grotteschi, flash di nostalgia e silenzi metropolitani, mentre la vita continua nonostante le assenze e gli addii, e nelle bizzarre epopee memoriali di Vito trovano spazio gli entusiasmi necessari a vivere, a credere fino in fondo a qualcosa di concreto. Leggi tutto…

ELVIRA SEMINARA racconta ATLANTE DEGLI ABITI SMESSI

ELVIRA SEMINARA racconta il suo romanzo ATLANTE DEGLI ABITI SMESSI (Einaudi)

[Un estratto del libro è disponibile qui]

elvira seminara

di Elvira Seminara

C’è una donna che scappa. E’ sola. Lascia la casa come una nave che affonda, con tutto il suo carico di ricordi e cose. Prima però scrive un elenco per sua figlia, che non vede da tanto. Lo chiude in una busta, con vari consigli per la vita. Ma non lo spedisce.
Arrivata a destinazione – Parigi – la donna continua a scrivere il suo inventario di vestiti, tutti quelli che ha lasciato a casa per la figlia, ogni giorno un pezzo. E compone un puzzle insieme saggio e visionario, rassicurante e sovversivo. Ci sono Vestiti che diventano pazzi, i Vestiti opportunisti, quelli che vogliono sempre partire con te. Gli abiti fantasma, da non appendere mai alla maniglia della porta, se vuoi dormire in pace. Ci sono i Vestiti parassìti, quelli del perdono, della felicità.
Atlante degli abiti smessiPer questo l’elenco non si chiude mai, e l’inghiotte mentre lei aspetta di essere salvata. Mentre guarda la vita dietro i vetri e l’armadio spalancato non si richiude più.
Più che ispirazione, quanto a me parlerei di “aspirazione”, nel senso che questo armadio borghesiano mi ha letteralmente ingoiato in un vortice, trascinandomi in una zona per me irresistibile. E non solo per la prossimità al gioco borghesiano degli ingannevoli elenchi (fra tutti, l’incantevole Emporio celeste di conoscimenti benevoli), ma per il piacere (innanzitutto mio) di riabbracciare Calvino, il Calvino che si mette in gioco nell’Oulipò, che sperimenta con Queneau, che disegna nuovi scenari narrativi per vedere sin dove può spingersi un romanzo – e penso al Castello dei destini incrociati, a Se una notte d’inverno, Le città invisibili.
“Letteratura potenziale”, o “combinatoria”, con un meccanismo di narrazione esplicito (insieme strumento e contenuto della storia) – nel mio caso l’elenco. Che, nonostante la protagonista che lo scrive, si trasforma in altro. E la trasforma. Voi capite che la sfida era meravigliosa. E se uno scrittore non si lancia da sé una sfida, qualunque essa sia, che senso ha fare un nuovo romanzo, in un paese già pieno di non-lettori e di libri ?
Insomma mi sono ritrovata – con la mia protagonista e tutto il suo palazzo, voce per voce – nell’edificio trasparente di Perec, quello di “Vita, istruzioni per l’uso”, cui idealmente, nel suo piccolo, il mio palazzo mobile si affianca, con tutti i suoi omaggi più o meno aperti alla Festa mobile tout court che è Parigi.
Sento che aleggia una domanda: elenchi a parte, un’antologia/ontologia di vestiti che senso ha ? Leggi tutto…

PAOLA MASTROCOLA racconta L’ESERCITO DELLE COSE INUTILI

PAOLA MASTROCOLA racconta il suo romanzo L’ESERCITO DELLE COSE INUTILI (Einaudi).
Un estratto del romanzo è disponibile qui

di Paola Mastrocola

Dicembre 2012: ricevo come regalo di Natale, da un amico carissimo, l’adozione a distanza di un asino. È una mail, un certificato di adozione via mail. Scopro così che esiste un posto vicino a Biella che si chiama “Rifugio degli asinelli”, dove raccattano e salvano asini provenienti da tutta Europa e dove, come forma di finanziamento, offrono adozioni simboliche (a distanza, appunto) dei loro asini ospiti. Apprendo che in certi Paesi gli asini vengono sfiancati di lavoro e poi da vecchi, abbandonati, diventano randagi creando un problema sociale di difficile soluzione: il randagismo degli asini.
Non ne sapevo niente. Mai occupata di asini. Né volevo fare l’ennesima storia di animali. (So benissimo che una delle etichette che mi vengono appioppate è scrittrice di animali. L’altra è scrittrice di scuola. Capisco, ma vorrei disettichettarmi, prima o poi…). Però mi comincia in testa l’idea di un asino randagio, vecchio. In questa fase lo voglio chiamare Biagio. Nient’altro, non so nulla della storia che vorrei raccontare, del senso che potrebbe avere.

Passa un anno e succedono tante cose. Vado a Biella a vedere il Rifugio, mi scoprono un male e mi operano, l’amico carissimo che mi ha regalato l’adozione si ammala gravemente e di lì a pochi mesi muore.
Allora decido. Cioè, non decido proprio per niente: non si decide un libro, si sta a vedere che libro si delinea, e si presenta come necessario. Ed è questo. Capisco che non posso che scrivere questa storia, è lei che si impone. Volevo fare tutt’altro romanzo, ma mi butto a scrivere la storia di Raimond, nei mesi della mia convalescenza. Invento un asino che non è un asino e lo chiamo Raimond perché il chirurgo meraviglioso che mi ha operata si chiama Raimondo. Ma questo libro, lo so, non parlerà né di asini né di chirurghi.

Forse potrei dire che è il mio “romanzo della convalescenza”, il romanzo di quando provo a credere, provo a sperare, di avere ancora del tempo davanti.
Alcuni lettori poi mi diranno che in questo mio libro hanno ravvisato qualcosa di curativo, qualcosa che aiuta a guarire: mi torna che possa essere così, e mi piacerebbe molto che fosse davvero così, una lettura che porta beneficio….

Raimond è un asino greco, vecchio, randagio; un asino che si sente finito e che invece, in un certo modo e del tutto casualmente, viene salvato: gli vien data, proprio quando sente prossima la fine, la possibilità di un’altra vita (un altro pezzetto di vita?).
Raimond ha sempre lavorato ed è stato sempre felice di lavorare, nella vita: portava pesi. “Porto pesi. Sono uno che porta pesi”, dice; si sente nato per far quello. Prima mattoni, travi, cemento per costruire case. Poi le valigie e i bauli dei turisti, sulla sua bellissima isola greca, dal porto all’hotel. Ma poi diventa vecchio e viene allontanato. Succede. Sbarca sul continente e non sa dove andare: è un asino randagio, con nostalgie, ricordi, rimorsi, e un doloroso sentimento della fine. In poche parole, è un vecchio messo da parte che si sente inutile.
Lo so, avrei potuto raccontare la storia di un pensionato. O di un esodato. Sarei stata più… realistica (più “vera”), più da “romanzo sociale”, più impegnata, più attuale. Ma anche più banale, secondo me, più opportunista, furbetta, conformista da politicamente corretto, non mi sarebbe piaciuto (sopporto poco l’onda di “romanzi umanitari” che ci sta travolgendo). Preferisco mettermi “fuori”, essere “traslata”, meta-forica. Parlar di asini insomma mi pareva meglio, mi ci trovavo più a mio agio. Sono così. Il prezzo sono le etichette che mi porto addosso. Pazienza. Porto pesi…

L’inutilità. Sentirsi inutili. L’inutilità è solo un sentimento, perlopiù sbagliato. Utili o inutili verso chi? E per che cosa mai, visto che siamo mortali? Eppure ci sembra brutto essere inutili nel mondo: che cosa passa a fare la nostra vita? Vogliamo tutti lasciare un segno, non sopportiamo di finire nel nulla. Vogliamo un senso, certo, è umano. Il problema è che perlopiù lo troviamo, questo benedetto senso, solo nel lavoro. Oggi più che mai. Il lavoro ci dà un’identità sociale, dunque una utilità riconosciuta. E quando “usciamo” dal lavoro? Quando smettiamo di lavorare, o perché siamo vecchi o perché ci licenziano di colpo, o perché non c’è più lavoro?
È qui che mi nasce la domanda: e vivere e basta? Semplicemente vivere, prendendo piacere dei giorni, del tempo che passa, delle persone cui ci affezioniamo, degli amori, delle nostre pur labili passioni, anche solo la passione per il cielo, le nuvole, gli alberi… e per le cose insignificanti, cioè apparentemente insignificanti; raccogliere funghi, giocare a carte, dipingere, coltivare pomodori, scrivere… Magris sottolineava che per Tolstoj scrivere era come tagliar legna, era uguale: due gesti del vivere, tutto lì. Pari dignità, pari significato. Non c’è qualcosa che vale meno e qualcosa che vale di più. È la società che, nel tempo, dà valore diverso alle cose, alle persone e ai gesti. Ma noi siamo sopra la società, siamo oltre. O, almeno, dovremmo cercare di recuperare anche questa altra dimensione, più sovra-sociale, se così si può dire. Leggi tutto…

WALTER GUADAGNINI racconta i RACCONTI DALLA CAMERA OSCURA

Walter GuadagniniWALTER GUADAGNINI racconta il volume RACCONTI DALLA CAMERA OSCURA (Skira)

Le suggestioni della fotografia nella letteratura tra Otto e Novecento

di Walter Guadagnini

Ho composto questa antologia sostanzialmente per tre ragioni (o almeno tre sono quelle che riesco a spiegare razionalmente).
La prima è che Eileen Romano, direttrice della collana di narrativa di Skira, ha creduto subito nel progetto e mi ha spinto a realizzarlo. E quando trovi un direttore di collana entusiasta e un editore disponibile, ti tocca metterti a lavorare.
La seconda è che un libro di questo genere in Italia ancora non esisteva, e che valeva la pena provarsi a metterlo insieme, perché il materiale non mancava, anzi era sin troppo: la vera difficoltà sarebbe stata trovare un senso all’insieme e operare la scelta finale (una scelta che è costata, ad esempio, il sacrificio di racconti di autori come Conan Doyle, Thomas Mann, Du Maurier, per dire). Da questo punto di vista, la prima decisione è stata quella di individuare un arco temporale all’interno del quale racchiudere i racconti selezionati. Abbiamo deciso di partire proprio alla metà dell’Ottocento, dalla prima novella il cui protagonista è un fotografo (più precisamente, un dagherrotipista) “La casa dei sette abbaini” di Hawthorne, e di chiudere agli anni Settanta del Novecento, con quel capolavoro che è “L’avventura di un fotografo” di Calvino. Una scelta di questo genere permette di avere come orizzonte un’idea di fotografia comune a (quasi) tutti gli autori, un’idea di fotografia che si potrebbe definire pre-digitale, che presenta una serie di tematiche relative soprattutto alla natura stessa del mezzo e al suo essere una pratica e un’arte ancora considerate giovani, nuove. Dagli anni Ottanta ad oggi, con l’avvento del digitale e della rete, la fotografia è entrata realmente in un’altra era, il centro del discorso si è spostato e anche la sua presenza nell’ambito della narrativa si è modificata. Certo, lo spazio per un “Racconti dalla camera oscura – volume 2” ci sarebbe…
La seconda decisione è stata quella di individuare alcuni temi ricorrenti nei vari racconti, che si sono trovati anzitutto nella dimensione magica, sovrannaturale che viene conferita all’atto fotografico, che coinvolge sia i protagonisti (il dagherrotipista di Hawthorne come il folle del racconto di Conway) sia la stessa immagine (come dimostrano i casi di Pirandello, Hardy, Bioy Casares e Cortázar). All’opposto, l’altro elemento comune a molte di queste pagine è la convinzione (e convenzione) che la fotografia sia l’impronta fedele e incontrovertibile del reale, una sorta di occhio superoggettivo che tutto vede, prova inconfutabile, sostituto della presenza fisica, come appare nel brano teatrale di Boucicault, in Maupassant, nella geniale novella di Hardy e nello stesso Pirandello. Leggi tutto…

MARCO BALZANO racconta L’ULTIMO ARRIVATO

MARCO BALZANO racconta il suo romanzo L’ULTIMO ARRIVATO (Sellerio) – tra i romanzi vincitori del Premio Selezione Campiello e finalisti per il Premio SuperCampiello. Le prime pagine del libro sono disponibili qui

La storia di un bambino e di un viaggio, le avventure e le disavventure di un piccolo emigrante con la testa piena di parole. «Balzano mostra come la letteratura sappia, e possa, parlare del mondo che ci circonda» (Marco Belpoliti, l’Espresso).

di Marco Balzano

C’è un paese che confina con quello dove abito io e questo paese si chiama Baranzate. È una piccola città alle porte di Milano. Una volta, dopo i tagli della riforma Gelmini, ci sono pure finito a fare qualche giorno di supplenza. In classe c’erano due italiani e una ventina di stranieri. Un odore denso aleggiava tra i banchi, come se fossimo a un mercato indiano. Non che io sia stato mai da quelle parti, ma il mio olfatto lo immagina così, con l’aroma troppo umano di quella prima media di Baranzate. E poi ci sono passato per nove mesi, per i controlli di routine che Anna doveva fare in gravidanza. Nei reparti dell’ospedale Sacco i cartelli hanno sempre la scritta in arabo, cinese e spagnolo. Altro che l’internazionalità dell’inglese. Poi, poco più avanti, c’è il campo nomadi, da cui venivano tre o quattro dei ragazzetti che avevo in classe.
Da alcuni studi risulta che Baranzate sia il terzo comune d’Europa per immigrazione. Un’immigrazione che, per altro, si addensa in una sola parte della città, e principalmente nella famosa via Gorizia. In quella via ci ha vissuto anche mia madre, emigrata a 14 anni con zio Nicola, suo fratello maggiore. Due terroni, che in quella via avranno ritrovato compaesani o almeno corregionali. Gente che si piazzava lì, giusto il tempo di avviarsi una vita dall’altra parte dello stivale. Poi, una volta che la vita si era avviata, se ne andava e non ci tornava più. Anche chi ci abita oggi fa così. Anche loro riconoscono chiaramente un posto arrangiato e non hanno intenzione di farselo andare bene per troppo tempo. Via Gorizia è da sempre la via degli ultimi arrivati. Con i palazzoni affacciati sulla strada e le fabbriche intorno che da qualche anno, se non hanno già chiuso, faticano molto più di ieri o hanno lasciato il posto ad altro. Adesso lì dentro non ci trovi più i terroni ma cinesi, arabi, peruviani, nordafricani. Ecco, se dovessi dire da dove nasce l’idea primordiale del romanzo, risponderei che comincia dalla contemplazione di via Gorizia. Dalla metaforicità di questo luogo, che trova molti analoghi alle porte delle città del triangolo industriale. Leggi tutto…

VITTORIO GIACOPINI racconta LA MAPPA

VITTORIO GIACOPINI racconta il suo romanzo LA MAPPA (Il Saggiatore) – tra i romanzi vincitori del Premio Selezione Campiello e finalisti per il Premio SuperCampiello. Le prime pagine del romanzo sono disponibili qui

Vittorio Giacopini

di Vittorio Giacopini

Uno scrive e riscrive le sue ossessioni. Per me (da illuminista disincantato e da innamorato della… Rivoluzione) – c’è questo tarlo del confronto e scontro tra i modelli razionali con cui cerchiamo di vedere, dire, cartografare, controllare, cambiare il mondo e il gran gioco della contingenza storica, dell’imprevedibilità, del caso che sconvolge sempre tutto e cambia il paesaggio, smentisce i progetti stabiliti, confonde il quadro. Anni fa mi era capitato di ragionare sulla vita-paradosso di Bobby Fischer. Voglio solo giocare a scacchi, diceva lui e gli scacchi erano diventati per questo ragazzo disadattato di Broooklyn un anti-mondo, o un’alternativa al mondo, una tana, un rifugio. E poi, ironia e beffa del caso, proprio la sua perfetta, autistica maestria di grande scacchista lo proietta sulla ribalta della grande storia ufficiale e lo condanna a diventare una ‘bandiera’ americana, un eroe controvoglia. La sua secessione dal mondo lo proietta nel gran gioco della politica mondiale e Fischer deve trovare un’altra via di ‘fuga’, e reinventarsi. Adesso mi accorgo che nella vicenda di Serge Victor, questo cartografo di fantasia protagonista de “La Mappa”, c’è quasi lo stesso paradosso che si ripresenta. Vedere tutto “come se si fosse per aria”; cartografare quanto c’è attorno a noi per dare un ordine perfetto, invariabile, calmo e rassicurante al corso del mondo. È il suo ‘progetto’ ma è anche un’illusione e un cavallo di troia. L’altro suo motto è “prima viene la mappa, poi l’azione” e qui si nasconde l’imbroglio o, peggio, la trappola. Le ‘mappe’ degli ingegneri-cartografi diventano l’arma in più dell’arroganza politica di Napoleone, lo strumento speciale per affermare quello spirito di conquista detestato da Benjamin Constant e allora il gioco mostra subito la corda. Tanto più una mappa è precisa, particolareggiata, esatta, affidabile tanto più la politica e la guerra se ne serviranno per ridisegnare confini e territori, spazi, logiche e, insomma in questo assurdo confronto tra spazio e tempo, la mappa tanto più è perfetta tanto più diventa subito obsoleta, è superata. Insomma, modelli razionali contro caso, storia, imprevisti, inciampi, incidenti. Crisi dell’illuminismo e crisi della ragione cartografica. E, di converso, sogno, grande sogno politico di controllo e governo sul mondo e – netto, duro, grave, sconcertante – fallimento anche della politica, e della sua ratio.
Sono alcuni temi del libro, alcuni spunti, ma poi un romanzo è un romanzo e dentro ci trovi sogni, fantasie, fole, balle, bugie, inganni e autoinganni, nitide percezioni e allucinazioni e i personaggi si affollano e il seguito degli eventi diventa una sciarada, fuori controllo. Il mio Serge – da rivoluzionario fiancheggia l’avventura di Napoleone e, amaramente, scopre che il grande esportatore della libertà e dei lumi diventa il restauratore del Potere, e dei tiranni. Da illuminista, invece, scopre che le logiche, le razionalità, i livelli di realtà sono infiniti e che sotto al mondo c’è sempre un altro mondo, o un sottomondo. Così incontra la magia dell’amore, le ambigue verità delle fiabe, così registra prospetti cartografici che mutano in allucinazione o in visione mistica, così, senza rinunciare ai suoi sogni e progetti, è costretto a ripensarli nella chiave dell’insuccesso, e del fallimento. Capita a lui e a tutti, d’altra parte. Leggi tutto…

EVELINA SANTANGELO racconta NON VA SEMPRE COSÌ

Evelina SantangeloEVELINA SANTANGELO racconta il suo romanzo NON VA SEMPRE COSÌ (Einaudi). Un estratto del libro è disponibile qui

Forse la vera follia è fare sempre le stesse cose…

di Evelina Santangelo

Scrivo queste riflessioni sul mio ultimo romanzo mentre in testa mi ritornano le parole con cui Alexis Tsipras ha chiamato il popolo greco a un gesto di dignità e di riscatto («La Grecia è il paese che ha fatto nascere la Democrazia») in nome delle conquiste comuni europee in termini di diritti fondamentali al lavoro, all’eguaglianza e alla dignità, contro la politica di resa perseguita dai governi greci che lo hanno preceduto. E le scrivo, tra l’altro, al rientro da un viaggio a Ventotene, dove i confinati Altiero Spinelli, Ermanno Rossi ed Eugenio Colorni, proprio lì dov’erano stati segregati i loro pensieri, riuscirono a immaginare e concepire una carta che federasse l’Europa e, con essa, un mondo che non assomigliava per niente né alle loro vite confinate né al mondo esploso.
Non parla esplicitamente dell’Europa, certo, Non va sempre così. Ma il sentimento da cui è nato ha un po’ a che vedere con questo ordine di bisogni immateriali: desiderio di riscatto, insofferenza nei confronti delle «cose così come sono», riscoperta di quegli azzardi dell’immaginazione che si prende la libertà di immaginare, appunto, le cose come potrebbero essere e, contro ogni ragionevolezza, osa, creando le condizioni per conquiste umane e civili impensabili fin a poco tempo prima.

Non va sempre cosìSe dovessi definire, dunque, i confini spirituali di questa mia storia, potrei dire che si collocano idealmente tra due citazioni che ho lasciato cadere tra le pagine del romanzo. Le parole con cui Antonin Artaud, internato nel manicomio di Rodez, si rivolge allo scrittore-editore Henri Parissot (parole in cui esprimeva la sua brama di uscire fuori «da questo mondo servile di un’idiozia asfissiante per gli altri e per sé, e che si compiace di questa asfissia») e una considerazione di Einstein che suona più o meno così: «la vera follia è fare sempre le stesse cose, aspettandosi risultati diversi».
All’inizio ho dunque provato a declinare i termini di quell’asfissia e di quella condizione di disadattamento, di perdita di senso e di rilevanza sociale, che oggi sembrano segnare le vite di molti, e soprattutto di quella generazione che ha creduto di poter godere di un benessere illimitato, nonché dei benefici derivanti da conquiste e certezze (sociali, economiche e civili) che sembravano inalienabili.
Il primo titolo che avevo pensato era infatti «La caduta delle cose». Volevo raccontare l’implosione di un mondo di beni materiali cui, a lungo, ci siamo abbarbicati pensando che quei beni ci mettessero al riparo dalla deriva di tutto il resto: conquiste civili, valori culturali condivisi, senso di appartenenza a un destino comune. Così ho pian piano dato forma a un personaggio che incarnasse questo aspetto della contemporaneità: un’insegnante precaria che sperimenta la fragilità della propria condizione (nessuna rilevanza sociale,  nessuna credibilità agli occhi della figlia adolescente, nessuna forza contrattuale) e la paura di dover fare i conti con un fallimento radicale suo e di tutta una generazione. E sperimenta questa fragilità e questa paura nel momento esatto in cui vede crollare attorno a sé proprio quei beni materiali che rappresentavano il segno più evidente, oggettivo, di conquiste pensate come definitive. D’altro canto, noi ci siamo accorti che tutto un universo di valori, conquiste, certezze era andato perduto solo quando la crisi è diventata «crisi economica». Leggi tutto…

FABIO DELIZZOS racconta IL LIBRO SEGRETO DEL GRAAL

FABIO DELIZZOS racconta il suo romanzo IL LIBRO SEGRETO DEL GRAAL (Newton Compton). Un estratto del libro è disponibile qui

di Fabio Delizzos

Il Graal è un oggetto molto pericoloso, abbaglia, confonde. Si può impazzire inseguendo le sue mille ombre. Tanto è vero che una notte, una voce interiore iniziò a parlarmi con insistenza, e a dirmi che dovevo scrivere un romanzo su questo argomento. Io risposi che non ci voleva poi molto a tentarmi, ma che si trattava di un terreno rischioso. Subito, allora, si intromise una seconda voce, forse proveniente dall’emisfero sinistro del mio cervello: «Non farlo», mi diceva, «non dare ascolto a quell’altro: è stato scritto e riscritto di tutto su questo tema. A giudicare dalla sua storia, il Graal non contiene sangue, ma inchiostro». La prima voce ribatteva con convinzione: «È stato scritto di tutto, ma non tutto». E la seconda: «La parola Graal fa storcere il naso agli accademici. Sono già stati scritti dei mega bestseller planetari, e sembrerà che ci stai provando anche tu; lascia perdere».
La prima voce era d’accordo su quest’ultimo punto, tuttavia insisteva che io dovessi farlo lo stesso: «Ascoltami», sussurrava, «qui non si tratta di emulare Dan Brown. Il tuo deve essere un romanzo storico, ambientato nel Medioevo; devi risalire a Chrétien de Troyes, il primo autore che parlò del Graal, il poeta medievale più grande, prima di Dante! Sapevi che il suo racconto, La storia del Graal, quello che ha dato inizio al mito, è rimasto incompiuto? La mano del poeta si è fermata all’improvviso, la penna d’oca ha smesso di scorrere sulla pergamena. Ecco che la maledizione del Graal, preannunciata nel racconto stesso, si è avverata all’esterno: l’autore è morto mentre scriveva. Il romanzo è rimasto interrotto e sospeso, come un ponte sull’eternità… Non è affascinante?». Leggi tutto…

GIUSEPPE SCHILLACI racconta L’ETÀ DEFINITIVA

GIUSEPPE SCHILLACI racconta il suo romanzo L’ETÀ DEFINITIVA (LiberAria). Un estratto del libro è disponibile qui

giuseppe schillaci

di Giuseppe Schillaci

In principio fu un’immagine: un’isola si avvicinava, e io l’osservavo dall’oblò dell’aereo che mi riportava a Palermo. Poi il movimento, nel mio ricordo, cambiò direzione, come in una moviola cinematografica: l’isola s’allontanava, andava alla deriva, rendendo impossibile l’atterraggio.
Quest’immagine è tornata ossessivamente durante la stesura del romanzo, definendo gli stati d’animo e le azioni del suo protagonista, Nico, fermo a un’età definitiva, ma continuamente allontanato da quel passato, da quella vita, da un’unità pretesa o presunta, ormai irraggiungibile.
Un movimento lento, dunque, inesorabile, superficiale, laterale, silenzioso: il mondo passa davanti a Nico e lui, innanzitutto, lo osserva.
Dunque all’origine un’immagine, un frammento, e non un’immagine qualsiasi, ma un’immagine al plasma, trasmessa su schermi al plasma, su una muraglia di schermi, per l’esattezza, quella davanti cui Nico sta ogni giorno, dopo esser tornato a Palermo e aver iniziato a lavorare nel reparto televisori di un nuovissimo centro commerciale.
Un’immagine al plasma è piatta, iper-reale, fredda, così viva da sembrare morta, memoria sepolta. Il trentenne Nico deve fare i conti con le immagini al plasma della memoria, dell’inconscio individuale e collettivo, del mondo iper-tecnologico, partendo da un presente evanescente e affondando in un passato labirintico, una storia di famiglia e violenza.
Nico Chimenti è un musicista che non è mai riuscito a campare della sua musica, pare mosso dagli eventi più che determinarli, oppure li determina senza rendersene conto, alla continua ricerca di verità e leggerezza. La musica è un rifugio, una bolla amniotica contro la ferocia grottesca della realtà. La musica per Nico rappresenta l’esatto opposto del plasma: è profondità, calore, sostanza; è un antidoto contro l’impostura, la mistificazione, la violenza cieca del potere.
E il potere, nella borgata di Palermo in cui è ambientato principalmente il romanzo, è esercitato principalmente, in modo ambiguo, dalla mafia, una presenza spettrale e invasiva. Nico arriva a Palermo e il suo passato, il 1992, l’anno delle stragi di Falcone e Borsellino e del suo trauma personale, è ancora presente: un’età definitiva che torna come visione, frammento, immagine senza suono, narrazione parallela, a due voci. Leggi tutto…

GIORGIO GLAVIANO racconta SBIRRITUDINE

GIORGIO GLAVIANO racconta il suo romanzo SBIRRITUDINE (Rizzoli). Un estratto del libro è disponibile qui

di Giorgio Glaviano

“Sbirritudine” nasce dallo strano incontro di uno sceneggiatore con un poliziotto. Difficile dire se sia stato il caso o la necessità. Ma come nel meraviglioso racconto di Borges, “La casa di Asterione”, in cui il Minotauro attende l’inevitabile arrivo del suo giudice e boia, ora so che è come se avessi sentito i passi del poliziotto avvicinarsi a me nel corso degli anni, sentendone il suono attraverso i centinaia di muri che separavano le nostre vite. Ma forse è il destino comune di tutti i siciliani, che credono di portarsi dentro la Sicilia e invece è la Sicilia che ci porta dentro tutti, dovunque ognuno di noi sia finito. Vittime di una metonimia che si divora indefinitamente come un nastro di Möbius.

SbirritudineQuando io e il poliziotto ci siamo guardati negli occhi la prima volta, ho capito che eravamo molto più simili di quanto fossi disposto ad ammettere. Le cicatrici che gli scarificavano il volto e che si manifestavano in profonde occhiaie, ragnatele di rughe ed espressioni stanche, erano le stesse che come siciliano mi porto dentro, attentamente dissimulate. Poi abbiamo parlato. E ho capito un’altra cosa: la sua storia, era la mia storia, era la storia di tutti i siciliani e di ogni italiano. Per me è stato un dovere scrivere questo romanzo. Il mio piccolo contributo alla sua vita vera fatta di una lotta costante, feroce, rabbiosa, totale e impietosa contro Cosa Nostra. Qualunque cosa fosse diventato, qualunque cosa ne avrebbero pensato gli altri, brutto o bello che fosse, dovevo scriverlo. Era la mia missione. E me l’aveva assegnata lui. Leggi tutto…

FRANCESCO COSTA racconta ORRORE VESUVIANO

FRANCESCO COSTA racconta il suo romanzo ORRORE VESUVIANO (Bompiani)

di Francesco Costa

Francesco CostaAvete presente una cittadina del Sud in cui regna una paura mortale, quella di tirare le cuoia in ancor giovane età, perché una spropositata quantità di delitti insanguina le sue strade?
No, non ditelo. Ognuno di voi ne conosce una, ovviamente, ma quella cui mi riferisco io è una cittadina i cui abitanti fingono di essere straordinariamente felici e sembrano ignorare che la gente muore come le mosche con frequenza quotidiana proprio davanti ai loro piedi. Si voltano educatamente dall’altra parte perfino quando cade stecchito un loro parente stretto. A questo punto voi insisterete a dire che ne conoscete una in cui si verificano proprio situazioni di questo tipo, citando ora quel paese e ora quell’altro, e allora mi vedo costretto a dirvi, per tagliar corto, che sto parlando di Orrore Vesuviano.
Orrore vesuvianoNessuno sa perché si chiami così. La memoria del suo vero nome è andata perduta non si sa quando e perfino i suoi cittadini più anziani non se ne ricordano più. Ormai perfino sulle carte geografiche è chiamata Orrore Vesuviano per i troppi ammazzamenti che movimentano i suoi giorni. E’ arroccata sul Vesuvio e vi si patisce un caldo che non si sentirà neanche all’inferno. Il sangue dei suoi abitanti di sesso maschile ribolle, tanto per aggiungere un nuovo problema ai tanti che già affliggono Orrore Vesuviano, perché nessuno può resistere al fascino di Aurelia Scala che gestisce con mano ferma un negozio di fiori ed è la femmina più bella di tutta l’area vesuviana. Che c’è di strano, chiederete voi, se frotte di bei giovanotti si affollano davanti al negozio di Aurelia Scala nella speranza di conquistarne i favori?
Di strano non c’è niente, almeno sul piano teorico, ma sta di fatto che chiunque faccia la corte ad Aurelia Scala non fa in tempo a goderne le grazie che in capo a due giorni lo si trova morto!
Non di morte naturale, no di certo, ma assassinato nei modi più efferati, con sevizie terribili e riferimenti inequivocabili sia alla sua professione che alla pretesa di chiedere in moglie la più bella fioraia di tutto il Meridione. Chi è il carnefice? Chi è il boia di questi sventati giovanotti? Nessuno lo sa. O almeno tutti dicono di non saperlo. Per quali misteriosi motivi la clamorosa bellezza di Aurelia Scala, novella Elena di Troia, porta sfortuna ai suoi spasimanti? Leggi tutto…

VINS GALLICO racconta FINAL CUT

VINS GALLICO racconta il suo romanzo “FINAL CUT. L’amore non Resiste” (Fandango) – tra i dodici libri selezionati per l’edizione 2015 del Premio Strega.  Un estratto del libro è disponibile qui

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FINAL CUT. Prima e dietro.

di Vins Gallico

Lavorando in una libreria mi capita spesso di avere a che fare con degli scatoloni. Appare il corriere, scarica di fretta perché ha il furgone in doppia fila, da fuori arrivano le imprecazioni degli altri automobilisti mentre io o le mie colleghe mettiamo un timbro su un documento di trasporto dall’inquietante acronimo ddt. Apriamo i colli e vediamo cos’è arrivato, le novità, o le ristampe, o i rifornimenti.

Certe volte, mesi dopo, quegli stessi libri tornano indietro, quando per motivi brutalmente finanziari tocca a noi preparare una “resa“: impacchettiamo gli invenduti che abbiamo condannato a non fare parte del catalogo della libreria e li rimandiamo agli editori.

Nonostante questa prassi lavorativa di ricezione e restituzione, non credo che sia questa l’idea sulla quale si basa Final Cut.

Lo spunto è stato una vicenda personale. Mi stavo per separare dopo una storia finita: una situazione in cui ci siamo trovati in molti, eppure in quel momento mi sentivo l’unico catalizzatore della tristezza universale, un isolato esploratore del dolore. Perché toccava proprio a me valicare quel confine?

Avrei evitato volentieri di affrontare quel passaggio e da lì, l’impulso un po’ vigliacco: Ah, se se ne potesse occupare qualcuno al mio posto. Così è stata immaginata la Final Cut srl! (tra l’altro, ho scoperto da pochi giorni che hanno appena fondato in Australia un’impresa che ha le stesse caratteristiche della mia Final Cut… una notizia che mi fa piacere perché significa che avevo letto sociologicamente una carenza e allo stesso tempo mi rattrista perché le funzioni della Final Cut sono un piccolo passo avanti del capitalismo e un piccolo passo indietro per l’umanità).

Insomma, ho chiuso la relazione e ho iniziato il romanzo. Per tre mesi, su quaderni che mi portavo dietro ovunque, spesso scrivevo in metropolitana. Dopo la prima stesura, il romanzo ha subìto tre riscritture, che hanno comportato notevoli cambiamenti sia a livello strutturale che a livello linguistico.

Dal punto di vista strutturale ho inserito una spalla del protagonista, una sorta di ego sostitutivo dell’io narrante (che già di per sé è un ego sostitutivo – iper-razionale – dei suoi clienti). Inoltre ho costruito anche una back-story del protagonista, che potesse dare una traccia dei processi di rimozione affrontati.

Una delle riscritture è stata soltanto linguistica. Leggi tutto…

MARINA MIZZAU racconta SE MI CERCHI NON CI SONO

Marina MizzauMARINA MIZZAU racconta il suo romanzo SE MI CERCHI NON CI SONO (Manni) – tra i dodici libri selezionati per ledizione 2015 del Premio Strega.

Un estratto del libro è disponibile qui

di Marina Mizzau

Il titolo sembra sfuggire. Nasce in realtà da un problemino enigmistico, rebus o crittografia, che mi ha sempre affascinato e con cui ho fatto giocare i miei personaggi per arrivare alla soluzione. CCC (2,2, 6, 3,2, 4). Semicerchi, non C sono. Se mi cerchi non ci sono. Frase risolutiva del gioco, che è anche una chiave di lettura della storia, del romanzo, e il bello è che me ne sono accorta dopo, a rebus risolto.

Un uomo, Leonardo, è morto improvvisamente, ma vive nella memoria e nelle parole di chi resta. Si affollano al suo funerale due mogli, due figlie, una anziana zia, un cugino bizzarro, alcuni colleghi e amici… Queste persone passano le giornate successive nella casa dove Leonardo ha vissuto solo, ma si muovono frequentando anche bar e trattorie e qui tra aperitivi e pasti si succedono discorsi, chiacchiere e giochi di parole, rimpianti e risate, ricordi e discussioni e conflitti sui ricordi stessi. (Ricordi come Leonardo mescolava il caffè, non la finiva mai/ma se non beveva quasi mai caffè /ma sì che lo beveva, prima del sigaro /con me no, il sigaro in casa non lo sopportavo /a Leonardo piaceva anche il fois gras/ ma no, a Leonardo non piacevano questi cibi raffinati, gli piaceva la trippa/ ti sbagli, non gli piaceva, ma la mangiava lo stesso, per gentilezza/ quando mai Leonardo fa… faceva le cose per gentilezza, era oppositivo in tutto /lo sarà stato con te, si sa, nelle coppie…). Tra le parole dette, sussurrate e contraddette affiorano amori incerti, retaggi del passato o aperture per il futuro.

Se mi cerchi non ci sonoDi queste persone conosciamo le storie da lettere che Leonardo ha lasciato nel computer. Eventi cui lui ha partecipato, ha assistito, o anche solo raccontatigli, e in parte da lui ricostruite nell’immaginazione. Per ognuna di queste storie, veloci e contratte, potrebbe esserci spazio per un intero romanzo, o forse per un film.

Funge da io narrante una donna, una ex allieva di Leonardo, che svela il suo amore per lui mai ricambiato, forse mai intuito. Leggi tutto…

GIULIO PERRONE racconta L’ESATTO CONTRARIO

Giulio PerroneGIULIO PERRONE racconta il suo romanzo L’ESATTO CONTRARIO (Rizzoli). Le prime pagine del libro sono disponibili qui 

[martedì 26 maggio, h. 18, il romanzo sarà presentato alla libreria Feltrinelli di Catania: dettagli a fine post]

di Giulio Perrone

Una delle prime regole quando si parla di un romanzo è che si deve riuscire a interessare i lettori senza dire troppo, creare suggestioni e non svelare. Ecco perché per raccontarmi ho deciso di passare attraverso una serie di cose che hanno condizionato il prima e il dopo di questo libro e che per certi versi mi hanno anche sorpreso nel momento in cui è uscito.
Va detto prima di tutto che il mio lavoro (di editore) è di stare dall’altra parte della barricata, quindi scegliere e pubblicare i libri, non scriverli.
Questo ha portato alla prima grande domanda che tutti mi hanno fatto nel momento in cui hanno saputo che stavo scrivendo un romanzo o quando se lo sono trovato in libreria. “Perché?” E la seconda, per me sconvolgente, è spesso stata: “Ma perché non te lo sei pubblicato da solo?”. Leggi tutto…

PAOLO COLAGRANDE racconta SENTI LE RANE

Paolo ColagrandePAOLO COLAGRANDE ci racconta il suo romanzo SENTI LE RANE, (Nottetempo). Un estratto del libro è disponibile qui

di Paolo Colagrande

Non ho pratica di protagonisti, che interessano le geometrie elementari e la fisica meccanica, con un baricentro dentro un sistema, un centro in mezzo a una superficie, e una specie di obbligo di rigidità che onestamente non riesco a trovare in natura, o nella cosiddetta realtà, che è fatta di valori medi approssimativi, periferie che traboccano da perimetri storti e provvisori.
Conosco meglio il disturbatore incompetente, l’avulso, il corpo elastico che entra per sbaglio dove non dovrebbe entrare, e magari ci si trova bene, anche se il posto è inospitale, abitato da corpi rigidi imbarazzati fatti di geometrie e meccaniche ideali, e che quindi non lo vogliono.
E’ il discorso che Gerasim, allievo del muratore Paterlini, cerca di fare a Sogliani fin dalla prima pagina: gli uomini, per costituzione e fisiologia, non riescono a star chiusi dentro a un cerchio e a un quadrato come l’uomo nudo Vitruviano, che è poi un imbroglio degli esegeti e dei critici (Leonardo l’aveva disegnato per noia e poi si era dimenticato di buttar via il foglio), perché il corpo umano è un impianto viziato, dozzinale, si muove senza metodo, sempre in cerca di qualcosa che non trova o che non c’è.
Gerasim parla in prima persona, un po’ per sé e un po’ per l’amico Sogliani; l’uno e l’altro parlano di Zuckermann, che ha appena cambiato tavolo per andare a parlare con altri asini. Se Zuckermann fosse rimasto seduto dov’era, insieme a Gerasim e Sogliani, la storia non sarebbe mai cominciata.
Del resto Zuckermann stesso è caduto nell’equivoco del protagonista, che è poi un cascame letterario dell’uomo vitruviano. Ebreo di stirpe, cresciuto dagli zii Avrumele e Nazarena secondo le regole di Abramo e Mosè, diventa cristiano per chiamata divina a bordo della Horizon guidata dal cugino Jazo sulla via di Lumbriasco di ritorno dalla sinagoga di Bolzate. La conversione è il primo passo dell’ascesa, lenta, che porta alla caduta, velocissima; come vuole la fisica.
Per intercessione del monsignor Ballabieni Dellostrogolo dell’istituto Interdiocesano Providus Pater, Zuckermann entra in seminario e qualche anno dopo è pastore delle anime di Zobolo Sant’aurelio Riviera, località balneare di fascia bassa, dove arriva all’inizio dell’estate, già in stima di santo. La stima di santo ha la forza di un assioma, o di un’ideologia: vede spie di santità dappertutto, nel caso specifico in ogni parola o gesto o movimento anche riflesso o involontario di Zuckermann, che da questo piano di stima/autostima guarda le cose del mondo come fiorente produzione della grazia di Dio, cioè spirito puro, pesantissimo, senza coinvolgimenti organici. Leggi tutto…

ALESSANDRO ROBECCHI racconta DOVE SEI STANOTTE

alessandro robecchiALESSANDRO ROBECCHI ci racconta il suo romanzo DOVE SEI STANOTTE (Sellerio)

di Alessandro Robecchi

Alla fine, e pure all’inizio, Dove sei stanotte è una faccenda di cose che si mischiano. Perché in una città come Milano convivono mondi paralleli, spesso separati tra loro, che non sono solo culture o etnie, ma vite, posti, quartieri, speranze, ingiustizie, ambizioni, orizzonti. E se il giallo, il racconto noir, la trama che segue i suoi snodi, è occasione per mischiare le carte, per far accadere qualcosa che è fuori dall’ordinario scorrere delle cose… ecco, appunto: mischiamo, che il mondo è lì per quello. E quanto a Milano, poi, che è vittima contenta di molti luoghi comuni (con molta verità, come nei luoghi comuni, ma che è bello smentire e sbugiardare, come i luoghi comuni), non c’è che da scegliere, perché basta qualche via in qua o in là per cambiare scenari, sapori, odori, suoni, posizioni sulla scala sociale.
Credo che un buon giallo sia prima di tutto una serie di fili dipanati, storie e vicende che accadono, personaggi che riempiono la scena. E che alla fine il piacere della lettura sia vedere come quei fili si ricongiungono e si saldano, come ciò che era apparentemente inspiegabile si spiega. Un meccanismo, un incastro. Sembrerebbe una faccenda tecnica, e invece no. Perché quei fili che corrono, quelle vicende che si intrecciano e quelle vite che si scontrano, anche violentemente, si muovono su una scena, e la scena cambia, racconta di città diverse nella stessa città, di umanità disparate (pure disperate, a volte). Leggi tutto…

PAOLO ZARDI racconta XXI SECOLO

PAOLO ZARDI ci racconta il suo romanzo XXI SECOLO (Neo edizioni) – tra i dodici libri selezionati per l’edizione 2015 del Premio Strega.  Un estratto del libro è disponibile qui.

Archeologia di un romanzo

di Paolo Zardi

Il tentativo di ricostruire la storia di un romanzo – la sua genesi, lo sviluppo, la conclusione – assomiglia al lavoro di un archeologo che scava tra i resti di una città che ne ha ricoperta un’altra che era stata costruita sulle macerie di un piccolo villaggio: le ciotole e le ossa, i tetti e le fondamenta, si confondono tra loro così bene che l’interpretazione a posteriori finisce per prevalere sulla realtà oggettiva. Ad esempio, quando è nato “XXI Secolo”? Ricordo questo: una sera ho raccontato a Giulia Belloni, l’editor con la quale stavo lavorando per il romanzo “La felicità esiste”, di aver letto una notizia di cronaca nera che mi aveva colpito. Una donna, impiegata in una piccola ditta di pulizie era stata uccisa a casa sua; da principio si è sospettato del marito ma poi si è scoperto che il colpevole era l’amante di lei, un uomo di cui nessuno conosceva l’esistenza. A Giulia ho detto che mi sarebbe piaciuto scrivere una storia ispirata a questo evento. Credo fosse l’autunno del 2011, o la primavera del 2012, eravamo davanti al Duomo di Padova ed era passata da poco la mezzanotte. Questo è il primo frammento di “XXI secolo” che riesco a trovare scavando nel passato.
Come la maggior parte delle idee che potenzialmente possono diventare una storia, anche questa è finita in una specie di incubatrice, dove è rimasta per diversi mesi, a crescere, a farsi le ossa; ne è uscita nel gennaio del 2013, convinta di essere pronta per essere raccontata. Allora, lo ricordo bene, pensavo a un romanzo in due parti ben distinte: nella prima ci sarebbe stata un’indagine di tipo poliziesco per l’identificazione dell’assassino, nella seconda l’indagine, per così dire, esistenziale del marito che cerca di capire chi fosse realmente la vittima, sua moglie. Ho iniziato a raccogliere informazioni cenando con tre avvocati che mi hanno spiegato come funzionano concretamente le indagini, che ruolo svolgono la polizia giudiziaria, il magistrato, il giudice per le indagini preliminari. Mi hanno raccontato alcuni casi reali nei quali erano stati coinvolti. E’ stata una serata molto istruttiva e divertente, ma non è scoccata la scintilla. L’idea di avventurarmi in un terreno che conoscevo così poco non mi convinceva fino in fondo, e alla fine ho deciso di ridimensionarla. Leggi tutto…

FULVIO ERVAS racconta TU NON TACERE

FULVIO ERVAS ci racconta il suo romanzo TU NON TACERE (Marcos y Marcos)

di Fulvio Ervas

Sì, sì, fatti le analisi del sangue, che con quel po’ che ci capisci di glicemia e colesterolo t’illudi di capire di corpo e salute.
Che sono continenti misteriosi, miscela di cromosomi e pizza ai quattro formaggi, di respirazione e stress da Collegio Docenti, una dose di “prendiamola con filosofia” e un chilo “di qualcosa si deve pur morire”.
Il corpo: il nostro tutto, l’oceano biologico, energia, percorso, sino al punto.
Io ne provo attrazione, per il corpo e per il suo stato, la salute. La salute come la grande proprietà, la conquista, il bene prezioso, il calendario dei giorni con uno smile spontaneo.
E ho provato a raccontare un po’ il corpo e un po’ la salute. Era una sfida: si può trovare un modo per raccontarli?
Ma chi poteva raccontarlo, un mondo così affascinante e, però, intricato?
Lorenzo, un giovane aspirante medico, che la vita mette di fronte ad un’esperienza molto forte: il padre, Paolo, subisce un grave incidente stradale e ne deriva una tremenda infermità. Ma Lorenzo, testardo, curioso, energico, mentalità scientifica, sente che il padre non è stato soccorso adeguatamente, che c’è stato un errore dei medici e che la vita di Paolo si è giocata anche in quel porto di salvezza che dovrebbe essere l’ospedale.
E vuole capire. Vuole verità. Vuole esplorare quel territorio che si estende tra il curare bene e il curare male.
La vicenda di Lorenzo, che è tratta da una storia vera, è il viaggio di un giovane uomo che cresce nonostante la voragine che gli si apre davanti, la perdita del padre. E’ un viaggio per misurare i propri affetti, le relazioni familiari (con la madre Elisa e i fratelli Laura e Alvise), per comprendere come si ridisegni l’ecosistema degli affetti dopo una tempesta, ma anche capire se abbia per davvero scelto la giusta professione, per misurare la natura e la trasparenza dei macrosistemi (Sanità).
Perché mi è venuto lo schizzo, dopo aver visto che il mio colesterolo è a quota 242 sul livello del mare (qualche decennio fa, con gli stessi valori, sarei stato moderatamente sano), di parlare, oltre che di corpo e salute, anche di Sanità?
Lei. Il Macrosistema. L’Incrocio degli Incroci.
Per la verità, a me piace pensare alle persone come a degli incroci. E lo siamo, dal punto di vista genetico: cromosomi di una madre e di un padre. I genetisti britannici avvertono, tuttavia, che ogni dieci nati in terra d’Inghilterra, almeno uno ha i cromosomi del postino.
Siamo, perciò, più “incroci” di quello che crediamo. Siamo attraversati da una fitta rete di direzioni e diramazioni. Noi stessi attraversiamo gli altri.
Si tratta, comunque, di un incrocio relativamente semplice. Anche se possiede tutto il valore della nostra speciale esistenza.
Proviamo, però, a cambiare scala.
La relazione dei medici di base della mia regione, il Veneto, ricordava che nel 2014, i contatti con i pazienti, cioè le visite, sono state all’incirca 40 milioni. Ogni cittadino veneto si è rivolto al medico di famiglia all’incirca 8 volte in un anno.
Immaginiamo di sommare gli accessi dell’intera rete regionale, sommiamoci anche le utenze delle strutture ospedaliere nazionali, e navighiamo sull’onda di cifre a sei zeri.
Un primo cenno di complessità, fornita dai numeri.
Nel Sistema Sanitario ogni persona-incrocio porta con sé una sua percezione della malattia e della cura; avrà un suo linguaggio, una sua storia, una sua immaginazione; elaborerà gli accadimenti con la sua particolare sensibilità e maturità.
Perché ciascuno ha il suo colon irritabile, cerco di spiegare nelle ore di Anatomia e Fisiologia umana al Liceo. Anche se, poi, non so dare un’esatta risposta, alla domanda seguente: “Prof, perché il colon è così irritabile? C’è qualcuno che lo detesta? E’, forse, un tipo così antipatico?”
Non saprei, ed è anche difficile capire come mai, da un punto di vista evolutivo, si sia selezionato un colon con un alto tasso d’irritabilità. Dato il fastidio che ci provoca, avrebbe dovuto estinguersi. Nemmeno è spiegabile come colon irritabili abbiano potuto generare una folta discendenza. Nessuno di certo, vorrebbe chiedere a Babbo Natale un colon irritabile come regalo.
“Allora perché, prof?” Leggi tutto…

PIER FRANCO BRANDIMARTE racconta L’AMALASSUNTA

Pier Franco BrandimartePIER FRANCO BRANDIMARTE ci racconta il suo romanzo L’AMALASSUNTA (Giunti), vincitore del Premio Calvino 2014.
Un estratto del libro è disponibile qui.

di Pier Franco Brandimarte

Signor Maugeri, come le avevo scritto mi sono messo a tavolino per raccontare il libro ma dopo diversi tentativi devo ammettere di non esserci riuscito e di non riuscirci, e non si tratta di ritrosia o mancanza di adattamento ma di non cogliere a pieno, in forma piana, ciò che mi sembra l’aspetto per me più importante della cosa; naturalmente per ogni scrittore il suo libro si ammanta di significati esagerati e s’imbeve di un mare di sensazioni, di farfalline, che probabilmente riguardano solo lui e se quelle farfalline sono ricadute o meno dentro la prosa chi lo sa, e si può risultare quindi ridicoli, gonfiare qui e là ciò che risulta nel romanzo. Forse il tentativo di fondo è stato quello di cogliere una sensazione di pochi secondi, non di raccontarla ma di coglierla facendola restare impigliata nelle maglie dello scritto come si lancia un retino nell’aria nella speranza ci siano le farfalle che si voleva intrappolare – mi sto accorgendo del ritorno insistito delle farfalle contro cui, devo ammettere, non nutro interessi venatori o scientifici particolari.
Copertina L'AmalassuntaSe c’è di mezzo la poesia, in un modo clandestino, sono restio ad ammetterlo, ma il tentativo è in ogni modo poetico nel senso di rendere palpabile un oggetto che non lo è, parlo di una fascinazione che mi prese guardando le opere di un pittore a me sconosciuto. Successivamente, sapendone la storia, ho cominciato a vedere le due cose, la vita e l’opera di quest’artista, come una sorta di enigma, di enigma però personale, intimo: avevano stranamente a che fare con me e mi permettevano, per rifrazione, di dare adito a una serie di impressioni e divagazioni fondamentali, per cui la spiegazione che cercavo a parole per quei secondi di intenso piacere, non poteva che attraversare quella congerie, non si poteva quindi arrivare subito a dire cos’era stato il succo della cosa senza fare quel percorso, senza far andare il famoso retino per tutta una parabola istintiva fino al punto in cui lo sciame, o la sola farfalla, doveva svolazzare – per poi avvicinarsi con un certa preoccupazione alla trappola nel timore che fosse rimasta vuota. Mentre andavo scrivendo su questa incerta traiettoria, verso la fine del percorso, ho avvertito per fortuna che un minimo successo, almeno una risposta, l’avevo ottenuta, e quello è stato un momento memorabile. Spero che, se tutto va bene, seguendo questa strada sulla pagina anche il lettore possa per qualche istante avvertire l’emozione che mi è capitata e che, tanto per dire, non riguarda soltanto l’appagamento di un possedere ma anche la limitatezza di questo prendere, quindi una cosa che ha del piacevole e del terribile, uno stato simile alla contemplazione di un vasto panorama che lascia stupefatti e delusi per quella laterale constatazione del cadere, del mancare. Mi scusi allora per l’incomprensione e per l’abbozzo.

p.s. Mi rendo conto d’altra parte di aver incominciato in un modo e finito in un altro: se dopotutto si può prendere la disdetta come un abbozzo di racconto di romanzo, e se si capisce che L’Amalassunta non è una specie di farfalla, anche se potrebbe (basta farfalle), si può ritenere buona questa, e via. Leggi tutto…

MARCO GHIZZONI racconta I PECCATI DELLA BOCCIOFILA

Marco GhizzoniMARCO GHIZZONI ci racconta il suo romanzo I PECCATI DELLA BOCCIOFILA (Guanda). A seguire, le prime pagine del libro.

di Marco Ghizzoni

La storia narrata ne I PECCATI DELLA BOCCIOFILA, secondo e non ultimo episodio della serie di Boscobasso, non poteva che scaturire direttamente dai pensieri del protagonista assoluto del primo romanzo, quel maresciallo Nitto Bellomo che dà appunto il titolo a IL CAPPELLO DEL MARESCIALLO. Già scoglionato di suo, e assai provato dalla dipartita dell’Edwige, sente odore di guai fin da quando lui e i suoi uomini vengono ingaggiati per il servizio d’ordine durante l’inaugurazione del nuovo bocciodromo comunale con bar annesso dato in gestione nientepopodimeno che a una brasiliana. Sposata, certo, ma sempre di brasiliana si tratta, con tutto ciò che tale mitologica figura rappresenta nell’immaginario collettivo maschile.
Tutto lì da vedere, del resto, a partire dall’attesa carica di aspettative che ne scaturisce fino al pienone che saluta l’arrivo del sindaco Ferraroni e del suo fido braccio destro don Fausto, a cui va il merito- per alcuni il demerito- della creazione di una bocciofila in grado di gareggiare nel torneo provinciale di bocce.
L’Alma Mater, questo l’altisonante nome assegnato alla squadra, capitanata dall’abilissimo bocciatore nonché crapulone Dermille Valcarenghi- 73 anni di bagordi e non sentirli- può seriamente puntare alla vittoria che significherebbe portare parroco e primo cittadino agli onori della cronaca e negli annali di Boscobasso.
Peccato che il maresciallo Bellomo non si sbaglia, e, una scazzottata, un avvelenamento, un caso di scomparsa e un’indagine che non s’ha da fare metteranno i bastoni tra le ruote alla neonata attrazione di Boscobasso.

In un’estate calda e appiccicosa come solo la bassa padana può regalarci- e ve lo dice uno che in quella stagione preferirebbe andare in letargo- le passioni si incendiano e si intrecciano ad adulteri reali e presunti, maldicenze e drammi della gelosia, invidie ed equivoci, fino a sfiorare la tragedia vera che non risparmia nessuno.

Nulla di autobiografico, ma niente di più vero. Perché si sa che il vizio è donna e la carne è debole: soprattutto laddove il primo manca e la seconda comincia a cedere inesorabilmente alla forza di gravità.

(Riproduzione riservata)

© Marco Ghizzoni

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Le prime pagine di I PECCATI DELLA BOCCIOFILA di Marco Ghizzoni (Guanda)
Leggi tutto…

CLAUDIO VERGNANI racconta LA SENTINELLA

Claudio VergnaniCLAUDIO VERGNANI ci racconta il suo romanzo LA SENTINELLA (Gargoyle Books)

di Claudio Vergnani

Alla base dei miei romanzi ci sono flash raccolti dalla vita di ogni giorno, che poi si trasformano in rovelli, spunti e idee. I temi che sviluppo provengono dalla realtà e poi vengono da me situati in un contesto fantastico.
Ho dei presupposti, comuni a ogni mio romanzo, ai quali mi attengo e secondo i quali procedo. Mi inserisco in un genere che ho amato e che amo come lettore, rispettandone i canoni ma inserendovi elementi nuovi o variandone alcune strutture consolidate. Questo perché preferisco agire direttamente sull’innovazione, piuttosto che sulla variazione della ripetizione. L’obiettivo è semplice: offrire a chi legge l’opportunità di godere del genere letterario che predilige – con le sue regole e i suoi inevitabili “ritorni” – introducendovi elementi di novità che accrescano il piacere della lettura e stimolino l’attenzione e il senso critico, senza per questo divenire motivo di appesantimento o di disturbo. Può riuscirmi bene o meno bene, ma quelli sono gli intenti.
Se, come sostiene Eco, scrivendo ci si rivolge a un lettore ideale, il mio lettore ideale sono io. Scrivo, insomma, ciò che a me per primo mi piacerebbe leggere. Alcuni lo riterrebbero un suicidio a livello di marketing, ma, fortunatamente, nel tempo ho scoperto (non senza comprensibile sollievo) che esistono altri lettori come il sottoscritto. Tracciarne un profilo di massima non è difficile. Basta possedere la capacità di distinguere tra le proposte letterarie che – indipendentemente dai generi – tendono a moltiplicarsi spinte da impulsi squisitamente commerciali e quelle che, pur con i propri inevitabili limiti, inciampi e sbavature, provano quantomeno a continuare un cammino letterario che eviti di impantanarsi nelle facili – sia pur remunerative – ripetizioni. In un Paese che tende a celebrare il luogo comune come un valore nazionale, quanto sopra può essere arduo e divenire frustrante. Leggi tutto…

PAOLO ROVERSI racconta SOLO IL TEMPO DI MORIRE

paolo roversiPAOLO ROVERSI ci racconta il suo romanzo SOLO IL TEMPO DI MORIRE (Marsilio)
In coda al post, un estratto del libro

di Paolo Roversi

Anni Settanta. Milano. Notte. Un uomo scende da un’Alfa Romeo Junior Zagato indossando una pelliccia di lupo e fumando una Nazionale senza filtro mentre in sottofondo parte una canzone dei Corvi “Un ragazzo di strada”.
Ecco. È questa l’immagine che avevo in testa quando ho immaginato di raccontare la Milano criminale degli anni Settanta. Anni in cui, dal punto di vista della malavita, non mancava nulla: c’erano le sparatorie per le strade, le belle donne nei night club di corso Europa, l’eroina che faceva la sua comparsa e la cocaina che spopolava, c’erano le bische di lusso che spuntano ovunque dentro palazzi o appartamenti di insospettabili prestanome.
Erano gli anni in cui Milano da nera di stragi di terrorismo e buia per l’austerity stava per trasformarsi in quella da bere e delle prime TV commerciali.
In questa cornice ho raccontato la rivalità tra tre banditi per il controllo della città e di uno sbirro che cerca di arrestarli. I cattivi hanno soprannomi altisonanti: Faccia D’Angelo, il bandito dagli occhi di ghiaccio e il Catanese tutti impegnati a contendersi la supremazia di una Milano fatta di gioco d’azzardo, di droga, di bordelli di lusso, di rapine e rapimenti, di bombe e morti ammazzati. I tre sono ispirati rispettivamente a Francis Turatello, Renato Vallanzasca ed Angelo Epaminonda mentre per il poliziotto, Antonio Santi, mi sono rifatto al questore Achille Serra. E proprio Santi è il vero protagonista di questa storia di ampio respiro perché incarna il poliziotto tutto d’un pezzo che mette in conto di venire sconfitto a volte ma che non si piega mai né si arrende al male. Leggi tutto…

LUCIA TILDE INGROSSO racconta I FANTASMI NON MUOIONO MAI

https://i2.wp.com/lh4.ggpht.com/-Wp24R1H5iok/VNSTVM4jP6I/AAAAAAAAA0o/cfOPXH5NjOY/s288/10408663_1078817195478127_4308945832667805464_n.jpgLUCIA TILDE INGROSSO racconta il suo romanzo I FANTASMI NON MUOIONO MAI (Laurana)

di Lucia Tilde Ingrosso

Scrivo le storie che vorrei leggere. Succede da sempre. Da ragazzina lo facevo con una Olivetti Lettera 22. Oggi lo faccio con il Pc. Ma l’entusiasmo è lo stesso. E, grazie anche al giornalismo (sono nella redazione di Millionaire), ho trasformato la mia passione in un lavoro. Confesso di far parte di quella ridotta schiera di scrittori che scrivendo non soffre, ma anzi si diverte. E molto. Dandosi un obiettivo ben preciso: divertire anche i lettori.
I fantasmi non muoiono mai è il quinto episodio della saga gialla che ha come protagonista l’ispettore milanese Sebastiano Rizzo. Affascinate e tormentato, come tutti i detective che si rispettino, ma anche interista, runner, fumatore, poco incline al cibo e alla tecnologia. L’uomo di cui forse mi sarei innamorata, ma che non mi è capitato di incontrare.
Questa volta indaga sulla morte di Valeria Sartor, una signora della Milano bene, vittima dieci anni prima di un misterioso incidente stradale in Costa Azzurra. Una morte che ricorda da vicino quella di Grace di Monaco. E se invece di un incidente fosse stato un omicidio? E se, addirittura, Valeria fosse ancora viva? Lo proverebbe una sua lettera autografa, che sembra proprio autentica.
Ma non è lei l’unico fantasma di questa storia, un fantasma il cui ritorno imprevisto sconvolgerebbe la vita di molti. I fantasmi della storia sono tanti: rapporti mai risolti, torti non perdonati, paure mai affrontate. E il messaggio di fondo (perché un messaggio di fondo ci vuole sempre, anche in un romanzo di intrattenimento, no?) forse è proprio questo: affrontiamo i nostri fantasmi. Guardiamo negli occhi i nostri demoni. Al momento farà paura, ma dopo andrà meglio. E il dopo è il resto della nostra vita.
Se scrivo gialli, la colpa è di tre giganti: Cornell Woolrich, Agatha Christie, Renato Olivieri. Li ho letti con amore, cercando di carpire parte dei loro segreti. Per poi interpretarli in una chiave personale. Leggi tutto…

CRISTINA GUARDUCCI racconta MALEFICA LUNA D’AGOSTO

Cristina GuarducciCRISTINA GUARDUCCI ci racconta il suo romanzo MALEFICA LUNA D’AGOSTO (Fazi editore).

Nella seconda parte del post, le prime pagine del libro

di Cristina Guarducci

È il secondo romanzo, dopo Mitologia di Famiglia, in cui mi addentro nelle drammatiche, e spero divertenti, storie di una famiglia che cova in seno qualche mostro.
In questo caso si tratta di uno strano personaggio alato, bellissimo e inquietante, reietto eppure affascinante, che sconvolge le vacanze di due famiglie di cugini, riportando a galla una vecchia storia di eredità. L’intera vicenda si svolge in una località di mare, durante tre giorni e tre notti di luna piena del mese di agosto, di un anno imprecisato intorno al 1970.
Tra i personaggi si scatenano passioni e rancori, accadono incidenti e malintesi, che giungeranno poi ad un’epica risoluzione all’interno di un caotico ospedale. Mi sono molto divertita a scriverlo e a rivisitare in chiave fantastica certi luoghi della mia infanzia in cui sono stata felice. Penso di aver voluto ricreare la sensazione di libertà e di meraviglia che si può provare all’inizio dell’adolescenza scoprendo il mondo, ancora di più quando ci troviamo in mezzo alla natura. La natura è sempre un personaggio importante nei miei romanzi, la sua bellezza ci consola e apre le porte a una visione più profonda e misteriosa del mondo. Quando siamo immersi nella natura l’immaginazione è più fervida, non a caso le divinità pagane sono nate in un mondo quasi selvaggio. Leggi tutto…

GIORGIO NISINI racconta LA LOTTATRICE DI SUMO

imageGIORGIO NISINI ci racconta il suo romanzo LA LOTTATRICE DI SUMO (Fazi editore). Un estratto del libro è disponibile qui…

di Giorgio Nisini

Ci sono tre immagini cinematografiche dietro la Lottatrice di sumo. E tre immagini di donne: Romy Schneider di Fantasma d’amore, Kim Novak de La donna che visse due volte e Renée Falconetti de La passione di Giovanna d’Arco. Ho visto questi film in epoche diverse della mia vita, tutte lontanissime dal giorno in cui ho iniziato a scrivere il romanzo, in luoghi e con stati d’animo molto distanti tra loro. Eppure i volti di quelle attrici sono rimaste come in background nella mia memoria, mi sollecitavano qualcosa che aveva a che fare con la spiritualità, l’esoterismo, l’amore perduto, la nostalgia di un tempo che non esiste più. Il fatto è che c’era in loro – nei personaggi che interpretavano – qualcosa di ipnotico e perturbante. Era soprattutto una questione di sguardi, che in vario modo erano attraversati da una forza cupa e magnetica, tra follia, misticismo, disperazione per un destino che le aveva condannate per sempre.

Poi gli anni sono passati, ho visto altri film, ho pubblicato altri libri, sono stato preso da altre cose. Tuttavia sentivo che quelle donne sollecitavano dentro di me un’immagine che aveva bisogno di essere messa a fuoco. Ho scritto un racconto, credo alla fine degli anni Novanta, in cui un uomo tornava a leggere un messaggio che le aveva scritto la sua ragazza dei tempi del liceo, pochi giorni prima di morire. Il racconto non è mai stato pubblicato. Sono passati altri anni senza che quell’immagine si definisse. Leggi tutto…

ROBERTO IPPOLITO racconta ABUSIVI

ROBERTO IPPOLITO ci racconta il suo libro ABUSIVI (Chiarelettere)

Pubblichiamo, di seguito, la scheda del libro e le prime pagine (dove l’autore ne spiega la nascita)

La scheda del libro
L’abusivismo non guarda in faccia a nessuno. Balla e fa ballare tutta Italia. Panettieri abusivi, macelli abusivi, studi medici abusivi, meccanici abusivi, benzinai abusivi, tassisti senza patente abusivi, perfino mafiosi e morti abusivi. Si resta a bocca aperta leggendo l’inchiesta di Roberto Ippolito e l’elenco infinito di comportamenti illegali e senza scrupoli degli italiani. A Forlì e Cesena, estetisti e parrucchieri irregolari sono uno su tre, a Ivrea i carabinieri accertano che un quarantenne, che opera come fisioterapista, in realtà non è un medico, ma un musicista. A Ravenna un falso psicologo segue una settantina di pazienti e si fa pubblicità su internet, tariffario compreso. Grazie a minori costi, gli abusivi falsano la concorrenza. Prosperano e insieme a loro prosperano il lavoro nero e l’evasione fiscale. Falsi venditori e parcheggiatori sono sempre più al centro di episodi di violenza. A loro guarda la grande criminalità. Nelle costruzioni l’abusivismo è sempre più sfacciato, come dimostrano la deviazione del torrente Modica-Scicli e i mille metri di porto a Ostia rigorosamente illegali. Né l’arte né i santi si salvano: al Circo Massimo è stata installata una scultura di tre metri per tre, del tutto illegalmente, mentre sulla scogliera di Serapo, la spiaggia di Gaeta, è stata cementata abusivamente una statua della Madonna. Perché l’Italia è una lunga lista di irregolarità fai da te, che fa sorridere ma anche no.

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Le prime pagine del volume ABUSIVI di Roberto Ippolito (Chiarelettere)
Leggi tutto…

FRANCO MATTEUCCI racconta TRE CADAVERI SOTTO LA NEVE

Franco MatteucciFRANCO MATTEUCCI ci racconta il suo romanzo TRE CADAVERI SOTTO LA NEVE (Newton Compton). Le prime pagine del libro sono disponibili qui.

di Franco Matteucci

Nel 2000 scrivendo il mio primo romanzo “La neve rossa” ho afferrato la libertà. Potevo andare a letto con le più belle donne del mondo, spostarmi in una qualsiasi località senza chiedere un foglio di viaggio, uccidere la moglie, la suocera. Essere nominato direttore di una tv porno. Uccidere Bambi con una fucilata. Riscattarmi come donna, dall’aggressione di un maschio senza scrupoli. O incontrare su una pista di sci il grande campione Zeno Colò. O diventare bello, alto, con gli occhi azzurri, come Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, il detective protagonista dei miei ultimi tre romanzi gialli: Il suicidio perfetto, La mossa del cartomante, Tre cadaveri sotto la neve. Lui è tutto quello che avrei voluto fare, ovvero il maestro di sci, lo scalatore, il lupo solitario, vivere nel ghiaccio e nella neve, regolato dal sorgere e dal tramonto del sole, ma anche essere “il poliziotto”. Avere la licenza di spiare, di sapere di tutto e di tutti. Non per curiosità, ma per lavoro. Il massimo! Quindi dopo che Raffaello Avanzini mi ha spinto a scrivere un giallo per la Newton Compton, mi sono ritrovato felice come un topo nel formaggio. Sapevo che Lupo Bianco era il meglio di me e con lui non mi sarei mai annoiato. Leggi tutto…

ORAZIO LABBATE racconta LO SCURU

ORAZIO LABBATE ci racconta il suo romanzo LO SCURU (Tunuè). Un estratto del libro è disponibile qui

di Orazio Labbate

Perché “Lo Scuru” abbia possibilità di essere narrato, si deve annunciare una innaturale Trinità che il romanzo stesso dichiara di contenere nelle sue pagine: Lo Scuru, la Statua e U Diavulu. Questa scomposizione possiede gli elementi necessari di cui posso servirmi a mo’ di guida perché il racconto del libro si possa sostanziare in diversi periodi, posti e idee della mia breve vita, che hanno favorito la nascita del romanzo.

Il primo elemento: Lo Scuru

E’ stata la morte a farmi partorire lo Scuru.
A Butera, il mio paese natale (nonché spazio empirico e metafisico ove avviene principalmente Lo Scuru), morì mia nonna, quando avevo diciotto anni. La conoscenza del dolore, e l’evoluzione d’esso nella camera ardente, sino al punto di vederlo tramutarsi, secondo i miei occhi, in storpiamento delle cose reali, mi ha condotto a rivoluzionare la mia vita. Lì, in quel non-luogo, teatro della fine della carne, le potenti visioni religiose si sono scatenate. Visioni che covavo, anni prima da ragazzino, nella veste di chierichetto della parrocchia di San Rocco. La rabbia si è quindi frammischiata all’immaginazione di un nuovo ambiente e di una nuova, oscura, religione cattolica. Vidi quindi, grazie alla metafisica che accoglievo, le persone piangenti quali demoni o angeli, e poi vidi anche il soffitto divaricarsi per accogliere una luce e una Croce alle quali mia nonna si iniziò. Per contro, l’empiria fu padrona al cimitero dove mi resi conto definitivamente che mia nonna Maria fosse ormai sola: carne spenta. Fossimo io e lei nello Scuru. In questa Entità innominabile che è metà divina e metà diabolica eppure talmente malinconica, senza un Dio sopra di Essa solo gli uomini in grado di capirla.
Trascorsi la notte a scrivere in giro per il paese con un taccuino in mano, e poi di nuovo di nascosto al cimitero, da solo, scegliendo così i miei futuri posti di scrittura: la solitudine (la mia stanza), e i cimiteri. Ho dunque incominciato con impeto a scrivere il manoscritto embrionale che si chiamava “Sicilia mestruata” così battezzato dal mio maestro nonché grande sostenitore e amico Antonio Moresco.
Prima non avevo mai scritto seriamente, prima leggevo da impazzato Kafka, Dostoevskij, Borges, Bulgakov, Faulkner, McCarthy, Burroughs, Bufalino, D’Arrigo, e i gotici classici quali Hoffmann, Nodier, Meyrink, Poe, Stoker, e altri mentori di letteratura.

Il secondo elemento: la Statua Leggi tutto…

ELENA MEARINI racconta A TESTA IN GIÙ

Elena MeariniELENA MEARINI ci racconta il suo romanzo A TESTA IN GIÙ (Morellini editore). Un estratto del libro è disponibile qui.

di Elena Mearini

“A testa in giù” è la storia di un giovane ragazzo “speciale”, un’anziana donna “bizzarra” e un Maggiolone giallo, un po’ matto per rispetto alla tradizione.
E’ la storia di un viaggio reale ma anche immaginario, condiviso da sguardi diversi ma affini, lontani per generazione ma vicini e quasi sovrapposti per attitudine e verso di rotazione.
Gli occhi di Gioele, così come quelli di Maria, amano girare attorno alle cose, esplorarle da destra a sinistra, da sotto a sopra nell’intento di scoprirne tutte le differenti facce ed espressioni.
In fondo, loro sono due anime curiose, appassionate dall’unicità di ogni manifestazione di vita. E l’unicità è proprio una tra le parole-chiave che mi hanno spinto a raccontare questa storia. Insomma, ognuno di noi è unico e perciò diverso, e tanto più la diversità si propone in maniera libera e spontanea, tanto più l’unicità ne guadagna in fatto di irripetibilità.
Pensiamo a quanto fascino e a quanta ricchezza possiamo trovare nel “ non ripetibile”, in qualcosa che esiste e accade una sola volta, in un solo tempo, qualcosa nato da un ignoto miscuglio tra più componenti, da una sorta di magica formula che niente e nessuno potrà più riproporre.
Ecco, il non ripetibile è l’unico e il diverso, è quella magia che ognuno di noi ha in sé. Una magia che forse in Gioele appare un poco più marcata, con quei bordi spessi e quei contorni netti che spaventano gli altri, gli altri che lo ritengono inaccessibile, come stregato da un incantesimo, gli altri che lo considerano unico oltre la misura consentita, portatore di una diversità non calcolabile e perciò pericolosa. Perché sfuggire ai parametri conosciuti significa toccare l’oltre della fantasia, l’aldilà dell’immaginazione, il nuovo che evolve, lo stupore che si rivela, il cuore che sperimenta altri battiti, gli occhi che scoprono altre luci, altre ombre, il sottopelle di un mondo che si dichiara vivo per presenza di carne e sangue. Leggi tutto…

MICHELA TILLI racconta OGNI GIORNO COME FOSSI BAMBINA

MICHELA TILLI ci racconta il suo romanzo OGNI GIORNO COME FOSSI BAMBINA (Garzanti). Un estratto del libro è disponibile qui…

Il libro
I lunghi capelli di Argentina, un tempo corvini, ormai sono percorsi da fili argentei, ma i suoi occhi non hanno smesso di brillare. Perché Argentina, a ottant’anni, si sveglia ancora come fosse bambina. Ogni mattina attende con ansia quella sorpresa che le cambierà la giornata. Quella sorpresa che nasconde un segreto da non rivelare a nessuno.
A scoprirlo è Arianna, che a sedici anni si sente goffa e insicura. È felice solo quando è circondata dai libri. Le loro pagine la portano lontana dai suoi genitori e dai compagni di scuola che non la capiscono. Essere costretta a fare compagnia ad Argentina è l’ultima cosa che avrebbe voluto.
Ma quando Arianna fa luce sul mistero di quelle lettere che riescono a portare un sorriso sul viso della donna, tutto cambia. Qualcosa di forte inizia a unirle. Perché quelle righe custodiscono una storia e un ricordo d’amore. La storia di Argentina, ancora ragazza, e di Rocco che con un solo sguardo è stato capace di leggerle l’anima. La storia di un sentimento cresciuto sulle note di una poesia tra i viottoli e gli scorci di un piccolo paese. Un paese in cui Argentina non è più tornata.
Ma Arianna è lì per darle il coraggio di affrontare un viaggio che la donna desidera fare da molto tempo. Un viaggio in cui scoprono che il cuore non smette mai di sognare, anche quando è solcato da rughe profonde. Un viaggio in cui scoprono che niente è impossibile, se lo si vuole davvero.

* * *

di Michela Tilli

Michela Tilli

Per tanti anni ho accumulato frammenti di storie, idee, spunti e persino incipit di romanzi nelle pagine dei miei diari. Tra questi c’era anche il mistero delle lettere d’amore ricevute da Argentina in Ogni giorno come fossi bambina, anche se non sapevo ancora che la mia amata vecchietta si sarebbe chiamata così. Leggi tutto…

MASSIMO ROSCIA racconta LA STRAGE DEI CONGIUNTIVI

MASSIMO ROSCIA ci racconta il suo romanzo LA STRAGE DEI CONGIUNTIVI (Exòrma Edizioni). Un anteprima del libro è disponibile qui…

di Massimo Roscia

E niente…… La stragge dei congiuntivi – lo sò percerto avendolo scritto io – non è un manuale di grammatica o un saggio di linguistica (non ostante le migliore intenzione, non ne avessi avuto le giuste conpetenze), ma puo’ essere considerato, sic et simplicita, un romanzo, piuttosto che un noir, piuttosto che un giallo, piuttosto che un poliziesco. La storia ke ho immaginato e quà vi racconto, io credo che è propio semplice: Dionisio e altri quattro stravacanti personaggi (un’analista senzoriale, un bibbliotecario, un dattilo scopista della polizia e un prof di letteratura sospeso da l’insegnamento a tempo indeterminato) non c’è la fanno piu’ a sopportare i continui mal trattamenti a cui, avvolte, è sottoposta la lingua italiana e decideno di reaggire. E lo fanno in maniera importante, violenta, incredibbile, plateale, taumaturga, stringendo intorno a se i colpevoli in un’abbraccio mortale.

Ove non bastasse, ci sono gli stò e i , a brutalizzare la pagina. E i qual’è, con quell’apostrofo affilato e letale come la lama di un rasoio. E gli insopportabili assolutamente sì e assolutamente no, a rendere perentorie normalissime affermazioni o negazioni e a irritare la pelle più dei tricomi di una foglia di ortica. E i piuttosto che, usati impropriamente con valore disgiuntivo, a riempire di una farcia insapore discorsi altrettanto insipidi, a sbertucciare la grammatica, a compromettere l’efficacia stessa della comunicazione ingenerando equivoci interpretativi, talvolta spiacevoli. E le reiterate mutilazioni della lettera h nel verbo avere. “Tutto è iniziato con quell’invito. «Sabato dodici maggio. Pascal e Sophie anno il piacere di salutare parenti e amici…». Sacrilegio. Avere, nobile verbo, generoso e caritatevole ausiliare, padre di tutti i tempi composti, ponte diacronico tra il passato e il futuro, reggente di molti intransitivi e di tutti i transitivi, signore delle locuzioni, dio giusto e misericordioso che, con quell’idea di possesso che solo lui sa esprimere, dà e toglie la vita. Anno. Quel verbo maltrattato impunemente, violentato, ferito nella sua dignità, denudato e deriso con l’ignobile sottrazione di un’acca, degradato a comune unità di misura del tempo”. Leggi tutto…

LORENZO MARONE racconta LA TENTAZIONE DI ESSERE FELICI

LORENZO MARONE ci racconta il suo romanzo LA TENTAZIONE DI ESSERE FELICI (Longanesi). Le prime pagine del libro sono disponibili qui

Il libro
Cesare Annunziata potrebbe essere definito senza troppi giri di parole un vecchio e cinico rompiscatole. Settantasette anni, vedovo da cinque e con due figli, Cesare è un uomo che ha deciso di fregarsene degli altri e dei molti sogni cui ha chiuso la porta in faccia. Con la vita intrattiene pochi bilanci, perlopiù improntati a una feroce ironia, forse per il timore che non tornino. Una vita che potrebbe scorrere così per la sua china, fino al suo prevedibile e universale esito, tra un bicchiere di vino con Marino, il vecchietto nevrotico del secondo piano, le poche chiacchiere scambiate malvolentieri con Eleonora, la gattara del condominio, e i guizzi di passione carnale con Rossana, la matura infermiera che arrotonda le entrate con attenzioni a pagamento per i vedovi del quartiere. Ma un giorno, nel condominio, arriva la giovane ed enigmatica Emma, sposata a un losco individuo che così poco le somiglia. Cesare capisce subito che in quella coppia c’è qualcosa che non va, e non vorrebbe certo impicciarsi, se non fosse per la muta richiesta d’aiuto negli occhi tristi di Emma… I segreti che Cesare scoprirà sulla sua vicina di casa, ma soprattutto su se stesso, sono la scintillante materia di questo formidabile romanzo, capace di disegnare un personaggio in cui convivono, con felice paradosso, il più feroce cinismo e la più profonda umanità.

* * *

https://i0.wp.com/www.lorenzomarone.net/wp-content/uploads/2013/09/DSC_0008-300-x-255.jpgdi Lorenzo Marone

Pochi istanti dopo aver premuto il campanello, mi apre lui, Cesare Annunziata!
Ha la barba sfatta e sembra stanco. Mi guarda con fare serio e mi invita a entrare. La casa è silenziosa, con pochi mobili antichi adagiati a pareti giallognole. È proprio come l’avevo immaginata.
«Siediti» dice e indica il divano.
Sopra la mia testa campeggia un quadro bizzarro di un Superman in minigonna. Lui nota il mio sguardo e commenta: «Sì, lo so, stona con l’ambiente, ma è una boccata di aria fresca in mezzo a tutto questo vecchiume» e si guarda attorno sorridendo.
Sorrido anch’io e mi sporgo in avanti, verso di lui, che ora è seduto di fronte a me. «Come stai?» chiedo quindi.
«Bene, come devo stare?» risponde di getto. «Non dirmi che sei venuto fin qua solo per chiedermi come sto?»
«No, in verità volevo fare due chiacchiere con te.»
«Su cosa?»
«Beh, su quello che sta succedendo…c’è gente lì fuori che dice di amarti, che ti vorrebbe addirittura come nonno, di…»
«Come nonno?»
«Già.»
«Non riesco a esserlo nemmeno di mio nipote, figuriamoci degli altri. E poi non voglio che la gente mi ricordi di essere…»
«…vecchio. Sì, lo so. Però qualche volta capita che le persone che ci vogliono bene ci attribuiscano un ruolo che non desideriamo.»
«Sì, capita» ribatte lui un po’ stizzito, «e non dovrebbe capitare. Nessuno dovrebbe prendersi la briga di dare ruoli agli altri. E sai perché?»
Lo guardo e non rispondo.
«Perché poi va a finire che inizi a crederci a quel ruolo, e piano piano diventa tuo, una parte di te, ti plasma e si plasma sul tuo viso, come una maschera. E io odio le maschere.»
Dal corridoio sbuca il famoso Belzebù, il gattaccio nero, che fa un balzo e si accoccola di fianco a Cesare.
«Non mi vorrai mica dire di essere scontento? Sei apprezzato, tutti ti vorrebbero conoscere, cosa c’è che non va?»
«Cosa c’è che non va? C’è che ieri la signora del primo piano mi ha inseguito col libro in mano, voleva una dedica, figurati! Una dedica da me! E alla cassa del supermercato il commesso mi ha sorriso come un ebete tutto il tempo. È troppo. E poi l’altro giorno mi ha telefonato una donna, voce elegante e sensuale, e mi ha chiesto se mi andava di parlare un po’ di me.»
«Embè?» Leggi tutto…

FRANCESCO MARI racconta LA RAGAZZA DI SCAMPIA

Francesco MariFRANCESCO MARI ci racconta il suo romanzo LA RAGAZZA DI SCAMPIA (Fazi editore). Un estratto del libro è disponibile qui.

di Francesco Mari

Allora: vi riassumo un po’ la storia innanzitutto, in due parole.
C’è questo impiegato comunale di Napoli, Franco, pieno di confuse e smisurate ambizioni da scrittore, che ogni mattina tra la metro e l’ufficio sogna a occhi aperti la gloria letteraria, e siccome ha una fantasia galoppante, si vede già mentre rilascia interviste, va in tv dalla Bignardi acclamato come una star eccetera eccetera. Intanto, però, si trova a fare i conti una vita quotidiana frustrata e poco o niente in linea con le sue aspirazioni, diviso com’è fra un ufficio denominato UOPS (Ufficio Operativo Progetti Speciali), la cui principale attività è cercare di inventarsi ogni giorno il lavoro con cui giustificare la propria esistenza, e il monolocale in cui abita da single, che odora perennemente di patate scaldate perché lui sa cucinarsi solo quelle!
Per evadere da tutto questo grigiore, siccome pensa anche di essere molto furbo, si inventa un falso reportage con al centro un cantante neomelodico (si può fare un reportage su Napoli senza metterci dentro un neomelodico?), tale Jenni Marvizzo, e una ragazza, Stella, – la “ragazza di Scampia” del titolo – decisa a denunciare gli spacciatori di eroina responsabili della morte di suo fratello Lucianino. Franco, difatti, una cosa l’ha afferrata: ha capito che i libri reportage su Napoli, i “romanzi-verità” che presentano una Napoli dal volto dark e feroce, sono molto richiesti. Insomma, la Napoli in stile Miami Vice, che sembra aver sostituito pizza e mandolini con faide e scissionisti, “tira”, come suol dirsi, si vende con successo sul mercato dell’immaginario noir contemporaneo: e allora perché non provare a inserirsi in questo filone di successo? Leggi tutto…

VLADIMIRO BOTTONE racconta VICARÌA

VLADIMIRO BOTTONE ci racconta il suo romanzo VICARÌA. Un’educazione napoletana” (Rizzoli). Il primo capitolo del libro è disponibile qui…

di Vladimiro Bottone

“Chi te l’ha fatto fare?”, mi sono chiesto a volte. In verità io non ho scelto un bel nulla. Ho scritto Vicarìa perché era destino che succedesse. Destino per me, considerata la forza e l’insistenza di certe mie ossessioni. Destino per la città in cui il romanzo è ambientato, visto che Napoli rappresentava l’unica metropoli europea di metà Ottocento a non aver originato un romanzo. Inevitabile che le spettasse finalmente il suo, prima o poi.
Ecco il punto: all’epoca Londra, San Pietroburgo, Parigi avevano saputo prendere forma in narrazioni degne di loro. La Napoli del primo Ottocento si era solo fatta raccontare, di riflesso, dal piccolo cabotaggio della letteratura granturismo, vale a dire del Grand Tour. Eppure, quanto a crudeltà e  popolosità, non le mancava nulla  rispetto alle coeve Londra, San Pietroburgo, Parigi. Nulla tranne un romanziere, s’intende. Arrivando io con centosettanta anni di ritardo i pericoli  consistevano: a) nel misurarsi con i colossi dell’età aurea del romanzo (e, dunque, non fallire semplicemente, ma fallire rovinosamente); 2) nel dare corpo ad un’opera ottocentesca, quindi in ritardo non solo rispetto alla comunità di scrittori e lettori, ma anche nei confronti dell’oggetto rappresentato, vale a dire Napoli.
Il primo pericolo ritengo sia stato scongiurato, purtroppo senza eccessivo merito personale. Ho infatti supplito alla mia limitata statura issandomi sulle spalle di giganti (è noto che un nano sulle spalle di colossi risulta lungimirante). Quanto al secondo punto critico, diciamo che ho cercato sì di dare vita ad un romanzo di ambizione ottocentesca minato, però, da una sensibilità novecentesca. Il che mi ha peraltro rivelato quanto Napoli, a distanza di quasi due secoli, rimanga nel fondo uguale a se stessa (da noi la storia somiglia tremendamente alla zoologia o alla botanica). Leggi tutto…

MAVIE PARISI racconta DENTRO DUE VALIGIE ROSSE

MAVIE PARISI ci racconta il suo romanzo DENTRO DUE VALIGIE ROSSE (Perrone editore)

di Mavie Parisi

Come afferma Rosa Montero ne “La pazza di casa”, ogni storia nasce da un ovetto, una strana entità che è meno di un’idea.
Potrebbe paragonarsi a una scintilla, un barlume, la suggestione di un nanosecondo, un incanto che, una volta afferrato, deve essere schiuso con molta cura, come si farebbe con un bocciolo di papavero, ché sono fatti della stessa materia delicata e pronta a dissolversi.
Nel mio caso l’ovetto è stato la seduzione di una frase: IN BATTERE E IN LEVARE, che non è solo accento metrico  del solfeggio, ma è visione doppia, è la necessità che un movimento forte sia seguito da uno debole, che l’aria che si inspira venga poi espirata, che esistano due modi possibili.
Ed era questo il titolo prima che si chiamasse DENTRO DUE VALIGIE ROSSE, il perché di questo cambiamento è lungo da spiegare, ma intuibile.
L’idea, in verità, più che nascere, emerge, viene fuori dalle profondità dove è stata a lungo covata, più o meno consapevolmente.
Infatti, da molto volevo provare su un mio racconto il meccanismo dello sliding doors (prendo in prestito dall’omonimo film), dove però il punto di scambio non fosse il riuscire o il non riuscire a salire sul vagone di una metropolitana dando così vita a due vicende completamente opposte, volevo che il punto di scambio fosse la diversità di reazione a una situazione identica.
Ed ecco la storia: una famiglia che frana, un padre latitante, una madre rancorosa e due sorelle. Leggi tutto…

MARCO MINGHETTI e i RACCONTI INVERNALI DA SPIAGGIA

MARCO MINGHETTI e i RACCONTI INVERNALI DA SPIAGGIA (GoWare edizioni)

L’autore dialoga con se stesso sulla sperimentazione del suo “wikiromance”

di Marco Minghetti

“Perché lo hai fatto?”, mi ha chiesto qualcuno.
“Perché, gli ho risposto, ci sono i tipi da spiaggia”
“E allora?”
“Certo, di per sé questo sarebbe poco. Ma, come sai, ci sono anche gli sport e i giochi da spiaggia. E poi, naturalmente, ci sono gli ombrelloni e le tende da spiaggia. Ci sono  persino (secondo l’autorevole Donna Moderna) le unghie da spiaggia: ‘Abbina – cito testualmente – lo smalto all’eyeliner, al blush o all’ombretto. E punta sul mix a tinte forti. Il look da mare ora si porta anche in città!’ Capisci adesso?”
“No”
“Insomma, esiste un vasto universo spiaggesco cui però mancava un elemento essenziale: i racconti invernali. E siccome ognuno di noi ha una missione da compiere su questa terra, ebbene, il mio daimon, o karma, o angelo custode, o quello che sia, un bel giorno mi ha rivelato ciò che ero chiamato a fare in questa vita: colmare questa imperdonabile lacuna nell’ordine cosmico”
“Non è proprio come scoprire una cura contro l’ebola, però sempre meglio di niente”
“Già”
“E quindi come hai risposto alla chiamata?”
“Facendomi una domanda. Cosa accadrebbe se un giorno d’inverno un viaggiatore si trovasse sul Lungomare di Rimini?”
“Dipende dal viaggiatore, non siamo mica tutti Bruce Chatwin”
“E, se è per questo, il Lungomare di Rimini non è la Patagonia”
“Appunto”
“Tuttavia è un luogo a suo modo archetipico, ricco di suggestioni felliniane, con una sua speciale magia, pur essendo, diversamente dalla Patagonia, il luogo per eccellenza accessibile a tutti. Occorreva quindi innanzitutto immedesimarsi in un viaggiatore coerente con il genius loci, lo spirito del luogo: straordinario e  comune fino alla banalità al tempo stesso”
“E la scelta è caduta su…?” Leggi tutto…

LUIGI GUARNIERI racconta IL SOSIA DI HITLER

LUIGI GUARNIERI ci racconta il suo romanzo IL SOSIA DI HITLER (Mondadori). Un estratto del libro è disponibile qui…

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di Luigi Guarnieri

Hitler è veramente morto sparandosi un colpo di pistola alla tempia? O si è avvelenato col cianuro? Oppure queste sono solo ipotesi, congetture che in realtà nessuno ha mai potuto verificare a fondo – o che sono state fabbricate appositamente per coprire un’altra verità? Quando il suo corpo fu bruciato nel giardino della Cancelleria, accanto a quello di Eva Braun, tutto quello che rimase del dittatore – al di là delle membra carbonizzate – furono i denti. I denti costituiscono l’unico elemento grazie al quale si può identificare un individuo carbonizzato; e Hitler, per di più, aveva una dentatura davvero particolare: gli erano rimasti solo tre denti originali, incastrati in una protesi molto complessa, peculiare e inconfondibile. Quando i sovietici disseppellirono i cadaveri ed effettuarono le autopsie, la protesi rappresentò il punto fermo della presunta identificazione. Ma le protesi si possono riprodurre in serie, se ne possono fare delle copie. Mi sono sempre chiesto: quella protesi non poteva essere un falso? Se poteva esserlo, anche tutta la storia della morte di Hitler poteva essere una messa in scena, una mistificazione, e aprire la strada a un’ipotesi narrativa che valeva la pena di esplorare. Così, tanti anni fa, è scattata la prima scintilla di questo romanzo.
C’è un aspetto, nella storia dei dittatori, che ho sempre trovato estremamente interessante quanto poco esplorato: il ruolo dei loro sosia – che tutti i capi supremi, da Stalin fino a Saddam Hussein, hanno utilizzato quantomeno come controfigure da esporre in pubblico in occasioni potenzialmente pericolose. Hitler ha certamente avuto dei Sosia, anche se non se ne sono trovate molte tracce documentarie. Del resto, gli archivi dei servizi segreti del Reich sono stati in buona parte distrutti. Ho cercato ugualmente di immaginare la storia di uno di questi Sosia – ed è così che è nato il personaggio di Mario Schatten. La questione che mi sono posto subito, però, era un’altra: chi avrebbe raccontato la storia della misteriosa ‘Operazione Janus’, di cui Mario Schatten è la vittima sacrificale? Leggi tutto…

ISABELLA BORGHESE racconta GLI AMORI INFELICI NON FINISCONO MAI

ISABELLA BORGHESE ci racconta il suo romanzo GLI AMORI INFELICI NON FINISCONO MAI (edito da Giulio Perrone). Un estratto del libro è disponibile qui…

di Isabella Borghese

La cucina è l’ambiente della casa che preferisco. Amo cucinare per i miei amici. Quando ho deciso di dedicarmi alla stesura di Gli amori infelici non finiscono mai sapevo di voler scrivere, dopo Dalla sua parte, un’altra storia per i lettori. Un romanzo differente, dopo un esordio che, tuttavia, è stato esattamente quello che volevo raccontare.
L’entusiasmo e l’obiettivo è stato dunque lo stesso di quando mi ritrovo tra la macchina del gas e le pentole della cucina: che siano ricette gustose o il voler riempire la famosa “pagina bianca” non ho colto alcuna differenza importante.
Quali sono gli ingredienti di Gli amori infelici non finiscono mai? Provo a raccontarvi come li ho prima selezionati, e con cura, e subito dopo dosati, in modo equilibrato.
Sul tavolo di lavoro ho immaginato ci fossero: la Prosopagnosia. Roma. L’amore. Il silenzio.
Ma in che modo distribuirli? Come dar vita alla mia nuova ricetta in formato romanzo?
Un giorno nei miei pensieri ho incontrato L’Uomo senza Volto. Questo personaggio curioso che uscito dall’ospedale non riconosceva più se stesso allo specchio, né le altre persone. Neanche sua moglie. E’ prosopagnosico. La prosopagnosia è questo deficit percettivo per cui le persone che convivono con questa caratteristica non riconoscono i visi di nessuno.
“Il mio” Uomo senza Volto mi ha chiesto di raccontare la sua storia, la sua incapacità e la sua volontà di uscire fuori dalla sua casa per imparare a stare al mondo anche con questo deficit percettivo. Nella mia immaginazione l’ho visto prima uscire dall’ospedale, poi muoversi tutti i giorni davanti a una libreria Alice nel paese delle meraviglie. Ed è proprio così che lo incontriamo nel romanzo: lì davanti alla libreria con sei copie dell’esordio di Gisella Montàr, una donna che lui ha amato molto, e che non vede da quanto è diventato prosopagnosico; però si concede questo gesto amoroso: continuare a promuovere questo esordio. Si tratta di un gesto d’amore doppio, in realtà. Ed è enorme per lui: uno per questa donna, l’altro è vero atto d’amore per l’editoria in crisi. Lui compra e rivende i libri per essere certo che vengano acquistati. Leggi tutto…

MAURO COVACICH racconta LA SPOSA

MAURO COVACICHFoto Mauro Covacich ci racconta il suo nuovo libro LA SPOSA (edito da Bompiani). Un estratto è disponibile qui…

di Mauro Covacich

Un unico flusso di pensieri sul presente. Non sulla realtà, ma sul presente, sulle forme reali e surreali della vita che conduciamo in questo inizio secolo. Mi pare che sia questo La sposa. Ieri riguardando Paisà alla tv (Retecapri!) ho pensato: quello era il presente di Rossellini, le piccole vicende umane nella grande storia della liberazione, un presente difficile però tutto sommato più decifrabile. Qual è invece il nostro presente? Un uomo deciso a condividere la casa con un branco di lupi. Un’artista vestita da sposa che attraversa l’Europa in autostop. Un tranquillo padre di famiglia che confeziona piccole bombe con la stessa amorevole cura che ci metterebbe per un veliero in bottiglia e poi le va a nascondere sugli scaffali dei supermercati. Uomini d’affari che si organizzano nei weekend per partecipare a un safari umano. Ma anche un giovane sacerdote, ignaro del suo futuro di papa, alle prese con il desiderio. O le peripezie di un cuore espiantato, in corsa verso il torace divaricato del ricevente e un possibile nuovo inizio. Spesso si tratta di situazioni o comportamenti fuori dall’ordinario, in teoria non adatti alla letteratura, che ciononostante mi sembrano rivelare i recessi della cosiddetta vita normale meglio di qualsiasi statistica, e proprio grazie alla loro irriducibile singolarità. A volte traggo spunto da fatti veri, come quello accaduto all’artista Pippa Bacca con cui si apre il libro, a volte invento di sana pianta, a volte cedo a digressioni autobiografiche, come la lezione di frisbee al mio nipotino, nella quale lascio affiorare la dolente sterilità di chi – non solo io, direi quasi un’intera generazione – ha rinunciato ai figli per le proprie ambizioni personali. Leggi tutto…

NICOLA LAGIOIA racconta LA FEROCIA

NICOLA LAGIOIA ci racconta il suo romanzo LA FEROCIA (edito da Einaudi). Le prime pagine del libro sono disponibili qui…

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di Nicola Lagioia

«Anni fa noialtri del Sud facemmo delle nostre donne altrettante dame. Poi venne la guerra e fece delle dame altrettanti spettri. E così che altro possiamo fare noi, da gentiluomini che siamo, se non ascoltare loro, da spettri che sono?»
La citazione è di William Faulkner, ed è presa da quel capolavoro della letteratura mondiale che è Assalonne, Assalonne! Sostituite alla Guerra di secessione vista dal Mississippi un qualunque cataclisma originario, all’Esercito confederato un’altra causa persa, eliminate la connotazione politica dall’assolato grumo di spine che se ne ricava, e avrete il dramma di un qualunque Sud del mondo. García Márquez del resto dichiarò più volte che l’epifania della sua gioventù – la folgorazione che lo portò a comprendere cosa aveva da sempre voluto scrivere – fu proprio l’incontro con i libri di Faulkner. E come mai un analogo sentimento di sconfitta e perdita remota (in quel caso un amore irrecuperabile e un’antica accusa di infamia da cui non ci si riesce ad affrancare) è alla base del racconto di un Sud ancora più profondo, il Messico di Sotto il vulcano di Malcolm Lowry?
Spostandosi da un meridione all’altro, dall’America Latina a quel non meno misterioso continente che è la Puglia – una faglia verticale e al tempo stesso un pensiero che si sfalda verso oriente – l’impossibilità di poter essere ancora eroi e l’ossessione per una tragedia immedicata di addirittura cinque secoli prima (l’eccidio di Otranto) muove il Carmelo Bene di Nostra Signora dei Turchi.
Se un vecchio oltraggio di portata quasi cosmica è un buon motore per la letteratura di ogni latitudine, per il racconto del Sud rischia di essere un destino.
Non chiamo in correità i pesi massimi per illudermi di avere le spalle coperte nei giorni dell’uscita del mio nuovo romanzo. Piuttosto, cerco sponde solide per chiarire un equivoco. Agli scrittori italiani – specie quelli nati al Sud – negli ultimi anni si è voluta affidare una missione al tempo stesso troppo grande e troppo piccola rispetto a ciò che dovrebbe essere il mandato della letteratura di invenzione. Ci hanno chiesto di raccontare la nostra terra (la Puglia, la Sicilia, la Campania per il tutto) partendo dalla presunzione che il supposto passo lungo dello scrittore giungesse a completare il lavoro del giornalista, dell’etnologo, o addirittura del pubblico ministero. Denunciare e guarire. Tracciare una diagnosi e favorire la redenzione. Farlo, però (è questo il cuore dell’equivoco) dalle stesse posizioni di chi lotta statutariamente per le buone cause. Gettare il proprio obolo nel calderone del progresso democratico per contribuire a sconfiggere il malaffare, l’arretratezza, il degrado, e ovviamente per aiutare a combattere la mafia, la camorra, la ndrangheta. Oppure per favorire la crescita economica. Leggi tutto…

ANGELO O. MELONI racconta COSA VUOI FARE DA GRANDE

ANGELO O. MELONI ci racconta il suo romanzo COSA VUOI FARE DA GRANDE, scritto a quattro mani con Ivan Baio (edito da Del Vecchio)

di Angelo O. Meloni

Cosa vuoi fare da grande, il mio secondo romanzo, è nato come penso nascano un sacco di bambini. Per caso. Anni fa, stanco com’ero di spedire inutili, disgustosi, impresentabili curriculum uno dopo l’altro, all’infinito, di mendicare un lavoro nella maggior parte dei casi senza stipendio e prospettive, un’immagine si presentò ai miei occhi affaticati dagli errori ortografici e dai termini in inglese grattugiati a mo’ di parmigiano sugli annunci di lavoro. Un’apparizione.
C’è chi vede Dio; c’è chi vede, che so, un cono gelato gigante alle mandorle che profetizza l’avvento del grande toblerone cosmico; io vidi il futurometro, una macchina portentosa che potrebbe far chiudere bottega agli astrologi. Il futurometro avrebbe risolto ogni problema, avrebbe determinato con precisione scientifica il futuro, in special modo il futuro professionale dei “fortunati” che sarebbero stati sottoposti al suo esame. L’umanità non avrebbe più vagato da un’agenzia interinale all’altra come in un racconto di Borges venuto male, tutto sarebbe stato deciso da un cervello elettronico; e le macchine, si sa, non sbagliano mai. Mi fregai le mani e andai a parlarne con un vecchio sodale, Ivan Baio, che in quel momento delle macchine impossibili s’era fatto malattia, o se vogliamo fonte d’ispirazione. Forse avrebbe dovuto fare l’ingegnere, o il meccanico, o il saldatore, che so, ma a quel tempo il futurometro non esisteva e anche lui si era messo in testa di voler fare lo scrittore. Beata gioventù. Comunque sia, brindammo al domani e decidemmo seduta stante di scrivere un racconto.
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VINCENZO MONFRECOLA racconta LA STAGIONE DEGLI SCAPOLI

vincenzo monfrecolaVINCENZO MONFRECOLA ci racconta il suo romanzo LA STAGIONE DEGLI SCAPOLI (edito da Gargoyle Books). Le prime pagine del libro sono disponibili qui…

di Vincenzo Monfrecola

I romanzi non nascono per caso. Spesso sono storie vissute, in altri casi traggono ispirazione da grandi amori o da grandi delusioni, talvolta da eventi sociali significativi o dalla cronaca. I miei romanzi prendono vita da piccoli episodi apparentemente insignificanti. Per Il Decisionista, il mio primo libro, ad esempio, è stata la porta dell’armadio che si è aperta da sola per un colpo di vento a sollecitare la storia; ho immaginato ne uscisse fuori un decisionista, ovvero qualcuno che prende decisioni per mestiere. Da qui ha preso corpo un romanzo incentrato sul mondo di chi non è capace di decidere da solo e delega ad altri di farlo al posto suo.
Il problema dei piccoli episodi insignificanti è che oramai nessuno li vede più perché siamo tutti sommersi da episodi più grandi che, attraverso i computer, gli smartphone, i wordzap, i telefonini, la televisione, occupano l’intero spazio dei nostri pensieri.
La stagione degli scapoli (Gargoyle, 16.00 €, pp. 207) è nato ascoltando per caso una discussione tra mia figlia e i suoi amici che quel giorno, chissà come mai, non erano presi a smanettare con i loro cellulari. Parlavano di matrimonio. Ma non con quel trasporto o entusiasmo che mi aspettavo. Lo facevano come se stessero parlando di una malattia fastidiosa. Allora mi sono chiesto: questi giovani, se fossero vissuti cento anni fa, come avrebbero affrontato la stessa discussione? Cosa avrebbero pensato e cosa avrebbero fatto?
Presto e detto, ecco spuntare dal foglio bianco, direttamente dall’Inghilterra di inizio ’900, Cyril Billingwest, critico letterario intento a festeggiare l’addio al celibato con gli amici del suo club. Peccato che, proprio nel momento del brindisi, egli apprenda che la futura sposa è scappata via con i regali di nozze. Sobillato dall’astuto cugino George, Cyril fonda, con questi, un sindacato che ha l’obiettivo di salvare tutti gli altri scapoli londinesi in circolazione dalle insidie delle donne da marito. La neoistituzione sarà regolata da un rigido statuto (altro non è che Le dodici mosse di Ulisse, manuale ad alto tasso di misoginia scritto da Cyrl medesimo, quale reazione all’enorme delusione sentimentale provata) e avrà come sede Villa dei Ricordi, dimora dell’anziana zia di Cyril e George, in vacanza in America a tempo indeterminato.
Oltre ai cugini Billingwest, irrompono nella scena narrativa la bella e arguta segretaria tuttofare, Penelope Truton, la fidanzata fuggiasca Vera Gordon, i soci Rafael Gulp, medico, e Horace Twit, colonnello. Tutti, nell’atmosfera sfavillante della Belle Epoque di una Londra che guarda alle meraviglie del nuovo secolo, intrecceranno le loro storie con il dramma tragicomico di Cyril. Leggi tutto…

FRANCESCO CAROFIGLIO racconta VOGLIO VIVERE UNA VOLTA SOLA

FRANCESCO CAROFIGLIO ci racconta il suo romanzo VOGLIO VIVERE UNA VOLTA SOLA (edito da Piemme). Le prime pagine del libro sono disponibili qui…

di Francesco Carofiglio

Il mio ultimo romanzo si intitola “Voglio vivere una volta sola”. Parla di una bambina che non c’è. Si chiama Violette.

Ho visto Violette un pomeriggio d’estate, alcuni anni fa, a Place des Vosges, a Parigi. Era seduta su una panchina, in attesa dei genitori forse. Aveva un abito celeste e delle scarpe buffe, fuori misura. Guardava altrove, come se da qualche parte ci fosse un mondo che io non riuscivo a vedere. Quel giorno, di nascosto, le ho scattato una fotografia, violando un’intimità nella quale non mi era consentito entrare.
Ma da quel pomeriggio Violette è entrata nella mia testa e si è seduta in una stanza, aspettando di uscire, prima o poi.
Ora bisognerebbe dire qualcosa su come nascono le storie. Per quale motivo quella bambina è venuta a trovarmi, in un giorno qualsiasi, e si è infilata nella mia vita. Ora bisognerebbe dire perché nascono le storie.
Io non lo so. E forse non lo voglio neanche sapere. Anzi, posso dire con certezza che, almeno in questo caso, non lo voglio sapere.
C’è quella bella pagina di Rodari, ne “La grammatica della fantasia”, in cui si descrive il volo di un sasso in uno stagno. Lanciamo un sasso nell’acqua. Quando il sasso la tocca provoca delle reazioni visibili, di superficie, gli spruzzi, i cerchi concentrici, il naufragio di una barchetta di carta. Ma il sasso continua a viaggiare, dentro l’acqua. E incrocia i pesci, le alghe e infine affonda nella sabbia. E tutto un mondo misterioso e microscopico si mette in movimento. Per un tempo breve, per il tempo che serve.
Ecco, magari nasce così, un’idea. E una storia. Se ci stai dentro, in quel tempo breve.
La storia di Violette l’ho acchiappata al volo, quando probabilmente pensavo ad altro.
O forse stavo pensando proprio a una bambina che non c’era e di cui avevo bisogno. Leggi tutto…

MARILÙ OLIVA racconta LE SULTANE

MARILÙ OLIVA ci racconta il suo romanzo LE SULTANE  (Elliot edizioni). Un estratto del libro è disponibile qui..

di Marilù Oliva

Premetto che mi riservo di utilizzare l’aggettivo vecchio senza accezioni negative, ma solo caricandolo della sua portata di esperienza. La differenza tra antico e vecchio, nel nostro dizionario e nella nostra mentalità, è più meno legata al lascito del tempo: le stagioni passano sopra ciò che diventerà antico e lo impreziosiscono; trascorrono invece sopra ciò che verrà definito vecchio e lo sciupano.
Ecco, stavolta vorrei confondere i due attributi.
La domanda che mi rivolgono più spesso è: «Perché hai scritto un libro sulla vecchiaia?».
Io rispondo che Le Sultane non è solo un libro sulla vecchiaia: è soprattutto un libro sulla vita, vista attraverso gli occhi di tre donne anziane rese sia soggetto che tramite della narrazione. Attorno a loro si dipanano figure che vorrei restituissero al lettore un quadro realistico – ma anche grottesco – di quello che può essere il quotidiano, un quotidiano di una qualsiasi periferia, un palazzo popolare fatiscente, tre parche che tirano i fili e gli altri inquilini, i parenti, i conoscenti più o meno adulti, come burattini inconsapevoli.
Ho inoltre tentato un tributo a quelle che chiamo le “categorie non protette”, ovvero le fasce di persone più fragili, più a rischio – gente che dovrebbe essere tutelata, verso la quale si dovrebbe prestare più riguardo ma che inevitabilmente finisce per essere trascurata. La nostra è un’epoca in cui in cui sfiorire è ritenuto quasi inopportuno e in cui la vecchiaia al femminile viene accettata solo se deformata in immagini pubblicitarie, la vecchia sbiancapanni o la vecchia incontinente. Per non parlare del corpo delle vecchie: un vero e proprio tabù.
Invece no.
Esistono tante vecchie differenti e irreplicabili, io ne ho costruite tre, molto diverse da quelle mediatiche, molto più umane, spero, pur nei loro abissi. Ho cercato di entrare nelle loro stanze e nelle loro tre teste:

– Wilma, tondetta e generosa, capelli sempre acconciati, lacrima facile, madre squarciata, abilissima mercante ambulante che venderebbe l’acqua santa al diavolo.
– Mafalda, la donna più tirchia sulla faccia della terra, secca secca e sghemba, con la ricrescita di quattro centimetri e un pullover che effonde puzza di cipolla ogni volta che alza le braccia.
– Nunzia, cuoca provetta e golosa, bigotta piena di voglie e di superstizioni, marchiata da quell’elefantiasi alle gambe che è uno spettacolo a vedersi.
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CARLO MAZZA racconta IL CROMOSOMA DELL’ORCHIDEA

carlo mazzaCARLO MAZZA ci racconta il suo romanzo IL CROMOSOMA DELL’ORCHIDEA, (edizioni e/ocollezione Sabot/age) attraverso un’autointervista. Le prime pagine del libro sono disponibili qui…

Carlo Mazza intervista Carlo Mazza su “Il cromosoma dell’orchidea”

di Carlo Mazza

Carlo, nei tuoi romanzi la vicenda poliziesca è concepita come una trama di servizio rispetto all’obiettivo di raccontare la realtà. E’ così anche per “Il cromosoma dell’orchidea”?

Certamente. Credo che questa sia la principale differenza tra “giallo” e “noir”. La mia idea è che il giallo elude la descrizione del contesto sociale, mentre il noir non solo affronta il tema, ma punta a restituire il caos e la confusione della realtà contemporanea, in ultima analisi l’assenza di logica nei comportamenti umani.

Ne “Il cromosoma dell’orchidea” non hai parlato di Bari, come nel precedente romanzo “Lupi di fronte al mare”, ma di una grande città del Mezzogiorno. Eppure i personaggi sono gli stessi, l’ambientazione è la stessa. Quindi come si giustifica la tua scelta?

Vorrei dire, innanzi tutto, che è stata una scelta sofferta, perché ha comportato la rinuncia a più di una pagina che mi sembrava ben riuscita. Il dialetto è sempre così coinvolgente! Quello barese, poi, è uno straordinario arcobaleno di suoni e colori… Perché rinunciare a tutto questo, almeno per una volta? L’ho fatto perché il localismo dei romanzi è divenuto sempre più ingombrante e mi piaceva l’idea di un segnale in contro tendenza.

Tuttavia, bisogna riconoscere che il localismo è una risorsa fondamentale per un narratore: si tratta di utilizzare le esperienze e le conoscenze derivanti dal rapporto con il proprio luogo di origine o di vita, per riversarlo sulla pagina bianca.
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MARINELLA FIUME racconta DI MADRE IN FIGLIA

MARINELLA FIUME ci racconta DI MADRE IN FIGLIA. Vita di una guaritrice di campagna (Edizioni Le Farfalle)

di Marinella Fiume

Il libro è il racconto in prima persona che una guaritrice popolare, nata nel 1885 in un Comune della costa jonico-etnea al confine tra le provincie di Catania e di Messina, dove sarebbe morta a 101 anni, mi rese in una serie di incontri culminati con l’ultimo, in occasione del suo centesimo compleanno. La notte di Natale del 1985, poi, la contadina guaritrice, consapevole di avermi comunicato “il sapere”, volle conferirmi anche “il potere”, ripetendomi tutte le orazioni e i rimedi naturali atti a recuperare la salute che qui ho deciso di svelare. Si tratta di un documento prezioso che consente usi diversi e tutti allettanti per lo studioso e non solo nell’ambito della storia delle tradizioni popolari e della magia: per le orazioni (preghiere e scongiuri) e le pratiche terapeutiche del repertorio della medicina popolare che la centenaria rivela; per la narrazione della sua vita, al confine tra biografia e autobiografia, come documento da studiare dal punto di vista della storia sociale e di storia delle donne. Ho voluto rendere visibile e porre al centro il “percorso ai margini” di una donna nella società contadina del secolo scorso. Malgrado la restituzione dell’oralità si uniformi all’assunto del rispetto e della “fedeltà” all’intervistata, tuttavia è l’intento narrativo a guidare la mia mano, da qui una “storia di vita” che si legge come un romanzo. La mia guaritrice è un’orfana, ma il rapporto con una vecchia “maestra” guaritrice, una figura di grandissimo rilievo nel panorama della medicina popolare di un vasto hinterland, la riscatterà definitivamente dalla condizione di emarginazione, permettendole di conquistarne il rispetto della comunità “adottante”. Si tratta di una iniziazione e di un vero e proprio apprendistato. I suoi rimedi naturali non utilizzano solo elementi vegetali, ma anche — com’è tipico della Medicina antica — minerali e animali, dei quali ultimi non rimane più che labile traccia nel repertorio delle guaritrici più tarde. Si tratta di un sapere le cui leggi di trasmissione sono ratificate e sancite con speciale cura, dovendo tendere a tramandare un sapere specialistico e sacrale da cui dipende la vita e la morte. Leggi tutto…

PIERGIORGIO PULIXI racconta LA NOTTE DELLE PANTERE

PIERGIORGIO PULIXI ci racconta LA NOTTE DELLE PANTERE (edizioni E/O – collezione Sabot/Age). Un estratto del libro è disponibile qui…

di Piergiorgio Pulixi

Pulixi incontra Biagio Mazzeo:

Arrivo in anticipo di venti minuti ma lui è già lì, seduto a un tavolino. Davanti a lui una Bud ghiacciata, i suoi tre cellulari e un incartamento spesso una decina di centimetri.

Sono sorpreso che sia già arrivato. So bene che è un tipo previdente e che ha l’ossessione della sicurezza, ma venti minuti prima… questa è paranoia. Come la mia d’altronde.

Gli basta uno sguardo per riconoscermi. Mi strizza l’occhio. Rispondo con un cenno del capo e mi avvicino. Si alza e mi porge una mano grossa e forte. Gliela stringo fissandolo in quegli occhi celeste slavato. Sembrano quasi finti da quanto sono chiari e freddi. È imponente. Non altissimo, perlomeno non quanto Giorgio Varga e Carmine Torregrossa che vedo rispettivamente ai due lati dell’ingresso a tenere d’occhio la situazione, ma nel complesso dà l’idea di un tipo energico e deciso, che se la caverebbe in qualsiasi situazione.

«Sei in anticipo» dico.

«Anche tu» risponde. La sua stretta è ferrea, ma non mi lascio intimidire e ricambio deciso. So che è uno che bada a queste cazzate da macho.

«Prego, prima le signore» dice indicandomi la sedia.

Scuoto la testa ma mi siedo.

«Cosa prende, signore?» mi chiede un cameriere.

Indico la Bud. «Una di quelle, grazie».

«Due… ti facevo un tipo più da tè, infusi al cocco, o quelle stronzatine da checca».

Mi sta mettendo alla prova: vuole mettere in chiaro che è un duro come se il giubbotto di pelle, il fisico massiccio da peso massimo di boxe e quelle manone dalle nocche segnate non bastassero a gridarlo al mondo.

Lo conosco bene. So come pensa, e so come ci si conquista il suo rispetto.

Mi gratto il collo facendo in modo di colpire la sua bottiglietta con un gomito, mandandola a terra dove esplode in mille pezzi.

«Ops, scusami».

Sposta gli occhi dai cocci ai miei e poi sorride. Sento correre un brivido sottopelle. Ha un sorriso da bambino e folle allo stesso tempo.

«Sta’ più attento, bellezza… Allora? Perché cazzo volevi vedermi?».

«A quanto pare c’è un po’ di gente che è preoccupata per te…».

Inarca platealmente un sopracciglio. «Preoccupata per me?».

«Già. Sanno che non te la stai passando bene, soprattutto dopo la Notte delle pantere, come l’hanno chiamata i giornali…».

Ride scuotendo la testa. «Svegliati, tesoro. Ogni notte per me è una cazzo di notte delle pantere».

Nei suoi occhi colgo uno scintillio divertito. Ma le sue dita stanno accarezzando l’anello di platino all’anulare della sinistra: l’anello di Sergej Ivankov. So che lo fa quando è nervoso o quanto sta pensando intensamente a qualcosa: quel gesto lo aiuta a riflettere e calmarsi.

«Rilassati, non sono qui per giudicarti o cazzate simili» dico.

«Ci mancherebbe altro. E dì un po’, com’è che sai questa storia della notte?» mi fa.

Questa volta sono io a sorridere e a strizzargli l’occhio. «Segreto professionale» dico.

«Buffone…».

Lancio un’occhiata ai suoi due uomini all’ingresso. Mi stanno studiando. Penso che si stiano chiedendo chi cazzo sia. Varga mi fissa come se lo sapesse, ma non può saperlo. Spero di no… Leggi tutto…

PAOLO CODAZZI ci racconta LA FARFALLA ASIMMETRICA

paolo codazziPAOLO CODAZZI ci racconta il suo romanzo LA FARFALLA ASIMMETRICA (Tullio Pironti editore). Un estratto del libro è  disponibile cliccando qui…

di Paolo Codazzi

Molto spesso non festeggio l’ultimo giorno dell’anno come la generalità delle persone (senza ovviamente fargliene una colpa, semmai sono io un misantropo incline alla solitudine dalle consuetudini), e quel 31 dicembre di qualche anno fa mi comportai alla stessa maniera: una cenetta con la mia compagna, a letto poco dopo la mezzanotte, riservandomi, invece, la mattina del 1 gennaio successivo una visita alla Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze (dove vivo) senza la ressa dei molti visitatori che normalmente frequentano il Museo.
Non era la prima volta che visitavo la Pinacoteca ma so per esperienza che ogni volta riesco a scoprire un quadro che magari mi era sfuggito nelle altre visite oppure esposto di recente al posto di un altro in restauro o in gita turistica in una delle migliaia di mostre itineranti allestite ogni anno nel mondo.
Quasi al termine della visita mi imbattei in un quadro di Baldassarre Franceschetti, detto il Volterrano, rappresentante una ragazza a mezzo busto che nello stupore della visione sostituì il mio ideale di bellezza femminile come altre volte mi era accaduto. Presi degli appunti particolari sul mio taccuino e me ne tornai a casa dimenticandoli per mesi.
Quasi un anno dopo visitando la Pinacoteca Civica di Palermo vidi un quadro che già conoscevo ma che non avevo ancora visto fisicamente: “l’annunciata” o quella che io definì “l’impannata” di Antonello da Messina, che subito mi riportò al volto visto alla Galleria Palatina e rammentandomi gli appunti che avevo annotato sul mio taccuino. Scrissi proprio durante il soggiorno siciliano un racconto di circa venti pagine sulla vicenda che immaginai e che non sto subito a raccontare per non precorrere i contenuti della “Farfalla asimmetrica”.
Seguendo un mio modo di considerare la scrittura in genere e la letteratura in modo particolare, che definisco ad espansione, decisi qualche mese dopo di dilatare il racconto portandolo a circa cento pagine: nel frattempo stavo oziando su letture riferenti la magia in genere e le persecuzioni subite dalle guaritrici e mi balenò l’idea di associare tutto questo al racconto trasformandolo in un romanzo vero e proprio. Questa la genesi dello “Specchio Armeno”, titolo originale che non convinse l’editore, poi trasformato in “La farfalla asimmetrica”. Leggi tutto…

GIOVANNI COCCO ci racconta IL BACIO DELL’ASSUNTA

GIOVANNI COCCO ci racconta il suo romanzo IL BACIO DELL’ASSUNTA (Feltrinelli). Le prime pagine del libro sono disponibili cliccando qui…

di Giovanni Cocco

Il bacio dell’Assunta è un romanzo ambientato in Tremezzina, sulla sponda occidentale del lago di Como, nel territorio compreso tra Ossuccio e Griante.
Questo piccolo lembo di terra che sorge proprio di fronte a Bellagio è diventata, a partire dalla fine del Settecento, meta di turismo aristocratico e luogo di soggiorno per celebrità provenienti da tutta Europa. I nomi delle dimore sono famosi nel mondo: Villa Carlotta, Villa Balbianello, Villa Balbiano, Villa Sola Cabiati, Villa La Collina. Senza dimenticare Villa D’Este a Cernobbio.
Nel tempo vi hanno soggiornato personaggi come Stendhal, Liszt, Churchill, Hitchcock, l’ex cancelliere tedesco Adenauer. Più recentemente – e in posizione leggermente defilata, a Laglio –, George Clooney.

Il giorno in cui mi sono cimentato per la prima volta con quel testo che, a distanza di mesi, avrebbe preso le sembianze de Il bacio dell’Assunta, avevo due idee chiare nella testa.
La prima era costituita dal desiderio di volermi cimentare con il genere della commedia, per proseguire quell’ideale cammino che, nel corso degli ultimi due anni, mi aveva visto affrontare generi tra loro agli antipodi come il postmodern novel di derivazione anglosassone (La Caduta) e il romanzo di genere (Ombre sul lago).
Ben conscio dei rischi che una tale scommessa poteva comportare (nessuno dei lettori dei miei precedenti lavori troverà in questo romanzo affinità con le cose scritte in precedenza), rimaneva da sciogliere una riserva, specie agli occhi del mio editore: cosa intendevo con il termine commedia?
Un romanzo popolare nel senso più nobile del termine. Qualcosa che fosse in grado di far sorridere senza cedere alle lusinghe del trivio o della risata a crepapelle. Una via di mezzo tra l’umorismo di certi romanzi scritti cinquant’anni fa e la migliore tradizione della commedia brillante. Leggerezza, in una parola. Che sta all’opposto di sciatteria. Come Giovanni Mosca (che ha fatto sorridere gli italiani anche nei momenti più cupi della Storia), per primo, ci ha insegnato.
E quale fosse la misura intermedia tra riso e sorriso, quella sintesi di grazia e delicatezza, la linea maestra che intendevo seguire, stavano a indicarlo alcuni romanzi e film che avevo amato.
Lo Steinbeck di Pian della Tortilla, innanzitutto. I film di Dino Risi, Pietro Germi, Mario Monicelli e Alberto Lattuada. Una linea narrativa tutta italiana che da Giovanni Guareschi arrivava, attraverso Piero Chiara, fino agli esiti più felici della commedia in lingua italiana, con i romanzi di autori come Stefano Benni, Andrea Vitali e Marco Malvaldi.
La seconda idea, invece, andava a integrare lo spunto iniziale. Quale genere di vicenda avrei voluto o dovuto raccontare? Leggi tutto…

MORTE ALL’ACROPOLI, di Andrea Maggi

ANDREA MAGGI ci racconta MORTE ALL’ACROPOLI (Garzanti). Le prime pagine del romanzo sono disponibili qui…

di Andrea Maggi

Uno dei primi libri che ricordo di aver letto, o meglio, di aver contemplato, raccontava i miti greci più famosi. Avrò avuto otto anni. Sulla copertina, l’immagine dominante di Atena, dipinta come su un vaso a figure rosse. La dea, in posa di profilo, indossava un peplo il cui drappeggio ricordava le onde del mare e un elmo dal cimiero bianco latte. La sinistra reggeva uno scudo con l’effigie di una civetta. La destra, levata sopra la testa, impugnava una lancia ed era pronta al tiro. Ai suoi piedi strisciava un serpente, mansueto come un cagnolino. Ciò che mi emozionava più di tutto era lo sguardo della dea. Altero. Spietato. Imperturbabile. Intelligente, soprattutto. Niente l’avrebbe potuto piegare.
Per me fu amore a prima vista. Da allora, il mondo dell’antichità è entrato nel mio cuore e vi ha lasciato un segno indelebile.
La ragione per cui ho deciso di scrivere un thriller a sfondo storico è presto detto. Per divertirmi e per divertire. E per farlo ho voluto fondere due mie grandi passioni: il poliziesco e la storia.
In realtà, come ogni scrittore, scrivendo Morte all’Acropoli ho voluto fornire tra le righe una chiave interpretativa, la mia chiave interpretativa, per capire un po’ meglio il nostro presente. Per farlo, ho deciso di affrontare un viaggio a ritroso nel tempo e di calare il thriller e le indagini del mio eroe Apollofane nella città che rappresenta per antonomasia lo splendore dell’antichità: Atene. L’Atene del mio romanzo è ancora una capitale culturale, ma non è più la stessa di Pericle. È una città sulla via del declino, che ha già conosciuto la sconfitta per opera degli Spartani prima e dei Macedoni poi. L’Atene in cui vive e agisce Apollofane è in crisi, piegata da difficoltà economiche dovute al costo della guerra e da una corruzione che mina le assi portanti della prima democrazia della storia.
Non so se tutto questo a qualcuno ricorda qualcosa. Leggi tutto…

FRANCESCO ROAT racconta HITLER MON AMOUR

F. Roat leggeFRANCESCO ROAT ci racconta il suo romanzo HITLER MON AMOUR (Avagliano). Qui, i primi due capitoli del libro

di Francesco Roat

Come nasce un romanzo? Dipende da chi scrive, ovviamente. A me l’idea, l’avvio germinale di una narrazione nasce all’improvviso, soprattutto durante una nottata insonne. E di solito, accanto a questa prima cellula di vicenda ancora indeterminata, tutta da far crescere, spesso mi si presenta alla mente la prima frase del testo. Ѐ successo anche con quest’ultimo mio libro, “Hitler mon amour”, che parla della relazione fra Adolf Hitler ed Eva Braun. Come è acclarato dai dati storici, la prima volta che i due si incrociarono avvenne per caso, in una bottega dove la giovane diciassettenne Eva lavorava. Quindi io ho voluto partire da questo incontro cruciale e mi son figurato la ragazza in cima ad una scala, mentre stava appendendo un quadretto ad un muro. Hitler la osserva ed è attirato dalle sue gambe snelle. Ed ecco l’incipit: “Ero sospesa a mezz’aria quando sei entrato in negozio e nella mia vita. La piccola Eva alle prese col gran re dei cervi da appendere su una parete troppo spogliaˮ. Tra loro è una subitanea attrazione reciproca, eppure lui e lei non potrebbero essere più diversi, più distanti. Un’impacciata adolescente, Eva. Un quarantenne politico navigato, Adolf. Borghesuccia senza troppe pretese, Eva. Candidato a divenire ben presto Führer e a conquistare mezza Europa, Adolf. La giovane donna, infine, rimarrà sino all’ultimo nell’ombra, costretta all’umile ruolo di segretaria del dittatore. Altra e non marginale differenza fra i due: a quanto risulta dalle testimonianze storiche, la Braun nazista convinta non fu mai, né ostile agli ebrei.

Insomma, questo mi ha intrigato: come sia stato possibile che personalità direi quasi antitetiche abbiano potuto condividere un rapporto emozionale intenso e duraturo. Per non parlare della decisione di restare insieme sino alla fine, prima del crollo bellico, nascosti nel Bunker scavato sotto la Cancelleria di una Berlino agonizzante, assediata dai russi. Una fine atroce conclusasi, come tutti sanno, col loro duplice suicidio. Forse però la cosa più inquietante sta sullo sfondo di questo amore tragico e cioè il fatto che non solo Eva, ma la maggior parte del popolo tedesco fu letteralmente sedotta dalla personalità, senz’altro magnetica e trascinatrice, di Hitler. Così il mio libro cerca anche di investigare l’atmosfera emozionale ed epocale che permise l’irresistibile ascesa dell’ex imbianchino, divenuto in breve tempo padrone assoluto della Germania.
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CRISTINA CABONI ci racconta IL SENTIERO DEI PROFUMI

Cristina CaboniCRISTINA CABONI ci racconta IL SENTIERO DEI PROFUMI (Garzanti). Le prime pagine del romanzo sono disponibili cliccando qui

di Cristina Caboni

Viviamo in un mondo profumato, anche se non ci facciamo caso. Ma il profumo non è semplicemente un accessorio con cui ornarsi, è soprattutto un linguaggio. Anzi è il linguaggio. Quello che parla di noi senza usare le parole, quello che mostra la nostra essenza, chi siamo veramente. Quello che ci consola, che ci allerta, che ci calma. Ma è privo di parole specifiche. È volatile, è effimero. È anche un percorso composto da una testa, un cuore e un fondo. Come posso dunque raccontare questo mondo così magico, così straordinario che è quello dei profumi?
È stata questa la domanda che mi sono posta, e che poi ha dato origine a Elena Rossini, la protagonista de Il sentiero dei profumi. L’ho vista prima ancora di averla chiara in mente, quella bambina. Eccola, giovanissima, non ancora adolescente, che combatte con la sua natura di creatrice di profumi, che non vuole cedere alla propria passione. Nell’oscurità di un laboratorio di speziali, a Firenze, annusa le essenze, le sente, ma non vuole seguirle. Perché si sono prese la sua infanzia. Elena è solo una bambina eppure è determinata a fare a modo suo, ad allontanarsi da ciò che è la fonte della sua gioia, ma anche del suo tormento. In seguito, ormai donna, percorre un sentiero che ha tracciato. Solo che lo segue con la mente. Per farlo ha messo da parte il proprio cuore, e con ostinata meticolosità vive sommando e sottraendo emozioni in un susseguirsi di delusioni e fallimenti.

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ERRICO BUONANNO ci racconta LOTTA DI CLASSE AL TERZO PIANO

errico buonannoERRICO BUONANNO ci racconta LOTTA DI CLASSE AL TERZO PIANO (Rizzoli).
Ieri abbiamo pubblicato le prime pagine del romanzo.

di Errico Buonanno

Se c’è una cosa che mi ha sempre affascinato, e che forse unisce ogni mio libro, è la caccia alle storie piccole, quotidiane, all’interno della Storia più grande. Le storie private che dimostrano come la Storia con la esse maiuscola sia qualche cosa che spesso travolge, ingovernabile, indifferente ai nostri sogni e bisogni. Ma che dimostrano anche come, nonostante questo, l’uomo non si stanchi mai di resisterle, di sforzarsi di cambiarla, di influire. E benché ciò sia un’illusione (e io mi ritrovi perciò a raccontare spesso di grandi perdenti o di pazzi), è un’illusione molto nobile: sognare, tentare, è tutto ciò che ci è dato di fare.
Lotta di classe al terzo piano (Rizzoli) nasce così: dal quotidiano, dal trascurabile, dal microscopico che c’è nella Storia che conta. Da una vicenda magari inventata, ma comunque plausibile. Lotta di classe al terzo piano è la storia del padrone di Marx. E benché possa sembrare strano pensare che l’uomo che sognava di abbattere tutti i padroni avesse, egli stesso, un padrone, be’, non è altro che un dato di fatto. Il padrone di Marx. Il padrone di casa, chiaramente.
Questa è la storia di un borghese qualunque, un quarantenne che ho voluto chiamare Alan John Huckabee, uno dei tanti signori che, nella Londra di metà Ottocento, si sono trovati a loro insaputa a lottare con un vero paradosso: dover chiedere l’affitto a chi predicava la fine della proprietà privata. Un reazionario dalla vita comoda. Uno dei tanti a cui faceva riferimento Marx quando, in apertura del Capitale, avvertiva che non era certo con i singoli che il suo libro se la prendeva, ma con le classi sociali: i singoli altro non erano che vittime del sistema, o meglio suoi prodotti, esattamente come i proletari. Alan John Huckabee non patirà forse la fame, ma in nome del proprio ruolo sociale ha dovuto rinunciare ai propri sogni giovanili, alla propria libertà, e adattarsi a una comoda e sonnolenta alienazione. Quando però nel condominio che gestisce si trasferisce il filosofo di Treviri (un personaggio misterioso, intento a comporre un libro cruciale ma che non vede mai la luce), uno strano germe di insoddisfazione torna a risvegliarsi in lui così come in tutti gli altri condomini: una smania, una follia, che porta a dirsi che la rivoluzione è possibile. Non quella economica, non quella politica, ma una rivoluzione radicale che inviti a riconsiderare il rapporto col dovere e col lavoro, e spinga l’uomo tra le braccia del sogno. Alan John Huckabee deciderà così di aiutare il suo invisibile inquilino Marx a partorire la sua utopia, contro qualsiasi autorità, sia essa incarnata dal re di Prussia o dall’ambiguo, e fin troppo protettivo, sodale e compagno Friedrich Engels.
Questa, in gran sintesi, la trama della mia commedia: forse una scusa come un’altra per parlare di sogni e libertà. E allora perché proprio Marx? Perché proprio il Capitale? Leggi tutto…

FILIPPO NICOSIA ci racconta PIANISSIMO – libri sulla strada

https://pbs.twimg.com/profile_images/2402821722/IMG_0314.jpgFILIPPO NICOSIA ci racconta PIANISSIMO – libri sulla strada (Terredimezzo Editore)

Filippo Nicosia sarà presente a Catania, il 31 maggio, h. 18:30, P.zza Manganelli, nell’ambito della rassegna Maggio dei Libri. Saranno presenti Rosa Maria Di Natale e Stefania Ruggeri

a 20km orari per amore della lettura. Leggere è un cucchiaio

di Filippo Nicosia

Ho viaggiato per non scrivere. Perché per non scrivere, per non essere ossessionato da un file sul desktop, da un filamento di storia, dovevo essere impegnato tutto il giorno.
Non volevo più immaginare, volevo stare zitto, mettere a tacere la voce interiore e guardare fuori dal finestrino.
È durato 23 giorni il primo viaggio dentro l’estate siciliana, piccoli paesi, incontri, letture, sorrisi e camionisti imbestialiti per la lentezza di Leggiu, il destriero-drago che ha portato più di 700 volumi sull’asfalto tutt’altro che ben rasato.
Sul blog www.pianissimolibrisullastrada.it raccontavo il viaggio. Ma non era scrivere, era più come disegnare a matita ( sono sempre stato scarso nel disegno), raccontare un particolare, una veduta, una camicia a quadri stesa, i pali della luce, i cani randagi e i bambini che sfogliano i libri senza grazia.
Non contento, a dicembre, prima di Natale, sono ripartito per ricordarmi che l’inverno arriva anche in Sicilia, soprattutto se vai a Nicolosi, sulle pendici dell’Etna, il sette di dicembre.
Pianissimo – libri sulla strada è cresciuto tappa dopo tappa, racconto dopo racconto, anche se, c’è da ammettere, il racconto è stato intermittente e mai concluso, del resto, l’ho detto, ho viaggiato per non scrivere.

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VANNI SANTONI ci racconta TERRA IGNOTA

Vanni SantoniVANNI SANTONI ci racconta il suo romanzo TERRA IGNOTA (Mondadori). Ieri abbiamo pubblicato un estratto del libro.

di Vanni Santoni

Di Terra ignota sono state date tante definizioni: “fantasy puro”, “action fantasy”, “fantasy postmoderno”, “shonen”; alcuni commentatori hanno parlato rispettivamente di “fantasy classico” e “fantasy atipico” (due definizioni apparentemente opposte), e finanche di “fantasy per letterati”, o ancora di “ponte tra fantastico colto e fantastico popolare”.
In realtà sono tutte etichette sensate, a seconda della prospettiva da cui si guarda al testo.

Sicuramente Terra ignota è un “fantasy puro” nella misura in cui narra una classica storia di avventura e formazione in un mondo immaginario e d’impronta medievale, in cui la magia ha un ruolo rilevante: abbiamo una ragazzina dotata di una forza sovrumana e di un’altrettanto sovrumana testardaggine che, trovando il proprio villaggio distrutto e la propria miglior amica rapita, decide di fare tutto da sola – ritrovare l’amica e vendicarsi – anche se le cose ovviamente non andranno come previsto, catapultandola nelle più disparate peripezie in lungo e in largo per il mondo.

Allo stesso modo Terra ignota è un “action fantasy” e uno “shonen” – per shonen si intende quel sottogenere del fumetto giapponese dove l’azione si combina all’avere protagonisti adolescenti o preadolescenti – dato che pone grossa attenzione ai duelli e agli scontri, “mosse” incluse, una scelta fatta nella consapevolezza che oggi quello che era uno stilema del cinema di arti marziali di Hong Kong ha innervato, passando proprio dai fumetti e dai cartoni animati giapponesi, l’estetica di tutti i prodotti culturali di genere avventuroso. E dallo “shonen” Terra ignota mutua anche molte caratteristiche della protagonista: possiamo ben dire che la mia Ailis è tanto figlia dell’Alice di Carroll quanto del Goku di Toriyama.

Circa la diade “fantasy atipico” / “fantasy classico”, alcuni dei primi commentatori hanno ravvisato un’innovazione nella lingua che ho scelto, la quale alterna forme sintattiche arcaiche (il prologo ad esempio è calcato su parti del Gilgamesh e delle Scritture) e dialoghi più moderni e immediati – certo volevo evitare quella lingua “anticata”, di maniera, tutta “messere” e “madamigella”, che infesta molta narrativa fantasy. Anche a livello strutturale, benché l’arco narrativo sia dei più classici, ho scelto capitoli brevi, spesso con salti temporali tra l’uno e l’altro, un approccio tipico della narrativa di genere più recente. Alcuni hanno visto un tratto d’innovazione nell’impostazione largamente al femminile del romanzo, in un genere abbastanza “maschilista”. Non solo la protagonista, Ailis, è una donna, ma quasi tutti i personaggi principali, dalle altre ‘figlie del rito’ Brigid, Lorlei e Morigan, alla controparte di Ailis, Vevisa, sono femmine, e ci sono anche vari personaggi queer, ma a onor del vero va detto che già uno dei più grandi fantasy contemporanei, la serie Queste oscure materie di Philip Pullman, aveva come personaggio principale una ragazzina, e dopo di esso non sono state poche le protagoniste al femminile. Leggi tutto…

DAVIDE BARILLI ci racconta LA NASCITA DEL CHE

File:Davide barilli.JPGDAVIDE BARILLI ci racconta LA NASCITA DEL CHE. Racconti da Cuba (Aragno editore). Ieri abbiamo pubblicato un estratto del libro

di Davide Barilli

Cabrera Infante, nostalgico cantore dell’Avana, di una città di memoria vissuta dall’esilio, ha scritto, “non posso essere fedele a una causa persa, ma a una città perduta sì”. La mia fedeltà a Cuba e all’Avana in particolare, nasce da questo presupposto rovesciato. Se l’Avana per Cabrera Infante è una città perduta, ricostruita nel ricordo, per me è un luogo fisico da reinterpretare ogni volta. E quindi irraggiungibile. Vorrei che l’Avana fosse la metafora del mio modo di scriverne: in bilico perenne tra verticalità e orizzontalità, tra passato e presente, tra geografie reali e altre sognate. Aggiungerei che L’Avana, la più grande metropoli d’epoca coloniale del centro America, non è solo una città teatrale, sontuosamente cimiteriale, eppure viva, eterna, ma una miniera aggrovigliata di storie. Ogni narratore, nei libri che scrive va inevitabilmente alla ricerca di se stesso, ma anche di un mondo. Pamuk ha detto: “Scrivo perché posso sopportare la realtà soltanto trasformandola”. ”La nascita del Che”, (come per certi versi le poesie di ‘’Lettere cubane’’, brevi testi sentimentali, nati da appunti e riscritti come haiku imperfetti, illustrati dal pittore cubano Ramon Perez Pereira), vuole essere una sorta di anomalo e baedeker ad uso non turistico. Raccoglie storie, pagine di appunti scritti nel corso di alcuni recenti viaggi all’Avana, ma anche lievi memoire di altri luoghi, con l’intento di raccontare ciò che normalmente è difficile vedere di un Paese, se non lo si vive dal di dentro.
Cuba è un luogo dove geografie e storie, memorie e illusioni, esistenze surreali e crudi realismi si intersecano di continuo, trasformando la realtà in un luogo di transiti del tempo, dove la storia sembra essersi fermata, eppure si muove sottopelle, nascosta, clandestina. Ho sempre amato questo concetto di trasformazione e di clandestinità, Leggi tutto…

VALERIO AIOLLI ci racconta IL SONNAMBULO

ImmagineVALERIO AIOLLI ci racconta il suo romanzo IL SONNAMBULO (Gaffi editore). Stamattina abbiamo pubblicato le prime pagine del libro

di Valerio Aiolli

Prima di uscire e provare a farsi strada nel mondo, Il Sonnambulo ha abitato diverse case della mia vita, ha assunto diverse forme, preso diversi nomi, è entrato in contatto con diverse persone, tutte di grande importanza per lui (se ci si può riferire a un romanzo come a un lui) e per me.
Nacque nell’estate del 1992, in diretta rispetto ai fatti che narra, che sono appunto ambientati nei mesi di giugno e luglio di quell’anno. Il ciclone di Tangentopoli era solo all’inizio, ma quella frana crescente di tutto un sistema mi colpì al punto da generare in me l’esigenza di provare a raccontarla non dall’esterno, come ovviamente non potevano non fare i giornalisti, bensì dall’interno, mettendomi nei panni di chi fino a quel momento in quel sistema ci aveva vissuto come l’unico possibile, e adesso si ritrovava sbattuto fuori e messo alla gogna. Volevo cercare di comprendere come si intrecciavano acquiescenze personali e ipocrisie collettive, abbandono dei sogni di gioventù e crisi personali e di coppia. Senza giustificare nessuno, senza scendere in pietismi, ma senza cedere alla facile credenza che quelle persone lì fossero tutte dei mostri. Leonardo (il manager pubblico protagonista della storia), Corrado (suo amico d’infanzia e principale collaboratore), Paola, Monica, Carla (moglie, segretaria-amante, stagista), e molti degli altri personaggi di contorno nacquero allora, in sei-sette paginette a cui all’epoca avevo dato il nome di La distrazione e la forma di un soggetto per un film. Sì, perché in quel periodo ero convinto di essere molto più portato a scrivere film che romanzi. Più di vent’anni dopo posso dire con certezza che mi sbagliavo alla grande: ho pubblicato sette libri, non ho scritto nessun film. La distrazione comunque fu concepita in una casa luminosa anche se non molto grande rispetto al fatto che ci abitavamo in tre (poi in quattro), e ricevette la lettura attenta, critica ma benevola di mia moglie e, qualche mese più tardi, di Chiara Tozzi, scrittrice e mia insegnante in un corso di sceneggiatura. Provai anche a scriverla una sceneggiatura tratta da quel soggetto: non ne venne fuori niente di buono. Capivo che ero solo all’inizio di un cammino, che sarei dovuto scendere molto più in profondità rispetto a dove mi ero fermato per il momento. Leggi tutto…

CHIARA GAMBERALE ci racconta PER DIECI MINUTI

CHIARA GAMBERALE ci racconta PER DIECI MINUTI (Feltrinelli).
Qui, le prime pagine del romanzo (vincitore del Premio Selezione Bancarella)

di Chiara Gamberale

Capita.
Che all’improvviso si spenga la luce. Poi si riaccende, ma tutto quello con cui eravamo abituati a identificare la nostra vita è sparito.
Capita che, per dirne una, lo spazzolino accanto al nostro, in bagno, ecco: non ci sia più.
O che magari arriviamo al lavoro, facciamo per sederci alla nostra scrivania, e invece no. Non è più nostra, quella scrivania: tante grazie, la sua esperienza finisce qui, arrivederci. Ci verrà detto, poi.
O che traslochiamo da un posto che era davvero casa e ci ritroviamo in un posto dove niente riesce a esserci familiare. O che i figli crescono: capita. Che se ne vadano e che i genitori pensino: e adesso? O che i genitori muoiano.
Capita che ci si lasci, capita che si parta, che si rimanga, che qualcosa si spezzi e non si ricomponga. Capita che si cambia, ecco.
Lì per lì sembra mortale.
Eppure non c’è niente di più vitale.
A me è capitato.
Diciamo che sono stata costretta a farlo: ben tre delle esperienze che ho snocciolato come esempi all’inizio di questo flusso di (in)coscienza, mi sono cadute addosso, insieme, senza nemmeno il buon gusto di mettersi in fila.
Per almeno un anno e mezzo non ho capito più niente di quanto mi succedesse dentro e attorno.
Niente.
Fatto sta che, giorno dopo giorno, a un certo punto arriva quello in cui ti svegli e scopri di essere sopravvissuta. Non è una bella scoperta, lì per lì: perché se il tuo cuore, lentamente, riprende a pulsare, se la tua testa riprende a girare, non hai comunque più una vita a cui metterli a disposizione.
Così dal dolore scivoli nello smarrimento.
Io stavo per affondarci, quando una donna straordinaria, il 3 dicembre scorso, mi ha buttato lì:- Sai cosa consiglia Rudolf Steiner, in momenti come questo? Di giocare.
–         Giocare?
–         Sì. Perché non provi a fare ogni giorno, per un mese, per dieci minuti, una cosa che non hai mai fatto prima?
–         Tipo? Leggi tutto…

MARCO GHIZZONI ci racconta IL CAPPELLO DEL MARESCIALLO

Marco GhizzoniMARCO GHIZZONI ci racconta IL CAPPELLO DEL MARESCIALLO (Guanda). Ieri abbiamo pubblicato il primo capitolo del romanzo

di Marco Ghizzoni

Quando avevo 11 anni e mi apprestavo a godere una splendida e spensierata pubertà- seguita ad un’infanzia che definirei indimenticabile- mia madre e mia zia decisero di acquistare un bar in un piccolo paese della provincia cremonese. Manco a farlo apposta, alcuni miei compagni di classe, tra cui il mio migliore amico, abitavano proprio lì. Immaginatevi la gioia di un ragazzino di quell’età nel sapere che tutti i giorni avrebbe potuto scroccare un passaggio a sua mamma e farsi portare a qualche km da Cremona per passare il pomeriggio a giocare a calcio con i suoi amici!
E così ho iniziato a frequentare il paesello, a fare i primi incontri curiosi e a sentire e vivere quelle storie al limite del verosimile che hanno sempre- e continuano a tutt’oggi- attirato la mia attenzione.
Dopo un decennio o giù di lì, quelle storie hanno cominciato a bussare alle mie tempie, prima, e a spingere prepotentemente poi, per poter uscire e vivere di vita propria. Così ho iniziato a scrivere, tanto, fino a quando la materia narrativa nella mia testa ha trovato il giusto equilibrio; i personaggi, invece, non hanno fatto altro che palesarsi per quello che erano, nel senso che non potevo non pensare a loro senza dargli un viso, un nome e un cognome. Il mio lavoro è stato quello di fare un collage per mischiare le carte ed evitare problemi di ovvia natura.
Per esempio, non esiste un maresciallo Bellomo, ma esistono almeno tre persone che messe insieme formano il suddetto maresciallo; e lo stesso dicasi per gli altri due carabinieri, per il sindaco e per tutti gli altri personaggi principali fatto salvo per l’impiegata comunale Gigliola Bittanti: lei c’è davvero e mi ha pure fatto dannare quando ho avuto bisogno dei suoi servigi. Eh, non fraintendetemi, parlo di servigi professionali.
Chi merita una menzione particolare è l’oste Raffaele: si tratta di un omaggio alla cucina di mia madre- non alla sua persona- ripeto, alla sua cucina. Le ricette che trovate nel romanzo sono tutte opera sua e ho tralasciato, per mancanza di spazio, quelle che si inventava all’una di notte quando i ragazzi entravano al bar con una fame da lupi senza preavviso e lei doveva fare i conti con le loro voglie e la mancanza di materie prime!
Il burbero personaggio, invece, l’ho ricavato ribaltando esattamente quello che è il carattere della mia genitrice. Leggi tutto…

BRUNELLA SCHISA ci racconta LA SCELTA DI GIULIA

Brunella SchisaBRUNELLA SCHISA ci racconta LA SCELTA DI GIULIA (Mondadori). Ieri abbiamo pubblicato le prime pagine del romanzo

di Brunella Schisa

Ho avuto molti ripensamenti durante la scrittura de La scelta di Giulia. L’argomento mi toccava direttamente. Avevo deciso di scrivere la storia, anzi le storie della mia famiglia di cui sapevo poco, soltanto pochi racconti disordinati di mia madre a cui non avevo prestato attenzione. Sapevo che la mia famiglia materna aveva fondato la sua fortuna nelle colonie ma a parte Zighinì, il cane di mio nonno dal nome orientaleggiante, il tutto mi lasciava indifferente.
Fino a quando, durante la convalescenza dopo un piccolo intervento, sono venute a farmi visita la sorella di mia madre e sua cugina. Mamma se ne è andata presto, troppo presto e loro facevano le veci della grande assente. In quel periodo scrivevo il secondo romanzo sull’omicidio della Contessa Lara, Dopo ogni abbandono. Non ricordo come si arrivò a parlare della nostra famiglia, le due visitatrici cominciarono a raccontare storie che sentivo per la prima volta. Almeno così mi sembrava. Ero allibita! Tradimenti, figli illegittimi, testamenti strappati. Un crogiolo di menzogne, passioni e amore. Dovevo assolutamente scriverne.
Avrei giocato in casa. Non più Parigi o Roma, ma Napoli, la mia città, dove ho vissuto fino alla laurea. Proprio da quel momento volevo partire. Dal giorno in cui una vecchia prozia, la sorella di mio nonno, aveva telefonato per dirmi che voleva farmi un regalo per la laurea, un anello meraviglioso, appartenuto alla mia bisnonna Giulia, dal quale da allora non mi sono più separata.
La storia sarebbe partita proprio da quell’anello che mi legava a una donna che avevo conosciuto e che ricordavo bene. Aveva vissuto 94 anni. La grande nonna di mia madre.
Ma cosa sapevo io di Giulia? Leggi tutto…

MARIAGIOVANNA LUINI ci racconta IL MALE DENTRO

mariagiovanna luiniMARIAGIOVANNA LUINI ci racconta IL MALE DENTRO, (edito da Cairo editore). Di seguito, un estratto del romanzo…

di MariaGiovanna Luini

Un ospedale è un mondo a parte, e se si tratta di un istituto di eccellenza che si occupa di oncologia il mondo a parte diventa un pianeta alieno. Un luogo dove la maggioranza della gente ha (o ha avuto) un tumore ribalta le priorità, le emozioni, il concetto stesso di vita: cosa è la vita per chi rischia di perderla in un tempo breve? E per chi ogni giorno ha scelto di aiutare i pazienti oncologici?
“Il male dentro” è un romanzo. Una storia corale che riunisce piccole, grandi storie di persone che hanno un unico, fortissimo denominatore comune: da pazienti, medici, familiari, infermieri, amministrativi vivono grande parte del loro tempo in un istituto oncologico. Barbara è una chirurgo di imminente specializzazione: il chirurgo, si sa, vuole operare e per lei la scelta di trascorrere alcuni mesi di tirocinio nella divisione di chirurgia senologica di un istituto di eccellenza è una scelta facile e impegnativa insieme. Facile perché operare il seno è chirurgia minore (“una tetta, cosa vuoi che sia?”), impegnativa perché bastano pochi giorni per comprendere che il confronto quotidiano con le persone ammalate di tumore non è ciò che si era immaginata. E non si tratta solo di dolore, ansia, paura: c’è anche l’ironia! C’è la bellezza di tanti volti, degli sguardi, delle risate che – incredibile! – si riescono a fare proprio con quelli che con tanta banalità si definiscono “pazienti”. Un istituto oncologico è un luogo che, visto dall’interno, ti getta nella crisi ma ti risolleva in fretta grazie alla bellezza perfetta delle relazioni che nascono. La bellezza essenziale, quella che se ne frega se sei ricco, povero, bello o brutto: ci sei, sei lì e combatti per la vita (tua o di altri) e scopri che le sciocchezze del mondo esterno si dissolvono in un niente. Riesci perfino a innamorarti: la relazione di Barbara con Stefano Solda, fascinoso direttore della chirurgia senologica, è conseguenza quasi scontata di una prossimità fisica che spinge a distrarsi, a condividere ansie e cameratismo, sensualità e trasgressione. Leggi tutto…

ANTONELLA LATTANZI ci racconta PRIMA CHE TU MI TRADISCA

antonella lattanziANTONELLA LATTANZI ci racconta il suo nuovo romanzo PRIMA CHE TU MI TRADISCA (edito da Einaudi – Stile libero Big). Ieri abbiamo pubblicato le prime pagine del libro

di Antonella Lattanzi

Prima che tu mi tradisca nasce nella primavera del 2010 ma in realtà, come tutte le storie importanti per chi le racconta, nasce insieme a me. È successo anche col mio primo romanzo, Devozione: ci ho lavorato full time per cinque anni ma in realtà ci lavoravo da sempre; così per Prima che tu mi tradisca: c’era qualcosa – la storia?, i personaggi?, l’ambientazione?, non so dirlo con precisione – che da che mi ricordo mi pungolava, ricorreva nelle mie idee, nei racconti che mi formulavo in mente. Il casus belli è stato un racconto di mio padre: un giorno che ero in Puglia mi parlò del Disastro di Bari – episodio di guerra chimica del dicembre ’43 – e io ne rimasi ossessionata. Com’era possibile che nessuno, nemmeno i baresi, sapessero di questa storia? Mio padre stesso, nato a Bari nel ’43 e vissuto sempre lì, ne era venuto a conoscenza solo pochi mesi prima. Fu grazie a quell’episodio – che racconto nel primo capitolo del romanzo – che tutte le storie, i personaggi, la Storia, i luoghi che avevo in mente da tempo confluirono, corsero tutti dentro un unico romanzo. Poi però ci sono voluti quattro anni per arrivare al libro finito.
Prima che tu mi tradiscaIl libro finito, Prima che tu mi tradisca, deve il suo titolo a Paolo Repetti, direttore editoriale, insieme a Severino Cesari, di Einaudi Stile Libero. Alla loro genialità io come scrittrice e persona e Prima che tu mi tradisca dobbiamo moltissimo. Ho portato a Severino un libro ancora troppo lungo, magmatico, pieno di cose fino a diventarne traboccante. Lui ci ha intravisto il tessuto, la trama, l’ordito molto prima di me: il lavoro di editing con lui è stata una delle esperienze più importanti della mia vita, che spero di poter ripetere. Poi c’è stato un secondo editing, prima con Severino e Luca Briasco, americanista ed editor Einaudi Stile Libero, poi anche con Francesco Colombo, editor Stile Libero anche lui. Come dico sempre, ho sentito che stavamo lavorando tutti a un unico fine: perché questo romanzo fosse al suo meglio, perché il lettore ricevesse tra le sue mani il miglior testo che Prima che tu mi tradisca avrebbe mai potuto essere. È bello lavorare in questo modo. Ti riempie così tanto da gettare una luce bellissima su tutto il resto della tua vita.
Quando Prima che tu mi tradisca è uscito avevo, come sempre, paura. Una paura totale. Poi pian piano sono cominciati ad arrivare i primi commenti, i primi giudizi, e allora sono stata felice. Dalla paura, però, non si guarisce mai. Credo che scrittori non si diventi mai, che scrittore è un’espressione che ti devi guadagnare a ogni nuova parola, che ogni nuova parola mette in dubbio, mette in gioco, tutto il tuo essere o non essere scrittore. E non per una questione di sacralità: ma perché la scrittura – come tutte le altre attività artistiche – non è mai data una volta per tutte, non è mai guadagnata per sempre.
Prima che tu mi tradisca racconta la storia di due sorelle, Leggi tutto…

Patrizia Debicke Van der Noot ci racconta IL RITRATTO SCOMPARSO

Patrizia Debicke Van der Noot ci racconta IL RITRATTO SCOMPARSO (Melino Nerella edizioni). In serata pubblicheremo un capitolo del romanzo.

di Patrizia Debicke Van der Noot

L’idea di Il ritratto scomparso nasce nell’estate del 2003, durante la fuga del famoso Mostro di Marcinelle nel corso di un trasferimento da una prigione all’altra della Vallonia per rispondere davanti a un ennesimo processo a suo carico.
Io, in Lussemburgo, vivo a Clervaux a circa 20 Km in linea d’aria dalla frontiera belga.
Clervaux è nelle Ardenne, un’impenetrabile baluardo di foresta ( impenetrabile si fa per dire perché a dicembre del 44 von Rumpstead se ne fece un baffo e l’aggirò senza problemi con la sua terribile divisione di carri armati per porre sotto assedio Bastogne, assedio finito a gennaio 45 con l’arrivo del Generale Patton).
Comunque una foresta in grado di fornire rifugio e copertura per giorni a un uomo in fuga.
Io a Clervaux ho una casa con giardino che ammiro attraverso grandi vetrate e che confina con il bosco. In Lussemburgo non c’è uso di porte blindate o serrature di sicurezza, ero sola, mio marito era in viaggio… Seguii le notizie delle ricerche del pericoloso detenuto evaso con una certa apprensione (anche se non mi potevo considerare una preda appetibile data l’età) e quando lo ripresero dopo tre giorni tirai un respiro di sollievo.
Però da quel momento decisi di scrivere un thriller ambientato nell’ovattata atmosfera di un mondo benestante di questa zona, ma sulla quale incombeva l’ombra sinistra di un Mostro, che rapiva e uccideva bambine.

* * *

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Gabriella Serravalle racconta UN CALCIO ALLA SLA

Gabriella Serravalle ci racconta come è nato il volume UN CALCIO ALLA SLA (Ananke edizioni)

[“UN CALCIO ALLA SLA” per dire sì alla speranza e alla ricerca martedì 18 ospite al Circolo dei Lettori di Torino – dettagli a fine post]

di Gabriella Serravalle

Ho scritto questo libro con l’entusiasmo e la certezza che un giornalista debba sempre lasciare questo mondo un po’ migliore di come lo ha trovato.
Pubblicato nel marzo del 2013 da Ananke, casa editrice torinese “Un calcio alla sla” racconta la vita di Marco Scelza, un “guerriero” ammalato di sclerosi laterale amiotrofica da più di dieci anni.
Un libro nato da una promessa.
Io arrivavo da una serie di presentazioni del mio primo libro sull’argomento “Il Ramarro Verde” scritto a quattro mani con un altro ammalato Michele.
Marco mi chiese con gli occhi di esaudire quello che era il suo sogno: raccontare la sua vita. Non me la sentii di dirgli di no.
L’entusiasmo nacque dal vedere, sin dall’inizio, tanti Amici intorno.
Amici di Marco, Amici della Ricerca, Amici della Vita.
Ecco spiegata la prefazione è di Gianluca Vialli, gli interventi di Mario Melazzini Assessore alla Sanità della Regione Lombardia, Nino Boeti consigliere regionale del Piemonte e vice Presidente della Commissione Sanità Piemonte , Andrea Calvo neurologo ricercatore del Centro Cresla della Molinette. E poi le recensioni di Roberto Beccantini editorialista della Stampa, Sara Strippoli di Repubblica, Bruna Bertolo giornalista e scrittrice.
Ho scelto la forma epistolare per lanciare tanti piccoli messaggi al mondo dei sani che corre alla ricerca di una frenesia senza più ragione. Tanti “toc toc!” la vita è avere rispetto di sé, delle persone care, degli amici, dell’ambiente, della propria città. Una delle lettere è dedicata a Torino.
Marco dal suo letto e con la sua malattia mi ha insegnato a non mollare mai, a guardare le cose da un altro orizzonte. La vita per un ammalato terminale è una conquista quotidiana da farsi con le ossa e con i denti.
Marco ha deciso di vivere, per lui e per la sua splendida famiglia.
Quando entro a casa sua, noto le pareti colorate, il buon odore di cibo sempre pronto per accogliere un nuovo amico a tavola, la vita quotidiana di una famiglia, non come tante, ma – come dice lui – da Mulino Bianco.
Ne esco, ogni volta, convinta, che nella nostra quotidianità perdiamo di vista il vero valore delle cose, il giusto orizzonte.
Ho voluto lanciare nn messaggio di positività ma anche di grande rispetto per Marco innanzitutto ma per tutti gli ammalati di sla. Riuscire a vivere una vita dignitosa con una spada di Damocle chiamata sla è difficile ma c’è qualcuno che ci riesce ed anche in maniera eccellente. Marco è diventato il mio eroe ma anche il mio amico.

Martedì 18 febbraio alle 20,30, dopo il Salone del Libro, la presentazione in Regione Piemonte, saremo ospiti al Circolo dei Lettori di via Bogino a Torino, il Salotto Letterario Buono della nostra amata città.
Con noi ci sarà Beppe Carletti dei Nomadi, Orlando Perera della Rai, Salvatore Sblando e Sandrina Goia coordinatrice del Nomadi Fans Club di Torino.
Carletti annuncerà il suo impegno nella lotta alla sla.
I Nomadi con i loro Fans club sparsi per tutta Italia saranno dei nostri: una speranza nuova, tanti Amici in più. Leggi tutto…

Daniele Zito ci racconta LA SOLITUDINE DI UN RIPORTO

Daniele Zito ci racconta LA SOLITUDINE DI UN RIPORTO (Hacca edizioni). Domani pubblicheremo uno stralcio del romanzo.

di Daniele Zito

La solitudine di un riporto” racconta la solitudine estremamente rumorosa di un piccolo libraio di provincia e il suo goffo tentativo di conquistare una libertà  che gli è sempre stata negata.
E’ un romanzo al quale ho lavorato per circa due anni raccogliendo materiale, riferimenti e citazioni praticamente ovunque: dalla Letteratura con la ‘l’ maiuscola a quella con la ‘l’ minuscola, dalle canzoni pop a quelle impegnate, sino ad arrivare a cinema, fiction e televisione. Finito questo lavoro sfiancante, ho montato tutto come se fosse un grande mosaico.

L’obbiettivo era quello di costruire una sorta di libro-libreria all’interno del quale far muovere il mio libraio. Perché tutto ciò funzionasse ho dovuto creare dal nulla uno stile che interpolasse tutti gli stili dei frammenti che avevo raccolto (in modo da non dar luogo a troppe dissonanze). Volevo approdare a un libro leggibile, di facile fruizione, che celasse in ogni modo la complessità con la quale era stato intessuto. Anche questo è stato un lavoro estenuante, spesso contraddittorio e disperato. Ho provato diversi registri, diversi ritmi, diverse posture. Alle fine ho optato per una scrittura prevalentemente grottesca: più che descrivere la realtà, o raccontarla, ero interessato a prenderla in giro, a complicarla, a esasperarla fino al parossismo.
Ne è uscito fuori un libro molto strano che contiene in parte i miei incubi e in parte gli incubi degli autori che ho via via citato in esso. Sin dalla sua uscita si è costruito uno zoccolo duro di lettori, molti dei quali proprio librai che nella parabola di questo piccolo libraio bombarolo (che di giorno odia i clienti e di notte fa saltare in aria grandi librerie di catena) hanno visto il riflesso deformato della propria vicenda esistenziale e lavorativa. Gran parte del successo del libro lo devo a loro e alla loro complicità, oltre che alla loro solidarietà.
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Marco Piscitello ci racconta ELOGIO DEL PROFESSOR BELLAMORE

marco piscitello

Marco Piscitello ci racconta ELOGIO DEL PROFESSOR BELLAMORE (Tullio Pironti editore)

[Domani pubblicheremo le prime pagine del libro]

di Marco Piscitello

L’idea di “Elogio del Professor Bellamore” nasce dalla recente lettura di un altro testo della medesima collana della Tullio Pironti Editore: “Elogio di Carmelo Bene” di Giancarlo Dotto. Non ne avevo scorse – con grande supponenza da vero intenditore – che poche pagine, quando mi sono reso conto che dell’epopea dell’ultimo genio del teatro moderno io in realtà mi ricordavo poco o niente. E come mai? Eppure, constatazione di personale ignoranza a parte, la scomparsa di Bene non risaliva a un secolo prima, ma solo al 2002. Ed il suo nome aveva riempito per anni giornali e teleschermi legandosi a grandi successi, grandi polemiche e grandi eventi. Può una notizia che ha sollevato clamore venire sostanzialmente dimenticata? Mi sono chiesto. E la risposta è stata: sì. Perché nell’epoca di Internet e delle breaking news le informazioni di ogni genere ci sommergono ormai. E quelle più datate, per quanto siano state rilevanti, finiscono per venire eliminate dalla nostra memoria come files dall’Hardware di un computer troppo pieno. Così mi è venuta voglia di giocare con il tempo e con il concetto di fama, e per farlo ho pensato di utilizzare un argomento che alla fine riguarda tutti: il raggiungimento della perfetta armonia di coppia (se ti siedi a un tavolino con qualcuno e gli rivolgi la domanda sbagliata stai pure certo che te ne parlerà per ore, arrivando sempre a lamentarne, in definitiva, l’impossibilità – ma succede anche se ci pensi da solo). Leggi tutto…

Giovanni Parlato ci racconta IL QUADERNO PERDUTO DI PIRANDELLO

parlato3Giovanni Parlato ci racconta IL QUADERNO PERDUTO DI PIRANDELLO (Felici editore)

[Domani pubblicheremo uno stralcio del romanzo]

di Giovanni Parlato

Per quale motivo l’editor di una casa editrice milanese vola a Bonn e suona il campanello di uno scalcinato palazzo di periferia? E chi è Kurt Wielm, l’uomo che gli sta aprendo la porta? E’ un uomo disperato, “una botte di birra sul punto di scoppiare”. Quest’uomo dagli occhi spenti, conserva un segreto. Per questo, l’editor ha bussato a casa sua.
Sotto il lavabo della cucina, dentro una cassetta di legno che un tempo conteneva bottiglie Chardonnay, si trovano fogli sparsi e un vecchio quaderno. Sfregando col polpastrello, affiora una copertina nera e all’interno, sulla targhetta, un nome: Luigi Pirandello. E una data: Agosto 1879. E come l’editor sfoglia il quaderno, riconosce la calligrafia del grande drammaturgo a partire da quella lettera effe “un puledro fra le altre lettere, scalpitante, giovane”.
Così l’editor si ritrova fra le mani la prima novella inedita scritta da Pirandello all’età di 12 anni. Comincia a leggere il racconto ed è come se una luce tenue e fioca diventasse sempre più chiara. In quella novella, c’è qualcosa di familiare, qualcosa di conosciuto che scorre nelle vene di chi sta leggendo. Fofò, il nome del personaggio di Pirandello, è anche il nome della nonna dell’editor, ma non solo: identica la storia. Fofò aveva sposato un carrettiere, Gaetano, divenuto un casellante. Una vita da un casello a un altro nella Sicilia più pietrosa e selvaggia spargendo per il mondo la speranza affidata a otto figli.
Strane coincidenze. In cui la finzione e la realtà cominciano a inseguirsi fin da questa parte iniziale del romanzo. Fino a quando, inaspettatamente, sono bianche le pagine del quaderno  e incompiuta si rivela la prima novella di Pirandello. Dopo l’iniziale smarrimento, l’editor individua la strada. Sarà lui a proseguire la novella e il romanzo è la storia di questa prosecuzione, di una partita che si apre tra il piano della realtà che trova nell’editor il suo protagonista e il piano della finzione che trova il suo protagonista in Pirandello che si fa egli stesso personaggio: ora fanciullo, ora capocomico.
Una partita fra l’editor e il drammaturgo al centro della quale ci sono i personaggi della novella. A chi spetta la paternità di questi personaggi? A colui che con la sua penna li ascolterà e proseguirà la loro storia o allo scrittore dalla cui fantasia sono nati? Una sorta di rovescio della medaglia di “Sei personaggi in cerca d’autore” dove – là – non c’era un autore, mentre qui sono due gli autori a contendersi la paternità. Leggi tutto…

MIA MOGLIE E IO, di Alessandro Garigliano (un capitolo del libro)

Alessandro GariglianoAlessandro Garigliano ci racconta il suo romanzo MIA MOGLIE E IO (edito da Liber Aria). In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un capitolo del libro…

 

di Alessandro Garigliano

Con il passo di una ballata, il protagonista di “Mia moglie e io” si impegna perché la precarietà non lo annienti del tutto. Al ritmo di un montaggio alternato, da un lato si inventa un mestiere: insieme alla moglie mette in scena atti efferati, interpreta diversi cadaveri girando cortometraggi che gli possano dare un giorno una parossistica notorietà. Dall’altro, racconta i lavori che ha svolto a tempo determinato: esperienze da manovale, da commesso libraio e da orientatore. Lavori esercitati con sovrumano impegno e ossessiva epicità.
Visualizzazione di COPERTINA_GARIGLIANO_DEF_16 settembre_DEF-01 copia.jpgLa ballata incede con un registro umoristico – con un humour nero che informa e deforma – e la danza soprattutto si svolge tra il protagonista e la propria sconfitta, la depressione, che assume cangiante di volta in volta sembianze diverse, ma che in sostanza è una donna con la quale e contro la quale si instaura un rapporto sensuale e perverso, di repulsione e attrazione.
Ma il controcanto di una tale esistenziale lotta per la sopravvivenza è la dolcissima storia d’amore. La moglie del protagonista è la sua anima complementare. Speculativo lui, pragmatica lei; astrattamente furioso l’eroe, altrettanto dialogante l’amata. La quale, pur essendo precaria, insegnante di scuola media, mostra al marito, narrando le proprie esperienze scolastiche, la possibilità di salvezza, che non è la scoperta del punto morto del mondo, ma l’azione quotidiana e ostinata, il dubbio che indaga e non risolve, ignorando la resa.

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Alessandro Garigliano è nato nel 1975 a Catania, dove vive. Ha lavorato in ambito editoriale. Collabora con minima&moralia. Ha creato e cura il diario culturale liotroblog.com. Mia moglie e io è il suo primo libro, segnalato alla XXV edizione del Premio Calvino.

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Visualizzazione di COPERTINA_GARIGLIANO_DEF_16 settembre_DEF-01 copia.jpgUn capitolo MIA MOGLIE E IO (edito da Liber Aria) di Alessandro Garigliano

Il naso

di Alessandro Garigliano

Trovandomi in simili condizioni, il naso di mia moglie d’istinto fiutava un afrore di carogna sospetto; poi, appurata l’apparente falsità dell’allarme, si placava e riprendeva ad annusare gli odori domestici. Io salutavo, il naso e mia moglie, con la mano che non reggeva il libro, e riprendevo subito dopo a grattarmi la schiena, la pancia, i capelli, gli stinchi, i fianchi, i polpacci, ciclicamente.
‒ Mi ascolti?
Sempre questa domanda. Bastava che mi deconcentrassi pian piano dal libro che stavo leggendo, e indirizzando l’attenzione verso di lei – era solo questione di tempo – avrei inteso tutto quello che aveva da dirmi.
Nel frattempo, camminando lungo il corridoio, si sfilava i vestiti di fuori, la giacca del tailleur nero funereo, saltellava e parlava, si toglieva i pantaloni, alzando ora l’uno ora l’altro piede in sequenza, e la canotta, restando in reggiseno e mutande.
‒ Ci tiene ai ragazzi, li segue, li fa lavorare a piccoli gruppi.
Allora chiudevo il libro cercando di focalizzare il soggetto, evitando di chiedere di chi stesse parlando. Simulavo una comprensione totale dei fatti e la guardavo prepararsi a indossare la divisa domestica. Stendeva i due pezzi della tuta sul letto matrimoniale.
‒ Li fa lavorare molto con le mani, affinando la loro capacità di conoscere attraverso il tatto – diceva esibendo la sua straordinaria capacità olfattiva, passando al setaccio l’indumento disteso sul letto e, se la diagnosi era negativa, iniziando a metterlo addosso. La felpa per prima.
‒ Al buio, mi ha raccontato di averli fatti lavorare senza luce, con un pezzo di creta.
Era talmente eccitata che era rimasta nell’oscurità con la testa dentro il collo della felpa continuando a parlare.
‒ Li invitava a manipolare la materia cercando di creare forme semplici: posacenere, cornici, portapenne. Hai idea dei vantaggi che si possono avere plasmando la materia? Della sensibilità che si acquista?
Le mie mani in effetti fremevano mentre lei si adagiava seduta sul letto e calzava i pantaloni della tuta alzando prima una gamba nuda e poi l’altra. Allora mi avvicinavo planandole sopra leggero e poi abbassandomi le depositavo, come nessun altro collega avrebbe potuto mai fare, un piccolo bacio sulla guancia dolcissima. Leggi tutto…

Elena Mearini racconta 360 GRADI DI RABBIA

Elena Mearini racconta il suo romanzo 360 GRADI DI RABBIA, ripubblicato di recente per Koi Press

di Elena Mearini

360 gradi di Rabbia” ha avuto una gestazione lunga, quattro anni di lavoro, tra stesure, partenze, soste, riscritture. Bisogna fare i conti con le andate, i ritorni e le soste obbligate, quando si racconta di sé, della propria vita. Perché in questo romanzo c’è molto del mio passato, anche se l’impianto narrativo si avvale di una buona dose d’invenzione. La protagonista, Vera, è una giovane donna che porta avanti una protesta feroce, un’insurrezione spietata nei confronti di tutto ciò che nasce sotto il segno del disamore. Vera vuole essere vista, scelta, ascoltata. E decide  di farlo attraverso la prepotenza disperata di un corpo tutto ossa e niente carne. Tutto rabbia e  poca vita. Sarà poi la nostalgia per l’umanità, la nostalgia del sentire con e assieme agli altri, a spingere Vera verso il riguadagno della realtà e la riscoperta della vita.
Il romanzo uscì in versione cartacea per Excelsior1881, con ottimi riscontri da parte di critica e pubblico. In particolare, venne apprezzato da lettori giovani, ragazzi con il desiderio di comprendere il perché di alcuni deragliamenti dai binari della speranza, il perché di alcuni abbandoni dalla strada della vita. Data la scarsa visibilità nelle librerie e le solite difficoltà della piccola editoria (pur con tutti gli entusiasmi  dedicati al romanzo e la buona volontà nel promuoverlo), “ 360 gradi di rabbia” non raggiunse un numero sufficiente di lettori, sufficiente a far risuonare il messaggio che porta con sé. Per questa ragione, ho accolto con gioia la proposta di Massimo di Gruso, editore  di Koi press. Vorrei che “ 360 gradi di rabbia” possa continuare a diffondere e condividere il suo convinto Sì alla vita.

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Un estratto di 360 GRADI DI RABBIA, di Elena Mearini
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Fernando Coratelli ci racconta LA RESA

Fernando Coratelli ci racconta il suo romanzo LA RESA (Gaffi, 2013)

[leggi un estratto de LA RESA, cliccando qui]

di Fernando Coratelli

L’idea alla base di La resa nasce all’indomani degli attacchi terroristici a Londra, nel luglio 2005, e proprio nei mesi successivi all’attentato si paventò l’ipotesi che anche l’Italia potesse essere colpita. Pensai a lungo a questo possibile tragico evento, ma mi resi subito conto che non pensavo al suo evento catastrofico in sé, o le ragioni che avrebbero portato (e che portavano in quel decennio) agli attentati, quanto mi accorsi di riflettere sul dopo. Cosa rimane del proprio universo se una mattina per caso ci si salva da un attacco terroristico? Cosa accade a una generazione che non ha vissuto alcun tipo di guerra sul proprio territorio?
Queste erano le riflessioni che hanno fatto da traino iniziale alla stesura del romanzo. Poi, come spesso succede, l’idea di fondo si amplia, si amplifica così dall’idea di seguire in un processo di meditazione un personaggio che scampa all’attentato, ho pensato che un romanzo corale fosse più adatto; così, i personaggi principali sono diventati quattro come le esplosioni che narro agli inizi del romanzo. Leggi tutto…

Diego Agostini ci racconta LA FABBRICA DEI CATTIVI

Diego Agostini ci racconta il suo romanzo LA FABBRICA DEI CATTIVI (Giunti, 2013)

[Un estratto del libro è disponibile qui]

di Diego Agostini

“Dunque fai lo scrittore, adesso?” Mi chiede spesso la gente da quando è stato pubblicato La fabbrica dei cattivi. “No”, rispondo, “Faccio quello che ho sempre fatto: il narratore”. Mi piace raccontare storie, ma non storie qualsiasi. Storie vere. Ho scoperto, nella mia lunga attività di formatore, che raccontare fatti di vita è molto più utile dello spiegare per ore concetti e teorie. L’esperienza vera colpisce, insegna, fa cambiare. Perché è proprio in questo modo che si cresce, nella realtà dei tutti i giorni. Così ho pensato semplicemente di mettere su carta ciò che mi riesce meglio quando parlo alle persone: trasferire direttamente l’esperienza umana. Giunti era la casa editrice perfetta per questo progetto, partendo dalla sua solida tradizione nella saggistica di psicologia, con la quale io stesso mi sono formato, e arrivando alla sua nuova e vitale collana di narrativa italiana. Mettiamoci un po’ di fiducia e di coraggio da parte di chi la gestisce, ed ecco il volume in libreria. Di fatto avevo già pubblicato dei saggi, scientifici e divulgativi. Ma qualcosa, col tempo, è cambiato. Ultimamente mi trovavo troppo spesso a riempire i miei taccuini di riflessioni ed esperienze personali, ritardando la realizzazione dell’ultimo manuale di management. Appunti che si accumulavano, almeno fino a quando… si sono impadroniti prepotentemente del computer. E da quel momento, più nessuno è riuscito a fermarli. Leggi tutto…

Vincent Spasaro racconta IL DEMONE STERMINATORE

Vincent Spasaro racconta a Letteratitudine il suo romanzo “IL DEMONE STERMINATORE. Cronache del fiume senza rive” (Anordest edizioni) – domani pubblicheremo uno stralcio del libro –

di Vincent Spasaro

Si tratta di un’opera composta anni fa e che ho pubblicato sfrondata di alcuni capitoli rispetto alla prima stesura ma per il resto sostanzialmente identica.
All’epoca avevo appena terminato quello che poi sarebbe stato il mio primo romanzo edito (Assedio, Mondadori Segretissimo 2011 e Edizioni Anordest 2014), una storia molto cupa, un hard boiled paranormale che sfociava in un romanzo dell’orrore ambientato nella Sarajevo dell’assedio. In Assedio, che è parte integrante della mia ricerca di un crossover fra generi, a sua volta una costante della mia produzione narrativa, avevo esplorato il romanzo d’azione e guerra mescolato con orrori cosmici e utilizzando uno stile che definirei cinematografico, veloce e pieno d’immagini.
Subito dopo ho quindi avvertito l’esigenza di spostarmi su uno stile di scrittura più epico e magniloquente, qualcosa di completamente diverso. Avevo anche desiderio di sceneggiare il tutto in maniera più approfondita: laddove Assedio era un romanzo in cui agivo quasi con la telecamera in spalla, qui volevo invece descrivere con dovizia di particolari quel che avrei narrato.
Inoltre sentivo di dover cambiare completamente genere e ambientazioni. Questa è una cosa che mi viene naturale -con quali esiti ovviamente non spetta a me dire- e in qualche modo anche necessaria. Non amo ripetermi bensì spiazzare il lettore come da lettore sono contento quando vengo preso in contropiede. Capiterà di sicuro coi prossimi romanzi che saranno ben diversi per stile e storie sia da Assedio che dal Demone sterminatore. Leggi tutto…

IL BAMBINO AL COBALTO (un brano del libro e l’autoracconto d’autore)

Pubblichiamo un brano del volumeIL BAMBINO AL COBALTO. Diario di un dolore“, di Ivano Luppino, (Armando Siciliano Editore) seguito dall’autoracconto d’autore

(Leggi la recensione di Marinella Fiume)

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Da “IL BAMBINO AL COBALTO. Diario di un dolore“, di Ivano Luppino, (Armando Siciliano Editore)

Sembra strano, ma l’odore degli ambienti ospedalieri mi inebriava, mi sentivo felice, quasi a mio agio.
Del resto, quelle stanze ovattate, un po’ fredde, quasi asettiche, erano stati i miei appartamenti obbligati, i miei territori privati, spesso sopportati, ma sempre accettati, per anni.
Ci vedevo i due risvolti della medaglia e, per uno di essi, quando ero disteso sul lettino ci stavo bene.
Già, il lettino!
Ho guardato il mondo per anni col naso in su, sdraiato su un lettino.
Che fosse di casa, di ospedale, di sala operatoria, poco importa. Era un mezzo fisico di contenimento del mio corpo. Due metri quadrati di mondo, quattro lati di possesso. Uno spazio dove vivere per settimane o mesi, circondato dalla vita che chiama e a cui poter rispondere solo in lontananza.
Ho sempre dato doppio senso o valore delle cose che mi riguardavano e anche nei confronti del lettino era così.
Se, da un lato l’idea di essere costretto a restare in modo orizzontale, per tempi anche lunghi, non mi attraeva, dall’altro la possibilità di un pezzo di mondo, tutto mio, privato, intoccabile, mi dava la sensazione di essere protetto.
Durante il giorno, il lettino svolgeva assai bene le funzioni ad esso assegnate.
Mi permetteva di contattare il mondo discretamente e lo consideravo una barriera fisica reale tra il mio corpo e gli altri.
Il lettino della Sezione B era una vera culla di alluminio, costruito per proteggere i piccoli pazienti durante la notte.
Aveva le sbarre mobili ai lati più lunghi che potevano essere riposte in basso nel momento del non bisogno ma che, ai più piccoli, durante la notte, venivano alzate, con rapido movimento, dalle infermiere. Era praticamente impossibile scendere dal lettino senza farsi male.
Stranamente, anche in età meno infantile, verso i dieci, dodici anni, la notte, sbloccavo la sicura delle sbarre a tubi cilindrici e le facevo risalire. La protezione era completa. Il varco era ostruito. Il mondo restava fuori, la notte imperava e mi avvolgeva…
E le coperte erano le armi doganali.
Mi coprivo sempre, fino al bordo del mento e sotto le coperte assumevo, subito, la classica posizione di difesa, quella fetale.
Volevo separarmi in modo netto e deciso dagli altri. Non volevo essere toccato.
Sul lettino operatorio invece no!
Lì ero indifeso, spogliato, aggredito, lì dovevo subire.
Non avevo coperte con cui ripararmi, non c’era il buio, ma una lampada scialitica asettica, con nove lampadine con cupola di acciaio che emanava luce talmente fredda da gelare il corpo, freddare la mente, annullare i pensieri.
Non potevo pensare ad altro, solo a me stesso.
Immobile, inerme, senza forze, passivamente accettavo di essere spostato, rigirato, legato al piccolo lettino verde con le cinghie di cuoio. Il capo veniva adagiato su una piccola ciambella, con un foro centrale, rivestita di multiple fasce di garza.
Non avevo teli da tirare su.
Le mie difese erano valicate, abbattute e non era consentito nulla se non accettare la condizione, quello per cui ero lì.

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Ivano Luppino “racconta” il proprio libro per Letteratitudine

di Ivano Luppino
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BORGO PROPIZIO, di Loredana Limone

Borgo PropizioIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un brano del romanzo BORGO PROPIZIO, di Loredana Limone (Tea, 2013) e l’autoracconto del libro da parte dell’autrice

Belinda ha intenzione di ricominciare e Borgo Propizio, un paese in collina in un’Italia che può sembrare un po’ fuori dal tempo, le pare il luogo ideale per realizzare il suo sogno: aprire una latteria. Il borgo è decaduto e si dice addirittura che vi aleggi un fantasma… ma che importa! A eseguire i lavori nel negozio è Ruggero, un volenteroso operaio che potrebbe costruire grattacieli se glieli commissionassero (o fare il poeta se sapesse coniugare i verbi). Le sue giornate sono piene di affanni, tra attempati e tirannici genitori, smarrimenti di piastrelle e ritrovamenti di anelli… ma c’è anche una grande felicità: l’amore improvviso per Mariolina, che al borgo temeva di invecchiare zitella con la sorella Marietta, maga dell’uncinetto. Un amore che riaccende i pettegolezzi: dalla ciarliera Elvira alla strabica Gemma, non si parla d’altro, mentre in casa di Belinda la onnipresente zia Letizia ordisce piani, ascoltando le eterne canzoni del Gran Musicante. Intanto i lavori nella latteria continuano, generando sorprese nella vita di tutti…

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Dal romanzo BORGO PROPIZIO, di Loredana Limone (Tea, 2013)

Purtroppo, dopo le vacche grasse arrivano sempre le vacche magre e con gli anni la richiesta di lavori all’uncinetto, pezzi unici fatti a mano, diminuì. I corredi non contemplavano più simili manufatti perché le giovani spose preferivano moderni capi colorati da mettere in lavatrice e, se possibile, da non stirare; come bomboniere per i battesimi, le comunioni e i matrimoni, si sceglievano oggetti spesso inutili nei negozi dei numerosi centri commerciali spuntati un po’ dovunque come funghi. Velenosi, però.
Era finita – o comunque era sempre più in declino – la generazione di chi amava la tradizione. Il progresso, mostro ingordo, si stava mangiando tutto. Dilagavano, inoltre, i notevolmente più economici prodotti della Cina, la cui popolazione, si temeva, avrebbe invaso tutto il mondo. Lo diceva anche la televisione, che Marietta seguiva fedelmente.
Ecco perché, quando Mariolina, confidando nella riservatezza della sorella, la informò del negozio, Marietta mostrò grande meraviglia.
«Mah!» esclamò, prima di rimuginare tra sé e sé, cercando di non perdere i punti di un cruciale nodo d’amore per una tenda che sarebbe stato impossibile non ammirare nella vetrina di Fili Fatati dal 1888 e che di certo le avrebbe portato nuovo lavoro.
Ah, se le cose fossero andate diversamente, se la mamma non si fosse ammalata, se ci fosse stata una spinta al turismo, se la congiuntura economica (forse non c’entrava nulla, ma l’aveva sentita in tivù e le sembrava ci stesse bene)… Se così, se cosà, avrebbe potuto farlo lei, quel passo. Forse ci sarebbe voluto solo un po’ di coraggio. E un piccolo capitale, restituibile alla banca.
Ah, no, la banca no! Nemmeno a parlarne! Quegli strozzini! Di recente un poveraccio era stato spinto al suicidio: gli avevano preso perfino la casa. Senza cuore, le banche, meglio non averci nulla a che fare! Però… vicino al Municipio, in pieno borgo. D’accordo, un borgo decaduto. Tra un po’ sarebbe diventato un paese di anziani, per non dire di vecchi. E di fantasmi.
L’appellativo Propizio, per una qualche derivazione latina, si riferiva al fatto che i principi che lo avevano governato con gran fasto nei secoli passati, copiando gli antichi usi romani, consultavano il volo degli uccelli prima d’intraprendere qualcosa d’importante, e il puntuale arrivo dei volatili da oriente era considerato propiziatorio. Ma, da che Marietta aveva memoria, sarebbe stato meglio chiamarlo Borgo Impropizio o Borgo Infausto, o come peggio si preferiva, tanto il paese era vittima della superstizione. Anche se in effetti niente aveva dimostrato che fosse vero. Qualche coincidenza, forse. Ma proprio se ci si voleva credere. Fantasmi… Leggi tutto…