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Archive for the ‘Autoracconto d’autore (l’autore racconta il suo libro)’ Category

ROMANO DE MARCO racconta L’UOMO DI CASA

ROMANO DE MARCO racconta il suo romanzo L’UOMO DI CASA (Piemme)

Il primo capitolo del libro è disponibile qui

di Romano De Marco

L’idea di scrivere questo romanzo mi venne a Courmayeur, nel dicembre 2014, durante il Noir festival. Assistevo a una presentazione dell’ultimo thriller di Jeffrey Deaver, da parte di Gianrico Carofiglio che, a un certo punto, disse: “Esistono tre regole fondamentali per scrivere un romanzo di grande successo. Il problema è che nessuno le conosce.” Quella brillante citazione (non ricordo di quale altro autore) mi diede da pensare a lungo. La domanda che mi posi fu “Esistono o no le regole per il successo nel campo editoriale?”. La mia risposta è che sì, esistono, ma cambiano nel tempo e per funzionare devono comunque passare attraverso una serie di variabili molto complicate. Detto ciò, mi dissi che sarebbe valsa comunque la pena di provarci. La missione da quel momento fu: provare a scrivere un romanzo di successo!
Una quarta regola la introdussi subito io, in piena autonomia: deve restare invariato, per me, il piacere dello scrivere. Deve comunque trattarsi di una storia nelle mie corde, che mi appassioni e che mi ispirerebbe anche come lettore.
Assodato ciò, iniziai la ricerca delle tre fatidiche regole, quelle valide nel preciso “momento editoriale”, sperando che non cambiassero troppo in fretta. Ritenni di averle individuate in: Leggi tutto…

CARMELA SCOTTI racconta L’IMPERFETTA

CARMELA SCOTTI racconta il suo romanzo L’IMPERFETTA (Garzanti)

Le prime pagine del libro sono disponibili qui

di Carmela Scotti

Chiamata a percorrere a ritroso la strada che mi ha portato a concepire il personaggio di Catena Dolce e del suo lungo vagabondare, mi ritrovo a non sapere con precisione che direzione imboccare, come se Catena stessa avesse cancellato dalla mia memoria le tracce del suo passaggio, affinché io non potessi mai costringerla, neppure nei ricordi, a ripercorrere quel cammino che tanta pena le è costato. Dunque, non posso che partire dalla fine, dal momento in cui cioè, Catena è arrivata al cuore dei lettori, e da loro, dalle loro riflessioni, ha ricevuto in dono una voce e un corpo, diventando una presenza capace di mutare, come un vento, ad ogni sensazione nuova che il lettore mi restituiva ricavandole dalla lettura.
L’Imperfetta non è, e non è mai stato, un romanzo “di trama” (per quanto l’ordito ci sia e abbia, pur nei suoi salti temporali che annullano le distanze, un inizio, un proseguimento e una fine) ma di “ritmo”, come diceva Virginia Woolf a proposito del suo “Le onde”, dove il racconto è concepito come un brano per orchestra e ciascun personaggio è uno strumento con un proprio ritmo. In altre parole, ciò che mi premeva fare era raccontare una storia non soltanto consegnandola, nuda e cruda, al lettore, ma donandole un incedere musicale, un ritmo che permeasse la pagina, come un balletto dove ogni movimento è parte di un complesso e ben oliato ingranaggio di gambe, braccia e volti. Leggi tutto…

ALESSANDRA MINERVINI racconta OVERLOVE

ALESSANDRA MINERVINI racconta il suo romanzo OVERLOVE (LiberAria)

Un estratto del libro è disponibile qui

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di Alessandra Minervini

Overlove è un romanzo di non-amore. La storia di Anna e Carmine è tutt’altro che romantica. Se posso azzardare una definizione, forse quella che potrebbe descrivere il mio romanzo è thriller sentimentale. Non si sa fino alla fine cosa succederà e come e se succederà. Se l’abbandono si trasforma in libertà o giace come maceria. Volevo raccontare la dissipazione di  un sentimento, il suo fallimento e per farlo non ho indugiato in alcun sentimentalismo. La storia comincia con un gesto netto, chiaro che Anna compie nei confronti di Carmine:

“Quando erano lontani, come succedeva per la maggior parte dei giorni, ad Anna per la nostalgia fiorivano addosso delle piume smodate, viola con sottili striature verdi. Il peso delle piume era imprevisto come un temporale e, dopo un po’, a seconda della distanza che li separava, le piume diventavano insopportabili. Cicatrici ossidate. Con questo peso sulle spalle, novella dea della mancanza, Anna aveva preso la loro storia e l’aveva schiacciata come si fa sulle pareti con gli insetti minuscoli, quelli che si temono anche se non possono nuocere.” Leggi tutto…

GIULIA CAMINITO racconta LA GRANDE A

GIULIA CAMINITO racconta il suo romanzo LA GRANDE A (Giunti)

Un estratto del libro è disponibile qui

di Giulia Caminito

A Legnano le bombe fanno rifugiare i bambini insieme ai circensi. Gli scolari seguono in fila la maestra, mentre i pesci rossi vengono abbandonati nelle loro bocce di vetro. La guerra non risparmia neanche le noccioline caramellate e le scarpe gialle dei clown.
Giadina è una bambina vestita di nero, linda e pinta, come ogni brava scolara del fascio. Da sempre minuta, vocetta gracchiante, gambe a stecco e portamento da giunco, Giada vive la Seconda guerra mondiale tra corse nei campi, casaletti bombardati, chili di patate e riso e le angherie della Zia e della Cugina, con cui vive da quando sua madre, Adele, è partita per andare a cercare fortuna in Eritrea, lasciando figli e marito sul suolo italico.
Giada ha le croste intorno alla bocca e dorme all’addiaccio, da quando i vetri della casa sono scoppiati, ma fantastica di poter raggiungere la madre in quella che lei chiama la Grande A, l’Africa delle (quasi) ex colonie italiane, terra per lei di elefanti e tigri, di sole e palme, di scoperte e conquiste, ruggente e al sapore di cioccolata. Giada infatti pensa che la madre lì sia impegnata in incredibili avventure tra le dune del deserto e che rida con le scimmie mentre sorseggia tè e fuma sigarette francesi.
Dopo la guerra finalmente Adele torna, strappa la figlia alle grinfie della Zia e la fa imbarcare per la Grande A. Anche l’avventura della piccola milanese può dunque avere inizio.
Il viaggio è lungo e noioso, Giada sente già la mancanza di casa, e quando arriva al porto di Massaua si rende conto di essere vestita scioccamente, ha calzette al ginocchio e maniche a trequarti, mentre il sole assassino cuoce le uova sulla banchina.
Inizia così, nell’inadeguatezza e sotto il solleone, la scoperta della Grande A, e poi della piccola Assab, dove dopo qualche giorno Giada arriva e raggiunge Adele. Ad aspettarla, purtroppo, non ci sono case bianchissime, ballerine bellissime, feste lunghissime e mobili pregiatissimi, ma un bar al limite del deserto, un paesino torrido e spoglio, dove non piove da nove lunghi anni, un turno di lavoro fino alle due di notte tra stoviglie e caffè ristretti, per controllare gli avventori del bar della madre che si fermano a giocare a biliardo, e una madre bisbetica che nessuno ha mai avuto la capacità di domare. Leggi tutto…

VALERIO AIOLLI racconta LO STESSO VENTO

VALERIO AIOLLI racconta il suo romanzo LO STESSO VENTO (Voland)

Un estratto del libro è disponibile qui

di Valerio Aiolli

ImmagineCi sono libri, anche corposi, che si scrivono in un soffio. A me capita di rado, ma è capitato. E altri, magari non lunghissimi, per i quali c’è bisogno di più tempo. A volte di molto tempo.
La prima cosa che si legge, aprendo Lo stesso vento, è una data: 23 dicembre 1999. È il momento in cui inizia la storia narrata nel libro, ma è anche il momento, più o meno, in cui il libro cominciò a essere scritto.
Nell’aprile di quell’anno era uscito il mio primo romanzo, Io e mio fratello. Raccontava, dal punto di vista e col linguaggio di un bambino di cinque anni, la vita e la morte all’interno di una famiglia fiorentina, afferrata e scossa dal boom economico degli anni ’60. C’erano personaggi immaginari, così come lo era parte della trama, ma non posso negare che quel libro avesse una forte radice autobiografica.
In quegli stessi mesi stavo scrivendo quello che sarebbe diventato il mio secondo romanzo, uscito poi due anni dopo: Luce profuga. Anche in questo caso, se l’intreccio e molti dei personaggi erano frutto di fantasia, l’ambiente fisico e sociale in cui era ambientata la storia li conoscevo bene per il fatto di viverci tutti i giorni, da più di dieci anni, nell’ambito del mio lavoro cosiddetto normale. E il protagonista aveva più di un aggancio con la mia persona.
Forse è inevitabile che sia così. Si scrive sempre di sé stessi, in qualche modo più o meno mascherato. Eppure in quel periodo sentivo la forte esigenza di staccarmi, dal punto di vista narrativo, da me. Volevo rendermi conto se fossi anche capace di raccontare storie e persone lontane dal mio mondo per estrazione sociale, esperienze, carattere, età, sesso.
L’occasione per far ciò mi venne offerta grazie a Laura Lombardi, un’amica storica dell’arte. Fu lei a chiamarmi e a chiedermi di partecipare con un racconto all’introduzione al catalogo di una mostra che avrebbe avuto luogo verso la fine di quel 1999 in una galleria di piazza Santa Croce, a Firenze.
Venni invitato allo studio del pittore, Gianni Cacciarini. Lo conobbi, mi furono mostrati i suoi quadri, fornite alcune fotografie che portai a casa. Leggi tutto…

FABIO STASSI racconta LA LETTRICE SCOMPARSA

FABIO STASSI racconta il suo romanzo LA LETTRICE SCOMPARSA (Sellerio) – vincitore del Premio Scerbanenco 2016

Le prime pagine del romanzo sono disponibili qui

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di Fabio Stassi

Vince Corso somiglia a Gérard Depardieu, fuma le Gitanes e, nel tempo libero, suona il clarinetto e ascolta solo musica francese e maghrebina. È nato a Nizza, ma dall’amore di una notte tra una cameriera italiana e uno sconosciuto. Dopo un’infanzia vissuta negli alberghi e nelle pensioni della Costa Azzurra, dove sua madre lavorava, passa l’adolescenza a Genova e si laurea in Lettere a Roma. Per vent’anni figura nelle graduatorie di Scuola secondaria e superiore, per l’insegnamento delle materie letterarie. Ma un settembre si ritrova senza nessun incarico. Prima di lasciare l’Italia, tenta allora una disperata scommessa con sé stesso. Un’anziana ma energica signora gli affitta per due mesi una soffitta a via Merulana e Vince, grazie all’esperienza fatta per qualche mese su una rivista femminile, vi apre uno studio di biblioterapia.
Ha un amico libraio, Emiliano, e un’amica bibliotecaria, Marta. Ogni tanto si siede nel cortile a parlare di boxe con un ex allenatore, il sor Gigi. Il portiere del suo palazzo è peruviano e si chiama Gabriel, ma di cognome. Serena lo ha lasciato prima dell’estate, ma lui ci pensa ancora.
Ogni giorno esce con il suo cane, un weimaraner muto di nome Django, per spedire una cartolina al padre all’unico indirizzo dove sa che, almeno per una volta, quell’uomo è transitato: Hotel Le Negresco, Promenade des Anglais. Come un contabile, vi scrive sopra il resoconto di tutti i suoi fallimenti, delle tante storie che le donne gli raccontano e della sua feroce volontà di farcela.
Comporre la sua storia è stato un azzardo, un’incoscienza e un divertimento. Leggi tutto…

PAOLO COGNETTI racconta LE OTTO MONTAGNE

PAOLO COGNETTI racconta il suo romanzo LE OTTO MONTAGNE (Einaudi)

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di Paolo Cognetti

Ho cominciato a scrivere Le otto montagne un giorno di giugno del 2014, scendendo con il mio amico montanaro per una gola che chiamano Vallone della Forca. È un toponimo comune sulle Alpi: la forca o forcella è un passo particolarmente angusto, che noi avevamo appena superato per buttarci giù dall’altra parte. Ci lasciavamo alle spalle un posto a cui, per motivi diversi, siamo entrambi legati. Un sentiero interrotto da una frana, una conca in cui raramente s’incontra qualcuno, un grande lago dall’aria cupa, gli ultimi boschi, ruderi, pietraie. Il posto che poi è al centro di questo romanzo che ho scritto. https://i2.wp.com/static.lafeltrinelli.it/static/frontside/xxl/5/7327005_2044687.jpgCamminando io e il mio amico non parliamo molto, però ci piace ogni tanto indicare le cose e condividere con l’altro i ricordi che alle cose sono legati. Su quel sentiero c’è la baita col tetto di lamiera dove io ho passato una notte, anni fa, senza chiudere occhio sotto il temporale, e poco dopo l’alpeggio in cui la mamma del mio amico saliva da bambina, in groppa a un mulo che ragliava alla luna. C’è il punto in cui lui ha bivaccato in primavera, illudendosi di passare una notte romantica con la sua futura moglie furibonda, e quello in cui io a dodici anni ho piantato la tenda con mio padre, dopo aver fatto il bagno nel lago e cantato davanti al fuoco. Queste storie le conosciamo già, ce le siamo raccontate tante volte, ma camminando per quei posti non è noioso riascoltarle, è come veder riaffiorare nell’altro i ricordi e si è contenti di essere lì mentre succede, onorati di venire accolti in quel luogo così privato. Noi due ci stupiamo sempre di aver condiviso gli stessi sentieri in una vita precedente, ed è probabile che una volta o l’altra ci siamo pure incontrati – io un bambino di città che camminava davanti a suo padre, lui un ragazzo di montagna scontroso e solitario – senza poter immaginare che in un futuro lontano vent’anni saremmo diventati amici. Queste sono le cose che di solito ci diciamo, e ce le saremo ripetute anche quella mattina di giugno. Leggi tutto…