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Archive for the ‘Autoracconto d’autore (l’autore racconta il suo libro)’ Category

ALESSANDRA SARCHI racconta LA NOTTE HA LA MIA VOCE

ALESSANDRA SARCHI racconta il suo romanzo LA NOTTE HA LA MIA VOCE (Einaudi)

romanzo vincitore del: Premio Selezione Campiello 2017 e del Premio Letterario Internazionale Mondello 2017

Ritratto di Alessandra Sarchi 2015

di Alessandra Sarchi

Questo romanzo ha il suo nucleo originario nel personaggio della Donnagatto, amputata di una gamba e su una sedia a rotelle, eppure tanto vitale da far pensare a un felino sinuoso e scattante, da cui le deriva il soprannome che l’assimila a una supereroina.
La Donnagatto era già apparsa alla mia immaginazione quando scrivevo un racconto pubblicato poi nel numero 63 di “Nuovi Argomenti” col titolo La nuotatrice. Per la prima volta cercavo di affrontare il tema della diversità e della menomazione fisica nelle sue implicazioni simboliche e nel suo potenziale narrativo: lì il confronto si svolgeva fra due donne di cui una sana che aveva appena perso il lavoro e ne era affranta, l’altra che avendo perso da tempo la propria integrità fisica aveva trovato un altro modo per dare senso al proprio sé. S’incontravano in piscina, in acqua dove le regole della gravità sono abolite e le distinzioni fra chi cammina e chi non può farlo vengono accorciate.
Quando iniziai a pensare di estendere e arricchire il personaggio del racconto, che si chiamava Giovanna, nome che ho poi conservato nel romanzo, si aggiunse l’elemento della bella voce: doveva avere un dettaglio fisico molto caratterizzante e al tempo stesso estremamente impalpabile. La voce infatti ci contraddistingue come individui in maniera unica e sembra tradurre tutte le note del nostro carattere, ma è anche molto poco fisica, a differenza delle impronte digitali o della forma e del colore degli occhi.
E questa voce disincarnata in un certo senso doveva essere il paradosso intorno cui ruotava la faticosa ricerca di identità che viene percorsa all’interno del romanzo: come si sopravvive alla perdita di una parte di sé fondamentale, come si ricostruisce l’eros verso di sé e verso il mondo quando si è perso il contatto con il proprio corpo? Leggi tutto…

FRANCESCA MANFREDI racconta UN BUON POSTO DOVE STARE

FRANCESCA MANFREDI racconta la sua raccolta di racconti UN BUON POSTO DOVE STARE (La nave di Teseo) – vincitrice del Premio Campiello Opera prima 2017

 * * *

di Francesca Manfredi

Credo che la prima idea di Un buon posto dove stare sia nata molto presto, annidandosi da qualche parte quando ancora non pensavo ne avrei scritto un racconto, tantomeno undici. Era il 2011 ed ero ad Amsterdam. Camminavo per le vie del centro, i quartieri residenziali, senza una meta precisa. Mi capitò di notare un aspetto ricorrente, un’abitudine che accomuna molti Paesi del Nord: quella sorta di reticenza ai tendaggi. Gli appartamenti, anche quelli al piano terra, affacciati sulla strada, non avevano tende alle finestre. Il che saltava ancora di più all’occhio di sera, col buio, la luce delle case a illuminare le vie. Camminavo tra questi edifici sconosciuti e non riuscivo a fare a meno di guardare all’interno, dove era ora di cena e le famiglie si sedevano a tavola. Quasi a favore dello spettatore, come un presepe vivente, come un dipinto di Jan Steen o un catalogo Ikea.
Ho pensato – forse in quel momento, forse più tardi – che nulla si avvicinava di più al racconto, alla definizione di racconto in sé. Uno sbirciare dalla finestra. Ricordo che mi sono fermata, senza farmi vedere, e ho pensato a tutte le storie che potevano contenere quelle stanze. Ho provato a immaginarle, a ricostruirle da ciò che potevo osservare. Case affollate di studenti, famiglie con bambini; appartamenti abitati da coppie silenziose, che cenano l’uno di fronte all’altro, senza guardarsi mai. Leggi tutto…

GIORDANO TEDOLDI racconta TABÙ

GIORDANO TEDOLDI racconta il suo romanzo TABÙ (Tunuè)

di Giordano Tedoldi

Ho scritto “Tabù”, come gli altri miei libri, per me stesso, “a mio beneficio” come si diceva delle Accademie musicali (così si chiamavano i concerti) al tempo di Beethoven, per stare meglio. “La letteratura è terapeutica?” si sente spesso chiedere. Molti non hanno voglia di dichiararsi in cura, sia pure la cura non ortodossa della letteratura, e quindi respingono la domanda con ingiustificata sicurezza. Per me non è un problema, e dunque rispondo di sì. Ho scritto i racconti di “Io odio John Updike” contro la solitudine, e i miei due romanzi, “I segnalati” e “Tabù”, rispettivamente, contro il dolore e contro la mancanza. Inutile girarci attorno: la vita mi sembra un inferno (su questo dirò qualcosa più avanti), e devo difendermi. La difesa è largamente inadeguata alla minaccia, ma è l’unica efficace, l’unica che mi faccia stare meglio. Da questo punto di vista la scrittura di “Tabù”, per utilizzare un (controverso) concetto di Daniel Dennett a proposito della coscienza, si è svolta secondo il motto competence without comprehension. Ho fatto qualcosa perché la sapevo fare, in ultima analisi per sopravvivere, senza sapere cosa stavo facendo. In un certo momento della mia vita, sopravvivere ha voluto dire scrivere “Io odio John Updike”, in un altro momento più recente, scrivere “Tabù”. E potrei chiudere il discorso qui, quanto ai motivi, perché non li conosco e non li conosco perché probabilmente non ne avevo, l’unica cosa che so è che sono stato, inaspettatamente per me (e non solo per me, vi assicuro) in grado di scrivere i miei libri: ne avevo evidentemente la competence, la capacità anche semplicemente fisica, nonché le condizioni materiali, e queste potrebbero mancare da un momento all’altro e dopo un breve respiro io non sarei più uno scrittore, esito che del resto è nel mio destino. Leggi tutto…

GIANFRANCO MANFREDI racconta SPLENDORE A SGHANGHAI

GIANFRANCO MANFREDI racconta il suo romanzo SPLENDORE A SGHANGHAI (Skira)

di Gianfranco Manfredi

La storia del mio romanzo, in breve.
Anno 1925. Giannetto, detto Doremì, è un pianista di nemmeno vent’anni. Vive a Senigallia (Ancona) e suona al cinema Eden improvvisando colonne sonore sui film muti. Doremì è rimasto orfano di entrambi i genitori e il cinema riempie la sua solitudine e dà sfogo ai suoi sogni di evasione dalla provincia. Il conte Paolini, magnate e protettore degli artisti, amico di Giacomo Puccini, frequenta regolarmente Senigallia nei periodi di vacanza. Incuriosito dallo stile pianistico di Doremì, lo ingaggia per accompagnare al pianoforte una soprano sua protegée che deve tenere un concerto presso il consolato italiano di Shanghai. Doremì si ritrova così catapultato dalla sua piccola città e una metropoli internazionale dove, in quegli anni turbinosi, furoreggiano i locali da ballo e tutti i generi musicali si mescolano grazie alla composita umanità che popola le concessioni straniere. Quel mondo cosmopolita, unitamente alla complessa, inafferrabile realtà sociale e culturale della Cina, il suo dislocamento improvviso e assoluto, lasciano Doremì totalmente smarrito. La musica diventa per lui l’unico appiglio cui afferrarsi per dare un senso alla sua nuova vita. Le figure femminili che incontra, le fugaci relazioni amorose che intreccia, con la soprano stessa, con una cantante di colore e trombettista jazz americana, con una poetessa e pittrice cinese, sono avventure che continua a vivere idealizzandole quasi facessero parte di un sogno dal quale non riesce a svegliarsi. Finché conosce Olga una giovane cantante russa e con lei approfondisce un diverso tipo di relazione: sulle prime puramente sessuale, poi di intensissima collaborazione artistica perché si mette a comporre canzoni per lei. Gradatamente , e non senza inciampi e incomprensioni, i due cominciano a conoscersi come persone, contraddittorie, dai trascorsi oscuri, alla ricerca di una non facile accettazione reciproca. Si afferrano a quest’amore come a un’ancora di salvezza, perché nemmeno più lo spettacolo ormai può distrarli dalla tragica realtà sociale della Cina che precipita nella guerra civile e nell’imminente guerra contro il Giappone. Può lo spettacolo continuare mentre intorno ai dorati recinti dell’International Settlement scorre il sangue e mentre anche all’interno di questo recinto protetto affluiscono masse di profughi e si coltivano intrighi di spie internazionali, si scontrano opposte fazioni in lotta, si scatena la criminalità d’ogni genere, anche quella degli affari, e dilaga la miseria? Può ancora la musica rappresentare una difesa dalla violenza del mondo e l’amore un argine alla disumanizzazione di ogni rapporto sociale?

Perché ho scritto questo romanzo. Leggi tutto…

LAURA PUGNO racconta LA RAGAZZA SELVAGGIA

LAURA PUGNO racconta il suo romanzo LA RAGAZZA SELVAGGIA (Marsilio)

romanzo vincitore del Premio Selezione Campiello 2017

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di Laura Pugno

La ragazza selvaggia (Marsilio), è un romanzo che racconta l’impossibilità di ritornare alla natura, o almeno, di ritornarvi in modo ingenuo. Racconta anche, come in uno specchio, l’impossibilità di consegnarsi completamente alla cultura, la sopravvivenza irriducibile dell’animale in noi, il territorio segreto –  il bosco, l’oceano? – che circonda le frontiere dell’umano e in questo, un sottile filo rosso lo ricollega al mio romanzo d’esordio, Sirene.
La storia raccontata parte da un territorio narrativo – e reale – che a molti è noto, le vicende dei cosiddetti “ragazzi selvaggi”, che uniscono mito e realtà. Chi ricorda il film di Truffaut, L’enfant sauvage, sulla vicenda di Victor de l’Aveyron, cresciuto nei boschi alla fine del Settecento, muto forse per una ferita alla gola, e del medico Jean Itard, che per anni se ne occupò?
Ne La ragazza selvaggia, siamo al giorno d’oggi, tra Roma e l’immaginaria riserva naturale di Stellaria, da cui la presenza umana è stata bandita. È qui che all’inizio del romanzo viene ritrovata, allo stato selvaggio, Dasha, la protagonista.
Dasha e la sorella gemella Nina hanno alle spalle una complicata vicenda familiare. Orfane, provengono dalla zona di Chernobyl, e sono state adottate da un industriale, Giorgio Held, e dalla sua giovane moglie, Agnese. Ma mentre Nina entra subito a far parte della nuova realtà, impara l’italiano, fa rapidamente nuovi amici, Dasha rifiuta con violenza di integrarsi: rifiuta di parlare.
È già una ragazza selvaggia, qualcuno che non possiede l’arte umana del linguaggio?
Non lo sappiamo, ma un giorno, il legame fortissimo che unisce Nina e Dasha si rompe, al punto che Nina, con un gesto infantile e terribile, di cui si pentirà per tutta la vita, porta la sorella nel bosco di Stellaria e l’abbandona.
E Dasha scompare, davvero, per dieci lunghi anni. Si perde? forse scappa? decide di non ritornare? Leggi tutto…

FEDERICA MANZON racconta LA NOSTALGIA DEGLI ALTRI

FEDERICA MANZON racconta il suo romanzo LA NOSTALGIA DEGLI ALTRI (Feltrinelli)

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di Federica Manzon

Ho iniziato a scrivere La nostalgia degli altri il 6 gennaio 2016. Ero appena arrivata a Milano dopo molti giorni a Trieste. La città era abbandonata per le feste, c’era quella pioggia costante da pianura che toglie ogni imprevedibilità e si incolla ai vetri, l’irakeno del negozio di telefoni sotto casa mi aveva chiesto se avevo bisogno di qualcosa e io, forse per rendere speranzosa la sua giornata e il mio rientro, avevo comprato una scheda da vecchio Nokia, mettendo insieme gli spiccioli come per un braccialetto portafortuna. Ero salita a casa senza molto da fare. Mi mancava Trieste. Non il mare o gli amici di là. Piuttosto il suo essere instabile, inquieta e adolescente, città più raccontata che vera, pronta a corrisponderti quando ti prende quel languore da fine estate o amori perduti. Una città impossibile da vivere senza uscirne matti. Pensavo a Bobi Bazlen che se ne era andato, a Saba che spesso fuggiva per poi tornarci perché “solo qui e non altrove” riusciva a scrivere, a Carlo Stuparich che ne conosceva l’anima più oscura, a Joyce che nei bordelli della città vecchia imparava il triestino e trovava l’inglese più suo. Però, mi chiedevo, poteva mancarmi in modo così fisico un mito letterario? La nostalgia non è forse un sentimento dedicato ai corpi e ai sensi?

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PAOLO CODAZZI racconta IL PITTORE DI EX VOTO

PAOLO CODAZZI racconta il suo nuovo romanzo IL PITTORE DI EX VOTO (Pironti)

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di Paolo Codazzi

Fulvio, il personaggio principale (secondo numerosi lettori e recensori, ma potrei non condividere l’attestazione) del “Il pittore di ex voto”,  è un uomo maturo (e la definizione meriterebbe molte altre pagine descrittive), laureato in matematica e vincolato professionalmente a questioni concernenti lo “spazio campionario” (artiglio della matematica contemporanea anche se il pisano Leonardo Fibonacci ne anticipò alcune “probabilità”  molti anni fa, all’incirca fra undicesimo e dodicesimo secolo; e prima di lui un paio di presocratici seppure in forme che oggi considereremmo rozze: e anche tutto questo meriterebbe molte pagine di commento), ma soprattutto di quelle funzioni che consentono, o dovrebbe consentire, le previsioni meteorologiche che, come sostiene Fulvio,  … “Conoscere le previsioni del tempo è al giorno d’oggi un’esigenza dilatata degli individui, che ambirebbero a conoscere non solo le condizioni climatiche del Paese o della Regione, ma bizzarramente anche della città e del quartiere se non addirittura del condominio, e tutto questo ha reso le previsioni meteo un importante mezzo di comunicazione televisivo, contenitore di molta pubblicità e di conseguenze proliferato le società affaccendate sulla questione, rendendolo uno dei settori fecondi delle applicazioni matematiche e fisiche che pure nell’antichità avevano avuto dei tentativi  fin dai babilonesi per giungere ai greci e ai romani ma queste ricerche si arrestarono senza risultati a forme di proto scienza.” Leggi tutto…