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Archive for the ‘Autoracconto d’autore (l’autore racconta il suo libro)’ Category

ELENA MORETTI racconta QUASI A CASA

ELENA MORETTI racconta QUASI A CASA (Mursia), romanzo vincitore della prima edizione del Premio RTL 102.5-Mursia

di Elena Moretti

Sono una farmacista. E chi di voi non pensa subito al farmacista, quando si parla di professioni letterarie? Ma come, non c’è proprio nessuno?

Be’, non avete mica tutti i torti. Per quanto appassionata di chimica e farmacologia, però, io sono golosa di storie, vivo di storie, mi ci perdo dentro e, alle volte, va a finire che ne invento di mie.

Questa sete costante è una strategia che ho messo in atto per sopravvivere alla mia stessa testa. Perché, sapete, non è facile convivere con un cervello che non se ne sta mai zitto e, in back-ground, macina e frulla, impasta e reimpasta, rifrulla e rimacina tutto il santo giorno: alla fine della fiera tutto questo frullato da qualche parte devo pur riversarlo, se non voglio che mi fermenti dentro.

Quello che scrivo nasce quindi dalla voglia di dire qualcosa che sento profondamente mio, dando voce a personaggi che, per assurdo, con me hanno solitamente ben poco a che fare. Ma il bello del gioco sta proprio lì: ricreare, anche se solo su carta, delle vite fittizie eppure palpitanti. Leggi tutto…

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FRANCESCA FIORLETTA racconta BORGES NON È MAI ESISTITO

FRANCESCA FIORLETTA racconta il suo romanzo BORGES NON È MAI ESISTITO (L’Erudita)

di Francesca Fiorletta

Immaginate un inverno molto freddo. Un inverno a cui i romani non sono per niente abituati.
La capitale coi suoi vicoli assolati, gli scorci primaverili anche a gennaio, le belle ville con gli alberi perennemente in fiore. Ecco, forse non si è trattato proprio di un inverno, non tutto intero almeno. Sarà bastata una settimana o forse due, una ventina di giorni al massimo, ma sferzati da temperature a dir poco polari… Che poi, polari. D’accordo, in qualche rara occasione abbiamo sfiorato lo zero, ma c’è da dire che io sono una donna estremamente freddolosa. E, insomma, la sensazione era quella di essere stata improvvisamente trapiantata in Alaska.
Immaginate poi di dover affrontare un trasloco. Non proprio un trasloco di casa, ma un trasloco sul posto di lavoro. Scatoloni da riempire dappertutto, scaffali mezzi vuoti, dio non voglia la connessione internet assente. Insomma, il panico vero.
Così è nata la mia personale Siberia. Perché Borges, cioè, il mio romanzo, prima di chiamarsi Borges non è mai esistito, si chiamava Siberia. E raccontava di questo inverno molto freddo in cui era piombata la capitale, e di una ragazza che ogni mattina usciva di casa intabarrata per recarsi sul posto di lavoro. Leggi tutto…

MARINA VISENTIN racconta LA DONNA NELLA PIOGGIA

MARINA VISENTIN racconta il suo romanzo LA DONNA NELLA PIOGGIA (Piemme)

Marina Visentindi Marina Visentin

La prima idea della “Donna nella pioggia” è nata in una notte di pioggia. Banale? Meno di quanto sembri. Perché il titolo è venuto dopo, molto dopo, quando il romanzo ha trovato un editore (Piemme) e l’editore ha deciso che il titolo che io avevo immaginato – “Nessuno accanto” – non era abbastanza forte, e così mi ha proposto di sostituirlo con “La donna nella pioggia”.
Sulle prime ci sono rimasta un po’ male, ho temuto che il mio libro stesse scivolando via, rischiasse di cadermi dalle mani (un’ossessione di perdita che forse molti autori hanno, o forse no… io comunque sì, che ci posso fare?), poi mi sono detta che quella donna nella pioggia, immersa in un universo liquido e sfuggente, un po’ spaventata e in gran parte ottenebrata, era esattamente lei, Stella Romano, la mia protagonista. E ho pensato che quel titolo rispecchiava perfettamente l’anima imperfetta e fuggitiva del mio romanzo. Leggi tutto…

PATRIZIA RINALDI racconta LA FIGLIA MASCHIO

PATRIZIA RINALDI racconta il suo romanzo LA FIGLIA MASCHIO (Edizioni E/O)

di Patrizia Rinaldi

Ci sono stati anni in cui non potevo spostarmi da casa per motivi con cui non amo tediare il prossimo. Durante quel periodo una persona cara, che invece gira il mondo, mi concedeva racconti di viaggi. Bevevo ogni parola fino all’ultima goccia di minuzia.
Il dato insostituibile di quei racconti era la vicinanza al privato mio e suo, al nostro passato comune. Che ne so, nel racconto potevano intervenire frasi tipo: te la ricordi la signora Ego Mi Assolvo? Beh, ho viaggiato con una donna come lei. Immagini? La voce mi arrivava quasi sempre da un telefono fisso e il racconto non aveva nessuna pretesa fondante o di chissà quale arricchimento. Erano resoconto preciso e compagnia; viaggiavo anch’io, da ferma, come in genere mi succede con le letterature.
L’abitudine di quelle descrizioni si è interrotta quando ho ripreso a viaggiare. La persona cara di cui ho detto preferisce l’essenzialità: puoi viaggiare di nuovo? Puoi anche raccontarti i viaggi da sola. Ma quando tre anni fa Paola – la persona cara si chiama Paola – è stata per un lungo periodo in Cina, al ritorno mi ha chiamata in una sera d’inverno e siamo state tutta la notte al telefono. Credo che per una volta il racconto servisse più a lei che a me. Ripeteva che l’esperienza recente faceva parte di quei ricordi ribelli che scappano da tutte le parti. Diceva che non si era mai abbandonata in quella maniera a un luogo e perciò aveva perduto lucidità.
Aveva conosciuto una ex bambina fantasma, una donna che per lunga parte della sua esistenza non aveva avuto identità; la sua famiglia voleva discendenza maschile e per la regola del figlio unico aveva scelto di tenerla nascosta, di non denunciarla all’anagrafe, per poter accogliere il figlio maschio con tutti i crismi della legalità. Ripeteva: io di identità ne ho troppe, lei per mezza vita non ne ha avuta nemmeno una.
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DONATELLA DI PIETRANTONIO racconta L’ARMINUTA

DONATELLA DI PIETRANTONIO racconta il suo romanzo L’ARMINUTA (Einaudi)

romanzo vincitore del: Premio Selezione Campiello 2017 e del Premio “Alassio Centolibri 2017

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Donatella di Pietrantonio ci parla de “L’Arminuta” offrendo a Letteratitudine un racconto inedito delizioso e toccante

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di Donatella Di Pietrantonio

Ero bambina, abitavo con la mia famiglia in un piccolo borgo del teramano, ai confini con la provincia di Pescara. Sopra di noi il Monte Camicia, così vicino da non poterne vedere la vetta. Era una contrada remota, non arrivava mai nessuno fin lì, il sentiero che portava alle case era battuto solo dai pochi abitanti. I parenti venivano in occasione della trebbiatura in estate e dell’uccisione del maiale in inverno. Erano quelli gli eventi più importanti dell’anno.

La sera, davanti alla fiamma vivace del camino, gli adulti raccontavano storie, ma vere. Nel debole chiarore del lume ad acetilene noi bambini ascoltavamo, seduti su bassi sgabelli di legno. Una volta li sentimmo parlare di una famiglia povera e numerosa che aveva ceduto l’ultimo nato a una coppia di parenti sterili. Dicevano che lu cìtile era fortunato perché quelli che lo avevano preso tenevano la roba. Molti ettari di terreno, numerosi capi di bestiame nelle stalle, il casolare rimesso a nuovo. Abitavano vicino al paese e gli avrebbero inzuccherato la bocca al piccolino, così diceva una mia zia acquisita.

“Stai attenta tu, con quella lingua lunga” ammonì poi voltandosi dalla mia parte.

Cosa intendeva, che potevo essere data pure io? Aveva suggerito più di una volta a mia madre di prendere provvedimenti nei miei confronti, “non sta bene che essa risponde”. Rispondere agli adulti equivaleva a mancargli di rispetto.
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ALESSANDRA SARCHI racconta LA NOTTE HA LA MIA VOCE

ALESSANDRA SARCHI racconta il suo romanzo LA NOTTE HA LA MIA VOCE (Einaudi)

romanzo vincitore del: Premio Selezione Campiello 2017 e del Premio Letterario Internazionale Mondello 2017

Ritratto di Alessandra Sarchi 2015

di Alessandra Sarchi

Questo romanzo ha il suo nucleo originario nel personaggio della Donnagatto, amputata di una gamba e su una sedia a rotelle, eppure tanto vitale da far pensare a un felino sinuoso e scattante, da cui le deriva il soprannome che l’assimila a una supereroina.
La Donnagatto era già apparsa alla mia immaginazione quando scrivevo un racconto pubblicato poi nel numero 63 di “Nuovi Argomenti” col titolo La nuotatrice. Per la prima volta cercavo di affrontare il tema della diversità e della menomazione fisica nelle sue implicazioni simboliche e nel suo potenziale narrativo: lì il confronto si svolgeva fra due donne di cui una sana che aveva appena perso il lavoro e ne era affranta, l’altra che avendo perso da tempo la propria integrità fisica aveva trovato un altro modo per dare senso al proprio sé. S’incontravano in piscina, in acqua dove le regole della gravità sono abolite e le distinzioni fra chi cammina e chi non può farlo vengono accorciate.
Quando iniziai a pensare di estendere e arricchire il personaggio del racconto, che si chiamava Giovanna, nome che ho poi conservato nel romanzo, si aggiunse l’elemento della bella voce: doveva avere un dettaglio fisico molto caratterizzante e al tempo stesso estremamente impalpabile. La voce infatti ci contraddistingue come individui in maniera unica e sembra tradurre tutte le note del nostro carattere, ma è anche molto poco fisica, a differenza delle impronte digitali o della forma e del colore degli occhi.
E questa voce disincarnata in un certo senso doveva essere il paradosso intorno cui ruotava la faticosa ricerca di identità che viene percorsa all’interno del romanzo: come si sopravvive alla perdita di una parte di sé fondamentale, come si ricostruisce l’eros verso di sé e verso il mondo quando si è perso il contatto con il proprio corpo? Leggi tutto…

FRANCESCA MANFREDI racconta UN BUON POSTO DOVE STARE

FRANCESCA MANFREDI racconta la sua raccolta di racconti UN BUON POSTO DOVE STARE (La nave di Teseo) – vincitrice del Premio Campiello Opera prima 2017

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di Francesca Manfredi

Credo che la prima idea di Un buon posto dove stare sia nata molto presto, annidandosi da qualche parte quando ancora non pensavo ne avrei scritto un racconto, tantomeno undici. Era il 2011 ed ero ad Amsterdam. Camminavo per le vie del centro, i quartieri residenziali, senza una meta precisa. Mi capitò di notare un aspetto ricorrente, un’abitudine che accomuna molti Paesi del Nord: quella sorta di reticenza ai tendaggi. Gli appartamenti, anche quelli al piano terra, affacciati sulla strada, non avevano tende alle finestre. Il che saltava ancora di più all’occhio di sera, col buio, la luce delle case a illuminare le vie. Camminavo tra questi edifici sconosciuti e non riuscivo a fare a meno di guardare all’interno, dove era ora di cena e le famiglie si sedevano a tavola. Quasi a favore dello spettatore, come un presepe vivente, come un dipinto di Jan Steen o un catalogo Ikea.
Ho pensato – forse in quel momento, forse più tardi – che nulla si avvicinava di più al racconto, alla definizione di racconto in sé. Uno sbirciare dalla finestra. Ricordo che mi sono fermata, senza farmi vedere, e ho pensato a tutte le storie che potevano contenere quelle stanze. Ho provato a immaginarle, a ricostruirle da ciò che potevo osservare. Case affollate di studenti, famiglie con bambini; appartamenti abitati da coppie silenziose, che cenano l’uno di fronte all’altro, senza guardarsi mai. Leggi tutto…