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Archive for the ‘Interviste’ Category

QUEL NOME È AMORE di Luigi La Rosa (intervista)

QUEL NOME È AMORE di Luigi La Rosa (Ad est dell’Equatore)

Un estratto del libro è disponibile qui

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di Eliana Camaioni

C’è qualcosa di magico in “Quel nome è amore” di Luigi la Rosa (Ad est dell’Equatore, 2016): la capacità di resuscitare ciò che di immortale c’è nella bellezza, nell’arte, nelle vite straordinarie degli artisti che popolarono la stagione della migliore Ville Lumière. Così il presente scivola nel passato, senza soluzione di continuità, e la vicenda del protagonista (che a Parigi cerca Bruno, o il suo fantasma, per il tramite di un libro dimenticato in metropolitana) sfuma in quelle dei co-protagonisti di questo romanzo, costruito solo in apparenza a stanze che si rincorrono per le vie di Parigi e si nutrono a vicenda di arte e passione, nascendo l’una dall’altra, in una sequenza ininterrotta con la narrazione del presente: da Raymond Radiguet a Pablo Picasso, passando per l’incantevole Renée Vivien, Carlos Casagemas e Frédéric Bazille.
“Quel nome è amore”, che bissa il successo ininterrotto dell’apprezzatissima opera prima di Luigi La Rosa (“Solo a Parigi e non altrove”, Ad est dell’Equatore, 2014), consacra il suo autore a pieno titolo nella veste di chi, al pari dei coprotagonisti della vicenda narrata, diventa testimone di imperitura bellezza, per il tramite dell’amore universale.

– Come in “Solo a Parigi e non altrove”, anche in questo tuo nuovo romanzo evochi la bellezza e l’arte attraverso i luoghi, per ridar vita all’immortale: caffè, boulevard, quartieri e palazzi della Parigi moderna, in un’allucinazione onirica del protagonista, trascolorano verso il seppia e precipitano indietro nel tempo, e perfino i cimiteri diventano canale non di morte ma di vita eterna…
Sì, come sempre è il passato che diventa traccia, simbolo di bellezza, allucinazione. Credo che il compito della scrittura sia effettivamente questo: riportarlo in vita, restituirgli l’antico splendore, colmando i vuoti colpevoli della storia e riscattando chi non ha più voce in capitolo. E’ qualcosa che mi ha sempre affascinato terribilmente ed è forse la molla che mi spinge a scrivere.

– “Perché ora che il ragazzo ha un nome non riesco a chiamarlo in un altro modo, appartiene piuttosto alla dimensione degli amori sognati, quelle passioni che forse fanno più male giacchè sono le sole destinate a durare”: credo sia uno dei momenti più intensi di tutto il libro. Sei d’accordo? Leggi tutto…

Da DEZSŐ KOSZTOLÁNYI a MAGDA SZABÓ: intervista a Mónika Szilágyi

Da DEZSŐ KOSZTOLÁNYI a MAGDA SZABÓ: intervista a Mónika Szilágyi (direttrice editoriale di Edizioni Anfora)

monika-szilagyidi Massimo Maugeri

Edizioni Anfora è una piccola casa editrice fondata nel 2003, specializzata nella pubblicazione di letteratura del Centro Europa. Ne parliamo con Mónika Szilágyi, la direttrice editoriale (nella foto accanto con la gatta Scimi, che in ungherese vuol dire “carezzina”).

– Cara Mónika, parliamo intanto delle Edizioni Anfora. Quali sono gli obiettivi e il progetto editoriale di questa casa editrice?
La casa editrice sin dall’inizio si è sempre occupata di letteratura Centro Europea, con particolare attenzione alla letteratura ungherese. L’obiettivo è di presentare agli italiani una varietà sempre maggiore delle personalità di spicco qui ancora poco note, ma che hanno già ricevuto calda accoglienza all’estero.

– Nel 2014 avete pubblicato un libro a cui so che tieni molto. Si tratta di “Anna Édes” di Dezső Kosztolányi. Un estratto del libro è disponibile qui. Come è stato accolto dal pubblico dei lettori?
Libro Anna Édes Dezsó KosztolányiSì, tengo tanto a questo bellissimo romanzo di Dezső Kosztolányi, per il suo messaggio di misericordia e comprensione, per l’analisi lucida della natura umana e per la maestria della sua scrittura limpida. Ma chi conosce Kosztolányi condivide questa passione. Anche Sándor Márai dedicò un intero capitolo al suo amico, Kosztolányi, e alle origini di “Anna Édes” nel libro “Terra, terra!…”, e anche Magda Szabó lo considerava un grande maestro della letteratura moderna ungherese. La pubblicazione italiana di “Anna Édes” è stata coronata da ottime recensioni, per esempio quella di Giorgio Pressburger sul Corriere della Sera, o di Alessandro Zaccuri sull’Avvenire, e anche il vostro blog pubblicò un estratto del romanzo. Anche il parere dei lettori, che ci è giunto tramite i social network, posta ed email, era molto favorevole. Siamo sicuri che con una seconda edizione, che abbiamo nei progetti per il 2017, l’interesse per quest’opera sarà manifestata da un gruppo ancor più vasto.

– Di recente avete pubblicato un’opera di Magda Szabó che qualcuno considera uno dei lavori più importanti della scrittrice ungherese. Si intitola “Per Elisa“. Sei d’accordo su questa valutazione? E quali sono, a tuo avviso, gli elementi più importanti di questo libro che si concentra sulla vita della scrittrice fino al periodo dell’esame di maturità? Leggi tutto…

IL FIORE INVERSO di Lello Voce e Frank Nemola

Lello Voce e Frank Nemola, Il fiore inversoIL FIORE INVERSO di Lello Voce e Frank Nemola (Squilibri edizioni) – Intervista a Lello Voce

di Massimo Maugeri

Poesia e musica tornano nella nuova opera firmata dalla coppia poetico-musicale Lello Voce e Frank Nemola. Il volume con Cd, vincitore del Premio Nazionale Elio Pagliarani, si intitola “Il fiore inverso” ed è pubblicato da squi[Libri] edizioni. Sono tanti gli artisti coinvolti in questo progetto:  Paolo Fresu (alla tromba), Dario Comuzzi (alla chitarra elettrica), Simone Zanchini (alla fisarmonica), Eva Sola (al violoncello), il rap di Kento, Luca Sanzò (alla viola), Adele Pardi (al violoncello)… senza dimenticare i ritratti frutto della matita di Claudio Calia.

Ne discuto qui di seguito con Lello Voce…

Caro Lello, partiamo proprio dal titolo: “Il fiore inverso”. Come accennavo in premessa è un titolo molto evocativo. Cosa puoi dirci in merito alla sua scelta?
Risultati immagini per lello voceIl titolo è una citazione dai primi versi di una celeberrima Canso del trovatore Raimbaut D’Aurenga, caposcuola del œ: «ar resplan la flors enversa», qui risplende il fiore inverso, ed il fiore inverso è la poesia, l’unico fiore a sbocciare con le radici rivolte verso il cielo. Il titolo, dunque, da una parte allude ai padri indiscussi della poesia con musica (spoken music, come si dice adesso) e cioè i trovatori provenzali, da cui sono nate tutte le tradizioni poetiche romanze, dall’altro è un’allusione alla capacità che ha la poesia di ‘ribaltare’ la percezione corrente della realtà attraverso l’opacità del linguaggio e le enormi potenziali di senso che in esso sono custodite e che attendono solo che il poeta le scopra. Quindi vuole sottolineare come la poesia sia stata, sostanzialmente resti e sempre più tornerà ad essere un’arte orale, che con la letteratura propriamente detta ha poco a che vedere, e che questa scelta di comporre poesia ‘temperata’ con musica non ha nulla di avanguardistico, anzi è profondamente, direi ‘radicalmente’, connessa con la tradizione. Ma rispettare, ammirare una tradizione non vuol dire farsene epigoni, piuttosto tradirla, rinnovandola, trasportarla in un altrove dove la sua voce ricominci a risuonare potente, ma con accenti e parole nuove. Questa nuova capacità di farsi voce, e voce viva, le dà nuova energia nel ribaltare il linguaggio, nel costringerlo a cederci nuove porzioni di senso, nel tenerlo allenato al presente. Non si possono sognare sogni nuovi con parole vecchie. La poesia sta là apposta.

Parlaci del tuo rapporto artistico con Frank Nemola. Quando vi siete incontrati la prima volta? E cos’è, più di ogni altra cosa, che vi lega artisticamente? Leggi tutto…

CANDORE di Mario Desiati (intervista all’autore)

CANDORE di Mario Desiati (Einaudi) – Intervista all’autore

di Massimo Maugeri

C’era molta attesa per il nuovo romanzo di Mario Desiati, che seguo da molti anni. Ricordo con nostalgia questo dibattito sul suo romanzo “Il paese delle spose infelici”, edito da Mondadori nel 2008 (con la partecipazione dello stesso Desiati, ma anche con la “partecipazione” speciale di Maurizio de Giovanni). E ricordo anche l’ottimo “Ternitti“, (Mondadori, 2011) romanzo finalista al Premio Strega: ho avuto piacere di discuterne con l’autore nell’ambito del mio programma radiofonico “Letteratitudine in Fm” (è possibile riascoltare la puntata radiofonica cliccando qui).

Il nuovo romanzo è uscito da qualche settimana per i tipi di Einaudi e si intitola “Candore“. Il tema è quello della pornografia. Lo sguardo è quello di un diciottenne: Martino Bux.

Roberto Saviano ne ha parlato in questi termini: «Candore è il romanzo dei romanzi e racconta come mai è stato fatto finora la mia generazione, la generazione di quegli italiani del Sud al tramonto d’ogni altra speranza se non quella di galleggiare, sognando amori romanticamente immorali capaci di assorbire e cancellare lo squallore».

Ne discuto con l’autore…

mario-desiati– Caro Mario, partiamo dall’inizio con la mia solita domanda introduttiva. Come nasce “Candore”? Da quale idea, spunto, esigenza o fonte di ispirazione?
Un’idea di sfida. Volevo raccontare in modo onesto e libero da moralismo una storia di ossessioni e tagliarla con la pornografia, una delle più complicate sfaccettature del postmoderno. Un luogo pericolosissimo che ha un sacco di rischi, in primis la morbosità. Una delle prime persone a cui confidai che ero affascinato da questo mondo che volevo raccontare era Antonio Franchini, all’epoca anche il mio capo in Mondadori. Lui aveva scritto un capitolo nelle Cronache della Fine che parlava di Riccardo Schicchi ed Eva Henger. Era un romanzo su editoria, ambizioni perdute e ossessioni. Trovai che era riuscito in quel capitolo a mettere tante cose che pensavo e non riuscivo ancora a ordinare sul porno. Mi colpì la sua chiarezza, il fatto che aveva ammesso di guardare porno e che da lì nasceva una riflessione sul mondo che vivevamo.

– Se non sbaglio questo tuo romanzo ha avuto una gestione piuttosto lunga. Cosa puoi dirci da questo punto di vista? Hai svolto un’attività di ricerca, di “indagine”, propedeutica alla scrittura? O cos’altro?
È un mondo che conosco molto bene per mille ragioni, personali anche, è ovvio che c’è sempre un’indagine e una ricerca in ogni romanzo, non esistono romanzi che nascono senza un minimo di studio, anche un semplice sguardo deve essere elaborato in un raffinamento dello stile. Proprio perché si parla di sesso, lati oscuri, confini del senso del pudore, personali e comuni.

– Il titolo del romanzo, a prima vista, potrebbe sembrare paradossale. In che modo la parola “Candore” si può accostare a una problematica come quella della pornografia? A quale tipo di candore si riferisce il romanzo? Leggi tutto…

PIOGGIA E SETTEMBRE di Orazio Caruso (recensione e intervista)

PIOGGIA E SETTEMBRE di Orazio Caruso (Algra editore)

Orazio Caruso insegna Lettere nelle scuole medie superiori, cura gli allestimenti teatrali del suo liceo e si occupa di poesia, critica letteraria ed editoria. Ha pubblicato i romanzi: Sezione Aurea, 2006; Comici Randagi, 2012 (selezionato al Premio Brancati-Zafferana) e Finisterre, 2015 (Premio “Più a sud di Tunisi” Portopalo di Capo Passero). Il suo nuovo romanzo si intitola “Pioggia e settembre” ed è pubblicato dall’editore Algra (in copertina un’illustrazione di Alessio Grillo).

Di seguito, una bella recensione firmata da Giovanna Caggegi e una mia intervista all’autore.

Massimo Maugeri

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recensione di Giovanna Caggegi

L’ultimo romanzo di Orazio Caruso, Pioggia e settembre (Algra editore), si offre come una materia incandescente per la ricchezza e la straordinaria sintesi dei temi e delle forme, ovvero degli aspetti stilistici, della sua ispirazione: Poesia, Filosofia, Musica, Teatro.
Suscitate dalla lettura, mi piace condividere alcune suggestioni in forma sparsa o rapsodica, pensando di assecondare lo ‘spirito’ ariostesco che impregna il romanzo, come del resto esplicita l’autore citando l’incipit dell’Orlando furioso del quale quest’anno si festeggiano i 500 anni dalla pubblicazione.
Partiamo perciò dal titolo, Pioggia e settembre (che è anche il titolo di una canzone di Maurizio La Ferla su testo dello stesso Orazio Caruso), azzardandone una interpretazione. Settembre è il mese che chiude l’estate, non è ancora la piena maturità dell’autunno, ma è un momento di preparazione al cambiamento, alla raccolta dei frutti, alla vendemmia, dunque ai bilanci, se riportato a una dimensione esistenziale. E nel romanzo i protagonisti sono trentenni chiamati a entrare nell’’età della ragione’ e a fare i conti con sé stessi innanzitutto, con le loro radici, le loro scelte, le ambizioni e il loro destino futuro.
La pioggia del titolo è poi l’elemento naturale, ma anche la cifra simbolica, che a chiusura del romanzo interviene a sciogliere la tensione del dramma e a segnare il beneaugurante passaggio lustrale a una nuova stagione della vita. Quello delle stagioni è, del resto, un luogo molto caro all’autore che ama mettere in relazione il tempo lineare della Natura con quello franto e dialettico della Storia e dell’uomo nel suo destino individuale. Leggi tutto…

PAPE SATÀN ALEPPE di Umberto Eco: la nuova edizione

umberto-eco-tullio-pericoliLa nuova edizione del volume “PAPE SATÀN ALEPPE. Cronache di una società liquida” di Umberto Eco (La nave di Teseo) ha in copertina un ritratto di Tullio Pericoli (con un poster esclusivo di Tullio Pericoli)

Domenica 11 dicembre alle 16, a Roma, Palazzo dei Congressi – Sala Diamante, nell’ambito della Fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi” si svolgerà l’incontro dal titolo “Due o tre cose che sappiamo di Umberto Eco” con: Mario Andreose, Stefano Bartezzaghi, Beppe Cottafavi, Bruno Manfellotto

Riproponiamo, di seguito, l’intervista impossibile a Umberto Eco realizzata da Massimo Maugeri

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Ipotetica conversazione sul volume “Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida” di Umberto Eco (La nave di Teseo)

di Massimo Maugeri

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Foto Cover di Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida. Con Poster, Libro di Umberto Eco, edito da La nave di Teseo– Carissimo prof (posso chiamarla così?), intanto vorrei dirle che sono molto felice di poter dedicare a Lei e al suo nuovo libro questo spazio…
Non ho mai potuto sopportare, diciamo dagli ottanta in avanti, che mi si chiamasse “prof”. Forse che un ingegnere lo si chiama “ing” e un avvocato “avv”? Al massimo si chiamava “doc” un dottore, ma era nel West, e di solito il doc stava morendo tisico e alcolizzato.

– Mi scusi, non ero a conoscenza di questo suo fastidio
Non è che abbia mai protestato esplicitamente, anche perché l’uso rivelava una certa affettuosa confidenza, ma la cosa mi dava noia e me la dà ancora. Meglio quando, nel Sessantotto, gli studenti e i bidelli mi chiamavano Umberto e mi davano del tu.

– Non mi permetterò di darLe del tu e mi limiterò a chiamarla prof. Umberto Eco, o professor Eco…
Ripartiamo dall’inizio: come le dicevo sono molto lieto di questo spazio dedicato a “Pape Satàn Aleppe“. In qualche modo questo suo libro aiuta noi lettori ad accettare la sua scomparsa. Inutile dirLe che ci manca molto e che avremmo voluto che rimanesse con noi per molto altro tempo ancora…

Ricordo che quando ero ragazzo mi dicevo che non era giusto superare i sessant’anni, perché dopo sarebbe stato terribile sopravvivere acciaccato, bavoso e demente in un ricovero per poveri vecchi. E quando pensavo al Duemila mi dicevo che sì, teste Dante, avrei potuto vivere sino ai settanta e quindi arrivare sino al 2002, ma era un’ipotesi molto remota e di rado si raggiungeva quella venerabile età.

– Comunque sia, Lei continua a essere presente tra noi con i suoi libri e con “Pape Satàn Aleppe” in particolare. Parliamo di questo libro. Un libro che deriva dalle sue Bustine di Minerva pubblicate su l’Espresso. Ci racconti di questa esperienza… Leggi tutto…

CARNE MIA di Roberto Alajmo (intervista)

CARNE MIA di Roberto Alajmo (Sellerio)

di Massimo Maugeri

Roberto Alajmo, giornalista e scrittore, dal 2013 dirige il Teatro Biondo di Palermo. Tra le sue pubblicazioni: Notizia del disastro (2001), Cuore di madre (2003), Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo (2004), È stato il figlio (2005), da cui è stato tratto nel 2012 l’omonimo film diretto da Daniele Ciprì, Palermo è una cipolla (2005), L’arte di annacarsi (2010).

Il nuovo libro di Alajmo si intitola Carne mia ed è un bellissimo romanzo, pubblicato per i tipi di Sellerio,  che ricorda ambientazioni e “atmosfere famigliari” presenti in opere come Cuore di madre e È stato il figlio.
Ne discuto con l’autore.

– Caro Roberto, come sai sono sempre molto interessato a conoscere in che modo una storia ha origine. Potresti raccontarci qualcosa con riferimento alla genesi di questo tuo nuovo romanzo? Come nasce “Carne mia”? Da quale idea, spunto, esigenza o fonte di ispirazione?
Il seme è una storia letta sul giornale, avvenuta a Palermo una ventina di anni fa e venuta a galla solo di recente. Ho ruminato la storia per un paio di anni e poi l’ho sputata via come una palla di pelo di gatto, scrivendola nel giro di sei mesi. La parte difficile è stato trovare la concentrazione, più che il tempo in sé, che serve per scrivere. Scrivere, in un certo senso, è l’ultimo dei problemi.

– Parte del romanzo è ambientata nel quartiere palermitano di Borgo Vecchio, nel corso degli anni Novanta. Come descriveresti questo quartiere ai nostri lettori? E perché, tra i vari luoghi di Palermo, hai scelto proprio questo come luogo privilegiato di questa storia?
E’ una enclave senza tempo, incastonata nel cuore della parte residenziale più prestigiosa della città. Cento metri separano il salotto di via Libertà dalla cantina del Borgo, dove vigono regole a sé stanti, e lo stato riesce a farsi sentire solo di rado. E’ nel vuoto lasciato dallo stato che prospera l’illegalità. Per questo mi è sembrato che fosse il luogo perfetto per rendere l’idea della complessità di Palermo.

– Approfondiamo la conoscenza della famiglia Montana, che campa grazie alla gestione di una bancarella abusiva di prodotti ortofrutticoli. Che tipo di famiglia è quella dei Montana? Leggi tutto…