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ALCAZAR. ULTIMO SPETTACOLO, di Stefania Nardini (le prime pagine del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo le prime pagine del romanzo ALCAZAR. ULTIMO SPETTACOLO, di Stefania Nardini (2013, edizioni e/o, collezione Sabot/age)

Il libro
1939: Marsiglia è una città italiana. Napoletani, siciliani, piemontesi fuggono dal fascismo e dalla fame. Sono scattate le leggi razziali. Da Napoli parte una nave, a bordo una compagnia teatrale. Capocomico Silvana Landi, trasformista internazionale. Con lei l’amico del cuore Gino Santoni, in arte Corderà: omosessuale che si esibisce vestito da donna. Marsiglia è anche la città del milieu. Gli italiani sono i caids di una balorderia mediterranea che gestisce ogni sorta di traffico: dal parmigiano alla cocaina, dalle armi alla prostituzione. Alfred Morello è uno di loro e il suo cuore verrà conquistato proprio da Silvana. Pioggia di stelle è lo spettacolo che la compagnia dovrà rappresentare all’Alcazar, il mitico teatro dove si sono esibite le più importanti celebrità. Tra regolamenti di conti e l’occupazione nazista, gli italiani di Marsiglia organizzano la Resistenza. Dopo settant’anni la Marsiglia raccontata da Jean-Claude Izzo lascia balenare nell’Alcazar un colpo di scena che per un attimo fa rivivere quel 1939, con i suoi conflitti e soprattutto con i suoi misteri.

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Le prime pagine di ALCAZAR. ULTIMO SPETTACOLO, di Stefania Nardini (2013, edizioni e/o, collezione Sabot/age)

La preda

Era così, non riusciva a nasconderlo.
Piccolo, magro, le movenze avevano un che di femminile. I capelli neri spettinati dal vento di prua, il piede destro poggiato su un rotolo di cime d’ormeggio. Guardava la luna su quel mare pericolosamente gonfio. I passeggeri in coperta si facevano coraggio ingurgitando vino dall’unico fiasco che passava di bocca in bocca.
Uomini, donne, bambini, ammassati come bestie nella promiscuità di un bivacco abbandonato a se stesso in mezzo al Mediterraneo.
Sputi di salsedine in faccia, una solitudine nuova. In cabina i ferri tre e mezzo e un gomitolo di lana color amaranto. Li aveva portati con sé come conforto. Anche se quando si scappa non c’è nulla che consoli.
E lui su quel mare si sentiva randagio. Un fuggiasco che lasciava dietro di sé un taglio.
Anno 1939, diciottesimo dell’era fascista. La Maria Maddalena, partita da Napoli, era diretta a Marsiglia. A bordo la compagnia teatrale Landi al completo. Un po’ per i bagagli voluminosi, un po’ per la confusione de gli artisti, non passava inosservata tra la folla che si accalcava per guadagnarsi un posto in coperta. Erano sempre di più quelli che si imbarcavano per scappare dalla fame e dal fascismo. E sembravano tutti uguali con le loro valigie piene di pane e stenti.
Non era il caso di Gino Santoni, fino a qualche giorno prima baciato dai fasti della celebrità. Lui, con i suoi modi aggraziati, viveva nella leggiadria dell’artista, aveva una buona posizione, e dalla politica si era sempre tenuto lontano. Farsi i fatti suoi: questa la regola di vita che si era dato.
Qualcuno gli aveva parlato di un certo questore Molina che a Catania aveva spedito al confino decine e decine di omosessuali, ma aveva pensato si trattasse della solita leggenda inventata per stupire.
Cordera, questo il suo nome d’arte, era un animale da palcoscenico.
Si esibiva in versione femminile da grande interprete della canzone e con la giusta dose di seduzione. Si era guadagnato il successo anche grazie alla voce da usignolo. Ma al di là del palcoscenico aveva sempre vissuto appartato, soddisfacendo il suo bisogno d’amore con molta discrezione.
La realtà di quel triennio di fuoco era entrata nella sua vita come un uragano la sera che, al cinema Augustus di Roma, un brigadiere in borghese gli aveva urlato: «Pederasta!». Leggi tutto…