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Posts Tagged ‘Alessandro Moscè’

LA VESTAGLIA DEL PADRE di Alessandro Moscè (recensione)

imageLA VESTAGLIA DEL PADRE di Alessandro Moscè (Aragno)

di Gianni Bonina

Alessandro Moscè è un poeta antinovecentista, della linea di Saba e Penna, passando per Montale e Pasolini. La sua è una poesia realista sorretta da uno sguardo topografico di cui dà prova anche la sua ultima silloge, La vestaglia del padre (Aragno, 12 euro). Sono i luoghi marchigiani e umbri ad alimentarla entro una cosmologia che comprende con i tópoi anche i lógoi, gli episodi della vita, i ricordi, quel mito dell’infanzia e dell’adolescenza che ha scaldato la letteratura del secondo Novecento e che Moscè fa proprio come un credo laico. Sennonché, tra drómenon e legómenon, il fatto e la sua rappresentazione, Moscè si muove anche nel campo che realista non è, dove la memoria agisce come strumento del cuore per fare della ragione un’elegia dei sentimenti. Leggi tutto…

GLI ULTIMI GIORNI DI ANITA EKBERG di Alessandro Moscè (recensione)

GLI ULTIMI GIORNI DI ANITA EKBERG di Alessandro Moscè (Melville)

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di Gianni Bonina

Dopo che Seneca, Bobbio e Simon de Beauvoir l’hanno spiegata; Yehoshua e Philip Roth narrata; Robert Redford e Jeane Fonda inscenata e – per restare alle migliori prove pluridisciplinari – dopo che Renato Zero e Claudio Baglioni l’hanno cantata, infine la vecchiaia ha ispirato un romanzo, Gli ultimi giorni di Anita Ekberg, che non è un romanzo perché stilisticamente si presta come poema in prosa e più che una storia racconta una Ur-storia, la vita di ogni uomo che viene al mondo e poi muore. Presentandosi come la biografia per highlights di un’anziana diva morente, si rivela invece una struggente orazione funebre alla vita e un epinicio alla morte nei modi di una elegia che non poteva non essere intonata se non da un poeta maudit e colmo di amor fati – chi altri se no – un poeta capace di arrivare nei penetrali dell’animo umano pur non avendo esperienza diretta alcuna di vicende legate soprattutto all’età. E Alessandro Moscè, poeta marchigiano, restituisce con sorprendente efficacia un quadro della vecchiezza che è così vivido da rappresentarne, in una ottuagenaria costretta sulla sedia a rotelle, i dolori fisici e psichici con un sentimento che solo chi li viva può conoscere. Oppure un poeta. Leggi tutto…

L’ETÀ BIANCA di Alessandro Moscè

L’ETÀ BIANCA di Alessandro Moscè (Avagliano)

L’Età bianca: il romanzo di un poeta

di Anna Vasta

Bianca è l’età adolescente – più che un attributo, un nome, un nome di donna -, la stagione breve che allunga le sue ali sul tempo che segue. Per il marchigiano Alessandro Moscè, poeta, saggista, narratore di atmosfere liriche, di trascinanti visioni e disincantati risvegli, essa non è tanto l’età leopardiana del “tempo che precede”, del sogno, della rêverie, quanto l’ora che che ci abita, “ci colma della sua durata/minuto per minuto/forte, non certo ignara”. Forse in questo verso di Mario Luzi – figura archetipica di poesia, e di sapienza esistenziale – citato dall’autore nel racconto del suo incontro col poeta, è possibile rinvenire il senso di una educazione sentimentale che – iniziata col Talento della malattia, suo primo romanzo, del 2012, prosegue  nel secondo, “L’Età bianca” del 2016 (Avagliano Editore, pag. 228,  € 15,00).
Un’età che ha fattezze di donna, Elena, l’amore adolescente  vissuto e inseguito sino agli anni  adulti come l’ombra di un sogno, fino a diventare la personificazione di quel tempo irrisolto, che è stato per Alessandro, l’adolescenza.  Bianca, non  nel senso di pura, inconsapevole, innocente; bianca  come una pagina  non scritta, spazio vuoto d’incompiutezza e possibilità.  Per Alessandrò Moscè  l’età bianca è  topos di attesa, di vigilia, di iniziazione alla vita nella sua non aurea mediocritas. La malattia che lo ha colpito ignaro- una malattia che non perdona, che non consente illusioni- sul finire della fanciullezza, lo ha isolato e preservato  in una dimensione temporale sospesa, dilatata, incompiuta. La morte per un bambino di dieci anni non ha contenuti di realtà, pur nella sua ferocia. È questo restare ignari, questo non sentirla come castigo o colpa, che lo ha guarito, di una miracolosa guarigione. Solo parecchi anni dopo, ormai adolescente, Alessandro realizza  come marchio d’eccezione, una sorta di talento,  la malattia che lo ha bloccato in uno  stato edenico di beata innocenza,  tutelandolo dalla solitudine che afferra gli adolescenti con la forza  del garbino, il vento che viene dal Nord, e che “ dicono faccia cambiare l’umore dei marinai, per questo lo chiamano il vento folle”. Anche il suo male è stato un vento folle che, una volta cessato,  lo ha riconsegnato a se stesso, un sé estraneo,  che ha dovuto  imparare  a vivere in situazioni di normalità. Leggi tutto…

IL TALENTO DELLA MALATTIA, di Alessandro Moscè

Il talento della malattiaIl talento della malattia, di Alessandro Moscè
Avagliano, 210 pagine,  15 euro

di Roberto Barbolini

In Splendori e miserie del gioco del calcio Eduardo Galeano racconta la storia di quel tifoso del Boca Juniors che aveva passato la vita a odiare il River Plate, ma in punto di morte chiese di essere avvolto nella bandiera nemica. Così, esalando l’ultimo respiro, poté affermare: “Muere uno de ellos, muore uno di loro”. Una passione calcistica tanto estrema, capace di strumentalizzare persino la morte, e di beffarla, sembrerebbe appartenere alla pura finzione narrativa. Eppure non è così. Il racconto di Galeano m’è infatti tornato in mente leggendo Il talento della malattia di Alessandro Moscè: un romanzo , o piuttosto una narrazione  che – come l’autore tiene a precisare – “non è frutto di fantasia” e dove “qualsiasi riferimento a fatti o persone reali non è casuale”. Anche qui il tifo appassionato per una squadra, nella fattispecie la Lazio; ma soprattutto l’idolatria per Giorgio Chinaglia, il campione-simbolo della formazione che, guidata dall’allenatore Tommaso Maestrelli, conquistò nella stagione 1973-’74 il primo dei due scudetti bianco-celesti, raggiungono la loro apoteosi in un confronto serrato con la morte. In questo caso, con un lieto fine miracoloso che, a trent’anni di distanza, ha costretto il narratore- protagonista a fare felicemente  i conti  col suo passato di malattia schivando ogni facile rischio di dolorismo e patetismo proprio grazie al filtro della sua passione per la Lazio e per Chinaglia, rispettivamente chiesa laica e santo patrono di una guarigione giudicata inspiegabile secondo i parametri della scienza. La relazione tra patologia e  scrittura, come ci ha insegnato il rimpianto Gian Paolo Biasin nei bei saggi del suo Malattie letterarie, serpeggia rigogliosa nella letteratura italiana dell’ultimo secolo, da Verga a Svevo, da Pirandello a Gadda. Il male di vivere e quello di scrivere si mescolano e s’intrecciano nelle combinazioni più svariate, confondendosi e significandosi a vicenda.
“Sono diventato uno scrittore perché mi sono ammalato, perché invece di giocare a calcio ero in un letto d’ ospedale”, confessa Moscè, in primo luogo a se stesso, raccontando il calvario iniziato a quattordici anni con l’improvvisa comparsa di quel “bombolone” cresciutogli sul ventre in una notte sola; oppure a scuola, “forse in pochi minuti”. È il segnale del sarcoma di Ewing, un tumore osseo e dei tessuti molli che colpisce in genere nell’adolescenza. Ma anche per la malattia ci vuole talento. E il talento della scrittura, a sua volta, altro non è che la maschera del pudore. Così, quando il narratore comincia ad affrontare a ciglio asciutto la sua dolorosa vicenda ospedaliera, siamo già nella seconda parte del libro. La prima è quasi tutta occupata dalla garbata rievocazione di una sognante infanzia marchigiana negli anni Settanta (Moscè è nato nel 1969), illuminata dal mito della Lazio e di Giorgione Chinaglia. Leggi tutto…