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LA STORIA DI UNO È LA STORIA DI TUTTI, di Angela Lanza (un estratto del libro)

Pubblichiamo le prime pagine del volume LA STORIA DI UNO È LA STORIA DI TUTTI, di Angela Lanza (Iacobelli editore, 2014)

La scheda del libro
Interviste e storie di vita di migranti sbarcati a Lampedusa dal 2003 fino al grande naufragio del 3 ottobre 2013 dove persero la vita oltre 400 persone. L’esperienza della psichiatra Enza Malatino ci fa conoscere racconti di egiziani, tunisini, palestinesi, tutti diversi ma di eguale disperazione e dolore. Come il ragazzo che non saluta la madre prima di partire, unico lancinante ricordo di sei mesi di viaggio; un giovane palestinese che parla di libertà, di diritti, di morte e di annientamento; come i bambini che crescono senza infanzia e come la loro musica sia esclusivamente quella delle mitragliatrici. “Mi risposero che per loro la morte è compagna di vita, che uscendo per la strada rischiano di essere ammazzati più volte al giorno, rischiano di morire di fame e vedono così morire i loro figli, fratelli, padre e madre, che morire in mare o al loro paese non fa molta differenza. Almeno così – dissero – abbiamo un filo di speranza”. Il libro si conclude con la Carta di Lampedusa. Con un contributo di Fulvio Vassallo Paleologo e con una testimonianza di Enza Malatino.

Il libro sarà presentato lunedì 6 ottobre 2014 – ore 17.30 – presso la Fonderia Oretea – piazza Fonderia Alla Cala – Palermo
Insieme all’autrice, interverranno: Giusto Catania (assessore con deleghe alla Partecipazione, Decentramento e Migrazione), Enza Malatino (medico psichiatra), Fulvio Vassallo (Paleologo, avvocato, docente Diritto di asilo e statuto costituzionale dello straniero). Coordina: Adham Darawsha (medico, presidente della Consulta delle culture). Yodit Abraha porterà la sua testimonianza.

 

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Prefazione

 

Vorrei scrivere parole che rimangono
per chi non è rimasto
poi mi dico a che servono. Sono tutti in fondo al mare.
Oppure in container. O in lunghi ed estenuanti viaggi ancora
lontani dalla costa.
Quando ero bambina la costa di fronte aveva un grande fascino.
Fu la prima volta che a scuola mi parlarono di Cartagine.
Qualche volta si tifava più per i Cartaginesi che per i Romani.
Animali arcaici e incredibili come gli elefanti li accompagnavano.
Le loro gesta erano entusiasmanti.

 

Con questo libro non ho la pretesa di risolvere qualcosa, anche se c’è un lume in fondo al tunnel che mi fa un poco di chiaro. Un libro non può risolvere ma può porre domande anche se questo è difficile.
Ho scoperto che non sono una donna libera. Che l’Europa, dalla parte di terra e cioè a est, è delimitata da reti metalliche sostenute da enormi pali. Una frontiera sbarrata per centinaia e centinaia di chilometri e, nella parte di fronte a me, chiusa da miglia di mare.
Io sono dentro questa gabbia. Noi siamo dentro questa gabbia. Non importa se posso prendere l’aereo e volare e, per esempio, andarmene a New York o a Delhi. Resto sempre in una gabbia. Io mi posso muovere ma gli altri sono costretti a restare fermi. Non ho quindi un termine di paragone. Il mondo sembra finto.
Quando studiavo la storia non mi sembrava ci fossero confini. Sì, c’erano le frontiere e i passaporti ma anche un senso di circolazione che lasciava liberi di decidere ognuno, chi più chi meno, a seconda della propria vita privata.
Comincio a scrivere in un pomeriggio invernale alla fine del 2013, certo sotto la spinta di quello che è successo lo scorso ottobre ma soprattutto dopo avere incontrato una donna che ha lavorato per 15 anni a Lampedusa. La prima volta che ho incontrato Enza Malatino è stato infatti subito dopo la tragedia del 3 ottobre, il naufragio di 500 africani a pochi metri dalla Baia dei Conigli, ci siamo incontrate all’Istituto Gramsci di Palermo verso la metà del mese. Dolore, incredulità, rabbia: la gente presente ascoltava impietrita il suo racconto.
Enza aveva chiesto di parlare con qualcuno – donna? – che potesse ascoltare il tremendo dolore che l’aveva ancora una volta investita e alleviare – se mai fosse stato possibile – il macigno che si trovava a gestire dentro di sé. Ma cercava anche una condivisione con ascoltatori che fino a quel momento non aveva trovato.
Ero stata colpita dalla sua emotività, trascinata dal suo coinvolgimento e, insieme a tutti gli altri, ascoltavo stupita il modo in cui erano avvenuti i fatti attraverso le storie raccontate da lei e taciute in gran parte dai giornali. Cose dette e non dette dalla stampa, perché da un lato non si poteva nasconderle ma dall’altro erano state qualche volta alleggerite, ne era stata affievolita la disumanità, sbiadita la colpevolezza.
Dopo quindici giorni, Enza ed io ci siamo trovate in una terrazza di Palermo per cominciare a mettere a punto prima di tutto le nostre storie personali intrecciate agli interessi, agli avvenimenti che ci sembrava importante condividere. E da questo inizio – in cui io ho imparato a conoscere la madre e il padre di Enza e lei i miei continui spostamenti fra Roma e Palermo a seconda delle diverse fasi della mia vita – abbiamo cominciato a scrivere.

* * *

1. Sbarchi dal 2001 al 2011

L’esperienza di Enza Malatino a Lampedusa è cominciata nel 2001. Inizialmente lei non aveva mai pensato di lavorare così lontano da Palermo dove aveva due figli piccoli, ma una mattina andando alla Usl per delle informazioni, per caso sbaglia ufficio e si trova davanti il responsabile del settore. Questi comincia a farle alcune domande e, alla fine, dice: «Se io dovessi attivare delle ore di psichiatria a Lampedusa lei non ci andrebbe, è vero?». Questa frase sembrò a Enza una sfida e immediatamente rispose: «Certo che ci andrei!», dimenticando in quel momento i figli piccoli e la complicazione del dovere prendere l’aereo per andare due giorni alla settimana nell’isola. La curiosità e l’interesse avevano avuto il sopravvento e lei aveva accettato la sfida. Leggi tutto…