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Posts Tagged ‘anna maria ortese’

LETTERE DI ANNA MARIA ORTESE A PATRICK MÉGEVAND

Pubblichiamo uno stralcio della postfazione (firmata da Adelia Battista) del volume “Pensare l’alba al fondo di una notte d’inverno. Lettere di Anna Maria Ortese a Patrick Mégevand (1978-1997)” (Philobiblon Edizioni) – A cura di Patrick Mégevand – Postfazione di Adelia Battista

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di Adelia Battista

Le lettere di Anna Maria Ortese a Patrick Mégevand ci mostrano come sia possibile mantenere desta la vitale, delicata, e sempre minacciata autenticità di rapporti, «senza la quale – scrive Francis Otto Mattiessen – non ci può essere rinnovata scoperta dell’uomo da parte dell’uomo». Leggi tutto…

FRANZ HAAS su ANNA MARIA ORTESE

ortese-bachmann.JPGIn occasione del forum su Letteratitudine dedicato al centenario della nascita di Anna Maria Ortese, ripubblichiamo questo contributo di Franz Haas dedicato alle connessione tra Anna Maria Ortese e Ingeborg Bachmann

Anna Maria Ortese e Ingeborg Bachmann – “Il cardillo addolorato” e “Il caso Franza”

di Franz Haas

Per vari motivi ho suggerito di abbinare il romanzo incompiuto “Il caso Franza” di Ingeborg Bachmann al capolavoro “Il cardillo addolorato” di Anna Maria Ortese: perché in ambedue le opere una voce femminile esprime il dolore del mondo; perché in entrambi i romanzi una giovane donna ha un legame viscerale con un fratello più piccolo; e perché la Ortese stimava la Bachmann in modo quasi smisurato, particolarmente “Il caso Franza”, come mi scriveva in varie lettere che in seguito citerò.
Nel 1993 tornano i miracoli a Milano: dopo il clamoroso insuccesso del romanzo “Il porto di Toledo” nel 1975, il nuovo romanzo di Anna Maria Ortese è più fortunato, e per più ragioni. Primo, perché “Il cardillo addolorato” è la summa di tutta l’opera dell’autrice; ibrido stupefacente, spiritoso e malinconico ad un tempo; libro dell’età matura ma pieno di virtuosismi giocosi. Secondo, perché esce presso la nobile casa Adelphi, il che conta molto in una società devota alle etichette. Terzo, perché i buttafuori della critica non vigilano più con tanta severità sulle mode postmoderne.
Anche questo romanzo, come “Il porto di Toledo” si svolge in una Napoli fantomatica, città che l’autrice non vede da molti anni, davanti alla “fiaccola del Vesuvio” e ad altri accessori vecchi duecento anni. Sull’Europa brillano ancora le stelle dell’illuminismo ma già i primi fantasmi romantici cominciano ad oscurare il cielo. Tre viaggiatori belgi vivono la città nella sua leggerezza scintillante, ma presto la scena si offusca. I tre conoscono un ricco guantaio e sua figlia Elmina; uno dopo l’altro si innamorano di lei e intuiscono che su questa famiglia grava un tremendo segreto. Passeranno gli anni e gli stranieri non capiranno niente – soltanto che la ragazza soffre di qualche amore ridicolo, per un folletto, o per un idiota.
L’autrice si prende gioco della logica narrativa, accumula personaggi strambi che raccontano sempre nuove e strane varianti della disgrazia. Il lettore coscienzioso fatica ad orientarsi fra tanti nomi e fatti, gradi di parentela e chiacchiere da serve; egli insegue orme di fantasmi e date storiche per mezza Europa, ma alla fine nulla quadra, e non si sa se lo gnomo tanto amato ha tre anni, o trecento. Il “narratore” si scusa ogni tanto della grande confusione. Ma in fondo la vicenda è molto semplice: la figlia del guantaio aveva promesso al padre morente di prendersi cura del fratellastro deforme; per questo rifiuta ogni altro legame amoroso.
La giovane Elmina si accanisce nel suo amore sordo per il fratellino e per la solitudine, tanto da non essere più in grado di amare se stessa o alcuno. Uno degli ospiti di suo padre, il principe Ingmar di Liegi, la adora invano per tutta la vita. Lei sposa un altro, senza amarlo, il primo pretendente che capita, un artista dissennato amico del principe, sperando così di poter adottare il piccolo deforme. Quando muore questo marito ad Elmina rimane soltanto una bimba ritardata e il disgraziato fratello, che forse non è neppure un umano, ma un folletto, che a volte sembra una gallina o anche un capretto.
Il principe cerca di dimenticare, si sposa e sua moglie muore. Anni dopo torna a Napoli ed è tutto come sempre. Nell’animo di Elmina sono sopravvissute la freddezza e la pazienza, nella sua voce c’è sempre un’ironia gentile. Morendo il principe spera ancora in una qualche illuminazione. Ma non ci sono più segreti. Il disamore è davvero così sinistramente banale. Leggi tutto…

Dacia Maraini ricorda ANNA MARIA ORTESE

ANNA MARIA ORTESE: la sua Roma, i riti letterari, la miseria e la figura enigmatica di Alberto Moravia. In collegamento con il forum su Letteratitudine dedicato al centenario della nascita di Anna Maria Ortese

di Dacia Maraini

Il 13 giugno si compiono cento anni dalla nascita di Anna Maria Ortese. Una scrittrice che ha la capacità di apparire e scomparire, portata in palmo di mano e poi dimenticata per anni mentre era viva, ma anche dopo morta, trascurata poi eccola che si affaccia timida e ironica da una porta socchiusa e dire sottovoce la sua. Casualmente, ma forse non proprio, visto che si avvicina la data in cui avrebbe compiuto gli anni , mi sono trovata fra le mani una rivista del ‘47 dal titolo semplice e nudo: «Sud». Dentro leggo una storia del reame di Napoli di Pietro Colletta, un saggio appena tradotto di Jean Paul Sartre, un racconto di Dante Troisi, una cronaca di Aldo De Jaco, dei disegni di Mancini, Gemito, Crisonio, una poesia di Dylan Thomas e un lungo articolo di Anna Maria Ortese che racconta il suo ritorno in una Roma svuotata e ferita dalla guerra.

Uomini seri come Calvino mascherati da lattante
Appena scesa dal treno a Termini, prende un autobus per piazza del Popolo e da lì si reca in via Margutta, dove ha abitato anni addietro. Bussa alla porta di un amico pittore, indicato solo con una A. Il pittore vive con la moglie C., che la accoglie con un abbraccio. Sarà ospitata in una «minuscola cabina» dove c’è giusto il posto per un lettuccio, senza nemmeno il comodino per la lampada, che sta posata per terra. La sera stessa la troviamo, stanca e svogliata, ospite di una festa in maschera dove incontrerà scrittori e artisti romani: «Una cortina di fumo fluttuava come una tenda di seta grigia. Uomini alti e seri come Calvino erano mascherati da lattante e traevano da un fischietto incollato alle labbra lamentevoli e teneri suoni».

Incantevole e smagliante costume ungherese
Un musicista le viene incontro travestito da valigia. Una ragazza la sfiora: è avvolta in un «incantevole e smagliante costume ungherese, niveo e coperto di fiori come fosse abitata dagli spiriti». Anna Maria rimane tutta la sera in disparte, appoggiata a una scaletta di legno, osservando la folla dei «cinematografari e dei fotografi che si distinguevano per la sicurezza crudele dei loro sguardi… sputavano e fumavano come se fossero del tutto soli». Ma avrà veramente vissuto quella serata bizzarra, o è stato un sogno? «Non nego di avere visto io stessa queste cose. Ma tutto ciò che si vede è forse vero?», si chiede pensosa. E si tratta di una domanda sincera, che riguarda tutta la letteratura. Fino a che punto è lecito inventare, forzare la realtà, interpretarla, darle un ordine e un senso? Ripenso a un suo bellissimo racconto che si trova nel libro Il mare non bagna Napoli, e si intitola «Gli occhiali».

Tutto ciò che si vede è forse vero?
Una ragazzina, Eugenia, abita nella periferia napoletana, in un palazzo degradato, sporco, dove alloggiano «poveri cenciosi e deformi, coi visi butterati dalla miseria e dalla rassegnazione», ma lei vi si muove come se fosse in un castello meraviglioso. Il fatto è che, essendo quasi cieca, Eugenia non vede ciò che la circonda. Il suo sguardo smussa i contorni, crea un alone sfumato sulle brutture che, come per miracolo, le appaiono belle e sognanti. Un giorno le regalano un paio di occhiali. E finalmente la bambina vede il luogo dove abita. E lo trova talmente brutto e odioso che decide di gettare via gli occhiali. Tutto ciò che si vede è forse vero? Il giorno dopo scopriamo Anna Maria Ortese in giro per le strade bombardate di Roma, in cerca di librerie. Vorrebbe acquistare un libro di Krishnamurti, «quel piccolo uomo dai capelli divisi in mezzo che anni fa, per una edizione ormai introvabile, scriveva come il perfetto iniziato debba sentirsi a servizio di tutto ciò che è vivente e moltiplicarsi in atti cortesi perfino agli animali e alle piante». Ma nessun libraio conosce Krishnamurti. Così si decide per un romanzo di Sartre.
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Antonella Cilento ricorda ANNA MARIA ORTESE

ANNA MARIA ORTESE: cent’anni dalla nascita. In collegamento con il forum su Letteratitudine dedicato al centenario della nascita di Anna Maria Ortese

di Antonella Cilento

Anna Maria Ortese è stata, nella mia esperienza, un incontro fulminante.
Lessi per la prima volta a scuola, avevo undici anni, Il mare non bagna Napoli e, se non era quella l’età per comprendere Il silenzio della ragione, capitolo dedicato agli scrittori napoletani e al gruppo SUD, il primo racconto, Un paio di occhiali nuovi, che narrava di una ragazzina cui venivano imposti costosi occhiali da vista (“ottomila lire vive vive!”), fu una scoperta. La visita all’ottico e la misurazione delle lenti mi erano orribilmente familiari. Anzi: l’ottico era proprio lo stesso dove andavo anche io, la storica Ottica Sacco. Provai per la bambina un improvviso senso d’identificazione: l’Ortese descriveva, con la maestria che non avrebbe mai perso, anzi si sarebbe accresciuta nei romanzi a seguire, il voltastomaco – il vomito sedato con il chicco di caffè –  che dà la scoperta del dolore, l’esatta visione del mondo adulto.
I libri, spesso, ci raggiungono quando la vita deve rivelarci lo stato delle nostre esperienze e gli scritti, ingiustamente dimenticati o poco noti, di Anna Maria Ortese hanno spesso dentro questa forza inarrestabile. Colpisce, ad esempio, leggere brani di appunti oggi conservati nel fondo depositato da Rita Ortese presso l’Archivio di Stato di Napoli: “Cosa penso dell’Italia: che non esiste. (…)penso questo: che è una patria fisica, o di memorie: pel resto un paese abitato da gente varia, ma unita per nulla, e, in genere, limitata d’intelligenza e d’animo meschino.(..) Eserciti, insomma, di maggiordomi e lacché, lavapiatti e spazzini. E padroni in sfacelo.”
Una scrittrice profetica, sia quando produce i reportages che la rendono famosa e le danno anche da vivere per lunghi anni, sia quando tramuta le visioni mutuate dal realismo magico bontempelliano in storie di creature ai margini della società, mute testimoni della cattiveria umana. Sono storie di cardilli, di iguane, di immagini specchiate dell’autrice che ne Il porto di Toledo cambia tanti nomi quanti ne cambia Napoli, tradotta in un’infinita eco di una Spagna persa ma presente. Va riscoperta l’Ortese, e non perché non venga più stampata, anzi l’Adelphi cura da anni una ristampa in volume delle opere, mirabilmente introdotte da Monica Farnetti, e una completissima biografia l’ha scritta Luca Clerici per la Mondadori (Apparizione e visione), ma va riletta perché con lo sguardo lungo dei visionari, e degli infelici, ha narrato l’Italia e il suo tempo  con precisione chirurgica. Leggi tutto…

Simona Lo Iacono ricorda ANNA MARIA ORTESE

ANNA MARIA ORTESE, dal deserto al mare che non bagna Napoli. In collegamento con il forum su Letteratitudine dedicato al centenario della nascita di Anna Maria Ortese

di Simona Lo Iacono

Aveva iniziato a Tripoli.
Passeggiate a filo di sabbia, nei deserti circostanti, in cui affondava i piedi, sprofondando nell’anima della terra. Il sole colava a picco, ed era una condizione perenne, quella del corpo che agonizzava per il caldo, senza rimedio.
Ma già lì, una misteriosa armonia le si era rivelata. Il tutto. Fatto di segrete assonanze col niente. E con lei. E con gli altri. Con l’eterno trasmutare delle cose. Come se il gigante di sabbia che attraversava, fosse un dio addormentato che le rivelava la sostanza dell’universo.
Era il 1925. Anna Maria Ortese si era trasferita in Africa con la famiglia. Il padre, Oreste, impiegato governativo, aveva portato con sé la moglie e i figli, come altri illuso dall’avventura coloniale.
Ma era durato poco. Già nel 1928 erano tutti a Napoli, e Anna aveva dovuto abbandonare gli studi, si era data a un peregrinare che, dal deserto, si era trasferito ai quartieri popolosi e gloglottanti, in cui la parlata dei napoletani, le goliardie e le scugnizzate, si alternavano a ingegnosi strappi alla sfortuna, a trovate mascalzone per ribaltare la sorte.
E Napoli le è entrata nel sangue.
Come l’aria d’Africa le era circolata in corpo, con le sue strade, con il suo porto sormontato dal pennacchio fumoso del Vesuvio, con la malia maledetta e benedetta della sua gente.
Ci tornerà nel 1948, dopo avere percorso tutta la penisola ferita dai bombardamenti, sepolta sotto le macerie. Martoriata.
Qui, trasferitasi nella vecchia casa di famiglia ormai dissestata e abitata dagli sfollati, Anna aveva continuato il suo girovagare. Leggi tutto…

Adelia Battista ricorda ANNA MARIA ORTESE

adelia battistaANNA MARIA ORTESE, la realtà è un sogno da scrivere. In collegamento con il forum su Letteratitudine dedicato al centenario della nascita di Anna Maria Ortese

di Adelia Battista (autrice dei volumi “Anna Maria Ortese, la ragazza che voleva scrivere“, “Bellezza, addio” e Ortese segreta“)

Cara e possente e impervia Ortese, la cui Voce , a cento anni dalla nascita, (1914- 2014), appartiene a una più grande e responsabile civiltà letteraria. Civiltà al tramonto, forse, ma a cui siamo ancora legati, mondi meravigliosi, destinati, a scomparire. Siamo la retroguardia di questa civiltà, aggrappati alla bellezza, ai grandi scrittori, alla sorte delle grandi storie, alla psicologia, allo studio, alla ragione, che tutto illumina e discerne.  Oggi, nella nostra “era” così frammentata, avanza la tecnologia,  e con essa il potere della tecnologia,  siamo – come dicono i filosofi  – nel post umanesimo.
I libri di Ortese mi riportano a “prima del post-umanesimo ”, e li rileggo ringraziandola, per il suo sentire,   sottile, cosciente, responsabile,  che ci consente, come lettori, di ricavare una completezza di senso e di emozioni, dalle sue storie ; anche per quell’esigenza di verità che nasce dal suo interrogarsi in profondità rispetto al compito della vera letteratura, che è poi, <un grido che turbi, una parola che rompa la nebbia in cui dormono le coscienze, il lampo di un giorno nuovo>. Ortese vuole resistere al Male, dovunque esso sia, e per fare questo, dà parola al dolore, lo dissigilla, per la scrittrice: « Vera “follia” e vera “rivolta” – scrive – sono solo nella obbedienza a un ordine sovrumano di pietà».
Al centro di tante sue pagine, troviamo “i piccini” della terra, (il folletto, l’iguana, il cardillo, il puma…), coloro che sono oppressi, che non ce l’hanno fatta, gli illusi, i perduti nella tempesta della vita. La turbava profondamente che non ci fosse un limite alla sofferenza, avrebbe voluto che non mancasse agli uomini né aiuto materiale, né guida di stelle. I suoi libri  <in difesa dello Spirito, della Lingua, delle Voci di dentro>  ci riportano dentro di noi, ci invitano a non farci defraudare del nostro sentire. Leggi tutto…

ANNA MARIA ORTESE, dal deserto al mare che non bagna Napoli

ANNA MARIA ORTESE, dal deserto al mare che non bagna Napoli

di Simona Lo Iacono

Aveva iniziato a Tripoli.
Passeggiate a filo di sabbia, nei deserti circostanti, in cui affondava i piedi, sprofondando nell’anima della terra. Il sole colava a picco, ed era una condizione perenne, quella del corpo che agonizzava per il caldo, senza rimedio.
Ma già lì, una misteriosa armonia le si era rivelata. Il tutto. Fatto di segrete assonanze col niente. E con lei. E con gli altri. Con l’eterno trasmutare delle cose. Come se il gigante di sabbia che attraversava, fosse un dio addormentato che le rivelava la sostanza dell’universo.
Era il 1925. Anna Maria Ortese si era trasferita in Africa con la famiglia. Il padre, Oreste, impiegato governativo, aveva portato con sé la moglie e i figli, come altri illuso dall’avventura coloniale.
Ma era durato poco. Già nel 1928 erano tutti a Napoli, e Anna aveva dovuto abbandonare gli studi, si era data a un peregrinare che, dal deserto, si era trasferito ai quartieri popolosi e gloglottanti, in cui la parlata dei napoletani, le goliardie e le scugnizzate, si alternavano a ingegnosi strappi alla sfortuna, a trovate mascalzone per ribaltare la sorte.
E Napoli le è entrata nel sangue.
Come l’aria d’Africa le era circolata in corpo, con le sue strade, con il suo porto sormontato dal pennacchio fumoso del Vesuvio, con la malia maledetta e benedetta della sua gente.
Ci tornerà nel 1948, dopo avere percorso tutta la penisola ferita dai bombardamenti, sepolta sotto le macerie. Martoriata.
Qui, trasferitasi nella vecchia casa di famiglia ormai dissestata e abitata dagli sfollati, Anna aveva continuato il suo girovagare. Leggi tutto…