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Posts Tagged ‘Anna Vasta’

ANIME PERSE di Umberto Piersanti (recensione)

ANIME PERSE di Umberto Piersanti (Marcos y Marcos)

La misura breve del racconto per narrare il male

di Anna Vasta

Anime perse, il nuovo libro di Umberto Piersanti (Marcos y Marcos Editore), il poeta cantore di Urbino e delle sue epifanie, ci riporta a un altro titolo, a un altro libro dell’autore, bellissimo, evocativo di luoghi- I luoghi persi-, che si trasformano in un tempo, “ il tempo differente”, della visione e della rêverie. Tempo di poesia; di salvezza e di recupero di tutto ciò che l’uomo perde nel suo allontanarsi  dall’infanzia, beata età dell’innocenza, che nella memoria poetica diventa un luogo, di figure e di vicende, di simboliche appartenenze.

Anche queste anime perse, anime fragili, ferite, offese dal mondo e da sé stesse- le più insanabili delle ferite-, fatte di carne e di sangue, vive e vere come i loro tragici destini di dolore, rabbia, rancore, ricostruiti in brevi, essenziali, stigmatiche narrazioni, perché il pathos  non si diluisca in una stucchevole retorica dei sentimenti; queste anime sommerse dai gorghi dell’esistenza sono portate in salvo dalla forza di attrazione della scrittura. Da una pietas tutta umana che si  addensa in un narrare di classica originaria purezza, scevro da quegl’infingimenti letterari che potrebbero distrarre e allentare la tensione emotiva.
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CETTI CURFINO va a Torre Archirafi

Cetti Curfino (Cover)Viaggio a Torre Archirafi, Riposto (Giarre, CT) per CETTI CURFINO di Massimo Maugeri (La nave di Teseo).

Venerdì 6 luglio 2018, presso la splendida sede di Palazzo Vigo, Torre Archirafi, Riposto (Giarre, CT), h. 19, Massimo Maugeri presenta il romanzo “Cetti Curfino” (La nave di Teseo). Dialogherà con l’autore la poetessa, scrittrice e critica letteraria Anna Vasta.

In fondo al post: la locandina dell’evento.

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CETTI CURFINO di Massimo Maugeri (La nave di Teseo)

Un giornalista, una donna detenuta in carcere, una confessione che non può più aspettare.

Cetti Curfino è un romanzo potente sull’origine delle azioni umane e sul mistero di ogni delitto, costruito come un valzer tra due personaggi che cercano nella scrittura la propria verità.

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[Dalla rassegna stampa del romanzo]

 

su “Tuttolibri”- “La Stampa” (recensione di Amedeo La Mattina)
[Cetti, dotata di «una bellezza ferale», di quelle che toglie il fiato, sceglie la strada che la porta in una cella. Massimo Maugeri ci conduce dentro questa prigione, ci fa entrare nella testa di una donna che concentra l’umiliazione e la disperazione di milioni di donne alla ricerca della propria dignità.]

su “L’Espresso” (Freschi di stampa di Sabina Minardi)
[Un linguaggio che sa affrontare con credibilità registri diversi, incluso quello imperfetto e sincero della detenuta siciliana]

su “la Repubblica.it” (recensione e intervista di Silvana Mazzocchi)
[La realtà raccontata in forma di fiction, storie credibili che scavano nei problemi sociali del nostro tempo. (…) Una storia nella storia confezionata da Massimo Maugeri con abilità, talento e passione.]

su “Il Mattino” (recensione di Francesco Durante)
[Maugeri confeziona una storia semplice, insieme disperata e lieve, algida e sensuale, con un esito a sorpresa. La sua protagonista s’impone a cagione di una personalità veramente speciale, e fin dal primo momento merita la più cordiale solidarietà del lettore.]

su “la Repubblica – Palermo” (recensione di Gianni Bonina)
[È il suo urlo così contemporaneo che, chiudendo alla fine il libro di Maugeri, sentiamo riecheggiare. Un urlo di donna che sostituisce il viandante di Munch e si infrange contro le nostre coscienze sorde]

su “Vivere – La Sicilia” (articolo/intervista di Domenico Trischitta) Leggi tutto…

L’ESTATE DEL ’78 di Roberto Alajmo (recensione)

L’ESTATE DEL ’78 di Roberto Alajmo (Sellerio) – recensione

Nascere scrittore in una famiglia da raccontare

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di Anna Vasta

Chi non ha avuto un’infanzia, se si perde, non potrà ritrovarsi. Come i sottotetti di una vecchia casa essa conserva, custodisce spezzoni, scarti di un presente in fieri scampati per caso o imperscrutabili disegni  al tarlo roditore del tempo. Ritrovati quando quel presente è diventato un passato da recuperare e se possibile alimentare di cocenti inutili rimpianti, di tutto quel non vissuto, non accaduto che avrebbe potuto essere.  Ne L’estate del ’78 di Roberto Alajmo (Sellerio, 2018), un romanzo che sarebbe riduttivo definire autobiografico – anche se porta le stimmate dell’autore-per la valenza paradigmatica di vicende e personaggi, il tempo perduto di quell’età dell’innocenza che non è mai del tutto innocente, rivive negli anni della ragione come tempo ritrovato, complice la finzione letteraria. Arma a doppio taglio, che se salva dall’oblio, dall’umana dimenticanza, se riesce a ricomporre in una forma  “il disordine e il dolore precoce” di una vita, inesorabile ne arresta il fluire, vi imprime il  rigor mortis della scrittura.
Nascere scrittore, per Roberto Alajmo non  è una iattura-come egli sembra credere citando Evelyn Waugh: se in una famiglia nasce uno scrittore, quella famiglia è perduta-, ma una condizione di grazia che gli consente di raccontare in un suo personalissimo lessico familiare la propria. Una chance in più per accostarsi al mistero imprendibile di una madre tenera, quanto assente- chiusa in un suo mondo di fragili sogni, delusi ideali, connaturale infelicità- e al dolore offeso  di un figlio, orfano da prima del distacco definitivo- la morte volontaria di Elena, a poco più di quarant’anni. Un suicidio programmato e in un certo senso fallito nella sua malriuscita messinscena- l’ultima vanità di pavesiana memoria; Roberto mi capirà-, ma che vuole essere estrema affermazione di sé contro i limiti della realtà esterna. Distruttivi quando si rivelano tratti costitutivi della propria inquieta interiorità. Ci sono individui costituzionalmente infelici. Strutturalmente. A prescindere da ogni circostanza: infelici. Leggi tutto…

Anna Vasta

Anna Vasta è nata a Catania, vive a Riposto (CT). Docente di materie letterarie, collabora con recensioni critiche alle pagine culturali del quotidiano La Sicilia, Letteratitudine e Pelagos.
Ha pubblicato:
Confutazione delle religioni, De Martinis & C., Catania, 1993 con prefazione di Manlio Sgalambro. Traduzione dei dialoghi L-LX del De admirandis Naturae di Giulio Cesare Vanini.
Per la poesia:
La Curva del cielo (Amadeus Editore, Soligo, 1999); I Malnati (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme, 2004), finalista con menzione d’onore al Premio Brancati Zafferana 2005; Quaresimale (Prova d’Autore, Catania 2006); Sposa del vento (Prova d’Autore, 2008, Catania), finalista al Premio Nazionale Le Alpi Apuane, Edizione 2008. Segnalazione speciale al Premio Città di Leonforte, Edizione 2008; Di un fantasma e di mari (Prova d’Autore, Catania, 2011); Cieli violati (Edizioni Ensemble, Roma, 2013); La prova del bianco (2015, Le farfalle).

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LA DONNA DAI CAPELLI ROSSI di Orhan Pamuk (recensione)

LA DONNA DAI CAPELLI ROSSI di Orhan Pamuk (Einaudi)

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Il caos dei sentimenti, quando imbocca la via del delitto.

di Anna Vasta

Il tema del Padre  è un tema della grande letteratura, un archetipo primordiale, di quelli che attraversano il sottosuolo delle più disparate culture e identità. Da Sofocle, a Shakespeare, da  Dostoesvskij a Kafka, sino a Orhan Pamuk, lo scrittore di Istanbul, Nobel della Letteratura 2006. In “La valigia di mio padre”( Einaudi, 2007) – un volumetto che raccoglie il discorso tenuto dall’autore a Stoccolma per il conferimento del prestigioso premio, insieme con due conferenze dello stesso anno – Pamuk, narrando del padre, intellettuale di formazione europea, di colte, raffinate letture, confessa lo sconcerto, l’imbarazzo di potersi ritrovare – “tremenda prospettiva” – figlio di un genitore-scrittore. Figura d’inquietudine inconciliabile con l’immagine familiare, protettiva, rassicurante della sua percezione filiale. Dal disagio di  una paternità fragile, per quanto stimolante possa risultare a un figlio che voglia affrontare il mare aperto dell’esistenza in spirito d’indipendenza e alterità, in parte i nodi irrisolti della sua introspezione di uomo, di autore, coscienza critica del proprio tempo, di romanziere “ingenuo e sentimentale”. Nel suo Bildungsroman La donna dai capelli rossi (Einaudi, 2017) ne costituisce un capitolo decisivo, non risolutivo – sin dal suo primo romanzo, Orhan Pamuk ricostruisce, come in un ciclico affresco, di quelli che raffigurano nelle volte e nei soffitti di palazzi e cattedrali le allegorie dell’umano, quel “vasto paesaggio” della vita, dove ogni lettore vorrebbe aggirarsi come in un museo,  guidato da uno sguardo implacabile, eppure lirico, sugli oggetti, sui personaggi, sulle vicende individuali e corali, sugli sfondi d’insieme. Leggi tutto…

L’ETÀ BIANCA di Alessandro Moscè

L’ETÀ BIANCA di Alessandro Moscè (Avagliano)

L’Età bianca: il romanzo di un poeta

di Anna Vasta

Bianca è l’età adolescente – più che un attributo, un nome, un nome di donna -, la stagione breve che allunga le sue ali sul tempo che segue. Per il marchigiano Alessandro Moscè, poeta, saggista, narratore di atmosfere liriche, di trascinanti visioni e disincantati risvegli, essa non è tanto l’età leopardiana del “tempo che precede”, del sogno, della rêverie, quanto l’ora che che ci abita, “ci colma della sua durata/minuto per minuto/forte, non certo ignara”. Forse in questo verso di Mario Luzi – figura archetipica di poesia, e di sapienza esistenziale – citato dall’autore nel racconto del suo incontro col poeta, è possibile rinvenire il senso di una educazione sentimentale che – iniziata col Talento della malattia, suo primo romanzo, del 2012, prosegue  nel secondo, “L’Età bianca” del 2016 (Avagliano Editore, pag. 228,  € 15,00).
Un’età che ha fattezze di donna, Elena, l’amore adolescente  vissuto e inseguito sino agli anni  adulti come l’ombra di un sogno, fino a diventare la personificazione di quel tempo irrisolto, che è stato per Alessandro, l’adolescenza.  Bianca, non  nel senso di pura, inconsapevole, innocente; bianca  come una pagina  non scritta, spazio vuoto d’incompiutezza e possibilità.  Per Alessandrò Moscè  l’età bianca è  topos di attesa, di vigilia, di iniziazione alla vita nella sua non aurea mediocritas. La malattia che lo ha colpito ignaro- una malattia che non perdona, che non consente illusioni- sul finire della fanciullezza, lo ha isolato e preservato  in una dimensione temporale sospesa, dilatata, incompiuta. La morte per un bambino di dieci anni non ha contenuti di realtà, pur nella sua ferocia. È questo restare ignari, questo non sentirla come castigo o colpa, che lo ha guarito, di una miracolosa guarigione. Solo parecchi anni dopo, ormai adolescente, Alessandro realizza  come marchio d’eccezione, una sorta di talento,  la malattia che lo ha bloccato in uno  stato edenico di beata innocenza,  tutelandolo dalla solitudine che afferra gli adolescenti con la forza  del garbino, il vento che viene dal Nord, e che “ dicono faccia cambiare l’umore dei marinai, per questo lo chiamano il vento folle”. Anche il suo male è stato un vento folle che, una volta cessato,  lo ha riconsegnato a se stesso, un sé estraneo,  che ha dovuto  imparare  a vivere in situazioni di normalità. Leggi tutto…

QUATTRO SCRITTORI QUATTRO SICILIE


QUATTRO SCRITTORI QUATTRO SICILIE
 a cura di Dario Stazzone (Le Farfalle)

E. Patti – C. Levi – G. Comisso – C. Sofia

di Anna Vasta

Della Sicilia, di quest’Isola di indefinibile identità, di storia spuria, ibrida di miti, di ancestrali memorie, di archetipiche coralità,  di un fabuloso immaginario che affonda nella notte dei tempi, non è possibile parlare senza sconfinare nella letteratura. Anche quando nella prospettiva di sguardo prevale l’interesse antropologico  e il punto di vista storico, politico o sociologico. Nel 1952- gli anni della ricostruzione, dell’ottimismo, della fede nelle “magnifiche sorti e progressive” di un’umanità  uscita dalle macerie della guerra piagata, ma non vinta, determinata a seppellire i morti, a dimenticare i padri-“L’ Illustrazione italiana” pubblicò un fascicolo speciale dedicato alla Sicilia.
In quel clima di fermenti, di grandi speranze, di attenzione alle aree regionali più economicamente depresse, ma culturalmente fertili, la Sicilia destava  particolare  interesse per una sorta di extraterritorialità in  cui la poneva la sua isolitudine. Dei sedici articoli di scrittori e intellettuali, che componevano il numero della rivista del mese di dicembre, Dario Stazzone, l’autore di questo prezioso libretto “Quattro scrittori. Quattro Sicilie” edito per Le FarfalleEdizioni 2015 di Angelo Scandurra (pag. 96, € 12,00), sceglie gli scritti di quattro autori, Patti, Levi, Comisso, Sofia, per raccontare  attraverso le loro voci, una Sicilia-la sua Sicilia-ossimorica, di contrasti e dissonanze, di laceranti divisioni e pacificanti riconciliazioni. Leggi tutto…

LA PROVA DEL BIANCO di Anna Vasta (intervista all’autrice)

LA PROVA DEL BIANCO di Anna Vasta

di Massimo Maugeri

Sono tante le opere poetiche pubblicate da Anna Vasta: da La Curva del cielo a I Malnati; da Quaresimale a la Sposa del vento; da Di un fantasma e di mari a Cieli violati. L’uscita di questo nuovo libretto, intitolato “La prova del bianco” (pubblicato da Le Farfalle), ci dà l’occasione di discutere di poesia e di aforismi. Del resto, come scrive Paolo Manganaro nel risvolto di copertina, “la raccolta di questi pensieri e aforismi di Anna Vasta è il frutto, splendido, di una riflessione inesorabile sulla poesia e sulle tensioni dell’esistenza che solo la poesia può portare”.

-Cara Anna, come nasce questo tuo nuovo libro?
Spesso i libri nascono per caso, come gli amori, gl’incontri, i figli. Senza una necessità che li giustifichi. Ma una volta nati, la casualità diventa necessità, come di tutto ciò che accade.
I pensieri, le riflessioni, gli aforismi raccolti in questo libro, alcuni sono nati come appunti a margine alle mie poesie, altri, come spunti di narrazione, di osservazione del reale; tutti come frammenti di una medesima ricerca, quella poetica, che è ricerca di senso, itinerarium mentis in hominem.
Percorso di conoscenza, verso una meta. Meta che non costituisce un approdo fermo, sicuro, definitivo, ma una riva malferma, provvisoria, oltre la quale spingersi, in direzione di altri porti.
La poesia ha bisogno di pause, di stacchi, di ripensamenti. Soprattutto di nutrirsi di prosa, di ciò che le è estraneo, ma che le fornisce la linfa vitale a cui attingere. Questo libro nasce forse da un tale bisogno di prosa, di ragionamento, di ancoramento a una visione del mondo, dell’esistenza.

Il titolo colpisce. Cosa significa “La prova del bianco”?
Nel titolo di un libro, c’è il senso del libro.
È come una mappa che guida il lettore ad inoltrarsi nel testo; nel titolo c’è tutto il libro.
Io, lettore, non vorrei che mi fosse anticipato il senso del libro, nel senso del titolo. Anche perché, neppure l’autore saprebbe spiegarlo, senza in qualche modo intaccarne l’ambiguità di senso, la possibilità delle interpretazioni che il titolo racchiude.
Wisława Szymborska, citando Goethe, dice che il poeta sa cosa voleva scrivere, ma non sa cosa ha scritto.
Il senso di ciò che l’autore scrive, una volta affidato alla scrittura, non appartiene più allo scrittore, ma ai suoi lettori.

-A tuo avviso, che rapporto c’è – oggi – tra “poesia” e “riflessione” (sia dal punto di vista di chi la scrive, sia da quello di chi la legge)? Leggi tutto…

IL MISTERO E LE SUE MASCHERE

IL MISTERO E LE SUE MASCHERE

Majorana. Mistero in due scene” (Carthago Edizioni 2015) – di Paolo Manganaro

di Anna Vasta

Si può raccontare il mistero, senza disperderne le tenebre? Si può esplorarlo senza oltrepassare la soglia d’inviolabilità che lo separa dal conoscibile, e non macchiarsi d’empietà?
Il mistero non è l’ignoto. L’ignoto è il non conosciuto; il mistero, il non conoscibile. E di conseguenza l’indicibile, il non raccontabile. Ma ciò che non è possibile raccontare, si può rappresentare. Un’antica tradizione letteraria, quella dei Misteri religiosi, utilizza l’azione teatrale per narrare il mysterium iniquitatis: la passione e la morte dell’uomo-dio, l’enigma del nascere e del morire, il dolore, l’iniquità, il male. Anche Paolo Manganaro (foto in basso), l’autore della pièce teatrale “Majorana. Mistero in due scene (Carthago Edizioni 2015), mette su una performance con coro, personaggi, musiche di fondo per rappresentare una vicenda di mistero, la scomparsa di Ettore Majorana, il giovane fisico catanese dileguatosi a poco più di trent’anni, un giorno di marzo del 38, senza lasciare tracce. Nella pièce di Manganaro la sacralità dei Misteri medievali si dissolve nelle provocazioni, nei paradossi di un moderno teatro dell’assurdo o della follia. Così che il mistero sia salvo, che resti tale. Consegnato all’ essenzialità scenica del drammaturgia contemporanea, si cristallizza in una forma che ne garantisce l’insolvibilità.
Inevitabile per Paolo Manganaro il rendez- vous con Leonardo Sciascia e il suo Majorana.
Sciascia sceglie il romanzo, l’indagine, per scandagliare il mistero di Ettore.
La forma del romanzo di per sé indulge all’umano. Ne viene fuori un personaggio che, pur conservando la sua statura di superiorità rispetto ai propri simili, resta comunque un uomo, coi suoi dubbi, le laceranti contraddizioni, un’idea della scienza alta, malgrado le sue demoniche potenzialità. Lo schema del giallo presuppone la volontà di venire a capo del mistero, o quanto meno di indicare una pista, di indirizzare il lettore verso frammenti di verità, che emergono da episodi della vita di Majorana, e che assumono, alla luce del dopo, sentori di presagio. Leggi tutto…

SOLO A PARIGI E NON ALTROVE, di Luigi La Rosa (una recensione)

SOLO A PARIGI E NON ALTROVEhttps://i0.wp.com/www.adestdellequatore.com/contenuti/parigicopertina.jpg, di Luigi La Rosa

Da Parigi con amore

di Anna Vasta

Solo a Parigi e non altrove (Luigi La Rosa, Ad est dell’equatore Edizioni, pag. 232, 14,00 €) l’autore può trovare materia inesauribile di miti umani e letterari, fantasmi e chimere, finzioni e realtà che si intrecciano in nodi inestricabili, per quello che si configura, man mano che ci si addentra nel labirinto di questo stravagante libro, il tema dominante della sua introspezione: la passione amorosa, in tutte le sue declinazioni, manifestazioni, epifanie. Nel groviglio di pulsioni, affezioni, sintomi, patologie che germinano da essa. A Parigi lo scrittore arriva con un personale carico di devastanti effetti di un amore finito. Amore che non era nato a Parigi, ma che a Parigi lo aveva portato insieme col compagno Arturo, un anno prima quando niente ancora faceva presagire la crisi che covava e che a breve sarebbe esplosa in tutta la sua deflagrazione. Perché finisce l’amore? Quali “sommovimenti del profondo ne determinano la fine, mentre tutto continua a fluire uguale? A questi tormentosi interrogativi Luigi La Rosa cerca una risposta nei meandri di una città di passioni, furori, esaltazioni e depressioni, di velleità e illusioni perdute. Un luogo che custodisce nelle sue pieghe segrete l’umana follia, l’empia aspirazione a una totale insostenibile, labile felicità. Un Ade dove interrogare le anime che per un sogno impossibile di gloria, per un amore senza sbocchi, per la fedeltà estrema a una vocazione, per aver risposto a una chiamata, si sono dannate alla perdita di sé. Una toponomastica dell’amore ricostruita puntalmente seguendone la parabola di nascita, maturità e morte, attraverso le vicende di tutti quei dereletti, grandi e piccoli, oscuri e di luminosa fama che a Parigi confluivano spinti dalla forza rapinosa del desiderio. Le stazioni del métro – Saint Germaine, Notre Dame, Saint Michel, Montparnasse, Montmartre, etc, – delimitano confini, segnano tappe di un percorso interiore verso mete che sconfinano in altri approdi, in cerca di una soluzione, che non è mai definitiva, che slitta, smotta in terreni franosi, quelli dei sentimenti. Della curva in cui si iscrive la passione amorosa, all’autore più che il momento aurorale dei primi fremiti e pallori, del suo trepido insorgere, del suo tirannico insediarsi nell’animo, più che la stagione della maturità, l’ebbrezza del compimento, interessano i tempi morti del declino, del “rimpicciolirsi dell’amato in fondo al cuore, giorno per giorno, del graduale spegnersi delle fiammate iniziali che precedono il lutto della perdita definitiva. E come per l’amore anche per le vite che racconta, lo scrittore focalizza il suo sguardo su quei brevi interminabili istanti prima della fine in cui si cristallizza il senso di un’esistenza. Leggi tutto…

ISOLE DELLA MEMORIA, di Demetrio Vittorini (recensione)

ISOLE DELLA MEMORIAhttps://i0.wp.com/www.edizioni-ulivo.ch/blog/wp-content/uploads/2014/09/vittorini.jpg, di Demetrio Vittorini (Edizioni Ulivo)

“E della vita il doloroso amore”

di Anna Vasta

La memoria, arcipelago di isole, isolotti, piccoli e grandi scogli che affiorano e a volte s’inabissano, per riaffiorare quando il mare è in bassa marea, o in tempesta, è una metafora illuminante per significare la frammentazione dei ricordi, il loro scomporsi e ricomporsi secondo i ritmi ondivaghi del rimuginare soggettivo.
Il libro di Demetrio Vittorini (foto in basso), Isole di memoria, già dal titolo (Edizioni Ulivo, pag. 134, fr. 22.00) suggerisce una simile mappatura delle ricordanze.
L’andamento narrativo di queste Mémoires segue ritmi di successione cronologica quando risale agli anni della prima adolescenza dell’autore a Siracusa, posto delle fragole di bergmaniana memoria e topos di omerica bellezza. Per il mare glauco che al tramonto si fa colore del vino, le Latomie dei Cappuccini, cave di pietra ancora risuonanti dei versi di Eschilo che i prigionieri greci recitavano a gran voce nei momenti di acuta nostalgia, con i loro “dolci giardini” di aranci, limoni, lumie, piantati dagli arabi, e coltivati con amorevoli cure dai frati francescani. La fonte Aretusa, le sue acque gorgoglianti dei sospiri di Alfeo, e Ortigia, l’isola che conserva nel Duomo, le vestigia greche del tempio che fu di Artemide, prima che di Atena. La bellezza dei luoghi fa da sfondo all’età bella delle prime azzuffate, delle vigorose nuotate, degli adolescenti innamoramenti, di un’amicizia, quella con Carlo Monteforte, l’autore della prefazione al libro, nata con i calzoni corti e che dura ancora, malgrado la lontananza, e le separazioni che il diventare adulti impone. A questo incipit di luminosa mediterraneità subentra un flusso narrativo spezzato che procede per isole di memoria. Non segue un filo temporale, ma si snoda a balzi da un’isola all’altra: gli amori giovanili, gli studi, i viaggi, i rapporti con Elio, il padre distante, anche nei brevi intensi periodi trascorsi insieme. Un vivere in movimento, di cambiamenti, novità, colpi di scena e colpi bassi, e di intima solitudine, pur tra i giovenil furori, gli affetti famigliari, la nascita dei figli. E i lutti a scandirne le sequenze: la morte a ventisette anni del fratello Giusto. Dopo quella improvvisa di Elio, il padre ritrovato nel momento della malattia e del distacco, e ancora il suicidio dell’amatissima figlia, Lucia Polly. Sino all’incontro che darà un senso nuovo alla sua esistenza: il secondo matrimonio con Margaret, “il cuore della mia vita e la vita del mio cuore”, finito con una prematura perdita. La morte di coloro che amiamo giunge sempre prematura e sempre ci coglie impreparati.
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IL CUORE A DESTRA, di Silvana Grasso

IL CUORE A DESTRA, di Silvana Grasso

Quando il cuore batte a destra

di Anna Vasta

Nello spazio tempo di un racconto – Il cuore a destra di Silvana Grasso, Edizioni Le Farfalle – nella sua misura di incompiuta brevità si svolge senza giungere a compimento, incagliandosi e intuppandosi come ciocche di capelli e scarti di cibo nello scarico del lavandino o della pilozza, il vissuto-destino di Apollonia/Billonia, zitella quarantenne dal nome forestiero, stravagante in un luogo, Spinasanta, di Sarine, Nerine, Marìdde e Catìne, tanto da doverlo storpiare in Billonia perché possa essere legittimato ad esistere come nomen e omen-sorte legata a un nome.

Apollonia- Billonia, spacciatrice di santi e miracoli, che esercita il suo mestiere, il suo talento affabulatorio, il suo straordinario potere di raggiro e di plagio sui cafoni di Spinasanta,- i quali si consegnavano a lei corpo, anima e denaro, per un’effimera guarigione dai piccoli mali quotidiani; del grande male, quello del vivere, nascita, matrimonio, debiti e in ultimo la stessa morte con soffrimento, in quelle anime perse neppure un barlume di coscienza-è fatalmente personaggio di romanzo, di narrazione. Essa stessa autrice di storie, di fandonie, di narrazione. I santini di cui fa incetta, sin da bambina le avevano ispirato una vera passione, una foga incontenibile di collezione, lei così apatica, pigra, “mutangola” e sularina, stizzosa come una mula di quei mortidifame dei suoi clienti che essa disprezzava senza misericordia. Lei che nutriva fastidio e rigetto per la vile attività commerciale delle zie adottive, e nessuna cura del corpo, mascula nel cinico distacco da emozioni e vanità femminili, non come le svenevoli zie, le gemelle Corallo, “rizzicanate”, ma con una carnagione di porcellana. Zitelle convinte e impunite( Nerina e Sarina non s’erano fatte fregare come tutte le picciotte del paese, che si sposavano prima dei vent’anni ), vendevano galosce e zoccoli a contadini, lavandaie, braccianti a giornata in pochi metri quadri di negozio, e scialacquavano in saponette, unguenti e lavanda, vezzose camicie da notte biancolatte, le stesse di quando le trovarono stecchite nel loro letto.
Ognuno con il proprio curriculum di santità e prodigi, questi santini rappresentavano per Billonia materia inesauribile di fantasticherie e di affari. Morte le zie gemelle improvvisamente e simultaneamente di morte subitanea, miracolosa, santa, come si conveniva a due immacolate signorine, Billonia intraprende la sua nuova attività, più redditizia e gratificante: commerciare in santi, di quelli dai nomi strani, che non li trovi neppure nel calendario di Frate Indovino, spesso di sua invenzione, e in frottole con gli scimuniti creduloni di Spinasanta. Leggi tutto…

L’ESTATE DELL’ALTRO MILLENNIO, di Umberto Piersanti

L' estate dell'altro millennioL’ESTATE DELL’ALTRO MILLENNIO, di Umberto Piersanti
Mursia, 2013 – pagg. 392 – euro 18

Un luogo, un tempo di un altro millennio.

di Anna Vasta

Mai luoghi, spazi e tempi d’esistenza, soggettivi e corali-Urbino e la campagna che la circonda,  isolandola in un’aura rarefatta e attonita, in una luce immateriale e vivida, la stessa che circola e ristagna tra colonnati e arcate nei dipinti di Piero della Francesca; le Cesane, i greppi, le forre, i fossi, gli stradini, le morbide colline che si perdono nell’orizzonte come in uno sfumato leonardesco, e quinci il mar da lungi e quindi il monte- appaiono così persi e imperdibili a un tempo, distanti e prossimi nell’Epos del poeta urbinate, come nel romanzo  “L’estate dell’altro millennio”, pubblicato nel 2001 da Marsilio e ristampato da Mursia dodici anni dopo (2013, pag 379, € 18,00).
L’estate narrata da Umberto Piersanti, ripresa con un’ampiezza di sguardo da cinemascope, evocata  come stagione dell’animo di leopardiane ricordanze, è quella del ’39’, che precedette l’invasione della Polonia e l’inizio della seconda guerra mondiale. Essa segna la fine di un tempo che s’identifica con  un luogo; conclude un ciclo di storie e vicende, le accende dei suoi ultimi fuochi, le ferma nell’irrevocabile fatalità di un evento-la catastrofe bellica- , assumendo  i toni apocalittici di un millennio che muore.
Con l’estate che declina verso un autunno da crepuscolo, declinano il caro immaginar, gli ameni inganni, i fantasmi del giovanile errore. Franano per Marco, Ettore, Laura, Antonio-giovani studenti di città protesi verso arcani mondi, arcana felicità- i dolci sogni, si rimpiccioliscono i pensieri immensi, si appannano le luminose speranze, si oscurano le strisce azzurre  di quel lontano mar , si smorzano i generosi. slanci. Mutati  in cenere gli ardori e le fiammate della novella etate.
Per Franco, ragazzo contadino, cresciuto ed educato alle fatiche e al sudore dei campi, dotato di  un sano senso di  realtà, che gli fa guardare le cose con occhi disincantati e puri, l’estate del 39 rappresenta l’inizio di un amore- quello per Maria, fanciulla contadina dal volto pallido, la  chioma fulva e fuggente, e le  fattezze delicate di una ninfa boschiva, o della soave Afrodite botticelliana- scevro da romanticherie e vaghezze poetiche, ma saldo e forte, radicato nell’animo come le querce nella terra scura della Pineta. Ai primi botti di guerra va in frantumi il  mondo arcadico, bucolico, ma fragile come un presepe di cartapesta, di Marco; l’intellettuale-poeta, con la testa tra le nuvole e i versi di Pascoli, il cuore alle canzoni ingenue e sentimentali d’anteguerra, il corpo rapito dai capelli biondi e dalle  forme perfette della contessina Laura Albani, una Micòl della razza dei carnefici. Sperso  nelle sue fantasticherie, ma non al punto di non avvertire  i venti d’inquietudine che attraversano l’intatto cielo di Raffaello, arrecando precoci brume e  premature ombre. Resisterà alla furia distruttrice della guerra l’universo contadino delle Cesane,  delle opere e i giorni di Franco-anche lui soldato in Montenegro col  tenente Marco, al quale salverò la vita-delle dure, inesorabili leggi della natura che mescola vita e morte anche nel giallo fulgore di un foglia di luglio. Ettore Venanzi, l’ardimentoso compagno di studi e di scorribande, infiammato di adolescenti furori, di un senso romantico e libresco di patria e onore, contaminati dal baldanzoso, cinico  superomismo dei tempi, partito volontario alla chiamata del Duce, morirà  tra le sabbie africane, milite incompianto, piangendo come l’omonimo eroe omerico la giovinezza e il vigore. Portandosi nell’Ade il rimpianto per i  balli, gli amori, le chiacchierate al Caffè Grande, il desiderio pungente di Laura tenera e sensuale tra i pampini e gli acini dorati, le viti, l’erba e i gusci verdi delle noci, nel querceto, in una non lontana luminosa giornata di novembre, appena un anno prima. I canti goliardici <<vent’anni son gemme dischiuse>>, e una paura matta della morte <<a noi la morte non ci fa paura>> con un  irreparabile senso di sconfitta, di perdita, più atroce della stessa morte. Leggi tutto…

CIELI VIOLATI alla Galleria Roma

SALVO SEQUENZIA PRESENTA: CIELI VIOLATI, di ANNA VASTA, Edizioni Ensemble

Silloge di poesie – Domenica 9 giugno 2013, ore 18.30, Galleria Roma,

Piazza San Giuseppe, 1/2/3  Siracusa

Domenica 9 giugno 2013, alle ore 18.30, alla Galleria Roma di Ortigia, il semiologo prof. Salvo Sequenzia presenterà la silloge di poesie di Anna Vasta:

CIELI VIOLATI

Edizioni Ensemble

L’attore Eugenio Patanè leggerà brani tratti dall’opera.


LA POESIA, SE RESTA.

PER UNA LETTURA DI ‘CIELI VIOLATI’ DI ANNA VASTA

di Salvo Sequenzia

Frequento ormai da anni la poesia di Anna Vasta, ed appartengo a una categoria situata a metà strada tra i suoi  antichi e nuovi lettori ed interlocutori.

Questi appunti sul suo itinerario poetico, felicemente approdato alla recente pubblicazione della silloge Cieli violati, risentono, perciò, sia della memoria del suo passato poetico, che si attesta agli anni de I Malnati (2004), di Quaresimale (2006) e di Sposa del vento (2008), sia  delle riflessioni scaturite dalla frequentazione con la poetessa e situate sull’orizzonte del poemetto Di un fantasma  e di mari (2011), da me presentato nella Galleria Roma di Ortigia nel giugno del 2011 e col quale, a mio avviso, tale itinerario poetico si è aperto ad accogliere nuove inaudite soluzioni formali, liriche ed espressive, inseminando un terreno già fertile di ‘voci’ e di «ricorrenze nascoste».
Sono rimasto, a una prima lettura, impressionato dal respiro ampio e regolare di Cieli violati, caratterizzato da una ‘partitura’ linguistica sapientemente colta, preziosa ed evocativa, percorsa da flussi nervosi, continuamente variati, pluridirezionali, ritmati in modi irregolari eppur animati da una intima sostanziale armonia di fondo, da un melos antico, da un rythmos inscritto entro le leggi segrete che governano il fluire della natura e del cosmo e la epifania della parola poetica.
Non è possibile, perciò, considerare le poesie di questa raccolta come distinte l’una dall’altra: il titolo del volumetto – ‘Cieli violati’,  verso tratto dalla poesia ‘Tenebre alte…’ –  le comprende a giusta ragione tutte, perché in tutte – anche nella variazione del disegno o negli ambagi del finissimo ordito – si modula la stessa costante lirica e si accende lo stesso nucleo centrale d’ispirazione, che scaturisce non da implorazione o da gemito, ma, al contrario, da una intelligenza di scrittura che medita continuamente l’inquietudine della parola, relegando quest’ultima nel suo luogo compositivo, situandola nella “dominante” voluta, subordinandola, quindi, al registro unitario lungo il quale discorrono le liriche.
Ciò che appare notevole, in Cieli violati, è la ricchezza di modellato interiore e di disegno, la segreta elaborazione del profondo per la quale anche l’amarezza e lo sbigottimento, il malessere cupo di «animi offesi» si sciolgono nella morsura di uno Sprechgesang, di un recitato-cantato in cui le parole affiorano dolorosamente dal silenzio, e come i “tagli” nelle tele di Lucio Fontana diventano gesto, segno, ferita, piaga e ‘piega’ nel tempo  che pone, indubbiamente, la poesia di Anna Vasta tra le voci più corrosive, inattuali e feconde del nostro tempo. Leggi tutto…

CIELI VIOLATI, di Anna Vasta

Pubblichiamo la prefazione della silloge “Cieli violati” di Anna Vasta (edizione Ensemble), firmata da Luigi La Rosa. Di seguito, alcune poesie messe a disposizione per Letteratitudine dall’autrice.

Cieli violati. Cieli ribollenti, incalzanti, con l’ardore di nuvole in fermento avanzanti verso il suolo, grigio correre di nembi in celesti sprazzi di cielo, poi affogati nella neve dell’oblio che tutto copre, e censura, e tutto quieta delle umane tragedie, inutili, invisibili, di fronte a tanto sfacelo. Sfarzo di natura che avvolge la vita, e ne governa, quietamente, irrevocabilmente, le sorti.

Anna Vasta e le epifanie della ferita

dalla prefazione di Luigi La Rosa

C’è una poesia raffinata, colta, sensuale, nutrita degli umori oscuri della terra, percorsa dagli spiriti alati dell’aria, poesia di spettrali visitazioni, di vibranti sussulti, di luminescenti epifanie, impregnata delle essenze ambigue del vivere e perennemente lambita dalla lingua insidiosa della morte.
E’ una poesia dolente ma non vinta, intimista ma mai sopraffatta, il cui canto si leva sicuro a fissare simbolicamente confini e coordinate cosmologiche, e la cui portata espressiva si cristallizza in suadente cifra di partitura, in perenne melodico fremito dell’essere, in sinfonica rappresentazione dell’universo.
I cieli sotto i quali questa lirica alta e insieme viscerale, eterea ma mai spogliata della matericità del corpo s’incarna sono gli stessi che fanno da cornice al canto, che misurano gli spazi dello sguardo, che delimitano le campiture accese della visione.
Anna Vasta, poeta di squisita grazia, li sfoglia tramutandoli in dense pagine d’album, registrandovi il corsivo fluido e icastico del suo sentire, scomponendo il corpo poetico della silloge nei sentimentali momenti di un accorato diario dell’anima.
Sono cieli violati, cieli-bambini, cieli toccati dalla ferita esistenziale, che riverberano ovunque il sangue caldo dei loro crepuscoli, come la luce onirica e bruciante delle loro aurore.
Raramente la scrittura ha saputo coniugare alla parola le eloquenti potenzialità cromatiche e plastiche dell’immaginazione, e mai come in queste pagine – a mio parere tra le più belle e le più mature nella genuina produzione del poeta – l’alfabeto significante ha ceduto la ricerca del senso al dominio pieno e musicale della forma.
L’apparente fissità dei quadri attraverso i quali l’epopea di questo mondo alla deriva viene scandita si anima, gradatamente, del dinamismo accidentato e provvido delle sue manifestazioni: la natura stessa si trasforma in un organismo vivo, usurato, drammatico, quella materia nuda che si offre agli assalti impietosi del reale, riflesso di una condizione d’innocenza atavica che pervade leopardianamente tutte le cose, penetrandone il segreto, esaltandone l’incanto. Leggi tutto…

NON PASSARE PER IL SANGUE, di Eduardo Savarese

NON PASSARE PER IL SANGUE, di Eduardo Savarese

Viaggio al termine della notte

di Anna Vasta

Non passare per il sangue, nell’omonimo romanzo di Eduardo Savarese (Edizioni e/o. Pag.188 € 16,00) suona come  una di quelle affermazioni perentorie-dinieghi o formule di scongiuro-sulle labbra  di una Pizia: monito a chi voglia intraprendere un cammino iniziatico. Un “viaggio al termine della notte”,  una discesa agl’Inferi, il percorso di conoscenza, di consapevolezza di Agar- personaggio reale, vero di soggettivi, autobiografici vissuti, e di  quel surplus di verità che solo la letteratura può dare- la yayà(nonna)- di Creta, più che nonna, madre; di quelle madri del mito, enigmatiche creature impastate nell’argilla primordiale. Dure, battute, piegate, mai vinte da tempeste personali e collettive bufere, refrattarie e impermeabili alla compassione, scorbutiche e solitarie, eppure nell’intimo fragili, e quanto indifese. Nonna-madre di Marcello, l’ufficiale in missione umanitaria in Afganistan, morto in un un agguato, restituito alla famiglia, senza corpo, senza gli onori della sepoltura e del pianto, senza quei miseri, eppure sacrosanti, irrinunciabili conforti che Achille non negò neppure all’acerrimo nemico, Ettore. E per cui si batté sino a morirne Antigone.
Di Marcello nemmeno le ceneri, solo gli effetti personali in una plumbea valigetta che Luca, compagno-amante del giovane militare, anche lui soldato di una guerra  feroce, fatta passare ipocritamente per operazione di pace, ha il compito di consegnare alla madre, Sofia. Una madre sorella, quasi amica, schiacciata dal dolore, dalle sconfitte, dai fallimenti esistenziali, repressa nei suoi slanci materni dalla soffocante onnipresenza di Agar; madre di entrambi, figlia e nipote, come in una tragedia greca,  dove i confini tra  pulsioni,  passioni e  ruoli famigliari sono labili e violabili.
L’arrivo improvviso di Luca-anche lui in cerca di un barlume che possa fare luce nel mistero di Marcello e della sua morte-incrina sino a spezzarlo l’instabile equilibrio di silenzi, omissioni, rancori, risentimenti, accuse reciproche, incomprensioni intenzionali e funzionali a nascondere ciò che madre e figlia hanno da sempre saputo, senza volerne prendere atto, per  non  assumersene il carico: l’omosessualità di Marcello.
Agar, nel ripercorrere insieme e in contrasto con il giovane militare che va rivelando, ogni giorno che passa, una sospetta, inquietante intimità col  nipote, momenti, episodi, gesti, comportamenti, parole di Marcello bambino, e poi giovane adulto, va indietro coi suoi ricordi, alla sua prima giovinezza a Creta, alla malattia, l’insufficienza polmonare che ne aveva bloccato la crescita e la possibilità di emancipazione nel lavoro, tanto da spingerla a cercare una forma di indipendenza nelle nozze con l’ufficiale italiano, il nemico invasore di stanza nell’Isola. Sino alla paura atavica della sterilità. Paura che affonda in archetipi di fecondità e procreazione, che identificano la fisicità femminile in  natura naturans. Questa paura della sterilità, dell’impossibilità di procreare vissuta come una deminutio del proprio essere donna, si aggira come uno spettro tra le mura della villetta di Vico Equense, anche dopo l’avvenuta maternità  la nascita di Sofia, sino a materializzarsi nella sterilità di Marcello, nel suo amore contro natura che non passa per il sangue. Uno spettro funesto che porterà il nipote di Agar, sensibile, raffinato cultore di libri e di fiori, collezionista di Barbie, giovane bello e di gentile aspetto, a scegliere la vita militare per reprimere le proprie inclinazioni di “femmina” e affermare un’identità di maschio, che copra e nasconda il peccato d’origine: l’impossibilità di procreare, di passare per il sangue. Leggi tutto…

Vincenzo Consolo: la ferita che non guarisce

Vincenzo Consolo

In collegamento con il dibattito online su LetteratitudineBlog

Vincenzo Consolo:  la ferita che non guarisce

di Anna Vasta

A un anno dalla morte di Vincenzo Consolo, è ancora aperta quella “Ferita dell’aprile”,  libro d’esordio e di iniziazione (1963) a quel mestiere delle armi che è la letteratura e la vita che in essa prende forma e sostanza di verità, quasi a riparazione di  un suo trasformarsi  in altro da sé che ne amplifichi le potenzialità espressive.  Espressiva,  Consolo definisce la sua scrittura, distinguendola da quella  comunicativa  del realismo narrativo. La scrittura espressiva ha un destino diverso, com’è per la poesia. La narrazione non cambia il mondo”- Evocativo  di suggestioni eliotiane – “Aprile dei mesi é il più crudele, col germogliare/lillà da desolate terre,/ mischiando memoria e desiderio/resuscitando/morte radici con pioggia di primavere”- La ferita dell’aprile mescola memoria e desiderio e rinverdisce morte radici. da una realtà  dura e desolata come zolle in inverno.
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LA PREDA, di Irène Némirovsky

La predaLA PREDA, di Irène Némirovsky
Adelphi, pag.212, € 18,00

di Anna Vasta

L’oblio della vita

Chi o cosa è la preda dell’omonimo romanzo di Irène Némirovsky, La preda (Adelphi, pag.212, € 18,00)? Pubblicato nel 1938, conquistò da subito i lettori della scrittrice ebrea, russa d’origine, francese per lingua e scrittura, e dunque per patria elettiva. In quello stesso anno era uscito La nausea di Sartre. Il titolo che il filosofo parigino avrebbe voluto dare a quel suo diario dei giorni infelici era Melancholia, la figura allegorica del famoso dipinto di Dürer. Ma a  Gallimard, l’editore, non piacque, e suggerì La nausea. Spesso il destino di un libro è legato al suo titolo. La nausea non ebbe una calorosa accoglienza: risultò intellettualistico, artificioso, arido, e chissà se il titolo non contribuì a suscitare quelle reazioni. Il romanzo di Irène Némirovsky, che i critici accostarono a quello di Sartre, ebbe un migliore impatto sul pubblico. Eppure qualcosa, più di qualcosa, lega le due opere, così diverse, quasi antitetiche per struttura compositiva- narrativa,  incalzante, densa, La preda ; introspettiva, spezzata, eccentrica, La nausea-, per scelta stilistica: una  prosa sferzante, tagliente come lama, eppure toccante nella sua nudità ed essenzialità, quella della scrittrice di Kiev; divagante, ellittica, tortuosa in Sartre. Eppure quell’ansia senza oggetto, l’impassibile pallore sul volto affilato di Jean-Luc Daguerne, il protagonista di La preda-uno dei tanti giovani disperati e di talento che affollavano le vie di Parigi arrabbattandosi con occupazioni miserabili in quei tempi feroci, gli anni 30, di una lunga, interminabile crisi-, solitario, tormentato camminatore per desolati boulevards , vicoli di tenebre, inospitali giardini, notturno frequentatore di sordidi bristrot in  una città gelida, nebbiosa, umida di pioggia e di nebbia, anche in  pieno fulgore primaverile, quanto somiglia all’infernale scontento di Antoine Roquentin, disilluso, cinico, incattivito relitto umano che si trascina  come un cieco  per le strade polverose di Bouville. Entrambi preda di una malattia dell’anima, la melancholia: la stessa che fa cercare a Laurent Daguerne, padre di Jean Luc, disincantato degli uomini e del vivere “l’oblio della vita” nella lettura. Oblio che il figlio cerca disperatamente tra le braccia di una donna, la piccola, infelice Marie, la sola che gli colma il cuore di tenerezza e di pace. Leggi tutto…

CUPO TEMPO GENTILE, di Umberto Piersanti

CUPO TEMPO GENTILE, di Umberto Piersanti
Marcos y Marcos, 2012 – € 18,00 – 222 p.

Tra storia e memoria

di Anna Vasta

Nell’ossimorico, evocativo, poetico titolo del quarto romanzo Cupo tempo gentile ( Marcos y Marcos Editore2012) di Umberto Piersanti, il poeta urbinate, autore di romanzi tra storia, realtà e visione- come è della sua poesia e della sua poetica- si racchiude il senso di un momento storico, il ’68’ in Italia e a Urbino, e la cifra di una narrazione che per essere legata a un luogo- i luoghi persi della poesia di Piersanti- non perde in ampiezza di sguardo e profondità di respiro. Tutt’altro: la carica visionaria di una città in verticale, Urbino dalle torri svettanti verso un cielo profondo come una cupola raffaellesca, delle sue Cesane, l’altopiano che le fa da sfondo, della campagna luminosa e scura dove sconfina lo spazio urbano, in un travaso di storia, d’arte e di natura, conferisce alle sequenze narrative un ritmo atemporale di eventi, di storie, di vissuti esistenziali, soggettivi e corali, quasi epico.
Come epico è  il flusso della poesia dell’autore. L’andamento narrativo del romanzo procede di pari passo con l’avvicendarsi degli stati d’animo, delle riflessioni, degli accadimenti esterni e gli svolgimenti interiori di un processo giovanile di maturazione, una sorta di viaggio sentimentale alla Sterne. Quello del protagonista, Andrea Benci, venticinquenne laureando, che ama la poesia, Leopardi e Montale, persino D’Annunzio; che non riesce a  restare indifferente alla bellezza di un tramonto, di quelli che esplodono da dietro le colline e accendono di rosso e viola le spalle del monte Carpegna, e, malgrado la rivoluzione e l’impegno, si lascia andare a emozioni “decadenti”, intimiste- riprovevoli  per  i compagni della Contestazione- come il metafisico sgomento dinnanzi a quell’immenso cosmo nero che si spalanca simile a un abisso dietro l’Appennino al calare delle prime tenebre. Di qualche anno più vecchio dei ragazzi del Movimento; quanto bastava a guardare da prospettive di distacco e disincanto agli animosi entusiasmi, agli astratti furori, all’acceso idealismo a rischio di derive estremiste e di   forzature ideologiche irreali e inattuali – la rivoluzione culturale di Mao, Cuba e Fidel Castro, la guerriglia permanente del Che- della “meglio gioventù”. Leggi tutto…