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IL PICCOLO PRINCIPE, di Antoine de Saint-Exupéry (un estratto della postfazione di Emanuele Trevi)

Pubblichiamo un estratto della postfazione di Emanuele Trevi dedicata a IL PICCOLO PRINCIPE, di Antoine de Saint-Exupéry nella nuova versione pubblicata da Newton Compton (di cui Trevi è curatore e traduttore)

Ecco il mio segreto. È molto semplice: si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.

Il Piccolo Principe è la storia dell’incontro in mezzo al deserto tra un aviatore e un buffo ometto vestito da principe che è arrivato sulla Terra dallo spazio. Ma c’è molto di più di una semplice amicizia in questo libro surreale, filosofico e magico.
C’è la saggezza di chi guarda le cose con occhi puri, la voce dei sentimenti che parla la lingua universale, e una sincera e naturale voglia di autenticità.
Perché la bellezza, quando non è filtrata dai pregiudizi, riesce ad arrivare fino al cuore dei bambini, ma anche a quello degli adulti che hanno perso la capacità di ascoltare davvero.

* * *

 

Un estratto della postfazione di Emanuele Trevi dedicata a IL PICCOLO PRINCIPE, di Antoine de Saint-Exupéry (Newton Compton)

La favola dell’aviatore
Postfazione di Emanuele Trevi

Bevin House
Non è detto che i luoghi della vita più importanti
siano necessariamente quelli
che abbiamo frequentato, abitato per
molto tempo. Anche le radici provvisorie hanno
la loro particolare tenacia, e sono innumerevoli
gli incontri con il proprio destino che hanno
avuto come scenario una camera d’albergo della
quale il giorno dopo non si ricorda più nemmeno
il numero, o un’anonima sala d’aspetto, un
parco pubblico di una città sconosciuta. Un ragionamento
a parte, nelle esistenze delle anime
inquiete, meritano poi quei luoghi che rappresentano
una tregua nel ritmo ingovernabile degli
anni, e dove una specie di benevolo incantesimo
offre un accesso da lungo tempo perduto
alle sorgenti più pure dell’energia creativa – che
poi non sono altro che le acque oscure e canore
dell’infanzia, della memoria, del sogno. Lì dove
non c’è più differenza tra ciò che sembrava ap-
partenere in esclusiva alla memoria individuale e
ciò che invece possiede un carattere universale,
umano nel senso più pieno della parola. Ecco che
stiamo vagamente delimitando quelle condizioni,
in parte fortuite e in parte necessarie, capaci di
produrre quello che, con un’espressione un po’
usurata ma ancora efficace, definiamo uno stato di
grazia
. Ovvero: la misteriosa alchimia creata da un
particolare stato d’animo, da una stagione irripetibile
della vita, dal fascino di una vecchia casa.
Non ne esiste una ricetta precisa, e non è cosa che
si possa – ovviamente – ricostruire a piacimento.
E ci risparmieremmo tanti inutili dolori se non
ci fosse così difficile comprendere e accettare che
ogni perfezione, per noi mortali, è una perfezione
momentanea. Le settimane in cui scrisse il
suo libro più famoso furono, per Saint-Exupéry,
esattamente questo miracolo: un effetto che non
può essere spiegato solo sommando una a una le
cause e le premesse. Anche la casa che abitava in
quel breve periodo svolse un ruolo non secondario
in questa felice vicenda. Costruita negli anni
Sessanta dell’Ottocento nei pressi del villaggio
di Asharoken, sulla costa settentrionale di Long
Island, Bevin House era un luogo di una certa
importanza anche prima di diventare, negli ultimi
mesi del 1942, la culla del Piccolo Principe. Coronato
dal suo piano di mansarde e circondato
da un bel giardino, il grande edificio bianco, che
vantava all’epoca la bellezza di ventidue stanze, lo
si sarebbe potuto definire un pezzo di Francia, in
puro stile Secondo Impero, trapiantato a un paio
d’ore da New York.

«È dei nostri, ma anche diverso» Leggi tutto…