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È STATA LA MANO DI DIO di Paolo Sorrentino

È STATA LA MANO DI DIO di Paolo Sorrentino

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È stata la mano di Dio – o del perché Napul’è meglio ‘e Netflix

di Antonio Ciravolo

La premessa – che ricade con forza nella trattazione che segue – è che chi scrive ha visto questo film nella sala a venti posti del Modernissimo di Napoli, due giorni dopo la sua uscita su Netflix. La città qui è, forse per la prima volta nella cinematografia sorrentiniana, colonna unica della narrazione. C’è Napoli, ovunque e costantemente e questo, per la fascinazione che regala la città, è di certo un pregio inequivocabile. Su quanto molti hanno detto e scritto su questa “mano di Dio” qui non si indaga, meno che su un punto forse oltremodo abusato: la supposta intimità dell’opera. Se è vero che la tragedia familiare nota della famiglia Sorrentino sia stata negli anni circumnavigata con pelosa perizia, se è vero che la messa in opera filmica dei fatti era questione aleggiante e dibattuta, è allo stesso modo vero, ci si chiede, che un trauma possa concedere intimità allorché la sua trattazione avviene con così tanta dedizione al dettaglio e cronologica partizione? No, forse no. La questione qui è legata proprio alla relazione che intercorre tra trauma e sublimazione. Per dirla lacanianamente, la sublimazione artistica è elevare un oggetto alla dignità della Cosa, dove la Cosa freudiana è originaria e irrappresentabile, intima eppure sconosciuta, un buco sul bordo del quale il soggetto si struttura. Leggi tutto…

IL DOLORE È UNA COSA CON LE PIUME di Max Porter (Guanda)

“Il dolore è una cosa con le piume” di Max Porter (Guanda)

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di Antonio Ciravolo

Bisogna andare indietro di qualche anno, perché delle volte serve, e risalire a un libretto che sembra strappato via dal torace di un uomo innamorato che canta sotto la pioggia. Questo libretto è Il dolore è una cosa con le piume, di Max Porter.
Un corvo nero, gigante, plana a consolazione, consolidazione, sugello di una perdita. Un uomo che studia Ted Hughes, due figli, una donna che se n’è andata. La morte come spazio interposto tra piume in volo, nere, di un corvo che gracchia e dice che è vero, quella donna non c’è più, quella mamma non tornerà, e che lui invece è arrivato e sta lì, fino a quando ce ne sarà bisogno. La disperazione poetica, mai stucchevole, nessun piagnisteo per questa opera epidermica e piumata, che si attacca al lutto che ancora abbiamo da provare. Si legge di chi non c’è, l’evocazione amorevole a ogni singulto della donna mancante che si è portata via il sostegno dell’esistenza – il formulario della felicità – tanto che “La casa diventa un’enciclopedia fisica di non più lei”. Si assiste alla adesione libidica verso il perduto e anche se “gli uomini non abbandonano volentieri una posizione libidica” arriva un pennuto nero che strazia lo strazio e dice che fin quando non si torna a volare si può pure rimanere lì, a rivoltarsi tra i rifiuti, fintanto che è dagli scarti che ci si comincia a riciclare. Leggi tutto…

HELGOLAND di Carlo Rovelli (Adelphi)

“Helgoland” di Carlo Rovelli (Adelphi)

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di Antonio Ciravolo

Devo qualcosa di importante a Rovelli, ma, di certo non me ne vorrà, non ne parlerò qui, non adesso quantomeno. Parlo invece di questo Helgoland e di come Rovelli tracci una biografia. Non aspettatevi la biografia di un personaggio – sebbene troverete cenni continui alle vite di molti individui che per genialità, estro, inventiva, sagacia e poetica ossessione sarebbero celeberrimi protagonisti di innumerevoli testi. Qui Rovelli dettaglia la sua narrazione con la passione di chi sta portando alla memoria le vicissitudini romantiche dei suoi antenati, e così, con l’affetto che si dedicherebbe agli epici amori di un trisavolo, racconta la vita a cui non siamo abituati ad attribuire vitalità: la microesistenza quantistica di ciò in cui siamo immersi. Granuli, quanti, pacchetti, frammenti e, soprattutto, la banale eppure enorme fascinazione legata alla ricerca delle leggi che regolano il movimento di un elettrone. Esatto: un elettrone. Una singola particella che non si capisce se segua orbite, linee, se salti o capitomboli, riesce a tenere banco per un intero secolo intorno alla sua movenza perché – e qui sta la grandezza della missione di Rovelli – se ci lasciassimo spogliare dai gingilli con cui amiamo inutilmente imbellettarci, ci ridurremmo anche noi – auspicabilmente – a porci le domande intorno all’esistenza che, perlopiù immeritatamente, abbiamo la ventura di condurre. Leggi tutto…

SCENE DA UN MATRIMONIO di Hagai Levi

“Scene da un matrimonio” (Scenes from a Marriage) è una miniserie televisiva statunitense creata e diretta da Hagai Levi.

È il remake in lingua inglese dell’omonima miniserie svedese del 1973 di Ingmar Bergman e ha debuttato il 12 settembre 2021. Ha come protagonisti Oscar Isaac e Jessica Chastain nei ruoli che furono di Erland Josephson e Liv Ullmann.

Ne parliamo nell’ambito della rubrica “Il punto e la virgola

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di Antonio Ciravolo

Nel clamore suscitato dal sudcoreano Squid Game – che i più hanno additato come splendida metafora di geopolitica coreana quando il compianto Kim Ki Duk aveva qualche anno fa regalato al mondo un piccolo gioiello come Il prigioniero coreano – più o meno in contemporanea, su altra piattaforma, è scesa come un tramonto ferito la tumultuosa storia di Jonathan e Mira. Rilettura contemporanea della serie di Bergman, queste scene di questo matrimonio tratteggiano un ritratto della nostra società dettagliato e prezioso che non racconta nulla di noi ma al contempo di noi dice tutto. Dice di noi in quanto donne e uomini, maschi e femmine, madri e padri. Dice di noi con la violenza dell’amore intraducibile che deflagra all’interno di una relazione quasi perfetta e diventa “trauma infinito”. Non si poteva dirlo meglio. Una relazione finisce? E quando finisce è un lutto? Un lutto da elaborare? “Si può elaborare il lutto per una persona che – dannazione – non è morta?” Così imprecava un mio paziente dalla poltrona e, con quel “trauma infinito”, Mira (la superba Jessica Chastain) titola la fine che non finisce. Leggi tutto…

NOVA di Fabio Bacà (Adelphi)

“Nova” di Fabio Bacà (Adelphi)

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Con queste riflessioni sul romanzo “Nova” di Fabio Bacà (Adelphi) inauguriamo la rubrica “Il punto e la virgola” a cura di Antonio Ciravolo

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di Antonio Ciravolo

Iniziamo qui con Il punto e la virgola, in questo spazio che Massimo Maugeri, padrone di casa di Letteratitudine, mi concede e che mi permetto di allestire come personale bugigattolo per creare tana – si spera – confortevole a letteratura, cinema, medicina, psicoanalisi e altro.
Iniziamo con Nova di Fabio Bacà, scoperto da Adelphi come prestigioso esordio con Benevolenza Cosmica che tanto aveva lasciato in quota di meraviglia narrativa e capacità tecnica di parola. Qui Bacà affonda il suo uncino dattilografico nella tela di una borghesia contemporanea in cui Davide, protagonista neurochirurgo, Barbara, consorte turbovegana e Tommaso, erede adolescente con la passione delicata per il cosmo, incrociano le loro esistenze con dirimpettai “villain” e un eroe light, aspartamico, devitalizzato dal super. Leggi tutto…