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Posts Tagged ‘antonio di grado’

CRIMINI E CREDITI di Antonio Di Grado (recensione)

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“Crimini e crediti. Novellino universitario” di Antonio Di Grado (Euno Edizioni)

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Di Antonio Di Grado che si finse novelliere e canzonò esimi dottori e promettenti pulzelle

di Daniela Sessa

Basta la scena della porta incautamente aperta sulle candide natiche del professore Aldo Molfetta “sussultanti tra le gambe ben divaricate di Giacinta Gallodoro”, studentessa di un collettivo marxista, per pensare: oibò! Siamo a Boccaccio, a Rabelais o di fronte a quell’equilibrista di Palazzeschi che nei suoi andirivieni letterari fu tentato pure dalla satira? Antonio Di Grado, nel silenzio immobile della pandemia si lancia in una sfida letteraria dal sospettabile intento apotropaico, veste i panni di un narratore mattatore e si libera di tutti quei pensieri maliziosi, insofferenti, irriverenti e polemici che ha accumulato in lunghi anni di docenza universitaria, rovesciandoli dentro dieci deliziosi racconti dal titolo endiadico “Crimini e crediti”.  Attenzione: non è l’effetto collaterale dell’isolamento che ha rivelato la vena ironica (o sardonica?) del carissimo Antonio Di Grado. Piuttosto è quel suo sguardo sospeso tra il candore e la canzonatura che adesso, da una dimensione spaziotemporale liberatoria, lo ha portato a puntare il dito contro il criminoso e criminale sistema universitario svilito, inesorabilmente, da un sapere a punti. Crimini e crediti, perciò. Leggi tutto…

LUX IN TENEBRIS di Antonio Di Grado (quarta e ultima parte)

LUX IN TENEBRIS. Pubblichiamo la quarta e ultima puntata di questi “appunti” di Antonio Di Grado sulla cultura a Catania nella seconda metà del Novecento

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di Antonio Di Grado

Una ricognizione sia pure sommaria non può certo ignorare il multiforme arcipelago dell’associazionismo culturale: quasi tutte iniziative tanto generose quanto effimere, quasi tutte avventure alle quali partecipai da promotore o da affiliato, quasi tutte dissoltesi nell’inerte atmosfera da Anni perduti brancatiani, con quegli innocui visionari – ieri come nell’altrieri di Brancati – assorti a sognare favolose “torri” che facessero emergere la città dalla sua prostrata piattezza. Sarebbe lungo enumerare sigle associative e profili umani eterogenei: istituzioni storiche come la “Dante Alighieri”, che negli anni di cui tratto si avvalse della direzione di docenti della Facoltà di Lettere quali Carmelina Naselli, Carmelo Musumarra, Paolo Mario Sipala, oppure il Lyceum di Amalia Pantano ed Elettra Battaglini che per almeno un cinquantennio, dagli anni ’20 ai ’70, pur in una cornice da bon ton mondano ospitò figure come Borgese e Ungaretti, Bontempelli e Benedetti Michelangeli; altre più engagées come la Casa della cultura degli anni ‘60, di matrice socialista, o il CUC di cui ho detto prima, o più in là il CIAC fondato dal critico teatrale Domenico Danzuso nella casa-museo dedicata allo scultore Carmelo Mendola, l’autore della bella e oggi negletta fontana dei Malavoglia in piazza Verga. E ancora il Centro Voltaire, e tante altre realtà vivaci e propositive. Leggi tutto…

LUX IN TENEBRIS di Antonio Di Grado (terza parte)

LUX IN TENEBRIS. Pubblichiamo la terza puntata di questi “appunti” di Antonio Di Grado sulla cultura a Catania nella seconda metà del Novecento

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di Antonio Di Grado

Ma il teatro a Catania, città teatrale e innamorata del teatro, non era e non è solo lo Stabile: innumerevoli compagnie, da quelle amatoriali alle avanguardie, hanno calcato le scene etnee, spesso in competizione con il teatro di Giusti, ritenuto poco incline all’innovazione e alle sperimentazioni: ed ecco, giusto per citare i due casi più antichi ed emblematici, il Teatro Club di Nando Greco, nobile e generoso innovatore, capace di portare a Catania il meglio della più avanzata produzione teatrale coeva, dal Living Theatre a Carmelo Bene, e il Piccolo Teatro di Gianni Salvo.
E dovremmo dire, quanto alle istituzioni culturali, del Teatro Massimo Bellini, delle sue proposte spesso rilevanti ma inficiate da mortificanti vicissitudini di sottogoverno e da una deleteria elefantiasi, ma anche della vivace Associazione Musicale Etnea fondata nel 1973 e diretta da Enrico Failla; dovremmo dire dell’Accademia di Belle Arti e in genere dell’attività artistica, in quegli anni svettante nei nomi di pittori quali Rimini, Comes, Romano, Milluzzo, Sciavarrello, Contrafatto. E se è d’arte che si parla, non si può certo trascurare l’attività, sempre attenta alle risorse e alle urgenze del territorio, d’un geniale cineasta come Ugo Saitta, dal capolavoro del neorealismo documentaristico Zolfara ai successivi cortometraggi quasi sempre sceneggiati da Giuseppe Berretta, un docente liceale che in gioventù s’era accompagnato con Giaime Pintor, Mario Alicata, Ruggero Jacobbi. Leggi tutto…

LUX IN TENEBRIS di Antonio Di Grado (seconda parte)

LUX IN TENEBRIS. Pubblichiamo la seconda puntata di questi “appunti” di Antonio Di Grado sulla cultura a Catania nella seconda metà del Novecento

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di Antonio Di Grado

Dicevo di don Antonio Corsaro, lontano dal potere politico ed ecclesiastico; anzi all’uno e all’altro inviso non solo per il suo cattolicesimo eterodosso ma più per le sue aperture alla intellighenzia marxista. E dire che in quegli anni perfino istituzioni culturali decisamente laiche e di alto profilo dovevano di tanto in tanto piegarsi alle censure di quegli occhiuti poteri: come quando il Teatro Stabile di Catania, che aveva in cartellone L’onorevole di Sciascia e già l’aveva messo in prova, lo cassò improvvisamente dalla programmazione perché pare che l’onorevole democristiano Domenico Magrì si fosse riconosciuto nel personaggio certo non esemplare del protagonista.
Ma questa è un’altra storia: quella delle istituzioni culturali cittadine. Anzitutto l’università che, al riparo di alcune indiscutibili eccellenze, vegetava negli anni dell’interminabile e immota gestione del rettore Cesare Sanfilippo, senza eventi significativi all’infuori della fondazione, nel 1954, dell’Istituto di fisica nucleare, esemplare avvio di un laboratorio di ricerca tra i migliori in Italia in quel campo. Un campo, quello delle scienze, ingiustamente trascurato in occasione di bilanci storiografici come questo mio, che è succinto e parziale perché è redatto da un umanista consapevole, tuttavia, della centralità dei saperi scientifici nella storia sette-otto-novecentesca della cultura catanese. E come spiegare, prescindendo da quel primato, la stagione dei “lumi”, l’assenza del vaniloquio romantico, lo spietato rigore realistico dei veristi? Leggi tutto…

LUX IN TENEBRIS di Antonio Di Grado (prima parte)

LUX IN TENEBRIS. Pubblichiamo la prima di quattro puntate, di questi “appunti” di Antonio Di Grado sulla cultura a Catania nella seconda metà del Novecento

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di Antonio Di Grado

Mezzo secolo, e cioè il secondo Novecento, di cultura a Catania: di “astratti furori” sovversivi o di sudditanze cortigiane, di voci clamantes in deserto o di generosi tentativi di aggregazione intorno a un’idea, a un progetto, a una chimera subito dissolti dall’indifferenza, dall’impotenza, dall’ostilità di un “contesto” in tutt’altre faccende affaccendato.
Per me che nacqui nel ’49, alla vigilia di quel cinquantennio, trattarne ha il sapore di un bilancio; e tanto più se si pensa che in quell’anno veniva pubblicato Il bell’Antonio di Vitaliano Brancati, che a rileggerlo oggi ci appare non solo un accorato requiem sulla sognante inerzia e l’impotenza progettuale delle giovani generazioni etnee tra le due guerre, ma pure una triste profezia del vano agitarsi e dei miraggi di riscatto delle generazioni a venire.
E proprio nel Bell’Antonio Brancati marcava un punto di non ritorno, una irrimediabile cesura, fissandone una data categorica: era il 5 agosto 1943, in piena guerra e al culmine di quei bombardamenti che spazzeranno via anche materialmente ogni traccia del passato, anzi cancelleranno il tempo stesso. E infatti: «si spezzano gli orologi in cima agli edifici pubblici e le sfere rimangono ferme sul minuto in cui la bomba uccise in piazza un gruppo di povera gente spaventata». Leggi tutto…

LE AMANTI DEL LOIN-PRÉS di Antonio Di Grado (recensione)

LE AMANTI DEL LOIN-PRÉS di Antonio Di Grado (Le Farfalle)

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La sensualità mistica delle amanti di Cristo: Antonio Di Grado omaggia la donna

di Daniela Sessa

Quella lacerante terzina di Dante accostato al lacerato Marsia ha occupato la mia mente di lettore, a poche pagine dalla fine di Le amanti del loin-prés” di Antonio Di Grado: “Entra nel petto mio, e spira tue /sì come quando Marsïa traesti /de la vagina de le membra sue”. Intermittenze, le avrebbe chiamate Proust; vagabondaggi della mente, avrebbe detto più prosaicamente Tristram Shandy.  A innescare il cortocircuito è Clarice Lispector, scrittrice brasiliana in perenne sfida alla parola, citata da Di Grado per rimarcare il denudarsi mistico di Angela Pralini. E chi è più nudo di Marsia, spogliato dal dio fin della sua stessa pelle? E Dante che al suo, di Dio, chiede di scorticarlo non sembra invocare lo svuotamento cristiano infine agognato da Simone Weil? E chi è più ispirato da un’urgenza di fede e scrittura di Antonio Di Grado, che in questo libello militante si è consegnato ardente e nudo all’ultimo senso della parola, del linguaggio letterario come specchio di Dio? Vestendo, per poche righe, i panni sudici di guerra di Fabrizio del Dongo, Di Grado chiede alla letteratura di tuffarsi indomita nella mischia ed essere “scontro di idee e incalzarsi d’azzardi espressivi, eroico furore e disperata preghiera”. Con queste premesse “Le amanti del loin-prés” promette una cavalcata in boschi letterari dove il sovrasenso è la parola divina. Guai a dirla impalpabile, la parola di Dio. Nemmeno è lecito incarcerarla nelle segrete della metafisica, se questa vuol dire oblio del corpo. Anzi. Leggi tutto…

BRANCATI, GUGLIELMINO E UN CARTEGGIO INEDITO

Un carteggio inedito fra Brancati e il suo maestro Francesco Guglielmino.
Un materiale preziosissimo che attende di essere acquisito e valorizzato dalle nostre istituzioni letterarie.

di Antonio Di Grado

Quando si parla (e se ne parla poco) di Francesco Guglielmino (Acicatena 1872-Catania 1956), si ricorda il delicato poeta dialettale di Ciuri di strata, oppure il valente grecista che insegnò prima al Liceo Spedalieri e poi nell’Ateneo catanese, pubblicando libri come L’arte e l’artificio nel dramma greco. E basterebbe questo a meritargli onori di poeta e studioso. Ma c’è dell’altro, che attiene alla storia della cultura così come a quella degli affetti, a quella trasmissione di conoscenze e di valori tra le generazioni che è l’anima e il motore della storia delle idee e delle forme artistiche. Ed è la funzione di devoto compagno di strada o di discreto e arguto mentore che gli fu attribuita da più d’una generazione d’intellettuali e di scrittori etnei, insomma di cerniera fra la generazione di Verga e De Roberto e quella di Brancati.
Consegnate al mito e all’agiografia sono le confessioni di cui egli fu depositario, rispetto alla generazione dei maestri del cosiddetto verismo: e penso a Verga che gli confida la sua impotenza creativa, le ragioni del suo “silenzio”, l’impossibilità di far parlare altre classi e soggetti all’infuori della “gentuzza”, oppure a un analogo, e anzi più cupo, sfogo di De Roberto: «Una sera – scrive Brancati -, Federico De Roberto, ritiratosi nell’angolo buio del suo balcone col vecchio amico Francesco Guglielmino, diede sfogo alla sua amarezza: “Nulla resterà di me!” si mise a dire. “Nulla! Sono uno scrittore fallito!”». Leggi tutto…

L’IDEA CHE UCCIDE di Antonio Di Grado (recensione)

“L’IDEA CHE UCCIDE. I romanzieri dell’anarchia tra fascino e sgomento” di Antonio Di Grado (Nerosubianco)

Il libro sarà presentato a Catania, alla Mondadori Bookstore di Piazza Roma, 18, giovedì 22 novembre 2018, alle h. 18. Dialoga con l’autore il professore Fernando Gioviale

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“L’Idea che uccide”. Se l’anarchico è Antonio Di Grado…

di Daniela Sessa

Se l’anarchico è Antonio Di Grado, capita di imbattersi nel vocabolario del furore, di trovare nelle sue pagine la furibonda voglia di raccontare la letteratura, quella marchiata all’origine dalla lettera scarlatta del sospetto e delle bombe. La letteratura dell’A come anarchia. La letteratura anarchica è fedifraga, libertaria, straniera. Ancora “discorde, difforme, inspiegabile, irrecuperabile”, in un crescendo di senso che pare calvinianamente leggero (si ricordi il guizzo di Cavalcanti che si libera di messer Betto) ma porta con sé la grave pietas verso chi e di chi muore per un’idea. Inizia con uno spettro “L’idea che uccide (ed. Nerosubianco) e termina con il corpo sepolto, da Edgar Lee Masters, del suonatore Jones. O di Fabrizio De Andrè, tanto uguale è la sorte: scorgere la libertà in un vortice di polvere, finire rauco col flauto spezzato e senza rimpianti. Cantava così, o quasi, De Andrè che chiude di commozione l’ultimo libro di Antonio Di Grado a spostare quei morti di grandi idee e ancor più grandi foghe nell’epopea delle anime salve, del “mi sono spiato illudermi e fallire”.  Il nuovo saggio di Di Grado, che sembra completare gli ultimi suoi scritti sul pensiero anarchico in letteratura “Anarchia come romanzo e come fede” e “Vittorini a cavallo”, è un’asincrona esplorazione nella letteratura anarchica tra Ottocento e Novecento fatta con l’arma dell’epifania proustiana o con gli occhi di Fabrizio Del Dongo in mezzo alla battaglia di Waterloo, se il critico avverte che è meglio lasciar “liberi i testi di fluttuare nell’universo illimitato delle analogie”, perché la ricerca deve essere “affrancata dall’obbedienza a qualsivoglia dogma”. Una galassia letteraria di convergenze non parallele e istantanee, in cui all’inconsapevole ribellione dello straccio rosso di Charlot si lega la confortevole e smagata vestaglia dell’anarchico George Simenon; in cui si azzarda l’anarchia per George Orwell in difesa della Catalogna o per “l’impeto inerme di una dolente fraternità” di Giacomo Leopardi davanti alla furia del Vesuvio. Leggi tutto…

ANARCHIA COME ROMANZO E COME FEDE

Anarchia come romanzo e fedeANARCHIA COME ROMANZO E COME FEDE di Antonio Di Grado (Ad Est dall’Equatore)

[Ascolta la puntata radiofonica di “Letteratitudine in Fm” con Antonio Di Grado dedicata a Anarchia come romanzo e come fede]

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recensione di Eliana Camaioni

Sembra avere la struttura dell’Inferno dantesco, lo splendido saggio “Anarchia come romanzo e come fede” di Antonio di Grado (ed. Ad Est dall’Equatore).
Un triplice percorso, fatto appunto di anarchia,  fede e letteratura; tre ingredienti cari all’autore, tre bisettrici che si intersecano in maniera diacronica e si accompagnano a vicenda – l’una il Virgilio dell’altra- in un movimento a spirale, che principia con la figura del ‘divino anarca’ e termina con una morale paolina, bellissimo approdo del complesso cammino: “Se qualcuno di voi si crede sapiente, si faccia stolto per divenire saggio”.
Il viaggio fra i gironi degli anarchici  inizia con la definizione del concetto di anarchia, e il sommo della  porta starà tutto nella chiusa della praefatio: “Allora, da credente, chiamavo tutto questo speranza. Oggi a quel sogno do un nuovo nome, meno astratto, più propizio a una ‘nuova terra’. Quel nome è anarchia”. E’ l’approdo che fa da inizio, è la summa della ricerca -personale e scientifica- condotta sull’argomento da Antonio Di Grado, frutto di studi (una lectio su Cristianesimo e Anarchia tenuta da Di Grado per l’Ateneo Libertario Etneo) e di percorsi personali, che affondano nella fede stessa dell’autore (un sermone tenuto nel 2001, officiando il culto in una chiesa protestante di Zurigo). Dalla combinazione di questi due mondi, professionale e privato, ha origine il percorso che Di Grado ci regala col suo pamphlet. Leggi tutto…

LA PAURA E ALTRI RACCONTI DELLA GRANDE GUERRA, di Federico De Roberto (l’introduzione di Antonio Di Grado)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo l’introduzione – firmata da Antonio Di Grado – del volume LA PAURA E ALTRI RACCONTI DELLA GRANDE GUERRA, di Federico De Roberto (edizioni e/o)

di Antonio Di Grado

Un eroe per caso, protagonista d’una involontaria, esilarante impresa; un eroe vero che, al cospetto dell’orrore, preferisce disertare dalla vita; un disertore che dal suo domestico “rifugio” era creduto eroe; infine un martire che da quel remoto e bramato nido d’affetti è miseramente rinnegato.
Eroi pentiti o traditi, antieroi esecrabili o spassosi: eccola, la Grande guerra narrata da Federico De Roberto, l’autore di quei Viceré che vent’anni prima avevano rivoltato come un guanto la recente storia dell’Italia unita, smascherando menzogne e imposture di un’oligarchia immarcescibile e trasformista.
Quattro, i racconti di guerra qui di seguito proposti, scelti tra quanti, fra il 1919 e il 1923, lo scrittore affidò a giornali e riviste e solo nell’ultimo trentennio sono stati raccolti in volume da
Sarah Zappulla Muscarà prima e poi da Rossella Abbaticchio, con un saggio introduttivo di Nunzio Zago. Forse i più significativi, certo i più adatti a ricordare il centenario di quel tragico conflitto con una commozione che non ceda alla retorica e non rinunzi allo sdegno.
Di guerra, di quella guerra, Federico De Roberto aveva cominciato a scrivere al culmine del suo soggiorno romano, che fu per lui l’ultima evasione e l’ultima occasione prima di essere risucchiato per sempre dal vorace amore materno nel grembo soffocante della provincia; e che lo vide – lui che nella stagione milanese degli anni Novanta dell’Ottocento aveva pubblicato alacremente, dai Viceré alla saggistica e agli articoli per il Corriere della sera – aggirarsi fra aule parlamentari, redazioni e alcove cercando invano spunti e ispirazione per L’Imperio, il “libro terribile” sulla capitale del malgoverno che rimarrà incompiuto.
Intanto collaborava con il Giornale d’Italia, il quotidiano diretto da Alberto Bergamini, oggi celebrato come l’inventore della “terza pagina” e allora militante sul fronte della destra antigiolittiana.
Alle giovani generazioni, già alla vigilia della guerra, e cioè nella fase più intensa della collaborazione derobertiana, quel giornale appariva un rispettabile club di sopravvissuti: “Ci collabora tutta la più brava gente d’Italia, dalle cattedre e dalle provincie; […] è gente che ha ottenuto un gran successo di stima, che tutti rispettano ma che nessuno andrebbe a cercare. Se c’è dei solitari, degli incompresi, dei mezzo dimenticati, il Giornale è fatto apposta per loro”. Parole ben tristi, queste di Renato Serra, ribadite più crudamente, qualche anno dopo, a proposito di De Roberto, collocato “più in disparte e più in alto” dei suoi contemporanei, ma anche “un po’ indietro, in una seconda luce austera e discreta”.
De Roberto esordisce, sul Giornale, pubblicando nel febbraio 1909 il racconto Nora, o le spie, ispirato a un caso di cronaca (un intrigo giallo-rosa tra un capo di stato maggiore e un’attraente spia tedesca) e giocato nelle tonalità un po’ frivole del racconto spionistico che vira al grottesco per inadeguatezza dell’oggetto.
Pubblica poi, fino al ’22, una cinquantina di pezzi: divagazioni sull’amore (tema ricorrente nell’opera sua, finora ritenuto a torto marginale, in realtà turbato dagli stessi fantasmi che abitano l’universo del Potere), ma anche contributi letterari (novelle e recensioni) e infine interventi, analisi, divagazioni storiche e letterarie sul tema obbligato della guerra, che intanto imperversa e coinvolge l’Italia.
Questi ultimi scritti saranno raccolti nel 1919, da Treves, nel volume intitolato Al rombo del cannone, cui seguirà l’anno seguente, sollecitato da un mercato ancora sensibilizzato alla letteratura bellica, All’ombra dell’olivo. Due libri, questi, tutt’altro che centrali e risolutivi, nel contesto della produzione e della riflessione derobertiane: ma ancora una volta sbaglierebbe chi li relegasse al rango di disimpegnate di vagazioni. Si leggano le pagine di Moralità e immoralità della guerra, nell’ultimo dei due volumi. Già il titolo dice a chiare lettere quale sia l’approccio alla materia. E infatti De Roberto inizia il suo scritto rivolgendo un perentorio atto d’accusa all’intellighenzia tedesca: dietro
la logica cinica e brutale dell’imperialismo guglielmino starebbero, infatti, “la predicazione di Zarathustra” e la cultura che cir cola in quelle università. Tale asserzione, benché schematica,
coglie le corresponsabilità politiche degli intellettuali, non più disinteressati creatori, ma mediatori del consenso e diffusori di miti riconoscibili e praticabili. E comunque si spiega non solo con l’incomprensione del pensiero di Nietzsche, ma pure con un retroterra di predilezioni e di interessi scarsamente orientati verso l’area mitteleuropea e centrati, piuttosto, su quella francese: uno schieramento d’idee e d’autori, dunque, che è il corrispettivo letterario delle potenze dell’Intesa. Ovvero: civilisation contro Kultur.
Ma subito l’argomentazione scivola nel moralismo più scoperto e manicheo, tranne laddove lo scrittore si dimostra consapevole delle valenze politiche del dibattito coevo sulla guerra e coglie i limiti di certa mitologia interventista; e contro ogni tentativo di estetizzazione del conflitto, non esita a definire “orrenda” la guerra.
È superfluo ricordare le speranze di palingenesi di cui tanti intellettuali italiani avevano caricato lo storico appuntamento del 1915, Leggi tutto…

LA FIABA ESTREMA – incontro su Elsa Morante – Catania, 15.3.2013

Venerdì 15 marzo 2013, alle ore 17, presso la Biblioteca Civica “Ursino-Recupero” (Via Biblioteca, 13 – Catania), si svolgerà la tavola rotonda sul libro “La fiaba estrema. Elsa Morante tra vita e scrittura” di Graziella Bernabò (Carocci editore).

Partecipano: Graziella Bernabò, Antonio Di Grado, Goffredo Fofi, Salvatore Silvano Nigro.

Coordina: Massimo Maugeri.

L’incontro è curato dalla Associazione Addamo e dalle Officine Culturali del Mediterraneo, in collaborazione con le librerie Cavallotto.

Graziella Bernabò è stata ospite della puntata di Letteratitudine in Fm di venerdì 8 marzo 2013

La fiaba estrema_Locandina_invito

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DIVERGENZE, di Antonio Di Grado

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un ampio stralcio del saggio DIVERGENZE, di Antonio Di Grado
A Est dell’Equatore, 2012 – pagg. 120 – euro 14

Un altro Novecento. Non il novecento di Pirandello e Svevo, di Montale e Moravia, di Gadda e Calvino. Non il novecento della “Ronda” o di “Solaria”; del neorealismo o delle sedicenti avanguardie. Quattro scrittori ed intellettuali remoti, viceversa, da tendenze e schieramenti, isolati dal loro stesso sdegno o dalla loro irrequietezza. La consuetudine con la cultura mitteleuropea e l’esilio negli Stati Uniti per Borgese; le due guerre e le rivoluzioni totalitarie per Malaparte, il romitaggio intellettuale e il reiterato rifiuto degli editori patito fino al suicidio per Morselli e infine la Sicilia del crimine mafioso per Sciascia. Divergenti esperienze che tuttavia convergono in un’accigliata, gridata, desolata o pensosa solitudine. Parlare di un “altro Novecento” non significa, perciò, soltanto rivendicare l’importanza di alcuni scrittori ma pure rileggere con i loro occhi un secolo di furori ed emergenze.

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Uno stralcio del saggio DIVERGENZE, di Antonio Di Grado

Istruzioni per l’uso

Giuseppe Antonio Borgese, Curzio Malaparte, Guido Morselli, Leonardo Sciascia: fisionomie intellettuali, modalità di scrittura, scelte di vita assai diverse, le loro. Perché allora schie¬rarli fianco a fianco in una improbabile armata delle ombre? Parrebbe un accostamento arbitrario e fortuito, come in quelle rapsodie raccogliticce di saggi e articoli che noi docenti universitari cuciamo alla svelta, senza curarci della coerenza, per sottoporre più pagine che sia possibile all’arcigna e sbadata commissione d’un concorso.
No, questa non è una raccolta di saggi. È l’immodesta proposta di un altro Novecento. Non il Novecento di Pirandello e Svevo, di Montale e Moravia, di Gadda e Calvino, giusto per fare i nomi consacrati dal “canone” corrente. Non il Novecento della “Ronda” o di “Solaria” o del neorealismo o delle sedicenti neoavanguardie. Quattro scrittori (e intellettuali) remoti, viceversa, da tendenze e schieramenti, isolati dal loro stesso sdegno o dalla loro irrequietezza, trascurati da una critica che accorpa anziché distinguere e che accorre sempre – avrebbe detto un Flaiano – in soccorso del vincitore.

La critica. Da critico, la detesto: anche la mia. Attività parassitaria, morbosa metastasi, delega deresponsabilizzante. Per conto mio, auspico come Lutero o meglio come gli anabattisti il sacerdozio universale e il libero esame. Diffido dei ragionieri della letteratura espertissimi in tecniche da laboratorio con cui selezionare i testi e dissezionarli, così come diffido dei chirurghi della psiche che sminuzzano i sogni o li battezzano, o degli storici delle religioni che mettono in fila delle vuote spoglie. Il torto più grande che si possa fare a una poesia, a un mito, a una fede, a un sogno, a una narrazione, è quello di soppesarne l’involucro: la forma, i moventi, gli esiti. Credere: questa è la parola giusta. Lasciare che quella scorza si schiuda senza forzarla, che si riveli, che il suo segreto innominabile ci invada.
In ogni libro cercare il Libro. Pretesa insensata, che carica ogni pagina di delusa fatica. Ma è proprio quando hai ceduto alla deriva del senso, e stai attraversando con rassegnata in-differenza pagine inerti, che all’improvviso ti ferisce un fiotto di luce. Ti sei imbattuto in un’anima che aspettava solo te per svelarsi, in un compagno segreto che ha valicato secoli e continenti per raggiungerti, e per aprire quel varco anche a te. E la scrittura di chi ne tratta asseconda quella voce, non la sovrasta e non ne sospetta: vola e divaga, accarezza e non fruga, dubita e non asserisce.
Da quella critica che, come Minosse, «giudica e manda secondo ch’avvinghia», o almeno da più d’un compilatore di beneducate storie delle patrie lettere, i quattro autori in questione sono stati trattati da “irregolari” se non addirittura da “minori”, non rientrando nelle opposte schiere (ma per ciò stesso gratificate da una legittimazione bipartisan) dei distillatori d’innocue metafore autorizzate dal pulpito o dei fabbri d’eroici furori be¬nedetti dal partito, anzi disertando le sedi deputate all’italico certame per riprendere fiato nelle ariose temperature d’oltralpe. Perciò eccoli confinati nel limbo sovraffollato in cui sgomitano gli inclassificabili, eccoli costretti alla quarantena in cui espiano i cosiddetti irregolari.

Quanto a una condizione “irregolare”, estranea o addirittura eversiva rispetto a una norma, dovrebbe a rigore parlarsene laddove la norma stessa risultasse indiscutibile ed effettualmente indiscussa: il che non è dato in alcun’epoca o contesto, neppure in quelli che pigre storiografie o strumentali mitografie si ostinano a tramandarci compatti e aureolati. Il Rinascimento, per esempio: questa categoria dello spirito che ha fatto aggio sulla complessa realtà e sul tortuoso svolgimento d’un secolo che a tal punto la smentisce da costringerla a ritrarsi sempre più nei suoi primi decenni; e anche lì a scalpitare tra corpi estranei e inassimilabili tensioni, talmente ingombranti da invadere opere e figure (perfino Ariosto, perfino Bembo) invano tenute al riparo di olimpiche icone; e talmente esigenti da obbligare all’invenzione critica di un “anti-Rinascimento” o di un Rinasci¬mento “inquieto”, suggestive ma infruttuose formule che non rendono conto in alcun modo dei contenuti ideologici, religiosi, estetici di quell’antagonismo o astratta inquietudine che fosse. E si fingono schieramenti contrapposti dove fu accesa pluralità d’idee e polverizzazione di scelte e di destini; e si spingono i classici nell’olimpo della infalsificabilità mentre negl’inferi della trasgressione si ammassano figure tra loro inassimilabili come Cellini o Folengo, Aretino o Doni, Berni o Gelli o Castelvetro.
E il Novecento? Una valutazione più coraggiosa del moralismo dei vociani o delle oltranze di Tozzi rischierebbe di scompaginare certe rassicuranti raffigurazioni dell’età giolittiana e prefascista come scampagnata di fanciullini, superometti e calligrafi; e l’auspicabile riscoperta delle stralunate avanguardie e degli impuri “contenutisti” degli anni Venti-Trenta scardinerebbe l’ossatura di una ricostruzione di parte largamente ac-creditata, che alle raffinatezze iniziatiche e all’“aura” eterea e sfocata del côté ermetico-solariano fa seguire senza soluzioni di continuità un neorealismo pedagogico e buonista, ammansito con consolante leggiadria. Leggi tutto…

CHI HA PAURA DI GOLIARDA SAPIENZA?

di Antonio Di Grado
Sono stato, per un paio d’anni, responsabile della toponomastica cittadina. Fu una bella esperienza che condivisi, da assessore alla cultura, con l’assessore all’anagrafe, il bravissimo e mai troppo rimpianto Antonio Guarnaccia. Intitolai strade e piazze: a Falcone, a Borsellino, a Sciascia, a Croce, a Tomasi di Lampedusa, a Vittorini, a Pasolini, a Gobetti, ai fratelli Rosselli, etc. Non so quante di queste denominazioni siano rimaste: la legge che governa la politica italiana è che ogni governo o amministrazione cancelli tutte le impronte lasciate dai precedenti.

Ricordo invece le resistenze. Quelle più nobili: di chi ritiene che la toponomastica non debba subire variazioni, sia per non creare disagi agli abitanti sia per non mutare incessantemente il profilo di una città. E invece le città mutano identità e vocazione, e soprattutto muta e si arricchisce la storia, fregiandosi di nomi e profili di cui occorre serbare memoria.

Ma di ben altra natura erano le resistenze e le richieste più frequenti. Ogni partito o parrocchia o conventicola o condominio aveva i suoi santi da onorare, dal notabile diccì al tenore dilettante, dal prete del rione allo zio materno del magnate di turno. Furibondi – e imprevedibilmente forti di un generale consenso – i monarchici: impossibile toccare i nomi dei Savoia (nemmeno quello del re fuggiasco!) e dei loro più oscuri parenti, duchi e principesse, che occupano indebitamente il territorio come se nulla nel frattempo fosse accaduto. Vergognoso, tra gli altri, il veto d’un sindaco missino d’un comune limitrofo, che m’impedì di intitolare a Livatino una piazza di confine: “Non se ne può più, di questi giudici!” mi urlò al telefono.

Forse è per questo – o per motivi per me insondabili – che uno storico oggi scomparso, incaricato anni prima dal Comune di fornire parecchie decine di intitolazioni a un villaggio abusivo sulla costa, aveva preferito sciorinare innocui e grotteschi nomi di pesci, dal dentice alla tinca. E forse è per questo (o per altro?) che le ultime amministrazioni hanno premuto il freno e scelto la via d’un placido immobilismo tanto nella toponomastica quanto nell’attività culturale.

Ma non ho scritto questa nota per aggiungere le mie alle tante sacrosante lamentele, bensì per segnalare un caso particolarmente riprovevole. Parlo di Goliarda Sapienza (Catania 1924-Gaeta 1996), figlia dei socialisti e antifascisti Giuseppe Sapienza e Maria Giudice che contribuirono anch’essi alla storia della Catania migliore, ma per parte sua grande donna e notevolissima scrittrice (autrice di L’arte della gioia, Le certezze del dubbio, L’università di Rebibbia, e tra gli altri il delizioso romanzo autobiografico – tutto catanese – Io Jean Gabin), oltre che affermata attrice. Di lei, riscoperta e celebrata in Italia e oltralpe, Catania non si ricorda: non una via o una scuola o una biblioteca le sono dedicate, né le amministrazioni comunale e provinciale si preoccupano di ricordarla, anzi mi risulta che si neghino gli spazi a chi vorrebbe farlo.

E che vogliamo, da una città che ignorò perfino Verga e De Roberto?

* * *

di Massimo Maugeri

Goliarda Sapienza sfida le nuove incertezze del Novecento. Con spavalderia, amore, ferrea volontà di non aderire ad alcuno stereotipo. “Quando usciva dal Cinema Mirone, quel tornado di ragazzina si sentiva Jean Gabin dalla testa ai piedi.Ribelle, appassionata, braccata come lui, con una sigaretta immaginaria all’angolo delle labbra, Goliarda girava per la casbah di Catania come Jean per quella di Algeri. Leggi tutto…

ROBERTO ANDÒ AL MAGGIO DEI LIBRI

Il regista e scrittore Roberto Andò è stato il primo degli ospiti del Maggio dei libri 2012 a Catania, presentando il suo romanzo intitolato “Il trono vuoto” (Bompiani).
Seguono, la scheda del libro e due video tratti dalla presentazione.

Il segretario del maggiore partito d’opposizione, Salvatore Oliveri, dopo il crollo dei sondaggi e l’ennesima, violenta, contestazione, decide di scomparire e si rifugia in segreto a Parigi, in casa di un’amica che non vede da trent’anni, Danielle, una segretaria di edizione conosciuta all’epoca in cui ancora accarezzava l’idea di fare il regista. Unici, e parziali, depositari della scomoda verità, Andrea Bottini, collaboratore di Oliveri, e Anna, la moglie dell’onorevole, in realtà continuano ad arrovellarsi sul perché della fuga e sulla possibile identità di un eventuale complice. Bottini propone ad Anna di usare il fratello gemello di Oliveri, un filosofo geniale segnato da una depressione bipolare, come sostituto dello scomparso. Il filosofo si trasferirà a casa sua, avviando uno strano mènage e un’involontaria carriera politica. Un affresco sull’Italia di oggi, una favola filosofica sulla politica e i misteri della vita.

La presentazione di Antonio Di Grado

L’intervento di Roberto Andò


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