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Posts Tagged ‘antonio di grado’

BRANCATI, GUGLIELMINO E UN CARTEGGIO INEDITO

Un carteggio inedito fra Brancati e il suo maestro Francesco Guglielmino.
Un materiale preziosissimo che attende di essere acquisito e valorizzato dalle nostre istituzioni letterarie.

di Antonio Di Grado

Quando si parla (e se ne parla poco) di Francesco Guglielmino (Acicatena 1872-Catania 1956), si ricorda il delicato poeta dialettale di Ciuri di strata, oppure il valente grecista che insegnò prima al Liceo Spedalieri e poi nell’Ateneo catanese, pubblicando libri come L’arte e l’artificio nel dramma greco. E basterebbe questo a meritargli onori di poeta e studioso. Ma c’è dell’altro, che attiene alla storia della cultura così come a quella degli affetti, a quella trasmissione di conoscenze e di valori tra le generazioni che è l’anima e il motore della storia delle idee e delle forme artistiche. Ed è la funzione di devoto compagno di strada o di discreto e arguto mentore che gli fu attribuita da più d’una generazione d’intellettuali e di scrittori etnei, insomma di cerniera fra la generazione di Verga e De Roberto e quella di Brancati.
Consegnate al mito e all’agiografia sono le confessioni di cui egli fu depositario, rispetto alla generazione dei maestri del cosiddetto verismo: e penso a Verga che gli confida la sua impotenza creativa, le ragioni del suo “silenzio”, l’impossibilità di far parlare altre classi e soggetti all’infuori della “gentuzza”, oppure a un analogo, e anzi più cupo, sfogo di De Roberto: «Una sera – scrive Brancati -, Federico De Roberto, ritiratosi nell’angolo buio del suo balcone col vecchio amico Francesco Guglielmino, diede sfogo alla sua amarezza: “Nulla resterà di me!” si mise a dire. “Nulla! Sono uno scrittore fallito!”». Leggi tutto…

L’IDEA CHE UCCIDE di Antonio Di Grado (recensione)

“L’IDEA CHE UCCIDE. I romanzieri dell’anarchia tra fascino e sgomento” di Antonio Di Grado (Nerosubianco)

Il libro sarà presentato a Catania, alla Mondadori Bookstore di Piazza Roma, 18, giovedì 22 novembre 2018, alle h. 18. Dialoga con l’autore il professore Fernando Gioviale

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“L’Idea che uccide”. Se l’anarchico è Antonio Di Grado…

di Daniela Sessa

Se l’anarchico è Antonio Di Grado, capita di imbattersi nel vocabolario del furore, di trovare nelle sue pagine la furibonda voglia di raccontare la letteratura, quella marchiata all’origine dalla lettera scarlatta del sospetto e delle bombe. La letteratura dell’A come anarchia. La letteratura anarchica è fedifraga, libertaria, straniera. Ancora “discorde, difforme, inspiegabile, irrecuperabile”, in un crescendo di senso che pare calvinianamente leggero (si ricordi il guizzo di Cavalcanti che si libera di messer Betto) ma porta con sé la grave pietas verso chi e di chi muore per un’idea. Inizia con uno spettro “L’idea che uccide (ed. Nerosubianco) e termina con il corpo sepolto, da Edgar Lee Masters, del suonatore Jones. O di Fabrizio De Andrè, tanto uguale è la sorte: scorgere la libertà in un vortice di polvere, finire rauco col flauto spezzato e senza rimpianti. Cantava così, o quasi, De Andrè che chiude di commozione l’ultimo libro di Antonio Di Grado a spostare quei morti di grandi idee e ancor più grandi foghe nell’epopea delle anime salve, del “mi sono spiato illudermi e fallire”.  Il nuovo saggio di Di Grado, che sembra completare gli ultimi suoi scritti sul pensiero anarchico in letteratura “Anarchia come romanzo e come fede” e “Vittorini a cavallo”, è un’asincrona esplorazione nella letteratura anarchica tra Ottocento e Novecento fatta con l’arma dell’epifania proustiana o con gli occhi di Fabrizio Del Dongo in mezzo alla battaglia di Waterloo, se il critico avverte che è meglio lasciar “liberi i testi di fluttuare nell’universo illimitato delle analogie”, perché la ricerca deve essere “affrancata dall’obbedienza a qualsivoglia dogma”. Una galassia letteraria di convergenze non parallele e istantanee, in cui all’inconsapevole ribellione dello straccio rosso di Charlot si lega la confortevole e smagata vestaglia dell’anarchico George Simenon; in cui si azzarda l’anarchia per George Orwell in difesa della Catalogna o per “l’impeto inerme di una dolente fraternità” di Giacomo Leopardi davanti alla furia del Vesuvio. Leggi tutto…

ANARCHIA COME ROMANZO E COME FEDE

Anarchia come romanzo e fedeANARCHIA COME ROMANZO E COME FEDE di Antonio Di Grado (Ad Est dall’Equatore)

[Ascolta la puntata radiofonica di “Letteratitudine in Fm” con Antonio Di Grado dedicata a Anarchia come romanzo e come fede]

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recensione di Eliana Camaioni

Sembra avere la struttura dell’Inferno dantesco, lo splendido saggio “Anarchia come romanzo e come fede” di Antonio di Grado (ed. Ad Est dall’Equatore).
Un triplice percorso, fatto appunto di anarchia,  fede e letteratura; tre ingredienti cari all’autore, tre bisettrici che si intersecano in maniera diacronica e si accompagnano a vicenda – l’una il Virgilio dell’altra- in un movimento a spirale, che principia con la figura del ‘divino anarca’ e termina con una morale paolina, bellissimo approdo del complesso cammino: “Se qualcuno di voi si crede sapiente, si faccia stolto per divenire saggio”.
Il viaggio fra i gironi degli anarchici  inizia con la definizione del concetto di anarchia, e il sommo della  porta starà tutto nella chiusa della praefatio: “Allora, da credente, chiamavo tutto questo speranza. Oggi a quel sogno do un nuovo nome, meno astratto, più propizio a una ‘nuova terra’. Quel nome è anarchia”. E’ l’approdo che fa da inizio, è la summa della ricerca -personale e scientifica- condotta sull’argomento da Antonio Di Grado, frutto di studi (una lectio su Cristianesimo e Anarchia tenuta da Di Grado per l’Ateneo Libertario Etneo) e di percorsi personali, che affondano nella fede stessa dell’autore (un sermone tenuto nel 2001, officiando il culto in una chiesa protestante di Zurigo). Dalla combinazione di questi due mondi, professionale e privato, ha origine il percorso che Di Grado ci regala col suo pamphlet. Leggi tutto…

LA PAURA E ALTRI RACCONTI DELLA GRANDE GUERRA, di Federico De Roberto (l’introduzione di Antonio Di Grado)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo l’introduzione – firmata da Antonio Di Grado – del volume LA PAURA E ALTRI RACCONTI DELLA GRANDE GUERRA, di Federico De Roberto (edizioni e/o)

di Antonio Di Grado

Un eroe per caso, protagonista d’una involontaria, esilarante impresa; un eroe vero che, al cospetto dell’orrore, preferisce disertare dalla vita; un disertore che dal suo domestico “rifugio” era creduto eroe; infine un martire che da quel remoto e bramato nido d’affetti è miseramente rinnegato.
Eroi pentiti o traditi, antieroi esecrabili o spassosi: eccola, la Grande guerra narrata da Federico De Roberto, l’autore di quei Viceré che vent’anni prima avevano rivoltato come un guanto la recente storia dell’Italia unita, smascherando menzogne e imposture di un’oligarchia immarcescibile e trasformista.
Quattro, i racconti di guerra qui di seguito proposti, scelti tra quanti, fra il 1919 e il 1923, lo scrittore affidò a giornali e riviste e solo nell’ultimo trentennio sono stati raccolti in volume da
Sarah Zappulla Muscarà prima e poi da Rossella Abbaticchio, con un saggio introduttivo di Nunzio Zago. Forse i più significativi, certo i più adatti a ricordare il centenario di quel tragico conflitto con una commozione che non ceda alla retorica e non rinunzi allo sdegno.
Di guerra, di quella guerra, Federico De Roberto aveva cominciato a scrivere al culmine del suo soggiorno romano, che fu per lui l’ultima evasione e l’ultima occasione prima di essere risucchiato per sempre dal vorace amore materno nel grembo soffocante della provincia; e che lo vide – lui che nella stagione milanese degli anni Novanta dell’Ottocento aveva pubblicato alacremente, dai Viceré alla saggistica e agli articoli per il Corriere della sera – aggirarsi fra aule parlamentari, redazioni e alcove cercando invano spunti e ispirazione per L’Imperio, il “libro terribile” sulla capitale del malgoverno che rimarrà incompiuto.
Intanto collaborava con il Giornale d’Italia, il quotidiano diretto da Alberto Bergamini, oggi celebrato come l’inventore della “terza pagina” e allora militante sul fronte della destra antigiolittiana.
Alle giovani generazioni, già alla vigilia della guerra, e cioè nella fase più intensa della collaborazione derobertiana, quel giornale appariva un rispettabile club di sopravvissuti: “Ci collabora tutta la più brava gente d’Italia, dalle cattedre e dalle provincie; […] è gente che ha ottenuto un gran successo di stima, che tutti rispettano ma che nessuno andrebbe a cercare. Se c’è dei solitari, degli incompresi, dei mezzo dimenticati, il Giornale è fatto apposta per loro”. Parole ben tristi, queste di Renato Serra, ribadite più crudamente, qualche anno dopo, a proposito di De Roberto, collocato “più in disparte e più in alto” dei suoi contemporanei, ma anche “un po’ indietro, in una seconda luce austera e discreta”.
De Roberto esordisce, sul Giornale, pubblicando nel febbraio 1909 il racconto Nora, o le spie, ispirato a un caso di cronaca (un intrigo giallo-rosa tra un capo di stato maggiore e un’attraente spia tedesca) e giocato nelle tonalità un po’ frivole del racconto spionistico che vira al grottesco per inadeguatezza dell’oggetto.
Pubblica poi, fino al ’22, una cinquantina di pezzi: divagazioni sull’amore (tema ricorrente nell’opera sua, finora ritenuto a torto marginale, in realtà turbato dagli stessi fantasmi che abitano l’universo del Potere), ma anche contributi letterari (novelle e recensioni) e infine interventi, analisi, divagazioni storiche e letterarie sul tema obbligato della guerra, che intanto imperversa e coinvolge l’Italia.
Questi ultimi scritti saranno raccolti nel 1919, da Treves, nel volume intitolato Al rombo del cannone, cui seguirà l’anno seguente, sollecitato da un mercato ancora sensibilizzato alla letteratura bellica, All’ombra dell’olivo. Due libri, questi, tutt’altro che centrali e risolutivi, nel contesto della produzione e della riflessione derobertiane: ma ancora una volta sbaglierebbe chi li relegasse al rango di disimpegnate di vagazioni. Si leggano le pagine di Moralità e immoralità della guerra, nell’ultimo dei due volumi. Già il titolo dice a chiare lettere quale sia l’approccio alla materia. E infatti De Roberto inizia il suo scritto rivolgendo un perentorio atto d’accusa all’intellighenzia tedesca: dietro
la logica cinica e brutale dell’imperialismo guglielmino starebbero, infatti, “la predicazione di Zarathustra” e la cultura che cir cola in quelle università. Tale asserzione, benché schematica,
coglie le corresponsabilità politiche degli intellettuali, non più disinteressati creatori, ma mediatori del consenso e diffusori di miti riconoscibili e praticabili. E comunque si spiega non solo con l’incomprensione del pensiero di Nietzsche, ma pure con un retroterra di predilezioni e di interessi scarsamente orientati verso l’area mitteleuropea e centrati, piuttosto, su quella francese: uno schieramento d’idee e d’autori, dunque, che è il corrispettivo letterario delle potenze dell’Intesa. Ovvero: civilisation contro Kultur.
Ma subito l’argomentazione scivola nel moralismo più scoperto e manicheo, tranne laddove lo scrittore si dimostra consapevole delle valenze politiche del dibattito coevo sulla guerra e coglie i limiti di certa mitologia interventista; e contro ogni tentativo di estetizzazione del conflitto, non esita a definire “orrenda” la guerra.
È superfluo ricordare le speranze di palingenesi di cui tanti intellettuali italiani avevano caricato lo storico appuntamento del 1915, Leggi tutto…

LA FIABA ESTREMA – incontro su Elsa Morante – Catania, 15.3.2013

Venerdì 15 marzo 2013, alle ore 17, presso la Biblioteca Civica “Ursino-Recupero” (Via Biblioteca, 13 – Catania), si svolgerà la tavola rotonda sul libro “La fiaba estrema. Elsa Morante tra vita e scrittura” di Graziella Bernabò (Carocci editore).

Partecipano: Graziella Bernabò, Antonio Di Grado, Goffredo Fofi, Salvatore Silvano Nigro.

Coordina: Massimo Maugeri.

L’incontro è curato dalla Associazione Addamo e dalle Officine Culturali del Mediterraneo, in collaborazione con le librerie Cavallotto.

Graziella Bernabò è stata ospite della puntata di Letteratitudine in Fm di venerdì 8 marzo 2013

La fiaba estrema_Locandina_invito

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DIVERGENZE, di Antonio Di Grado

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un ampio stralcio del saggio DIVERGENZE, di Antonio Di Grado
A Est dell’Equatore, 2012 – pagg. 120 – euro 14

Un altro Novecento. Non il novecento di Pirandello e Svevo, di Montale e Moravia, di Gadda e Calvino. Non il novecento della “Ronda” o di “Solaria”; del neorealismo o delle sedicenti avanguardie. Quattro scrittori ed intellettuali remoti, viceversa, da tendenze e schieramenti, isolati dal loro stesso sdegno o dalla loro irrequietezza. La consuetudine con la cultura mitteleuropea e l’esilio negli Stati Uniti per Borgese; le due guerre e le rivoluzioni totalitarie per Malaparte, il romitaggio intellettuale e il reiterato rifiuto degli editori patito fino al suicidio per Morselli e infine la Sicilia del crimine mafioso per Sciascia. Divergenti esperienze che tuttavia convergono in un’accigliata, gridata, desolata o pensosa solitudine. Parlare di un “altro Novecento” non significa, perciò, soltanto rivendicare l’importanza di alcuni scrittori ma pure rileggere con i loro occhi un secolo di furori ed emergenze.

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Uno stralcio del saggio DIVERGENZE, di Antonio Di Grado

Istruzioni per l’uso

Giuseppe Antonio Borgese, Curzio Malaparte, Guido Morselli, Leonardo Sciascia: fisionomie intellettuali, modalità di scrittura, scelte di vita assai diverse, le loro. Perché allora schie¬rarli fianco a fianco in una improbabile armata delle ombre? Parrebbe un accostamento arbitrario e fortuito, come in quelle rapsodie raccogliticce di saggi e articoli che noi docenti universitari cuciamo alla svelta, senza curarci della coerenza, per sottoporre più pagine che sia possibile all’arcigna e sbadata commissione d’un concorso.
No, questa non è una raccolta di saggi. È l’immodesta proposta di un altro Novecento. Non il Novecento di Pirandello e Svevo, di Montale e Moravia, di Gadda e Calvino, giusto per fare i nomi consacrati dal “canone” corrente. Non il Novecento della “Ronda” o di “Solaria” o del neorealismo o delle sedicenti neoavanguardie. Quattro scrittori (e intellettuali) remoti, viceversa, da tendenze e schieramenti, isolati dal loro stesso sdegno o dalla loro irrequietezza, trascurati da una critica che accorpa anziché distinguere e che accorre sempre – avrebbe detto un Flaiano – in soccorso del vincitore.

La critica. Da critico, la detesto: anche la mia. Attività parassitaria, morbosa metastasi, delega deresponsabilizzante. Per conto mio, auspico come Lutero o meglio come gli anabattisti il sacerdozio universale e il libero esame. Diffido dei ragionieri della letteratura espertissimi in tecniche da laboratorio con cui selezionare i testi e dissezionarli, così come diffido dei chirurghi della psiche che sminuzzano i sogni o li battezzano, o degli storici delle religioni che mettono in fila delle vuote spoglie. Il torto più grande che si possa fare a una poesia, a un mito, a una fede, a un sogno, a una narrazione, è quello di soppesarne l’involucro: la forma, i moventi, gli esiti. Credere: questa è la parola giusta. Lasciare che quella scorza si schiuda senza forzarla, che si riveli, che il suo segreto innominabile ci invada.
In ogni libro cercare il Libro. Pretesa insensata, che carica ogni pagina di delusa fatica. Ma è proprio quando hai ceduto alla deriva del senso, e stai attraversando con rassegnata in-differenza pagine inerti, che all’improvviso ti ferisce un fiotto di luce. Ti sei imbattuto in un’anima che aspettava solo te per svelarsi, in un compagno segreto che ha valicato secoli e continenti per raggiungerti, e per aprire quel varco anche a te. E la scrittura di chi ne tratta asseconda quella voce, non la sovrasta e non ne sospetta: vola e divaga, accarezza e non fruga, dubita e non asserisce.
Da quella critica che, come Minosse, «giudica e manda secondo ch’avvinghia», o almeno da più d’un compilatore di beneducate storie delle patrie lettere, i quattro autori in questione sono stati trattati da “irregolari” se non addirittura da “minori”, non rientrando nelle opposte schiere (ma per ciò stesso gratificate da una legittimazione bipartisan) dei distillatori d’innocue metafore autorizzate dal pulpito o dei fabbri d’eroici furori be¬nedetti dal partito, anzi disertando le sedi deputate all’italico certame per riprendere fiato nelle ariose temperature d’oltralpe. Perciò eccoli confinati nel limbo sovraffollato in cui sgomitano gli inclassificabili, eccoli costretti alla quarantena in cui espiano i cosiddetti irregolari.

Quanto a una condizione “irregolare”, estranea o addirittura eversiva rispetto a una norma, dovrebbe a rigore parlarsene laddove la norma stessa risultasse indiscutibile ed effettualmente indiscussa: il che non è dato in alcun’epoca o contesto, neppure in quelli che pigre storiografie o strumentali mitografie si ostinano a tramandarci compatti e aureolati. Il Rinascimento, per esempio: questa categoria dello spirito che ha fatto aggio sulla complessa realtà e sul tortuoso svolgimento d’un secolo che a tal punto la smentisce da costringerla a ritrarsi sempre più nei suoi primi decenni; e anche lì a scalpitare tra corpi estranei e inassimilabili tensioni, talmente ingombranti da invadere opere e figure (perfino Ariosto, perfino Bembo) invano tenute al riparo di olimpiche icone; e talmente esigenti da obbligare all’invenzione critica di un “anti-Rinascimento” o di un Rinasci¬mento “inquieto”, suggestive ma infruttuose formule che non rendono conto in alcun modo dei contenuti ideologici, religiosi, estetici di quell’antagonismo o astratta inquietudine che fosse. E si fingono schieramenti contrapposti dove fu accesa pluralità d’idee e polverizzazione di scelte e di destini; e si spingono i classici nell’olimpo della infalsificabilità mentre negl’inferi della trasgressione si ammassano figure tra loro inassimilabili come Cellini o Folengo, Aretino o Doni, Berni o Gelli o Castelvetro.
E il Novecento? Una valutazione più coraggiosa del moralismo dei vociani o delle oltranze di Tozzi rischierebbe di scompaginare certe rassicuranti raffigurazioni dell’età giolittiana e prefascista come scampagnata di fanciullini, superometti e calligrafi; e l’auspicabile riscoperta delle stralunate avanguardie e degli impuri “contenutisti” degli anni Venti-Trenta scardinerebbe l’ossatura di una ricostruzione di parte largamente ac-creditata, che alle raffinatezze iniziatiche e all’“aura” eterea e sfocata del côté ermetico-solariano fa seguire senza soluzioni di continuità un neorealismo pedagogico e buonista, ammansito con consolante leggiadria. Leggi tutto…

CHI HA PAURA DI GOLIARDA SAPIENZA?

di Antonio Di Grado
Sono stato, per un paio d’anni, responsabile della toponomastica cittadina. Fu una bella esperienza che condivisi, da assessore alla cultura, con l’assessore all’anagrafe, il bravissimo e mai troppo rimpianto Antonio Guarnaccia. Intitolai strade e piazze: a Falcone, a Borsellino, a Sciascia, a Croce, a Tomasi di Lampedusa, a Vittorini, a Pasolini, a Gobetti, ai fratelli Rosselli, etc. Non so quante di queste denominazioni siano rimaste: la legge che governa la politica italiana è che ogni governo o amministrazione cancelli tutte le impronte lasciate dai precedenti.

Ricordo invece le resistenze. Quelle più nobili: di chi ritiene che la toponomastica non debba subire variazioni, sia per non creare disagi agli abitanti sia per non mutare incessantemente il profilo di una città. E invece le città mutano identità e vocazione, e soprattutto muta e si arricchisce la storia, fregiandosi di nomi e profili di cui occorre serbare memoria.

Ma di ben altra natura erano le resistenze e le richieste più frequenti. Ogni partito o parrocchia o conventicola o condominio aveva i suoi santi da onorare, dal notabile diccì al tenore dilettante, dal prete del rione allo zio materno del magnate di turno. Furibondi – e imprevedibilmente forti di un generale consenso – i monarchici: impossibile toccare i nomi dei Savoia (nemmeno quello del re fuggiasco!) e dei loro più oscuri parenti, duchi e principesse, che occupano indebitamente il territorio come se nulla nel frattempo fosse accaduto. Vergognoso, tra gli altri, il veto d’un sindaco missino d’un comune limitrofo, che m’impedì di intitolare a Livatino una piazza di confine: “Non se ne può più, di questi giudici!” mi urlò al telefono.

Forse è per questo – o per motivi per me insondabili – che uno storico oggi scomparso, incaricato anni prima dal Comune di fornire parecchie decine di intitolazioni a un villaggio abusivo sulla costa, aveva preferito sciorinare innocui e grotteschi nomi di pesci, dal dentice alla tinca. E forse è per questo (o per altro?) che le ultime amministrazioni hanno premuto il freno e scelto la via d’un placido immobilismo tanto nella toponomastica quanto nell’attività culturale.

Ma non ho scritto questa nota per aggiungere le mie alle tante sacrosante lamentele, bensì per segnalare un caso particolarmente riprovevole. Parlo di Goliarda Sapienza (Catania 1924-Gaeta 1996), figlia dei socialisti e antifascisti Giuseppe Sapienza e Maria Giudice che contribuirono anch’essi alla storia della Catania migliore, ma per parte sua grande donna e notevolissima scrittrice (autrice di L’arte della gioia, Le certezze del dubbio, L’università di Rebibbia, e tra gli altri il delizioso romanzo autobiografico – tutto catanese – Io Jean Gabin), oltre che affermata attrice. Di lei, riscoperta e celebrata in Italia e oltralpe, Catania non si ricorda: non una via o una scuola o una biblioteca le sono dedicate, né le amministrazioni comunale e provinciale si preoccupano di ricordarla, anzi mi risulta che si neghino gli spazi a chi vorrebbe farlo.

E che vogliamo, da una città che ignorò perfino Verga e De Roberto?

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di Massimo Maugeri

Goliarda Sapienza sfida le nuove incertezze del Novecento. Con spavalderia, amore, ferrea volontà di non aderire ad alcuno stereotipo. “Quando usciva dal Cinema Mirone, quel tornado di ragazzina si sentiva Jean Gabin dalla testa ai piedi.Ribelle, appassionata, braccata come lui, con una sigaretta immaginaria all’angolo delle labbra, Goliarda girava per la casbah di Catania come Jean per quella di Algeri. Leggi tutto…