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AUGUSTUS di John E. Williams (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del volume AUGUSTUS di John E. Williams (Fazi editore – Traduzione di Stefano Tummolini)

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III. Lettera di Giulio Cesare a Gaio Ottaviano
in Apollonia, Roma (44 a.C.)

Stamattina ricordavo, caro Ottaviano, quel giorno dello scorso inverno in Iberia, quando mi raggiungesti a Munda nel corso dell’assedio alla fortezza dove Gneo Pompeo si era rifugiato con le sue legioni. Eravamo sfiduciati e stanchi di combattere, senza più viveri, e alle prese con un nemico in grado di riposare e rifocillarsi, mentre noi pretendevamo di affamarlo. Furioso per quella che si prospettava come una sconfitta, ti ordinai di ritornare a Roma, da cui eri giunto dopo un viaggio che immaginavo dolce e confortevole; e ti dissi che non avevo tempo da perdere con un ragazzino che voleva giocare alla guerra. Ce l’avevo solo con me stesso, come senz’altro comprendesti già allora; tant’è che non dicesti nulla, ma mi guardasti con grandissima calma. Al che mi placai un poco e ti parlai col cuore (come da allora ho sempre fatto), e ti dissi che quella campagna contro Pompeo doveva porre fine una volta per tutte alla guerra civile che opprimeva la nostra Repubblica, in un modo o nell’altro, dai tempi della mia gioventù; ma quella che avevo immaginato come una vittoria si stava rivelando una sconfitta certa.
«Dunque», mi dicesti, «non ci battiamo per la vittoria, ci battiamo per le nostre vite».
E allora mi sembrò che un gran fardello mi venisse tolto dalle spalle, quasi che fossi ritornato giovane; perché ricordai di essermi detto la stessa cosa più di trent’anni prima, quando sei uomini di Silla mi sorpresero da solo sulle montagne, e combattendo mi aprii un varco tra loro fino al comandante, per poi corromperlo e farmi riportare a Roma sano e salvo. Fu allora che capii di poter diventare ciò che adesso sono.
Ricordando quei giorni lontani e avendoti davanti agli occhi, rividi me stesso da giovane; e presi in me qualcosa dei tuoi anni, dandoti in cambio una parte dei miei, e ci pervase quella strana ebbrezza del potere che non si cura di ciò che può accadere; e ammassammo i corpi dei compagni caduti e avanzammo alle loro spalle, perché sui nostri scudi non gravassero i giavellotti scagliati dal nemico, e scavalcammo le mura ed espugnammo la fortezza di Cordova, lì sulla piana di Munda. Leggi tutto…