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Posts Tagged ‘Avagliano’

ROMANZO IN BIANCO E NERO di Delia Morea

ROMANZO IN BIANCO E NERO di Delia Morea (Avagliano): incontro con l’autrice

Libro proposto all’edizione 2019 del Premio Strega 

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Delia Morea vive e lavora a Napoli. Scrittrice, giornalista, critica teatrale e letteraria, è autrice di romanzi, racconti, saggi e piéces per il teatro.
Nel 2002 vince la seconda edizione del premio letterario “Annamaria Ortese, nel 2004 è finalista del premio teatrale “Napoli Drammaturgia Festival”. Ha pubblicato, tra l’altro, i saggi: “Lazzari e Scugnizzi”, “Briganti Napolitani”, “Vittorio De Sica, l’uomo, l’attore il regista”, (Newton Compton edizioni), “Storie Pubbliche e private delle famiglie teatrali napoletane” (XPress/Torre), la raccolta di testi teatrali “La Voce delle mani” (Il mondo di Suk edizioni) con la prefazione del drammaturgo Enzo Moscato. Attualmente collabora con il magazine culturale “Succedeoggi” di Nicola Fano, occupandosi di critica letteraria.
Con Avagliano editore ha pubblicato i romanzi: “Quelli che c’erano (2007), “Una terra imperfetta” (2013). È di recentissima uscita (febbraio 2019) “Romanzo in Bianco e Nero” (Avagliano), candidato al Premio Strega.

Incontriamo Delia Morea proprio per chiederle di parlarci di questo suo nuovo libro: Romanzo in Bianco e Nero

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«”Romanzo in Bianco e Nero” nasce con la volontà di raccontare una storia all’ombra della Storia contemporanea dell’Italia», ha detto Delia Morea a Letteratitudine. «Amore e amicizia fra tre giovani, Marcello e Carlo (cugini) tutti e due innamorati di Rachele (giovane ebrea che vive a Portico d’Ottavia), sullo sfondo di una Roma testimone di accadimenti fondamentali. Leggi tutto…

GLAM CITY: lo spettacolo teatrale

Risultati immagini per Silvio Laviano glam cityIl 28, il 29 (ore 21) e il 30 aprile (ore 18) debutterà al Teatro Piscator di Catania la novità assoluta di Domenico Trischitta, “Glam City”, tratto dal romanzo omonimo (Avagliano editore).

Glam City racconta la rivoluzione mancata di Gerry Garozzo, artista diverso e trasgressivo che ha portato una ventata di novità e colore nella buia e carnale Catania degli anni Settanta.

Adesso, a due anni dall’uscita, il romanzo approda in teatro, sarà Silvio Laviano a dare corpo e anima al protagonista, evocando tra i molti fantasmi anche il suo alter ego, Marc Bolan, padre del glam rock inglese.

Lo spettacolo è diretto dal Regista Nicola Alberto Orofino. 

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Risultati immagini per domenico trischitta letteratitudinenewsGlam City è un romanzo di formazione che usa il pretesto della diversità per raccontare la nostra città in quegli anni” dice Domenico Trischitta a LetteratitudineNews.
Sono 120 pagine, ma ne condensano 500,  una discesa in apnea fatta da un recordman della profondità, una grande e vertiginosa caduta. Ci ho messo quasi tre anni per pensarlo e tre mesi per scriverlo, quando la storia ha trovato il momento giusto per essere raccontata. Il protagonista  tenta di presentare le atmosfere londinesi ai catanesi: l’ambiguità, la libertà, il travestitismo. Ma i conterranei non lo capiscono. Del resto, io per primo, quando ho avuto tra le mani il primo disco di David Bowie, sono rimasto disorientato: capelli lunghi, trucco, non capivo chi fosse l’artista che avevo davanti. Gerry Garozzo vuole che Catania diventi una città glam rock, si impegna, ma non ci riesce.
Io la Catania degli anni Settanta, Ottanta e Novanta me la ricordo bene. Era una città che ha scoperto e sperimentato varie fasi musicali: prima Marcella e Gianni Bella, i Beans, poi Battiato, i Denovo, infine gli artisti di Checco Virlinzi. Non c’è un lieto fine, ma c’è un senso di speranza: Gerry torna in Sicilia, dopo l’esperienza milanese, e capisce che, nonostante tutto, è giusto combattere per inseguire le proprie aspirazioni“. Leggi tutto…

LE LUNGHE NOTTI di Domenico Trischitta (recensione)

le-lunghe-notti-domenico-trischittaLE LUNGHE NOTTI  di Domenico Trischitta (Avagliano)

di Alessandro Russo

Mi piace molto e mi somiglia a una piccola opera d’arte l’ultima fatica di Domenico Trischitta, Le lunghe notti“, €14, pp. 150, Avagliano Ed. Mi piace molto questo scrittore che, tra paure e frustrazioni, rivela le sue ossessioni creative: Trischitta  è uno che ci sa fare e  nulla lascia al caso. Dapprima si mette a nudo, dopo un po’ veste i panni d’un eccellente maître, quindi si tramuta in abile scultore. Infine ecco un illuminato cantore di puttane,  barboni e miserabili preti attratti da ragazzini. Luoghi tenebrosi, esistenze bruciate e scrittura minimalista: questi gli elementi adoperati con astuta maestria dall’autore catanese per sedurre il lettore senza mai abbandonarlo. Egli racconta ciò che vede, coglie di sorpresa e commuove in modo autentico. Puntando il dito su miraggi di libertà, scrive di sesso e di morte; sullo sfondo intanto dipinge Catania, una città che sanguina e rimane perennemente uguale a sè stessa. Leggi tutto…

L’ETÀ BIANCA di Alessandro Moscè

L’ETÀ BIANCA di Alessandro Moscè (Avagliano)

L’Età bianca: il romanzo di un poeta

di Anna Vasta

Bianca è l’età adolescente – più che un attributo, un nome, un nome di donna -, la stagione breve che allunga le sue ali sul tempo che segue. Per il marchigiano Alessandro Moscè, poeta, saggista, narratore di atmosfere liriche, di trascinanti visioni e disincantati risvegli, essa non è tanto l’età leopardiana del “tempo che precede”, del sogno, della rêverie, quanto l’ora che che ci abita, “ci colma della sua durata/minuto per minuto/forte, non certo ignara”. Forse in questo verso di Mario Luzi – figura archetipica di poesia, e di sapienza esistenziale – citato dall’autore nel racconto del suo incontro col poeta, è possibile rinvenire il senso di una educazione sentimentale che – iniziata col Talento della malattia, suo primo romanzo, del 2012, prosegue  nel secondo, “L’Età bianca” del 2016 (Avagliano Editore, pag. 228,  € 15,00).
Un’età che ha fattezze di donna, Elena, l’amore adolescente  vissuto e inseguito sino agli anni  adulti come l’ombra di un sogno, fino a diventare la personificazione di quel tempo irrisolto, che è stato per Alessandro, l’adolescenza.  Bianca, non  nel senso di pura, inconsapevole, innocente; bianca  come una pagina  non scritta, spazio vuoto d’incompiutezza e possibilità.  Per Alessandrò Moscè  l’età bianca è  topos di attesa, di vigilia, di iniziazione alla vita nella sua non aurea mediocritas. La malattia che lo ha colpito ignaro- una malattia che non perdona, che non consente illusioni- sul finire della fanciullezza, lo ha isolato e preservato  in una dimensione temporale sospesa, dilatata, incompiuta. La morte per un bambino di dieci anni non ha contenuti di realtà, pur nella sua ferocia. È questo restare ignari, questo non sentirla come castigo o colpa, che lo ha guarito, di una miracolosa guarigione. Solo parecchi anni dopo, ormai adolescente, Alessandro realizza  come marchio d’eccezione, una sorta di talento,  la malattia che lo ha bloccato in uno  stato edenico di beata innocenza,  tutelandolo dalla solitudine che afferra gli adolescenti con la forza  del garbino, il vento che viene dal Nord, e che “ dicono faccia cambiare l’umore dei marinai, per questo lo chiamano il vento folle”. Anche il suo male è stato un vento folle che, una volta cessato,  lo ha riconsegnato a se stesso, un sé estraneo,  che ha dovuto  imparare  a vivere in situazioni di normalità. Leggi tutto…

LA CATTIVA REPUTAZIONE di Francesca Bonafini (recensione)

LA CATTIVA REPUTAZIONE di Francesca Bonafini (Avagliano, 2016)

di Simona Lo Iacono

Programmi di vita improvvisamente cambiati, nozze rispettabili cancellate dalla furia di un innamoramento inopportuno, esistenze che si mettono in viaggio.
Quando la Pillo manda in aria il suo matrimonio con Pinuccio, è come se un equilibrio venisse meno anche tra le amiche di sempre, come se quel gesto rivoluzionario e senza buona decenza riportasse tutte all’origine delle proprie emozioni.
E allora via, al seguito di un gruppo di musicisti scapestrati e sognatori, che masticano concerti e rutilano la propria voglia di vivere, spizzicando strumenti, cercando baci accorati, rinnegando l’ordinarietà della vita per urlare la foga della propria esistenza.
Non è solo un viaggio – avventuroso, emotivo, surreale – è anche un modo per definirsi, trovarsi, tracciare il proprio destino, scovare la felicità. E’ una strada da fiutare tra sbandamenti e desideri, in cui essere se stessi costa caro, costringe a subire giudizi e silenziosi processi, a perdere la buona reputazione.
Nel corso delle scorribande in macchina in cui si mescola tenerezza, paura, amore, riflessione, delusione, la Pillo e Nina tesseranno sogni per il futuro, rivivranno il passato e una ferita mai cancellata, incroceranno altri volti e altri sguardi.
E il viaggio non sarà più solo in strada, ma dentro le storie degli altri, là dove si muovono le stesse ansie, i misteriosi palpiti interiori, le inevitabili amarezze. Leggi tutto…

L’UOMO ISOLA di Emanuele Ponturo (recensione e intervista)

L’UOMO ISOLA di Emanuele Ponturo (Avagliano)

di Domenico Trischitta

L’amore ai tempi di Internet, l’amore che preme per riprendersi il suo spazio vitale, quello carnale. Scenario della storia è una riconoscibilissima isoletta siciliana, protagonisti Martina una quarantenne romana delusa dal noioso lavoro quotidiano di insegnante, e Lorenzo, un rude pescatore abbronzato che si rifugia ad occuparsi di un camping per turisti. Cosa li lega? Un’attrazione fisica alimentata da un carteggio di chat virtuale? O la fuga per raggiungere un appagamento esistenziale e sentimentale? Ponturo, avvocato penalista romano, imbastisce una trama accattivante,in un crescendo di emozioni che scardina un’inappagante condizione femminile. Perché il suo punto di vista è quello di una donna, l’alter ego protagonista che sfugge alle etichette e al conformismo di circostanza. Dall’altra parte del mondo c’è la natura, la solitudine, tramonti mozzafiato, tempo dilatato che si accontenta di accogliere esseri umani alla deriva (che non sono quelli che purtroppo si infrangono con barconi su scogliere e spiagge desolate). Tutti quelli che farebbero a meno di telefonini e computer, che sanno che gli scambi di effusioni e opinioni su whatsApp sono il preludio del disagio dell’incontinenza amorosa, del male di vivere. Martina e Lorenzo sono legati da un sottile filo di complicità, da un punto di non ritorno che invoca un inno alla vita, riprendersi e gustare i momenti semplici della convivenza, le tenerezze, i dialoghi in silenzio, ma anche l’attrazione fisica che può portare alla ferinità. Simile a quella dei gabbiani, ai tonni che predano sardine, ai delfini che giocano nel branco, a loro due che invocano ed anelano a un amore che li faccia sentire ancora vivi.

-Che rapporto hai con il mare? Leggi tutto…

DIDO – OPERETTA POP di Beatrice Monroy (intervista)

DIDO – OPERETTA POP di Beatrice Monroy (Avagliano). Intervista all’autrice

[questo libro sarà presentato alla Feltrinelli Libri e Musica di Catania, via Etnea 285 – giovedì 26 novembre 2015 – con l’autrice interverranno Giuseppe Condorelli e Domenico Trischitta]

di Domenico Trischitta

Beatrice Monroy è una delle intellettuali più vivaci del panorama siciliano. Discendente di un’antica famiglia blasonata della Palermo secentesca, è autrice di romanzi, testi per il teatro e drammi radiofonici per la Rai. Il suo precedente libro, “Oltre il vasto oceano” (Avagliano editore) è stato candidato al Premio Strega, storia che, attraverso le vicende degli avi, racconta il decadimento attuale della sua città. Ora ritorna in libreria con “Dido operetta pop”, sempre pubblicato per i tipi di Avagliano, “romanzo comico e fuori dagli schemi che lega l’attualità che attraversa il nostro mare Mediterraneo e i temi della contemporaneità”. Ma lo fa partendo da un mito femminile classico, quello di Didone.

-Cosa è cambiato nella tua scrittura da “Oltre il vasto oceano” a “Dido?
Credo che “Oltre il vasto Oceano” sia stata una grande palestra per trovare una voce mia, un modo di narrare che fosse mio e non imposto da uno stile alla moda. Credo che il grottesco mi appartenga e che io lo abbia trovato in “Oltre il vasto Oceano”.

-Ritieni che l’inattività sia il periodo più fecondo per uno scrittore?
Sì, come diceva Flaiano: “come spiego a mia moglie che se guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”

-Fa parte della tua cifra stilistica il realismo fantastico?
Credo di sì, credo di avere trovato la mia voce, almeno quella in cui in questo momento della vita mi ritrovo. Una voce un po’ bambina, fatta di frottole (oltre il vasto Oceano) e di memorie e di fatti realmente esistiti e trasfigurati

-La tua Dido spiazza tutti. Da “Oltre il vasto oceano” a questo tuo ultimo romanzo distopico, è un ambizioso progetto che mette alla prova la tua scrittura? Leggi tutto…

GLAM CITY di Domenico Trischitta

GLAM CITY di Domenico Trischitta (Avagliano editore, 2014)

Un estratto del libro è disponibile qui…

[GLAM CITY di Domenico Trischitta, sarà presentato mercoledì 17 dicembre, alle ore 18.30, presso la libreria Catania Libri – Viale Regina Margherita 2H, Catania]

di Alessandro Russo

«Sugnu pup­pu, malirittta Catania», si guarda allo specchio e riflette Gerry. «Malirittta Catania, ripete ad alta voce- sugnu pup­pu». Un cappello nero ricopre la sua chioma ondulata, addosso ha un cappotto sagomato, ai piedi appariscenti stivaletti con tacchi alti. È un adolescente stravagante e pare fuggito da Carnaby Street; quando passa da via Etnea la folla lo accoglie con voce strillante: «Tagghiati i capiddi, arrusu do culu». Infine le prepotenti deflagrazioni sonore di Pippo Pernacchia gli percuotono l’anima. Sullo sfondo d’una Catania anni ’70, Glam City di Domenico Trischitta (pg 132 Avagliano Ed., €14) è una storia imperniata su una rivolu­zione del costume. Tra incantesimi e borbottii, in mezzo a folletti che ondeggiano con fare ruffiano salta fuori una narrazione appassionante e intrisa di poesia. La vicenda è ambientata nella capitale sicula di levante, una città nera come la roccia e affumicata dagli spasmi del vulcano più alto d’Europa. Quivi si stagliano le inquietudini del protagonista, in bilico perenne tra moine, sofferenze e ammiccamenti. I fatti prendono piede da un’esplosione di rock psichedelico, nel momento esatto in cui Gerry incrocia a Londra un tipo dai lineamenti dolci e che ben conosce le dinamiche delle pose di moda. Con occhi guardinghi e movenze feline, anche il giovane catanese sogna la gloria e intanto volteggia su una ragnatela di ricatti e bugie. È un trasformista e ama vestire in modo provocatorio: la sua è una vita annacquata con rari luccichii. Per i concittadini però il ragazzo dai travestimenti scintillanti un sacrilegio commette e una belva scappata dalla gabbia rimane. In una struttura narrativa ben congegnata, ravvivano il testo le pennellate letterarie dell’autore, noto drammaturgo e romanziere catanese. Leggi tutto…

GLAM CITY di Domenico Trischitta (un estratto)

Pubblichiamo un estratto le prime pagine del romanzo GLAM CITY di Domenico Trischitta (Avagliano editore)

GLAM CITY di Domenico Trischitta sarà presentato venerdì 28 novembre 2014 presso la Feltrinelli Libri e Musica di Catania – via Etnea 285, Catania – alle ore 18,00.
Interverranno Nicola Savoca e Francesco François Turrisi. Sarà presente l’autore

La scheda del libro
Gerry Garozzo è una ragazzo diverso della Catania anni ’70 che sogna di entrare nel mondo dello spettacolo, di fare il trasformista. Ma Catania gli sta stretta. Per il suo ventunesimo compleanno vola a Londra e lì incrocerà l’astro nascente del Glam Rock, Marc Bolan. Nella torrida Catania, la sua glam city, assieme ad altri variopinti amici tenterà una rivoluzione di costume, fatta di travestitismo e trasgressione. Ma Catania non è Londra e lui non è Bolan, e il suo progetto discografico fallirà assieme alla sua disperata voglia di affermazione
personale. Gerry ora è costretto a fare i conti con il suo sogno miseramente infranto. Da Catania a Milano, andata e ritorno, da promessa della canzone a travestito dei viali milanesi. Arriviamo agli anni ’90, siamo di nuovo a Catania, che nel frattempo non è più la glam city dei ’70. Cosa è cambiato? Quale città adesso Gerry Garozzo si troverà di fronte? E cosa ne è stato della sua rivoluzione? Le aspirazioni di un ragazzo in un romanzo di formazione graffiante e commovente.

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Le prime pagine del romanzo GLAM CITY di Domenico Trischitta (Avagliano editore)

Capitolo primo

Gerry Garozzo

 

1.

Era il primo di giugno del 1967. Usciva in tutto il mondo l’album che avrebbe cambiato le mode e i gusti musicali di un’intera generazione. Si intitolava Sergeant Pepper e gli autori erano i quattro geni di Liverpool, qualche tempo dopo, i loro rivali, i Rolling Stones, avrebbero pubblicato Their satanic majestic requiest, che conteneva la canzone più psichedelica di tutti i tempi, In another land. Quel fatidico giorno il disco memorabile uscì anche a Catania, e lo si ascoltò, per una giornata intera, in un piccolo appartamento di via Di Sangiuliano. Perché quel giorno si festeggiava il ventesimo compleanno di Gerry Garozzo, un ragazzo triste e un po’ diverso, che non aveva peli sulla lingua e voleva essere un innovatore, ma la sua rivoluzione era troppo pericolosa, e troppo rivoluzionaria…
Minchia che musica! Queste cose solo in Inghilterra le sanno fare, qui in Italia non è la stessa cosa, non si respira la stessa aria, poi a Catania non ne parliamo… profondo sud, a Napoli è certamente meglio, almeno lì quelli come me li rispettano. Perché come sono ancora io non l’ho capito, mi sento libero ma macari fimmina, e qua quelli come me sono tutti chiusi dentro la via delle Finanze.
Gente semplice, la famiglia di Gerry: il padre faceva il carpentiere, la madre gestiva un piccolo negozio di bottoni in via Ventimiglia, a ridosso del ghetto dei puppi catanesi. C’erano tutti, da Agata ’a parrina a Lola Falana, da Alida Valli a Scimmia. E tutte erano clienti della signora Santina, ma Gerry, dovevano lasciarlo in pace. Perché Gerry non era come loro.
È il primo giugno del 1968, esattamente un anno dopo, quando metto piede nella swinging London, mi intrufolo in uno di quei mitici taxi e percorro tutte le strade più alternative della capitale inglese, da King’s Road a Carnaby Street, fino ad arrivare nei quartieri più hippy, Camden Town e Hampstead Heath, dove, dal magnifico parco in collina, si domina Londra. È lì che incontro un malinconico ragazzo, Nick, che mi fa ascoltare una bellissima canzone, Way to blue, mi dice che vorrebbe al più presto inciderla. Poi, la sera ci immergiamo nell’atmosfera rarefatta di Notting Hill, e osiamo varcare i limiti del quartiere di Brixton, centro del proletariato nero dove si fanno incontri interessanti.
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CASA DI CARNE di Francesca Bonafini

CASA DI CARNE di Francesca Bonafini (Avagliano editore)

intervista di Simona Lo Iacono

Abitare non è invadere con il proprio corpo un luogo. Non è occupare spazio. Abitare è qualcosa di più che installarsi con valigie e sacche, orpelli pesanti e vettovaglie. Forse perché abitare è la più intima e la più straziante delle lacerazioni, un attaccarsi a ciò che ci rappresenta e che ci completa: una casa.
Dunque, abitare è qualcosa che ha più a che fare con la ricerca, con la conquista, con l’approdo. La casa non è la partenza ma l’arrivo, e abitare diventa allora abitarsi, conoscersi, vivere in sé e negli altri.
Quando cambia il concetto di “trovare casa”, cambiano anche gli occhi, gli sguardi, le vicende umane.
Improvvisamente ciò che è grande perde importanza, e prendono vita le piccole cose, le piccole circostanze, i particolari, le piccolissime attenzioni.
Perché se abitare è un fatto dell’anima, anche condividere un’abitazione è più che convivere. E’ affratellarsi in un comune e pietoso atto di compartecipazione.
Bene lo dice Francesca Bonafini in “Casa di carne” (Avagliano editore), in cui la casa perde le connotazioni della costruzione e da edificio si fa simulacro, carne da offrire e donare, atto di transumanza commossa da un inizio spaesato a un arrivo consapevole.

-Mia carissima Francesca, in “Casa di carne” dici: “L’alloro, le corone, e la storia ufficiale luccicante di quelli che ce li hanno avuti in testa, non mi appassionano proprio per niente. Piuttosto mi piace fantasticare sulle storie minuscole, biografie di ignoti di cui non si ricorda nessuno. La storia, quella maiuscola, non è un posto abitabile“. Cosa vuol dire “abitare”? Leggi tutto…

SALVIAMO DALL’OBLIO LE OPERE LETTERARIE MERITEVOLI

SALVIAMO DALL’OBLIO LE OPERE LETTERARIE MERITEVOLI

Ionidi Massimo Maugeri

Quante sono le opere letterarie meritevoli di essere salvate dall’oblio e che, invece, nel corso degli anni, sono state risucchiate dal gorgo dei libri dimenticati? E che possibilità hanno tali opere di tornare a galla in un contesto editoriale come quello odierno, caratterizzato dalla paradossale compresenza della sovrapproduzione di novità e del calo delle vendite?
La “questione”, per così dire, è di natura nazionale. Ogni regione ha dato i natali a scrittori che dovrebbero essere ricordati e letti per la qualità delle loro pagine, ma che – nei fatti – sono stati espulsi dai cataloghi delle case editrici. Rivedere pubblicate le opere integrali di questi autori – dato il contesto sopradescritto – non è facile; ma non è neppure impossibile. Gli esempi non mancano. Da poche settimane due romanzi sono tornati alla luce grazie al contributo della saggista e critica letteraria Daniela Marcheschi (che ne ha firmato le note critiche introduttive): “Ioni” di Dino Terra (Roma, 1903 – Firenze, 1995) ri-edito da Marsilio e “Mala Castra” di Remo Teglia (Altopascio, 1913 – Altopascio, 1975) ri-edito da Avagliano.
Ioni”, fu pubblicato originariamente nel 1929 da Alpes, poche settimane prima degli “Indifferenti” di Moravia: «Come appunto due ioni, Ramik e Jone si attraggono, si amano e si respingono, al di là della morale borghese dell’epoca fascista e in nome di pulsioni e desideri che si perdono nelle più segrete ragioni del corpo e della psiche». Come sottolinea la Marcheschi, qui Dino Terra ironizza sulla follia degli esseri umani e della società del suo tempo, inaugurando un nuovo realismo e tracciando un’inedita e singolare via per il romanzo italiano novecentesco.
Mala CastraMala Castra” uscì ne “I Coralli” della Einaudi nel 1965 ed è un romanzo di guerra ambientato nei Balcani che racconta le vicende di un battaglione italiano alle prese con la guerriglia macedone nel 1943: «Romanzo corale dove protagonisti sono i soldati nella eterna partita a scacchi con la morte». Opera che, appunto, evidenzia la disumanizzazione generata dalla guerra e dall’attesa dell’incombente evento fatale.
Recuperare opere letterarie dimenticate è l’obiettivo principale di una nuova casa editrice siciliana con sede a Palermo: “I Buoni Cugini Editori”, che cominceranno con la ripubblicazione dell’opera omnia e integrale di Luigi Natoli, in arte William Galt (Palermo, 1857 – Palermo, 1941), in edizioni arricchite dalle illustrazioni inedite di Niccolò Pizzorno. Proprio in questi giorni giunge in libreria la trilogia dei romanzi del Risorgimento italiano di Natoli: “Braccio di ferro. Avventure di un carbonaro”, “I morti tornano…” e “Chi l’uccise?”
Ai lettori, adesso, il compito di contribuire al salvataggio delle opere a cui abbiamo fatto cenno includendole tra le proprie letture estive.
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FRANCESCO ROAT racconta HITLER MON AMOUR

F. Roat leggeFRANCESCO ROAT ci racconta il suo romanzo HITLER MON AMOUR (Avagliano). Qui, i primi due capitoli del libro

di Francesco Roat

Come nasce un romanzo? Dipende da chi scrive, ovviamente. A me l’idea, l’avvio germinale di una narrazione nasce all’improvviso, soprattutto durante una nottata insonne. E di solito, accanto a questa prima cellula di vicenda ancora indeterminata, tutta da far crescere, spesso mi si presenta alla mente la prima frase del testo. Ѐ successo anche con quest’ultimo mio libro, “Hitler mon amour”, che parla della relazione fra Adolf Hitler ed Eva Braun. Come è acclarato dai dati storici, la prima volta che i due si incrociarono avvenne per caso, in una bottega dove la giovane diciassettenne Eva lavorava. Quindi io ho voluto partire da questo incontro cruciale e mi son figurato la ragazza in cima ad una scala, mentre stava appendendo un quadretto ad un muro. Hitler la osserva ed è attirato dalle sue gambe snelle. Ed ecco l’incipit: “Ero sospesa a mezz’aria quando sei entrato in negozio e nella mia vita. La piccola Eva alle prese col gran re dei cervi da appendere su una parete troppo spogliaˮ. Tra loro è una subitanea attrazione reciproca, eppure lui e lei non potrebbero essere più diversi, più distanti. Un’impacciata adolescente, Eva. Un quarantenne politico navigato, Adolf. Borghesuccia senza troppe pretese, Eva. Candidato a divenire ben presto Führer e a conquistare mezza Europa, Adolf. La giovane donna, infine, rimarrà sino all’ultimo nell’ombra, costretta all’umile ruolo di segretaria del dittatore. Altra e non marginale differenza fra i due: a quanto risulta dalle testimonianze storiche, la Braun nazista convinta non fu mai, né ostile agli ebrei.

Insomma, questo mi ha intrigato: come sia stato possibile che personalità direi quasi antitetiche abbiano potuto condividere un rapporto emozionale intenso e duraturo. Per non parlare della decisione di restare insieme sino alla fine, prima del crollo bellico, nascosti nel Bunker scavato sotto la Cancelleria di una Berlino agonizzante, assediata dai russi. Una fine atroce conclusasi, come tutti sanno, col loro duplice suicidio. Forse però la cosa più inquietante sta sullo sfondo di questo amore tragico e cioè il fatto che non solo Eva, ma la maggior parte del popolo tedesco fu letteralmente sedotta dalla personalità, senz’altro magnetica e trascinatrice, di Hitler. Così il mio libro cerca anche di investigare l’atmosfera emozionale ed epocale che permise l’irresistibile ascesa dell’ex imbianchino, divenuto in breve tempo padrone assoluto della Germania.
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HITLER MON AMOUR, di Francesco Roat (un estratto del libro)

_0003_Hitler-Mon-Amour-3DPubblichiamo un estratto del romanzo HITLER MON AMOUR, di Francesco Roat (Avagliano, 2014)

La scheda del libro
La relazione tra il dittatore tedesco e la sua giovane amante, narrata attraverso un diario che l’autore immagina scritto febbrilmente da Eva nelle ultime ventiquattr’ore, all’interno del bunker sotto la Cancelleria del Führer, durante la conquista di Berlino da parte dell’Armata Rossa. Il potente Führer della Germania e una semplice ragazza piccolo-borghese che, a quanto risulta dalle testimonianze storiche, nazista convinta non fu mai, e neppure ostile agli ebrei: cosa unì fino alla morte due individui così profondamente diversi? La donna torna indietro con la memoria, inizia a raccontare in prima persona l’incontro a Monaco, nel 1929, con lo sconosciuto che in pochi anni sarebbe diventato il padrone della Germania e di mezza Europa. Lei è un’adolescente, lui già un uomo fatto. Iniziano a frequentarsi, malgrado la disapprovazione dei genitori della Braun. Col tempo diventa “segretaria” particolare del Führer ma mantiene sempre un ruolo appartato. Sino alla vigilia della sconfitta tedesca e al giorno in cui deciderà di condividere la sorte di Adolf. I due si sposano. Il giorno dopo il matrimonio, il 30 aprile 1945, Adolf Hitler ed Eva Braun si suicidano nel bunker della Cancelleria. Una fatale storia d’amore che non finisce di scioccare il mondo.

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I primi due capitoli del romanzo HITLER MON AMOUR, di Francesco Roat (Avagliano)

1

Ero sospesa a mezz’aria quando sei entrato in negozio e nella mia vita. La piccola Eva alle prese col gran re dei cervi da appendere su una parete troppo spoglia.
Con la sinistra tenevo il quadretto contro il muro e con la destra un martello esitante. Stavo mirando giusto alla testa del chiodo, mentre ho sentito il signor Hoffmann annunciare, ruffiano: “Bentornato, Herr Wolf!”
Tu − senza rispondere a parole, ma forse con un cenno − hai fatto tre passi decisi verso il bancone (io udivo soltanto: gli occhi persi nel ritratto del maestoso anima- le). Poi c’è stato un silenzio, interminabile e tranquillo: con la sospensione di ogni impazienza, di ogni cura. La foto era appesa da un po’ e io, sempre sulla scala, ad aspettare forse solo il mio destino, già catturato dal tuo sguardo rivolto alle mie gambe.
Sei rimasto lì – quanto, mon amour? – a fissarmi, a penetrarmi sin nella natura; ma senza alcuna insolenza, senza prevaricazione.
Avevo appena diciassette anni: una ragazzina. E tu, uomo navigato, m’hai fatta donna all’istante. È stato un concedersi definitivo; anche se dopo non è successo nulla: giusto la tua mano che sorregge la mia finché scendo, mentre chiedi: “Posso aiutarla, signorina… Signorina?”
Allora ci siamo scambiati i nomi.
Tu indossavi un trench leggero, color panna, di foggia inglese. Io non ricordo che vestito avessi. Strano: ogni particolare ho presente di quel pomeriggio, ma il mio abito no. S’è aperta una falla nel mio ricordo: un buco nero mai più colmato. Il dettaglio è irrilevante, capisco bene, eppure oggi – fra tanti orrori, sotto le bombe, persa la guerra, la capitale sul punto di cadere – questa perdita mi sembra così grande. Anche se son convinta che niente finisce col perdersi del tutto; nulla svanisce mai di quel che è stato. Credo nell’eterno ritorno, come quel Nietzsche di cui tanto parlavi sempre. Noi siamo eterni, nonostante la morte. Per questo non bisogna averne paura; ma nemmeno invocarla – mon amour – come ti sento fare troppo spesso in questi giorni di lutto.
Invece allora, a Monaco, dentro quella bottega della Amalienstraße, come mi sei apparso pieno di un vitalismo incontenibile! E c’era determinazione nel grigio azzurro del tuo sguardo, la stessa regalità che avevo scorto negli occhi del gran cervo.
Poi il signor Hoffmann ci ha separati intromettendosi, venendo col tuo ritratto sotto vetro e in cornice d’argento. A chi volevi donarlo? Forse a Geli, che a quel tempo impazziva per te? Non l’ho mai più vista quella fotografia in cui posavi vestito di panno e cuoio, come un modesto Bauer tirolese. Nel ’29 io non sapevo di altre tue donne.
E anche quando ho saputo, non ero veramente gelosa.
Mi dirai: e allora perché infilare a tradimento nelle mie tasche biglietti amorosi nella speranza che Geli li leggesse?
È vero, l’ammetto, l’obiettivo era quello. Volevo venire allo scoperto e scoprire le sue carte. Nessuna gelosia, solo informarla della mia presenza; farle capire che non aveva chance, che tu eri destinato a me. Bastava solo comprendesse questa semplice, definitiva realtà. E invece − la nipotina − che ostinazione nel volerti solo per sé, povera illusa! Quando persino io, in tutti questi anni, ho dovuto dividerti con milioni di donne e di uomini che – fino a ieri – ti idolatravano.
Sì, Geli non sapeva della tua decisione di sposare la Patria. Solo con Lei hai voluto legarti indissolubilmente, nella buona e nella cattiva sorte. Io stessa a lungo sono stata incapace di rendermene conto. Ma che ne poteva sapere una ragazza come me di politica o di Terzo Reich Millenario?
Fino alla sua dissoluzione, sei stato una cosa sola con la Germania. Un matrimonio fedele, durato oltre vent’anni. E appena adesso che Lei non c’è più, acconsenti a sposarmi. Ma va bene così. Lo ripeto, non sono mai stata davvero gelosa. Avrebbe voluto dire perderti. Invece, dopo tante separazioni e lontananze ci siamo finalmente, definitivamente ritrovati. E domani sarà il gran giorno.
Ne sono grata a Dio. In tutta la mia vita non potevo augurami di meglio.
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INTERVISTA A BEATRICE MONROY (su “Oltre il vasto oceano”)

https://i0.wp.com/www.avaglianoeditore.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/09/Oltre-il-vasto-oceano.pngINTERVISTA A BEATRICE MONROY (su “Oltre il vasto oceano” edito da Avagliano)

In esclusiva per Letteratitudine, alcune pagine del libro

di Massimo Maugeri

Sono palermitana, cresciuta in giro per il mondo. Con questa frase, Beatrice Monroy (narratrice, drammaturga, autrice di testi radiofonici per RadioRai) dà inizio al suo nuovo libro Oltre il vasto oceanopubblicato da Avagliano: libro della memoria e libro di viaggio (fuori e dentro di sé); racconto dell’epopea di una famiglia aristocratica, narrato dal punto di vista di una delle figlie. Ne ho discusso con l’autrice…

– Cara Beatrice, partiamo dall’inizio. Come nasce “Oltre il vasto oceano”? Cosa ti ha spinto a raccontare la “tua storia” intrecciata con la “grande storia” della Sicilia? E perché hai deciso di farlo proprio adesso, in questa fase della tua vita?
Oltre il vasto oceano nasce moltissimi anni fa quando , alla morte di mia madre, per l’appunto dieci anni fa, io e le mie sorelle trovammo l’archivio di mio padre morto nell’85 e che mia madre aveva in qualche modo nascosto. Mio padre è stato uno scienziato molto noto , cosa che ha permesso a me e le mie sorelle di vivere una bizzarra vita in giro per il mondo. Quando abbiamo trovato l’archivio, ho pensato che era arrivato il momento di raccontare la sua e la nostra vita, in un momento in cui la città in cui in fondo ci siamo sempre riconosciuti, sprofondava sempre più in un baratro di criminalità e incultura. Mi è sembrato pieno di senso raccontare l’altra città, quella che poi è sempre esistita, la città colta e intelligente. Per questo mettendo mano alle carte dell’archivio ho subito pensato che la storia di mio padre, e poi della mia famiglia, una famiglia aristocratica che ha molto influenzato la storia di Palermo, poteva essere raccontata solo narrando la storia più in generale.

– Il sottotitolo del libro è il seguente: “Memoria parziale di Bambina”. A cosa è dovuta la parzialità della memoria?
Nella mia famiglia, una grande e confusa famiglia aristocratica del sud, la verità non è mai stata chiara, io sono cresciuta in circoli di racconti delle mie zie in particolare, racconti che mi lasciavano a bocca aperta e che poi mio padre si premurava a dirmi, sono fandonie! Eppure quella è la mia storia, un po’ vera e un po’ no, perciò Bambina, la protagonista, che poi sarei io racconta quelle storie parziali… Da crederci o non crederci… Dove si cela la verità , arte in cui al sud siamo maestri….

– Dal tuo libro emerge, tra le altre cose, il rapporto con i luoghi (la famiglia si sposta, per esigenze lavorative dei genitori). In che modo, a tuo avviso, il rapporto con i luoghi influenza la crescita e la formazione di un individuo? E come è stato per Beatrice Monroy?
Per Beatrice è stato fondamentale, se io sono cittadina del mondo, parlo tante lingue e ovunque mi sento a mio agio, lo devo a questo continuo viaggiare , al non fare caso alle diversità, nell’accogliere le diversità come un dono e non un ostacolo.
Ho avuto credo una grande fortuna, e credo che viaggiare e abitare il mondo sia solo un bene, apre la mente e determina lo sviluppo di un contemporaneo che è una geografia enorme, dove ogni cosa migliora noi stessi …

– Tra i vari luoghi in cui sei vissuta, a parte Palermo, qual è quello che ha esercitato l’influenza maggiore in te? E qual è quello per cui dichiareresti un’affinità elettiva?
Sicuramente Napoli e gli Stati Uniti mi hanno segnata, dico sempre quando mi sento un po’ da un altra parte.. E va be’ che volete, sono americana…. Oltre il vasto oceano per l’appunto.

– Approfondiamo il tuo rapporto con Palermo. Come si è evoluto questo rapporto nel tempo? Cosa ha rappresentato Palermo per la giovanissima Beatrice Monroy e cosa rappresenta per la Beatrice Monroy di oggi? Leggi tutto…

UNA TERRA IMPERFETTA, di Delia Morea (uno stralcio del libro)

Una terra imperfettaIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del romanzo UNA TERRA IMPERFETTA, di Delia Morea 

Napoli durante gli anni fulgidi della Belle Epoque e dei Caffè Concerto. Momento di cambiamenti epocali che prelude al Novecento. Un prologo inquadra l’epidemia di colera che colpì Napoli nel 1884, e sottolinea la dolenza e la contraddizione di una città preda di grandi sconvolgimenti e di grandi entusiasmi. La vicenda si snoda, poi, attraverso gli anni che connotarono Napoli, al pari di Parigi, come capitale del divertimento, delle chanteuse ma soprattutto dei grandi poeti e del trionfo della canzone napoletana romantica. Nel libro alcuni personaggi realmente esistiti nella Napoli di fine Ottocento e degli inizi del Novecento convivono con altri puramente inventati. Tra le figure reali che popolano il romanzo: Elvira Donnarumma, Gennaro Pasquariello, Salvatore di Giacomo, Eduardo Scarpetta, Matilde Serao, Gilda Mignonette, descritte seguendo un filo di memoria storica collettiva che dà conto della traccia indelebile che tali nomi hanno impresso all’arte e alla creatività napoletana. Una città che tira a lucido la sua immagine con una legge sul Risanamento dei quartieri degradati, con la costruzione dell’imponente Galleria Umberto I, con l’edificazione di nuovi eleganti quartieri. Napoli con le sue miserie e il luccichio del varietà: terra imperfetta e, forse proprio per questo, affascinante. Nel libo ricorrono elementi dialettali e termini ormai fuori uso che permettono di risentire il suono di un tempo passato, tutto da riscoprire.

* * *

Uno stralcio del romanzo UNA TERRA IMPERFETTA, di Delia Morea (Avagliano editore, pagg. 380, euro 16)

Via Toledo quella mattina brulicava di gente di tutte le razze. Un sole leggero riscaldava l’aria che profumava di fiori e salsedine. Il primo tepore della primavera, dopo un inverno tra i più piovosi, induceva la gente a riversarsi per le strade. Carrozze ondeggiavano sugli antichi basoli di piperno stretti e sconnessi che lastricavano Toledo; dai confinanti vicoli dei Quartieri Spagnoli calavano decine di scugnizzi vocianti. L’unico divertimento di questi ragazzini costituiva nell’aggrapparsi alle ruote delle carrozze, tentando una improbabile scalata per cercare una comoda sistemazione, mentre i cocchieri che tenevano a bada i cavalli li minacciavano con pugni ed improperi.
Le guaglioncelle pagate a cottimo dalle modiste correvano con cappelliere e pacchi di ogni sorta a fare consegne, i caffè all’aperto pullulavano di avventori che godevano dell’inizio della bella stagione. Alcuni uomini avevano indossato giacchette a quadrigliè e pagliette in ossequio alla moda. Seduti ai caffè e in giro per le strade si vedevano anche molti stranieri: Napoli era sempre stata una della destinazioni preferite dei viaggiatori del Grand Tour. Il viaggio era fonte di svariate esperienze, come era accaduto per lo scrittore tedesco Goethe. Così aveva una doppia valenza: ai giovani serviva per perfezionare la propria educazione, accumulare competenze ed esperienze per affrontare, una volta tornati in patria, la vita adulta; per gli artisti era motivo di molteplici ispirazioni che avrebbero trovato posto nella memoria della loro arte. Per tutti il viaggio costituiva un mezzo di conoscenza, assecondando la naturale vocazione dell’uomo che è da sempre l’attitudine all’acquisizione del sapere. Napoli era frequentata per le sue bellezze, per l’esotismo delle sue tradizioni, per una certa fama leggendaria di città gaudente, gioiosa ed insieme tenebrosa. Spesso diventava luogo d’elezione e musa ispiratrice dei visitatori, per l’attrattiva che promanava dai monumenti, dalle seduzioni naturali e archeologiche dei suoi dintorni e dal mare.
Il mare di Napoli affascinava chiunque lo contemplasse, specialmente se ammirato dall’alto della collina di Posillipo, il cui nome, di origine greca, significava “riposo dal dolore”. Leggi tutto…

L’ESTATE DI CAMERINA, di Mauro Tomassoli

L' estate di CamerinaL’ESTATE DI CAMERINA, di Mauro Tomassoli
Avagliano Editore – pagine 120 – € 12.00 – Anno 2012

di Claudio Morandini

Alcuni elementi fortemente riconoscibili ricorrono nei bei racconti che Mauro Tomassoli ha riunito sotto il titolo “L’estate di Camerina” (Avagliano, 2012). Vi si assapora una scrittura lavorata, innanzitutto, dosata e precisa, un po’ fuori dal tempo (dal nostro tempo approssimativo e arrogante di sicuro) e legata invece a un’idea di prosa che oggi non usa più (e a certi modelli di scrittori che ancora tra i Cinquanta e i Sessanta hanno lavorato sul cesello della forma breve del racconto).
Vi si apprezza poi la pratica del racconto come narrazione di emozioni sottili, di impalpabili sensazioni, concentrate dentro a una situazione colta nel suo farsi, ma senza l’assillo (da scuola di scrittura) del rispetto di una struttura – soprattutto, senza l’ossessione della conclusione a sorpresa, del botto finale, qui sempre procrastinato, eliso. Mauro Tomassoli mi conferma quest’impressione, quando risponde così, con apprezzabile understatement, a una mia domanda su quali siano le virtù del racconto ideale: “Non so ben risponderti; ma mi pare sia fondamentale, che si tratti di un racconto breve o di un romanzo, fare di tutto per non annoiare il lettore, aderire il più possibile al nocciolo dell’idea, rischiare di lasciare al lettore piuttosto degli interrogativi insoluti, un vago senso di inappagamento, che un’eccessiva sazietà”.
Se poi il discorso si allarga alle qualità di una raccolta, Tomassoli confida: “L’unica cosa che mi viene da pensare (e da perseguire) è di privilegiare una scelta di racconti dalla stessa atmosfera, che formino un corpus coerente, che dialoghino tra loro”. E così continua, a proposito di maestri e modelli: “Sono sempre stato un lettore più di romanzi che di racconti. Come tanti altri, ho amato, da ragazzino, certi racconti del terrore (Poe, Lovecraft…). In anni più maturi, ho incontrato quelli di Cechov, che forse è il mio autore di racconti preferito. Kafka. E, per scendere nel contesto italiano, Buzzati, Flaiano, Savinio, la Ginzburg… E, per calarmi in quello ancora più circoscritto degli scrittori miei conterranei, De Roberto, Brancati, Borgese, Sciascia e naturalmente Pirandello”. Leggi tutto…

IL TALENTO DELLA MALATTIA, di Alessandro Moscè

Il talento della malattiaIl talento della malattia, di Alessandro Moscè
Avagliano, 210 pagine,  15 euro

di Roberto Barbolini

In Splendori e miserie del gioco del calcio Eduardo Galeano racconta la storia di quel tifoso del Boca Juniors che aveva passato la vita a odiare il River Plate, ma in punto di morte chiese di essere avvolto nella bandiera nemica. Così, esalando l’ultimo respiro, poté affermare: “Muere uno de ellos, muore uno di loro”. Una passione calcistica tanto estrema, capace di strumentalizzare persino la morte, e di beffarla, sembrerebbe appartenere alla pura finzione narrativa. Eppure non è così. Il racconto di Galeano m’è infatti tornato in mente leggendo Il talento della malattia di Alessandro Moscè: un romanzo , o piuttosto una narrazione  che – come l’autore tiene a precisare – “non è frutto di fantasia” e dove “qualsiasi riferimento a fatti o persone reali non è casuale”. Anche qui il tifo appassionato per una squadra, nella fattispecie la Lazio; ma soprattutto l’idolatria per Giorgio Chinaglia, il campione-simbolo della formazione che, guidata dall’allenatore Tommaso Maestrelli, conquistò nella stagione 1973-’74 il primo dei due scudetti bianco-celesti, raggiungono la loro apoteosi in un confronto serrato con la morte. In questo caso, con un lieto fine miracoloso che, a trent’anni di distanza, ha costretto il narratore- protagonista a fare felicemente  i conti  col suo passato di malattia schivando ogni facile rischio di dolorismo e patetismo proprio grazie al filtro della sua passione per la Lazio e per Chinaglia, rispettivamente chiesa laica e santo patrono di una guarigione giudicata inspiegabile secondo i parametri della scienza. La relazione tra patologia e  scrittura, come ci ha insegnato il rimpianto Gian Paolo Biasin nei bei saggi del suo Malattie letterarie, serpeggia rigogliosa nella letteratura italiana dell’ultimo secolo, da Verga a Svevo, da Pirandello a Gadda. Il male di vivere e quello di scrivere si mescolano e s’intrecciano nelle combinazioni più svariate, confondendosi e significandosi a vicenda.
“Sono diventato uno scrittore perché mi sono ammalato, perché invece di giocare a calcio ero in un letto d’ ospedale”, confessa Moscè, in primo luogo a se stesso, raccontando il calvario iniziato a quattordici anni con l’improvvisa comparsa di quel “bombolone” cresciutogli sul ventre in una notte sola; oppure a scuola, “forse in pochi minuti”. È il segnale del sarcoma di Ewing, un tumore osseo e dei tessuti molli che colpisce in genere nell’adolescenza. Ma anche per la malattia ci vuole talento. E il talento della scrittura, a sua volta, altro non è che la maschera del pudore. Così, quando il narratore comincia ad affrontare a ciglio asciutto la sua dolorosa vicenda ospedaliera, siamo già nella seconda parte del libro. La prima è quasi tutta occupata dalla garbata rievocazione di una sognante infanzia marchigiana negli anni Settanta (Moscè è nato nel 1969), illuminata dal mito della Lazio e di Giorgione Chinaglia. Leggi tutto…