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Editori lasciano l’AIE: la lettera di dimissioni

Alcuni editori si dimettono dall’AIE per via della questione connessa al Salone del libro di cui si è tanto discusso in questi giorni

Di seguito pubblichiamo la lettera di dimissioni degli editori e una precisazione della stessa AIE

A seguito della cattiva gestione dell’affaire Salone del libro dieci case editrici hanno deciso di dare le proprie dimissioni, con una lettera congiunta, dall’associazione italiana editori dalla quale non si sentono più rappresentati.

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La lettera di dimissioni

28 luglio 2016

Spett.le AIE

Gentile Presidente Federico Motta

Il modo in cui è stato gestito l’affaire Salone del libro ha creato un forte malcontento da parte di molti editori soci. Leggi tutto…

REVOLVER – di Andrea Malabaila

REVOLVERConversazione con Andrea Malabaila, a cura di Claudio Morandini – in collegamento con il forum “Letteratura e Musica” di Letteratitudine

Andrea Malabaila“Revolver” Booksalad edizioni, 2013

TRAMA  Andrea Malabaila è un giovane scrittore che in passato ha avuto un certo successo e ora è alle prese con un romanzo che da dieci anni non riesce a concludere: la storia di Damon Kidd e della sua rock band, i Revolver. Damon è in crisi di ispirazione, è tormentato da incubi e allucinazioni, medita il ritiro e addirittura il suicidio. Analogamente Andrea è così ossessionato dalla sua storia che rischia di perdere tutto ciò che di buono lo circonda, a partire dall‘amata Carlotta. E proprio a lei chiederà aiuto per fare l’ultimo tentativo: entrare insieme nella storia e fare in modo che Damon Kidd salvi se stesso, e di conseguenza il loro rapporto.

CM – Qual è il modo migliore di raccontare la musica, secondo te? “Revolver” sembra ubbidire al sempre efficace modello del meta-e-qualcosa, in questo caso il meta-romanzo in cui si scrive “la storia della storia” di qualcuno che ha a che fare con la musica – in cui, cioè, si racconta il proprio approccio alla musica, più che la musica in sé, e insomma se ne fa la propria cover personale. 
AM – Inizio subito con un’ammissione: ho scritto questo romanzo da appassionato di musica, appassionato ma allo stesso tempo frustrato per non saper suonare nessuno strumento (qualche anno fa ho provato a prendere lezioni di chitarra e lì ho capito che non faceva per me). Un po’ come nel mio romanzo precedente, “L’amore ci farà a pezzi”, in cui il mio alter-ego era un’ex promessa del tennis – cosa che in effetti portava molti a chiedermi se giocassi a tennis e a rispondere come citato anche in “Revolver” che no, ci avevo provato qualche volta ma niente di più. La cosa bella – una delle cose belle – dello scrivere è potersi calare in vite parallele che ci sarebbe piaciuto vivere. E un’altra cosa bella è poter rimescolare ogni volta le carte, proprio come un illusionista. In questo romanzo ci ho giocato ancora di più, chiamando il narratore come me e inserendo qua e là spunti autobiografici, primo fra tutti la difficoltà a scrivere “Revolver”: ci ho messo davvero più di dieci anni per trovarne la quadra!

CM – D’altro canto, tu stesso ammetti subito che ogni romanzo è un mascheramento autobiografico.
AM – Ho letto che Michael Cunningham ha affermato che tutti i suoi personaggi sono autobiografici, compresa la lucertola. Ecco, penso che alla fine sia la risposta definitiva. È un po’ come nei sogni, in cui tutti i personaggi – dicono – sono delle proiezioni di noi stessi.

CM – “Revolver”, dicevamo, è la storia un romanzo che non sta venendo come l’autore vorrebbe: le difficoltà sono rappresentate dall’affastellarsi di cliché (letterari) sin dalla prima pagina, dal premere di altri cliché (musicali). “Revolver”, insomma, è come una bella canzone sulla difficoltà di scrivere belle canzoni – ma, essendo convintamente pop, non può mancare l’happy end.
AM – All’inizio il mio approccio a “Revolver” era stato molto più diretto: non un meta-romanzo, ma un romanzo sul rock e sulla crisi di ispirazione (e non solo) di Damon Kidd. Negli anni mi sono reso conto che questa crisi in qualche maniera era parallela a quella in cui mi ero infilato cercando di raccontare una storia per la quale mi mancavano alcuni strumenti di base: la mia conoscenza del rock era abbastanza approfondita ma tutta di seconda mano e quindi non poteva che finire nel cliché. Da qui l’idea di giocare anche su questo fatto e di non limitarmi agli stereotipi del sesso droga e rock’n’roll ma di inserire anche dei cliché letterari che noto in tantissimi manoscritti che leggo per Las Vegas edizioni. L’incipit con il risveglio del protagonista, l’immancabile caffè piazzato nella prima pagina, il finale della serie “era tutto un sogno”. L’happy end, invece, è un po’ una novità per me, ma serviva anche a riequilibrare una situazione di partenza piuttosto negativa.

CM – Tutti i personaggi (compresi quelli che hanno nomi che rimandano alla realtà) si muovono nel mondo dell’invenzione con la leggerezza della commedia paradossale e sentimentale (della meta-commedia, in un gioco che forse ammicca a certo Woody Allen, ma che di Allen non ha la torbidezza senile) o della canzone pop (pop, direi, più che rock). La Parigi in cui si svolgono le scene finali è un paracosmo colorato (nonostante la pioggia) e già un po’ vintage (per via della pioggia), in cui si accatastano allegri ammiccamenti e luoghi comuni ironicamente virgolettati (non ne manca nessuno, tra quelli relativi al maledettismo glamour della vita da rockstar, c’è pure un inseguimento in auto). “Carlotta pensa di essere in un sogno, Sally in un incubo, io all’interno delle mie fantasie; Tommy e Mandy non lo so e francamente mi interessa poco”. L’Andrea Malabaila è insomma un autore in cerca dei suoi personaggi. Per evitare una piega tragica degli eventi, li insegue, li scova, ordisce un piano per manipolarne gli effetti, se li porta dietro, risolve il tutto. Leggi tutto…