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CALCIO E ACCIAIO, di Gordiano Lupi (intervista all’autore)

CALCIO E ACCIAIO. Dimenticare Piombino, di Gordiano Lupi (Acar edizioni). Ieri abbiamo pubblicato un capitolo del libro

di Massimo Maugeri

Nel suo nuovo romanzo, “Calcio e acciaio. Dimenticare Piombino” (Acar edizioni), Gordiano Lupi traccia l’affresco di un luogo che conosce benissimo mettendo insieme alcuni degli elementi caratterizzanti di quel territorio: l’acciaio dell’industria siderurgica e il sogno del gioco del calcio. E il sogno mancato di Giovanni, ex calciatore di scarsa fortuna, si incrocia oggi con la speranza di Tarik, un giovane marocchino approdato in Toscana a bordo di una imbarcazione strampalata e che sui campi di calcio cerca il suo riscatto. Ne parliamo con l’autore…

– Gordiano, partiamo agganciandoci al titolo del libro. In che modo “Calcio e acciaio” hanno interagito in una realtà come quella della Piombino che racconti? Potrebbero essere considerati, calcio e acciao, come due opportunità per farcela? E fino a che punto?
Il calcio è stato parte della mia vita. Non è obbligatorio saperlo, ma sono stato nel mondo del calcio per 23 anni (da 16 a 39). Ho giocato nelle giovanili e ho fatto l’arbitro di calcio, raggiungendo la serie C1, con alcune apparizioni in A e B come Quarto Uomo. Condivido la regola base della scrittura creativa: si deve parlare solo di cose che si conoscono. Ambientare una storia nel mondo del calcio credo che mi riesca facile, tra l’altro l’avevo già fatto ne “Il ragazzo del Cobre“, storia di un ragazzino brasiliano che si riscatta grazie al foootball. L’acciaio, invece, è Piombino, il suo simbolo, l’identità di una provincia siderurgica che scandisce il passare dei giorni al suono della sirena, secondo i turni incessanti dello stabilimento. La vocazione siderurgica di Piombino proviene dagli etruschi, gioia e dolore di questa terra, perché la crisi dell’industria significa crisi della città. Pure il calcio in questa piccola provincia maremmana ha avuto momenti di gloria, sempre grazie all’industria, quando negli anni Cinquanta la squadra locale calcò i palcoscenici della serie B, a un passo dalla serie nazionale, e sconfisse persino la Roma per tre reti a uno, in una partita rimasta nella leggenda, che a Piombino si tramanda di padre in figlio.

– Come è cambiata Piombino nell’arco temporale a cui il romanzo fa riferimento?
Il romanzo avrebbe l’aspirazione di sviluppare un racconto sociale. Piombino significa provincia e lavoro operaio. Si racconta la crisi dell’industria e l’amore di un vecchio calciatore per la sua terra. Nostalgia, saudade, malinconia, ma anche voglia di dedicarsi a un progetto per farlo rifiorire. Il romanzo narra una storia d’integrazione razziale, paragonando la storia del nostri vecchi in cerca di fortuna verso l’America a quella dei nordafricani che trovano rifugio nella nostra terra. Il cambiamento di Piombino segue il modificarsi della nostra realtà economica, in una situazione dove l’acciaio – vecchia ricchezza di questa terra – non è più così importante.

– Sullo sfondo del gioco del calcio, si dipanano le vite dei protagonisti del romanzo. Vite di ieri e vite di oggi. Il calcio, a tuo avviso, può essere considerato come metafora della vita? Leggi tutto…

CALCIO E ACCIAIO, di Gordiano Lupi (un capitolo del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo il secondo capitolo del romanzo “CALCIO E ACCIAIO. Dimenticare Piombino“, di Gordiano Lupi (Acar edizioni). Domani pubblicheremo un’intervista all’autore

2.

Giovanni si dirige verso lo Stadio Magona, percorre a passi lenti viale Regina Margherita, e pensa a suo padre, operaio delle Acciaierie, morto quando lui giocava le ultime stagioni nella squadra della sua città. Si chiamava Antonio, era un uomo abituato al caldo soffocante dell’altoforno, un lavoro fatto di gesti ripetuti alla catena di montaggio. Una giornata di fatica per un salario appena sufficiente a pagare l’affitto di un appartamento popolare in un condominio annerito dai fumi della ferriera e a imbandire una mensa che poteva permettersi carne solo nei giorni di festa. Alimentava una macchina infernale che divorava carbone per restituire fumo e prodotto grezzo composto di acciaio. Antonio aveva le mani callose indurite dal lavoro e pensava alla terra lontana, agli olivi abbandonati, alla madre che lo attendeva sulla porta di casa di un paese alle pendici di un monte. Rammentava la sua festa preferita mentre lavorava in ferriera, una festa che anche Giovanni aveva amato da bambino, quella sagra delle ciliegie nei giorni di maggio, quando il colore rosso invadeva il borgo e apriva le porte ad antichi sapori. Giovanni ricorda quando le sue agili gambe di bambino correvano insieme ai ragazzi per rubare ciliegie a grappoli, sporcandosi la bocca e il viso, attaccando i piccoli frutti alle orecchie come fossero campanelle. Antonio coltivava i campi insieme al padre, che un tempo aveva fatto la spola a piedi per tutta la vallata, da Sinalunga a Montalcino, passando per Pienza e San Quirico, con un ciuco carico di legna per il camino di casa, una casa sempre viva, con lui e il fratello che giocavano a nascondersi irritando la madre, mentre la nonna sgranava il rosario seduta sulla sedia a dondolo in canna di bambù. Antonio aveva estirpato le sue radici montanare per avventurarsi lungo strade polverose fatte di fatica e privazioni. La giovinezza e le sue gambe che correvano leste per le strade del mondo lo avevano spinto ad abbandonare il borgo per un lavoro lontano che appagasse il desiderio d’una vita tranquilla.

Il nonno aveva avuto una vita avventurosa. Terracina e il golfo di Gaeta erano le fotografie del passato, i pini marittimi sul lungomare di Formia custodivano i ricordi dei primi baci d’amore. Giovanni ripensa spesso ai racconti del nonno, ascoltati da fanciullo prima di andare a dormire e custoditi dai ricordi paterni. Un grande amore lasciato sul lungomare e via verso il futuro. Un sogno chiamato America non poteva attendere, era il miraggio del povero emigrante in cerca d’una vita migliore.
“Francesco, perché devi lasciarmi? Non possiamo costruirlo insieme questo futuro?”, aveva detto Caterina al suo uomo in fuga, ormai deciso a salpare sul battello che lo avrebbe portato lontano.
Francesco aveva scosso la testa e intonato una canzone provando a chiedere perdono a quel cuore in pena. Leggi tutto…