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CASA DI CARNE di Francesca Bonafini

CASA DI CARNE di Francesca Bonafini (Avagliano editore)

intervista di Simona Lo Iacono

Abitare non è invadere con il proprio corpo un luogo. Non è occupare spazio. Abitare è qualcosa di più che installarsi con valigie e sacche, orpelli pesanti e vettovaglie. Forse perché abitare è la più intima e la più straziante delle lacerazioni, un attaccarsi a ciò che ci rappresenta e che ci completa: una casa.
Dunque, abitare è qualcosa che ha più a che fare con la ricerca, con la conquista, con l’approdo. La casa non è la partenza ma l’arrivo, e abitare diventa allora abitarsi, conoscersi, vivere in sé e negli altri.
Quando cambia il concetto di “trovare casa”, cambiano anche gli occhi, gli sguardi, le vicende umane.
Improvvisamente ciò che è grande perde importanza, e prendono vita le piccole cose, le piccole circostanze, i particolari, le piccolissime attenzioni.
Perché se abitare è un fatto dell’anima, anche condividere un’abitazione è più che convivere. E’ affratellarsi in un comune e pietoso atto di compartecipazione.
Bene lo dice Francesca Bonafini in “Casa di carne” (Avagliano editore), in cui la casa perde le connotazioni della costruzione e da edificio si fa simulacro, carne da offrire e donare, atto di transumanza commossa da un inizio spaesato a un arrivo consapevole.

-Mia carissima Francesca, in “Casa di carne” dici: “L’alloro, le corone, e la storia ufficiale luccicante di quelli che ce li hanno avuti in testa, non mi appassionano proprio per niente. Piuttosto mi piace fantasticare sulle storie minuscole, biografie di ignoti di cui non si ricorda nessuno. La storia, quella maiuscola, non è un posto abitabile“. Cosa vuol dire “abitare”? Leggi tutto…