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TEMPIO, QUESTO SCONOSCIUTO

TEMPIO, QUESTO SCONOSCIUTO

di Chiel Monzone

Tempio, questo sconosciuto. Il titolo in questione, certamente non originale (1), riassume bene il destino che ha contraddistinto l’autore catanese (1750-1821). In effetti, già in vita, ma soprattutto dopo il decesso per tutto l’Ottocento e per la prima metà del Novecento la vox populi e una tradizione sia critica sia a stampa, tutte ben assestate, non hanno fatto altro che sottolineare un solo aspetto della sua figura umana e poetica: la pornografia. Se è indubbio che l’elemento osceno, quando presente, si riconnetteva a un’inclinazione artistica individuale, è altrettanto vero che essa si legava a sollecitazioni plurime: i vizi di una società decadente, in cui era saggia ed ipocrita norma mostrare apparente virtù a fronte di un’amplissima libertà sessuale, e le spinte di stampo illuministico (2). Rientra in quest’ultimo contesto uno stile letterario che aveva nella sessualità mostrata uno scopo anche didascalico o di denuncia. La musa dai toni più lascivi va, inoltre, rapportata a una dimensione culturale condivisa. Come ha sostenuto Santo Calì, «nell’isola c’è tutto un filone di pornografia in versi e in prosa» (3). Da tale punto di vista, pertanto, il poeta si allineò ad altri scrittori nella cui produzione si colse anche la componente licenziosa, sia nell’ambito isolano (si vedano, ad esempio, Giuseppe M. Calvino e Giovanni Meli), sia italiano (si ricordino, ad esempio, Giorgio Baffo (4), Carlo Porta e Giambattista Casti). Per non dire dei contesti stranieri, a cominciare dal francese (5). Quanto testé ricordato si inscrive in un ’700 cosiddetto siècle des plaisirs, nel corso del quale la rappresentazione licenziosa fu un canone estetico abituale. Tempio, dunque, non fece nulla di diverso rispetto ad altri autori, né di più. Anzi, si evince chiaramente che la sua produzione osée è numericamente limitatissima all’interno del corpus. Soprattutto, il codice osceno ha il valore di j’accuse nei confronti di ipocrisie, eccessi e ingiustizie, ma, come detto, la “tradizione” ha contribuito a fare del catanese uno scrittore esclusivamente “sporcaccione”. Ben riassumono tale posizione le parole di Carmelo Previtera, il quale ha parlato di una sola corda sensibile, quella erotico-lasciva (6). Ciò è il riflesso della «distorta ipoteca che incapsula la sua personalità, la sua memoria, la sua opera letteraria, disperde ogni resto, assume valore emblematico» (7), per usare le parole efficaci di Nino Pino. Molto, invece, dev’essere ancora detto oltre a tale stantio cliché, che ha reso il poeta, nel bene e nel male, un “mito” municipale e isolano. Tanti, dunque, gli aspetti che sono stati sottaciuti od osservati in modo insufficiente, se non malevolo. Solo a partire dal secondo Novecento una critica quasi tutta “seria” (8), non più ossessionata dalla corda oscena, ha proceduto con una rilettura di Tempio. Il rimando, d’obbligo, è ai vari Vincenzo Di Maria, Domenico Cicciò, Carmelo Musumarra, Jean-Paul De Nola, Salvatore Camilleri, Antonio Di Grado, i citati Calì e Pino, ecc., per non citarne che alcuni. Successivamente, il poeta è parso ricadere nel dimenticatoio – in realtà, a livello popolare è rimasto sempre vivo e “fruibile” grazie al “mito” e a supporti (9) di altro tipo – e più recentemente è stato ripreso da studiosi quali Marzia Finocchiaro (10) e Giuseppe Mirabella (11). I nomi indicati, ma pure quelli sottaciuti per evidenti ragioni di brevità, vanno doverosamente ricordati, per l’appunto, perché hanno osservato il poeta in modo diverso e per differenti aspetti. Leggi tutto…