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SOTTO IL SUO PASSO NASCONO I FIORI di Francesca Bocca Aldaqre e Pietrangelo Buttafuoco (recensione)

Francesca Bocca Aldaqre e Pietrangelo Buttafuoco “Sotto il suo passo nascono i fiori” (La nave di Teseo)

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Il passo di Goethe e i fiori dell’Islam. Recensione e intervista a Francesca Bocca Aldaqre

di Daniela Sessa

Il titolo ha il ritmo di un canto. Il canto sono le parole in forma di versi pronunciate da Fatima ad Alì “Laggiù, nella valle, sotto il suo passo nascono i fiori, e il prato trae vita dal suo respiro”. Il passo germinante è di Maometto, le parole sono di Johann Wolfgang von Goethe. Sotto il suo passo nascono i fiori” è un libro scritto a quattro mani da Francesca Bocca-Aldaqre e da Pietrangelo Buttafuoco. E’ un libro sulle tracce della religione islamica nella vita e quindi nell’opera di Goethe, l’ultimo dei poeti universali dell’Occidente. Spiegato così, Sotto il suo passo nascono i fioriinganna il lettore, che si aspetta un saggio sul sacro in Goethe. Ma è un inganno. Mefistofele, lo stesso che tentò il più maestoso tra i personaggi di Goethe, ci mette di suo corsivi d’agguato e pare insinuarsi beffardo e rivaleggiante, tra le dita dello scrittore, mentre gioca a rimpiattino con la profonda sapienza della teologa. Il diavolo stavolta non procede invitto sul dettaglio, anzi cede prima alla Luce divina (sia essa l’Inviolato dai novantanove nomi o il Dio dalle tre persone: il dettaglio si svela in quel tre moltiplicato da Occidente a Oriente), poi alla sapienza poetica, sintetizzata meravigliosamente nelle quattro mani di Bocca-Aldaqre e Buttafuoco. Se una teologa come Francesca Bocca Aldaqre incontra uno scrittore come Pietrangelo Buttafuoco accade che si crei un’alchimia artistica eccezionale. Leggi tutto…

UNO DI NOI di Daniele Zito (recensione)

UNO DI NOI di Daniele Zito (Miraggi edizioni)

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La tragedia dell’indifferenza nell’indeterminato umano di Daniele Zito

di Daniela Sessa

Prima delle periferie urbane ci sono quelle della ragione, prima dell’occupazione abusiva c’è una casa del cuore non autorizzata a odiare, prima delle mense per i poveri ci sono le tavole imbandite di rancore, prima dei campi Rom ci sono le anime nomadi che si spostano tra un ghigno e un urlo, prima delle ruspe ci sono i barconi fatti rovesciare nel Mediterraneo con il loro carico di morte innocente, prima degli italiani c’è uno di noi, uno qualunque perduto nell’abisso della propria inadeguatezza e sconfitto dalla rabbia e dall’astio covati nel chiuso di vite banali. Uno, uno qualunque può bruciare la propria abiezione morale tra le fiamme di un campo di emarginati, può non avere consapevolezza delle conseguenze del proprio sardonico gesto, può uccidere una bambina, la più fragile di tutte, lei che somma su di sé tutta l’ingiustizia del mondo, lei così piccola e rom e disabile. Uno, uno qualunque può continuare a non comprendere davanti alla sofferenza e alla morte. Uno, uno qualunque può continuare a giustificarsi, a stordire il proprio cuore con parole d’inumana sensatezza. Leggi tutto…

MACCHINE COME ME di Ian McEwan (recensione)

MACCHINE COME ME di Ian McEwan (Einaudi – traduzione di Susanna Basso)

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L’Adamo di Ian McEwan è un replicante con l’anima di Dostoijevski

di Daniela Sessa

Dopo aver esitato per alcuni secondi, abbassai la faccia sulla sua e lo baciai sulle labbra morbide e anche troppo umane”. Arrivati a un certo punto della storia di Adam, Charlie e Miranda, i tre protagonisti di “Macchine come me” di Ian McEwan accade questo, un bacio. Accade pure che al lettore possa venire in mente un altro bacio: “Ma all’improvviso il prigioniero si avvicina al vecchio senza dir nulla e sempre in silenzio bacia le sue labbra esangui…”. Possa venire in mente o vi possa essere condotto pagina dopo pagina da un Ian McEwan chissà quanto consapevole di aver disattivato le già esangui labbra dell’Inquisitore di Dostoijevski, nelle cui scomode vesti ha fatto entrare il suo Golem. Charlie bacia Adam, l’androide – dalle fattezze di “un portuale del Bosforo” – che ha comprato con i soldi dell’eredità materna, e nel bacio si condensa tutto il racconto di McEwan. Il tradimento attraversa le pagine di McEwan come un’eco della promessa dostoijevskijana: chi ha mentito? chi ha tradito? chi ha sovvertito verità e menzogna? chi è capace di libertà? chi mente? chi dice la verità? E se l’altro da sé esistesse davvero fuori da noi, se non fosse una drammatica domanda interiore ma materia tangibile e programmabile, se fosse un primo uomo tecnologico il novello Adamo, cosa resterebbe della verità? Leggi tutto…

MAZZARRONA di Veronica Tomassini (recensione)

MAZZARRONA di Veronica Tomassini (Miraggi edizioni)

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La bohème guasta e innocente di “Mazzarrona”, il romanzo di Veronica Tomassini

di Daniela Sessa

Non c’è l’arte che fu lo sfondo alla malattia dei quattro giovani pucciniani. Qui c’è l’eroina. Non c’è nemmeno il fascino del quartiere latino di Parigi. Qui c’è una teoria di palazzoni di cemento del quartiere Mazzarrona di Siracusa. Ma di quel mondo sognatore e ribelle, senza acuti e con tanta disillusione, pare arrivare l’eco tra le pagine bellissime di “Mazzarrona”, l’ultimo romanzo di Veronica Tomassini. Sì, bellissime. Così sarà immediatamente chiaro il senso delle righe che seguono. Che vogliono essere non tanto una recensione quanto lo sguardo ammirato davanti a una scrittura vertiginosa e luminosa prestata a una storia di disagio, di paure, di lotte, di amore, di morte. Raccontato da Veronica Tomassini, quel quartiere – che a Siracusa rappresenta la periferia umana prima che urbana – imprigiona le esistenze fatali di un gruppo di ragazzi e le traduce in un’elegia d’amore e di amicizia. La voce dentro campo è quella di un’adolescente, io narrante di febbricitante dolcezza, consapevole della propria disarmonia di testa, di corpo, di vita, di ambiente, desiderosa di affetti sbagliati che possano inspiegabilmente risarcire il rifiuto di quelli corretti (ma corretti per chi? sbagliati per chi?). La voce fuori campo è quella delle lamiere contorte, delle carcasse di automobili, dei pneumatici abbandonati, delle facciate erose dei falansteri (tributo continuo al Buzzati di “Un amore”) a metà tra cemento e mare: è la voce di Mazzarrona. L’adolescente scontrosa e la periferia violenta inscenano il dramma ecolalico dell’imperfezione. Imperfetta è la liceale perbene, dalla sensibilità scontenta e dall’amore disperato per Massimo il tossico. Imperfetta nella sua sospensione tra espiazione e trasgressione. Lei che sa espiare (forse) ma che non sa trasgredire (forse). Imperfetta, nel senso più vero, è quella periferia, “una geografia di assenti”. Leggi tutto…

FUOCO AL CIELO di Viola Di Grado (recensione)

FUOCO AL CIELO di Viola Di Grado (La nave di Teseo)

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Il 22 marzo 2019, alle h. 19:30, Viola Di Grado presenterà il suo romanzo “Fuoco al cielo” (La nave di Teseo) presso la Libreria Prampolini, via Vittorio Emanuele n. 333, Catania. Dialoga con l’autrice Giuseppe Raniolo

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Fuoco al cielo”. Il dovere della memoria e l’infinita voce di Dio nel romanzo d’amore di Viola Di Grado

di Daniela Sessa

Tamara è pazza. Lo ha tenuto tra le braccia, lo ha fatto succhiare dal suo seno, lo ha avvolto in un panno rosso, gli ha asciugato il sudore. Tamara non è pazza. Lui esiste. Gliel’ha portato Dio. Dio per Tamara ha una voce, non è l’infinito silenzio sentito da tutti gli altri abitanti del suo villaggio maledetto. Dio s’infrange contro i due fari di un’auto e si spappola ai margini di una strada. Tamara era pazza, Tamara non era pazza. E’ il mese di marzo del 1996 a Musljumovo, il villaggio segreto conficcato tra gli Urali siberiani. In quella zona della Siberia Dio è una sillaba di radioattivo. Tamara lo sapeva. Tamara sapeva che Alëšen’ka è quella sillaba partorita in una notte maledetta e sporca, dal suo corpo contaminato dall’uranio e dall’amore sfatto e disperato di Vladimir. Alëšen’ka è un essere strano, è diverso, fa ribrezzo. Dio le aveva indicato il bosco e lei lo aveva trovato lì. E tutti dicevano che era impazzita per quel suo figlio mostruoso. Anche Vladimir, anche la nipote Klara. Poi ci sono il medico Lazar e la sua amante Iskra, la dottoressa Irina Ermolaeva, il poliziotto Ivan Bendlin e la ragazzotta Galina Semenkova. Tutti i personaggi di una tragedia che Viola Di Grado racconta con un linguaggio violento e delicato, materico e simbolico, capace di trasformare la storia in distopia d’amore. Leggi tutto…

LA DOMENICA VESTIVI DI ROSSO di Silvana Grasso (recensione)

LA DOMENICA VESTIVI DI ROSSO di Silvana Grasso (Marsilio)

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Il demone rosso della scrittura nell’ultimo romanzo di Silvana Grasso

di Daniela Sessa

Occorre leggerlo tutto d’un fiato il nuovo romanzo di Silvana Grasso “La domenica vestivi di rosso” (Marsilio), solo per il gusto di scoprire proprio nelle ultime frasi perché è così bello, così stringente, così complesso. Perché ogni pagina morde la carne del lettore? Risponde Nerina Garofalo: “un romanzo non deve insegnare nulla né dare modelli di bontà né indicare strade di vita a chi s’è perso cercandola la vita. Un romanzo deve invece molestare, molestare chi lo scrive, molestare chi lo legge, schiaffeggiarlo, bastonarlo, ridestarlo”.  Mentre pare talvolta frantumarsi la dimensione del romanzo, nella misura del frammento lirico o della ricostruzione memoriale, Silvana Grasso dà uno strattone all’intento pedagogico del genere e scrive un romanzo e insieme un romanzo sul romanzo. Leggi tutto…

THE GAME di Alessandro Baricco (recensione)

THE GAME di Alessandro Baricco (Einaudi Stile Libero Big)

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L’iperuomo di Baricco gioca ai videogame

di Daniela Sessa

Quando Pico della Mirandola davanti ai cardinali di Innocenzo VIII dimostrò -con scarso successo, è da ammettere- che l’uomo è un grande miracolo ossia un mediano libero (già questa cosa, del mediano, al destinatario di questa riflessione potrebbe piacere) tra il creato e Dio si capì che per l’uomo tirava un’aria nuova e migliore. Poi arrivò Leonardo e inscrivendo la prediletta creatura di Dio dentro la geometria, le fece capire di poter toccare con tutta se stessa l’infinito e il finito; anzi, come avverte lo stesso Leonardo da accorto “omo senza lettere”, grazie ai suoi nervi potersi muovere nell’immenso mare dell’essere. Di moto, nervoso, in moto, nervoso, l’uomo prova a litigare con il re dell’universo (leggasi Copernico, Cartesio e Pascal), in seguito lo mette decisamente da parte (vedi Voltaire) per poi accorgersi che, a contare solo su tutta quella chirurgica razionalità, si perdeva qualcosa di magico (divino, va bene lo stesso) e approda al sistema inquieto e magmatico dell’Ottocento. Perso in un mare di nebbia, l’uomo moderno un po’ alzava la testa verso il cielo nella convinzione di attraversarlo, fino a quando non avrebbe messo almeno un piede sulla Luna e vi avrebbe mandato sonde e astronauti; un po’ si contorceva per mettere quel piede dentro se stesso, impresa per fortuna ancora incompiuta. Nel frattempo sono arrivati i barbari (qualcuno aveva avvertito) e alcuni generosi – è un eufemismo –  imprenditori dello spazio, meglio etere, hanno cominciato a muovere invisibili algoritmi a uso e consumo di un’umanità moltiplicata. Benvenuti negli anni Duemila, vi presento l’iperuomo.  Anzi lo presenta Alessandro Baricco nel suo “The game”, prontuario della rivoluzione digitale e commentario di un nuovo Umanesimo.  Che posizione occupa l’uomo nell’universo della rete? Quanta responsabilità ha nella nuova mappa del mondo? Quale dimensione temporale ha elaborato?  Leggi tutto…