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Diego Agostini ci racconta LA FABBRICA DEI CATTIVI

Diego Agostini ci racconta il suo romanzo LA FABBRICA DEI CATTIVI (Giunti, 2013)

[Un estratto del libro è disponibile qui]

di Diego Agostini

“Dunque fai lo scrittore, adesso?” Mi chiede spesso la gente da quando è stato pubblicato La fabbrica dei cattivi. “No”, rispondo, “Faccio quello che ho sempre fatto: il narratore”. Mi piace raccontare storie, ma non storie qualsiasi. Storie vere. Ho scoperto, nella mia lunga attività di formatore, che raccontare fatti di vita è molto più utile dello spiegare per ore concetti e teorie. L’esperienza vera colpisce, insegna, fa cambiare. Perché è proprio in questo modo che si cresce, nella realtà dei tutti i giorni. Così ho pensato semplicemente di mettere su carta ciò che mi riesce meglio quando parlo alle persone: trasferire direttamente l’esperienza umana. Giunti era la casa editrice perfetta per questo progetto, partendo dalla sua solida tradizione nella saggistica di psicologia, con la quale io stesso mi sono formato, e arrivando alla sua nuova e vitale collana di narrativa italiana. Mettiamoci un po’ di fiducia e di coraggio da parte di chi la gestisce, ed ecco il volume in libreria. Di fatto avevo già pubblicato dei saggi, scientifici e divulgativi. Ma qualcosa, col tempo, è cambiato. Ultimamente mi trovavo troppo spesso a riempire i miei taccuini di riflessioni ed esperienze personali, ritardando la realizzazione dell’ultimo manuale di management. Appunti che si accumulavano, almeno fino a quando… si sono impadroniti prepotentemente del computer. E da quel momento, più nessuno è riuscito a fermarli. Leggi tutto…

LA FABBRICA DEI CATTIVI, di Diego Agostini (un estratto del libro)

Copertina La fabbrica dei cattiviIn esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo un estratto del romanzo LA FABBRICA DEI CATTIVI, di Diego Agostini (Giunti, 2013)

La scheda del libro
Stati Uniti: andata e ritorno. Dove si può imparare che in nome della giustizia un innocente diventa colpevole. Una sosta in un centro commerciale per comprare una maglietta pulita e asciutta dopo l’ennesimo acquazzone perché d’estate in Florida piove in continuazione. Intanto la figlia più piccola, Giulia, si è appena addormentata: è scatenata e iperattiva e i suoi sonni così profondi le servono per ricaricare le energie che brucia ed esaurisce da sveglia, così, come suggerisce il pediatra, è meglio lasciare che si svegli da sola. L’auto è parcheggiata proprio davanti alla vetrina del negozio, è questione di un attimo, non può succedere nulla. E invece di colpo tutto precipita perché, senza saperlo, Alex e Mara hanno contravvenuto a una legge dello Stato. Il detective Strate prende le cose talmente sul serio da alterare prove e testimonianze. Si scatena il finimondo. Un’assistente sociale porta via i loro due bambini. I genitori rischiano una pesante condanna per abbandono di minore e la conseguente perdita della potestà genitoriale. Cosa succede quando un “buono”, un padre e un marito affettuoso, un professionista responsabile e, soprattutto, un uomo innocente, sperimenta l’impotenza di fronte a un meccanismo repressivo incomprensibile? Il travolgente racconto di Alex si trasforma nella personale esperienza di come, in una perversione giuridica compiuta in nome della giustizia, la società abbia bisogno di una “fabbrica dei cattivi”.

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La fabbrica dei cattiviUn estratto del romanzo LA FABBRICA DEI CATTIVI, di Diego Agostini (Giunti, 2013)

Le sue domande sono incalzanti, aggressive. E me ne pone molte senza aspettarsi una risposta perché il loro scopo è un altro, non la raccolta d’informazioni. «Lo sai che temperatura c’era?», «Lo sai quanto ci vuole per morire sotto il sole?», «Lo sai cosa può succedere se lasci un bambino da solo in un centro commerciale?»
In psicologia della comunicazione vengono definite domande chiuse orientate perché prendono arbitrariamente una parte della realtà e richiedono semplicemente una conferma, senza alcuna elaborazione. In breve, la risposta è già compresa nella domanda. E una volta messe insieme le risposte parziali, quella che emerge è una lettura distorta, falsata e manipolata della situazione. Non sono domande che vengono utilizzate per cercare la verità, per fare chiarezza, per capire – servono solo per mettere l’altro con le spalle al muro. Non sai neanche se rispondere o meno, perché vieni messo in una situazione paradossale. Dare una risposta, che comunque è del tutto ovvia, significa avvalorare la tesi dell’accusatore. E se invece rispondi in modo diverso, dai all’altro l’occasione di correggerti. In un modo o nell’altro, tu hai perso e lui ha vinto in partenza. Già, perché la persona che fa le domande può imporre la sua visione dei fatti. In psicologia della relazione si chiama situazione a doppio legame, la più terribile che si possa creare fra due interlocutori. In sostanza è una trappola da cui non hai scampo: qualsiasi tua mossa è perdente, qualunque risposta è sbagliata. Perché il vero scopo non è la ricerca d’informazioni, ma piuttosto l’affermazione di un ruolo, la dimostrazione del potere indiscutibile di chi pone le domande. E qui le domande le può fare solo lui, perché lui è il detective. È il suo lavoro. Lui si prende il ruolo del gatto, e dunque a me non rimane che assumere quello del topo.
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