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Posts Tagged ‘domenico calcaterra’

LO SCRITTORE VERTICALE. Conversazione con Vincenzo Consolo – di Domenico Calcaterra (recensione)

Domenico Calcaterra con Vincenzo Consolo

Lo scrittore verticale. Conversazione con Vincenzo Consolo”, di Domenico Calcaterra – Medusa Edizioni, 2014

di Claudio Morandini

Che piacere è leggere il dialogo tra Consolo e Domenico Calcaterra, risalente al 2006, già uscito in appendice al saggio “Vincenzo Consolo: le parole, il tono, la cadenza” (Prova d’Autore, 2007) e oggi riproposto da Medusa Edizioni con il titolo “Lo scrittore verticale. Conversazione con Vincenzo Consolo” corredato da una nota introduttiva di Antonio Franchini. Notiamo subito una profonda sintonia di voci e di intenti: Consolo e Calcaterra usano lo stesso linguaggio, ragionano arrovellandosi allo stesso modo, si concedono financo gli stessi vezzi di stile. La loro idea stessa di dialogo è riconducibile a un atteggiamento che possiamo definire sicilitudine: che in letteratura si esprime attraverso un continuo impulso alla “perorazione” e alla “interrogazione”, ed è per sua natura ironica, intrisa di pessimismo, incline al ripiegamento interiore, a una larga, ancestrale sfiducia nella società. Questo perenne dubitare, questa “dolorosa saggezza” unita a una “disperata intelligenza” caratterizzano, nelle parole di Consolo, il timbro delle voci letterarie della Sicilia.
Il denso libretto manifesta davvero lo sforzo congiunto di “tessere memoria” (che è “racconto”, libertà, scelta individuale, in definitiva è “letteratura”): la conversazione tra i due è in effetti un assorto (quasi mai divagante) e appassionato viaggio spaziotemporale compiuto in coppia nei territori della letteratura, della memoria, nelle stratificazioni storiche e geografiche della lingua, anche nella tradizione letteraria italiana. Entrambi – maestro e allievo – condividono poi l’amarezza di fronte allo spazio sempre più esiguo lasciato alla letteratura e il disagio in un presente superficiale, carnevalesco, privo di figure intellettuali forti e critiche.
Quello di Calcaterra è insomma un vivace omaggio, rigoroso ma anche libero dall’impegno apologetico (in polemica con i fraintendimenti di certa critica) che anima il recente, corposo saggio su “Il secondo Calvino” (Mimesis, 2014): che è sempre dialogo ideale, certo, ma forzatamente a distanza, e con le opere più che con l’autore (non suoni come un limite, si tratta di una scelta in un certo senso necessaria). Leggi tutto…

IL RAGAZZO CHE GIOCAVA CON LE STELLE, di Graziano Versace (la recensione)

IL RAGAZZO CHE GIOCAVA CON LE STELLE, di Graziano Versace (San Paolo, 2013)

di Domenico Calcaterra

Ci sono libri che si offrono al lettore, aprendo porte su un ventaglio più che mai ampio di motivi e tematiche. Ecco, Il ragazzo che giocava con le stelle di Graziano Versace (San Paolo, 2013) credo che possieda, ambiziosamente, questa speciale qualità; il lasciarsi, appunto, attraversare, prestandosi a molteplici piani di lettura: libro sugli orrori della tragedia dell’olocausto e del nazismo; storia di un vitalismo estremo; libro che racconta il dramma della deformità e il disagio dell’handicap; parabola esemplare sull’innocenza salvata che tuttavia non può non passare per l’amaro paradosso della sua bruciante e drammatica perdita; ma soprattutto, si tratta di un libro d’amore toutcourt.
Protagonista è il quattordicenne Gerd, ragazzo geniale come nessun altro ma deforme, figlio del medico delle SS August Sievers che grazie al suo ruolo riesce ad evitargli l’eliminazione, tenendolo nascosto nel suo alloggio privato all’interno del campo di concentramento presso il quale presta servizio. Gerd possiede la capacità rara di leggere a fondo nella vita delle persone con le quali viene a contatto: è un empatico scrutatore d’uomini, un veggente dell’anima. Ed ha imparato da un mimo, sua personale via di fuga, a giocare con le stelle. Negazione perfetta dell’esemplare di razza ariana, è costretto a rendersi il più invisibile possibile per evitare spiacevoli conseguenze. L’inferno concentrazionario viene da lui osservato e raccontato da dietro la finestra, restituendone una descrizione che potremmo definire “sensoriale”: da quel rifugio ne riconosce le dinamiche interne, gli odori caratteristici, i segnali che ne scandiscono le giornate, i rituali di morte. Il lager è il luogo dove la normalità ha definitivamente perduto cittadinanza, abbattuta la sacrale dignità della vita umana; dove «s’inventa, ad ogni angolo, la morte». Quando il padre viene allontanato per misteriose circostanze dal campo ed è costretto a rimanere da solo, inizia per lui la personale partita a scacchi per mantenersi in vita. Leggi tutto…

NIENTE STOFFE LEGGERE, di Domenico Calcaterra

http://cache.smashwire.com/bookCovers/dddbfc1acf9e4eb7921dbb20510bbf028060914bPubblichiamo, in anteprima per Letteratitudine, uno stralcio tratto dal volume NIENTE STOFFE LEGGERE, di Domenico Calcaterra (Priamo edizioni). Il volume è un saggio che contiene anche alcuni “contributi” pubblicati su Letteratitudine (tra cui due articoli dedicati alla memoria di Consolo e di Perriera).

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da NIENTE STOFFE LEGGERE, di Domenico Calcaterra (Priamo edizioni)

La missione dell’arte non è di copiare la natura ma di esprimerla!

(Capolavoro sconosciuto, Balzac)

Fuga dalla critica

Il catalano Pere Borrell del Caso è certamente pittore poco conosciuto. Diverso destino ha invece incontrato un suo dipinto, Huyendo de la crítica (1874), tra gli esempi più famosi e suggestivi di pittura d’illusione; al punto d’esser stato scelto, qualche anno fa, come biglietto da visita per una bella esposizione che celebrava le meraviglie del trompe-l’œil, a Palazzo Strozzi in Firenze. Il tema è quello, assai sperimentato, dell’intrigante rapporto fra raffigurazione e spazio reale. Borrell ritrae infatti un ragazzo scamiciato e ribelle nell’atto di scavalcare la cornice del quadro entro il quale appare confinato: con uno sguardo tra lo sgomento e l’atterrito (horror vacui?), si slancia verso la vera realtà, lo spazio dell’osservatore. A rendere quest’icona, di per sé eloquente, ancor più singolare, contribuendone ad intensificarne il riverbero di senso, appunto l’ironico titolo – «fuga dalla critica» – che fa esplicito riferimento a un destino di plausibile evasione. Titolo, si badi, per nulla accessorio. E mi sovvengono quei versi dell’Ungaretti di Soldati: «si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie» – i quali, orfani del supplementare indizio del titolo che tutti conosciamo, ad ancorarli allo specifico d’una condizione storico-esistenziale, non avrebbero eguale forza. Lo stesso accade più o meno con quest’opera, dove il connubio tra immagine e didascalia cattura, si offre come stimolante punto di partenza a innescare una riflessione sul ruolo legittimo e ancora attuale della critica oggi, e della critica letteraria in particolare.
Nell’intenzione dell’autore pensata come icastica metafora dell’arte, stanca di sottostare al giogo degli squartamenti, l’opera si potrebbe modernamente intendere come esibita rivendicazione, per essa e il suo commento, di piena cittadinanza, anche nella vita.
In fuga, da chi e da cosa, dunque? Dagli asettici notomizzatori, i verificatori in camice, gli ordinati compilatori di referti; dal lazzaretto parassitario degli specialismi, dai gelidi pirotecnici furori filologici, dagli ottusi scienziati di professione. Epperò: verso dove? Di quale tensione è pregno quel perentorio accenno di potenziale e dinamico scatto, prima ancora che esso si compia?
Il desiderio fortissimo di un ricongiungimento, l’appassionato bisogno di ritornare alla vita; volontà di strappare l’arte, la letteratura, dal proprio orto concluso, in apparenza autoreferenziale, restituirla all’endogeno magma che l’ha generata. Non ho mai smesso di pensare l’attività del critico nei termini di un simile e decisivo tentativo di risalire la corrente: «rifare la strada» – ha scritto da qualche parte Debenedetti. Vissuta come atto di fede “protestante”, la critica rivendica le ragioni della letteratura che sono, in uno, quelle della vita. Di più: si fa levatrice, come scrisse Michele Perriera, in quel libro di ariosa e intima verità condivisa che è La spola infinita (1995), d’una speciale «reincarnazione delle forme», redivive nelle «nostre attese non di letterati ma di esseri umani».
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IL SOGNO DI «ACHAB»

achabIl sogno di «Achab»

di Domenico Calcaterra

«Costruire una nuova città invisibile» – questo l’ambizioso progetto editoriale che fa capo ad “Achab. Scritture solide in transito“, la nuova rivista fondata e diretta da Nando Vitali ed edita dalla napoletana Compagnia dei Trovatori Edizioni. E in effetti, a voler leggere tra le righe della Premessa che accompagna l’uscita del primo numero, non possono non cogliersi certe assonanze con l’autore delle Città invisibili, per il riferimento al vivere un dinamico «tempo d’attesa»; critico, in quanto la crisi, paradossalmente – scriveva il Calvino di Dialogo di due scrittori in crisi (1961) -, è la «sola situazione che dia frutto». E più ancora, per il porre l’accento sulla necessità di scritture non effimere, durature, che scampino alla liquidità contemporanea e al naufragio, e trovino nella «forza dello stile» il solo imperativo categorico, riecheggia (certo con le dovute differenze di contesto) il Calvino de La sfida al labirinto (1962): per esempio, nel programmatico voler andare oltre le colonne d’Ercole d’un immediato istinto di restituzione mimetica del reale; nella fascinazione del labirinto, qui declinato, stando alla premessa del direttore, come attrazione per il viaggio e per il nostos, un luogo ove fare ritorno; scritture, infine, che incarnino la molteplicità conoscitiva del mondo in cui viviamo, senza snobismi di sorta, coniugando riflessione critica, narrazione, visione e immagine (ancora, come non pensare a Calvino?).
Senza dubbio di sicuro spessore gli articoli dell’Area critica, accomunati come sono dal filo rosso d’una plausibile professione di novello umanesimo. Così è nel contributo fornito dalla critica filosofica, profondamente esistenzialista, di Andrea Caterini Leggi tutto…