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Posts Tagged ‘domenico trischitta’

SPAZIO AL SUD 2018 – Caffè Letterario in… Terrazza

Gli eventi di SPAZIO AL SUD 2018 – Caffè Letterario in… Terrazza si svolgeranno presso l’Hotel Isabella – Corso Umberto, 58, Taormina (Me), alle h. 18:30 nei giorni indicati di seguito

Risultati immagini per MariaTeresa Papale(Taormina). Grande successo di pubblico e di critica dedicato a “La Sicilia dalle Infinite Perle”, manifestazione in onore del bicentenario della nascita di Bahà’u’llah – fondatore della Fede Bahà’ì –  inaugurata il 12 maggio con la presentazione dell’omonimo libro del giornalista RAI Rino Cardone. La manifestazione si è poi dipanata sino al 26 lungo le suggestive sale del Palazzo dei Duchi di S. Stefano in un coinvolgente percorso storico-artistico grazie alle opere di K. Cardone, B. Ceccobelli, M. Ditaranto, ai ricordi di Ugo, Guido, Lily Giachery e alla personale di Salvatore Bonajuto, che “Arte&Cultura a Taormina”, presieduta da MariaTeresa Papale (nella foto) che ne firma la direzione artistica, rilancia. Proponendo anche quest’anno, per il cartellone estivo di SPAZIO al SUD, il “Caffè Letterario in… Terrazza”.

Una raffica di presentazioni delle ultime fatiche letterarie di valenti scrittori quasi tutti siciliani. Dei veri e propri eventi culturali di spessore che la giornalista Milena Privitera condurrà “open air” dalla splendida terrazza dell’Hotel Isabella, messa generosamente a disposizione da Isabella Bambara De Luca, con il panorama mozzafiato e la visione dei tetti della Città al tramonto a far da struggente scenario. Leggi tutto…

GLAM CITY: dal romanzo al teatro

GLAM CITY DI TRISCHITTA AL TEATRO DELLA TOSSE DI GENOVA (il 18 maggio) – incontro con l’autore

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Glam City racconta la rivoluzione mancata di Gerry Garozzo, artista diverso e trasgressivo che ha portato una ventata di novità e colore nella buia e carnale Catania degli anni Settanta.

Adesso, a due anni dall’uscita, il romanzo approda in teatro, sarà Silvio Laviano a dare corpo e anima al protagonista, evocando tra i molti fantasmi anche il suo alter ego, Marc Bolan, padre del glam rock inglese.

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Glam City (Avagliano editore) è un romanzo di formazione che usa il pretesto della diversità per raccontare la nostra città in quegli anni”, racconta Domenico Trischitta a Letteratitudine. “Sono 120 pagine, ma ne condensano 500,  una discesa in apnea fatta da un recordman della profondità, una grande e vertiginosa caduta.
Ci ho messo quasi tre anni per pensarlo e tre mesi per scriverlo, quando la storia ha trovato il momento giusto per essere raccontata. Il protagonista  tenta di presentare le atmosfere londinesi ai catanesi: l’ambiguità, la libertà, il travestitismo. Ma i conterranei non lo capiscono. Del resto, io per primo, quando ho avuto tra le mani il primo disco di David Bowie, sono rimasto disorientato: capelli lunghi, trucco, non capivo chi fosse l’artista che avevo davanti. Gerry Garozzo vuole che Catania diventi una città glam rock, si impegna, ma non ci riesce”. Leggi tutto…

BELLINI A PUTEAUX

IN SCENA AL PICCOLO TEATRO DELLA CITTA’ DI CATANIA “BELLINI A PUTEAUX” DI DOMENICO TRISCHITTA

I mesi finali del grande musicista

con Piermarco Venditti, Carlo Caprioli, Ornella Cerro

e la regia di Massimiliano Perrotta

Sabato 13 maggio alle ore 21.00 debutta al Piccolo Teatro della Città di Catania il dramma “Bellini a Puteaux” di Domenico Trischitta, con la regia di Massimiliano Perrotta. In scena Piermarco Venditti, Carlo Caprioli e Ornella Cerro. In autunno approderà a Roma Leggi tutto…

GLAM CITY: lo spettacolo teatrale (recensione)

GLAM CITY AL TEATRO ERWIN PISCATOR DI CATANIA (28-30 APRILE 2017)

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Recensione dello spettacolo teatrale andato in scena al Teatro Piscator di Catania dal 28 al 30 aprile 2017, tratto dal romanzo di Domenico Trischitta, “Glam City”, tratto dal romanzo omonimo (Avagliano editore).

Glam City racconta la rivoluzione mancata di Gerry Garozzo, artista diverso e trasgressivo che ha portato una ventata di novità e colore nella buia e carnale Catania degli anni Settanta.
A due anni dall’uscita, il romanzo è approdato in teatro. È stato Silvio Laviano a dare corpo e anima al protagonista, evocando tra i molti fantasmi anche il suo alter ego, Marc Bolan, padre del glam rock inglese.
Lo spettacolo è stato diretto dal Regista Nicola Alberto Orofino.

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recensione di Alessandro Russo (foto di Gianluigi Primaverile)

È minimalista ma carnale la scenografia di Glam City di Domenico Trischitta, in teatro con la regia di Nicola Alberto Orofino. Un pannello di legno accerchiato dall’acqua con sopra un uomo in precario equilibrio; infine un mantello sagomato, un lampadario di cristallo e due stivaletti rossi a tacchi alti. Nondimeno, codesta messa in scena cavalca un’onda ribelle inzuppata di travestimenti e trasgressioni. Se Gerry Garozzo è lo splendido protagonista del romanzo edito da Avagliano, Silvio Laviano ne è la superba incarnazione drammaturgica. Glam City non è solo la narrazione della vita intensa di Gerry, ma un testo di valore che ripercorre la storia d’una città piena zeppa di pregiudizi. Il tavolato legnaceo schiacciato dall’Etna e carezzato dal mare è la Glam Catania d’una quarantina d’anni fa. Colà vivono Gianni Bella, Cristiano Malgioglio e Franco Battiato: un luogo risvegliato da fermenti musicali che ostenta costumi appariscenti. Tra incantesimi e sdolcinatezze germoglia uno spettacolo incandescente che si carica di pathos. In questo quadro visionario fa capolino il sogno stravagante d’un adolescente che crede di star a Carnaby Street; frattanto tra moine e ammiccamenti Glam City cattura e commuove. È inquieto e provocatorio Gerry mentre sogna la swinging London, ondeggia con fare ruffiano e rompe la “carta costituzionale” della Sicilia. Prova ad abbatter le convenzioni e, segregato da preconcetti, rimane vivo ma soffre. A sè tiene strette le sue aspirazioni: vezzeggiandosi canta e danza. «Sugnu puppu, malirittta natura, sugnu puppu, malirittta Catania» ripete ad alta voce «Tagghiati i capiddi, arrusu do culu» gli strilla contro una folla inferocita in via Etnea. Leggi tutto…

GLAM CITY: lo spettacolo teatrale

Risultati immagini per Silvio Laviano glam cityIl 28, il 29 (ore 21) e il 30 aprile (ore 18) debutterà al Teatro Piscator di Catania la novità assoluta di Domenico Trischitta, “Glam City”, tratto dal romanzo omonimo (Avagliano editore).

Glam City racconta la rivoluzione mancata di Gerry Garozzo, artista diverso e trasgressivo che ha portato una ventata di novità e colore nella buia e carnale Catania degli anni Settanta.

Adesso, a due anni dall’uscita, il romanzo approda in teatro, sarà Silvio Laviano a dare corpo e anima al protagonista, evocando tra i molti fantasmi anche il suo alter ego, Marc Bolan, padre del glam rock inglese.

Lo spettacolo è diretto dal Regista Nicola Alberto Orofino. 

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Risultati immagini per Glam city piscator

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Risultati immagini per domenico trischitta letteratitudinenewsGlam City è un romanzo di formazione che usa il pretesto della diversità per raccontare la nostra città in quegli anni” dice Domenico Trischitta a LetteratitudineNews.
Sono 120 pagine, ma ne condensano 500,  una discesa in apnea fatta da un recordman della profondità, una grande e vertiginosa caduta. Ci ho messo quasi tre anni per pensarlo e tre mesi per scriverlo, quando la storia ha trovato il momento giusto per essere raccontata. Il protagonista  tenta di presentare le atmosfere londinesi ai catanesi: l’ambiguità, la libertà, il travestitismo. Ma i conterranei non lo capiscono. Del resto, io per primo, quando ho avuto tra le mani il primo disco di David Bowie, sono rimasto disorientato: capelli lunghi, trucco, non capivo chi fosse l’artista che avevo davanti. Gerry Garozzo vuole che Catania diventi una città glam rock, si impegna, ma non ci riesce.
Io la Catania degli anni Settanta, Ottanta e Novanta me la ricordo bene. Era una città che ha scoperto e sperimentato varie fasi musicali: prima Marcella e Gianni Bella, i Beans, poi Battiato, i Denovo, infine gli artisti di Checco Virlinzi. Non c’è un lieto fine, ma c’è un senso di speranza: Gerry torna in Sicilia, dopo l’esperienza milanese, e capisce che, nonostante tutto, è giusto combattere per inseguire le proprie aspirazioni“. Leggi tutto…

LE LUNGHE NOTTI di Domenico Trischitta (un estratto)

le-lunghe-notti-domenico-trischittaPubblichiamo un racconto della raccolta intitolata LE LUNGHE NOTTI di Domenico Trischitta (Avagliano Editore), preceduto da un ricordo di Giuseppe Pontiggia offertoci dallo stesso autore della raccolta

Martedì 29 Novembre, alle 18:00, presso la Sala Eventi della Feltrinelli di via Etnea, Domenico Trischitta presenta al pubblico catanese il suo nuovo libro Le lunghe notti (Avagliano Editore). Ad affiancare l’autore per l’occasione, Silvana Grasso, scrittrice, e Luigi Patitucci, designer, storico e critico del design. Con la partecipazione di Gisella Calì, attrice.

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Un ricordo di Pontiggia

di Domenico Trischitta

Ci eravamo conosciuti nel 1989 ad Aci Bonaccorsi grazie all’amico poeta Antonio Di Mauro e da allora non mi ha più “abbandonato”. E’ grazie a lui che ancora oggi scrivo con umiltà e pazienza (che definiva la virtù degli eroi), sempre prodigo di consigli e incoraggiamenti. Intorno alla fine del 1996, dopo anni d’inattività, perché non credevo più nella scrittura, preso dall’insonnia iniziai a scrivere una raccolta di racconti dal titolo “Le lunghe giornate”. In maniera frenetica narravo le giornate decisive dei personaggi tra i più disparati, di un prete, di una prostituta, di un camionista, e così via. In pochi giorni la raccolta fu finita. Mi illudevo. Un’altra notte ritornai a scrivere,  era venuto il momento di raccontare “Le lunghe notti”, di altri esseri disperati che raccontavano le loro notti. Li mandai a Pontiggia e dopo una settimana ricevetti una sua telefonata, li aveva letti e mi esortava di non pensare più a smettere, gli erano piaciuti. Si prodigò a segnalarli a varie case editrici, senza informarmi però, perché un giorno mi scrisse che l’attesa provoca frustrazione e impazienza. Leggi tutto…

PANTELLERIA, L’ULTIMA ISOLA di Giosuè Calaciura (intervista)

PANTELLERIA, L’ULTIMA ISOLA di Giosuè Calaciura (Laterza)

Un estratto del libro è disponibile qui

di Domenico Trischitta

Ho conosciuto Giosuè Calaciura leggendo un suo racconto pubblicato in un’antologia di scrittori meridionali curata da  Goffredo Fofi più di vent’anni fa. S’intitolava “Meglio comandare che fottere”, mi fu sufficiente per leggere i romanzi “Malacarne” e “Sgobbo”. Inizia così la mia scoperta di questo scrittore palermitano, dallo stile ammaliante e originale, caratterizzato da una forte componente poetica che rende la sua prosa incisiva e definitoria. Lo ritrovo adesso con una pubblicazione che dovrebbe essere una guida dell’isola di Pantelleria, e con sorpresa scopro che si tratta di un romanzo, sulla categoria di isola e isolani, sulla forza evocativa di un lembo di terra, tra i più precari del Mediterraneo, una sorta di isola ferdinandea che ha avuto la sfacciataggine di mostrarsi agli uomini, e di farsi gioco a loro piacimento. Ma dettando lei stessa le regole di adattamento, affascinando navigatori e conquistatori con la sua tempra di terra rude che non si piega agli esseri umani e neanche alle intemperie atmosferiche che l’hanno modellata con la forma di un grosso rettile di lava nera. Nelle pagine di Calaciura Pantelleria diventa categoria dell’anima, luogo di storie e storielle che hanno attratto pirati feroci come Dragut o scrittori come Garcia Marquez che ne ha fatto un’altra Macondo. In questo scenario scalpitano i fantasmi di asini panteschi, fioriture miracolose di capperi e l’odore del mosto di zibibbo più inebriante al mondo, e dalla pietra vomitata dal vulcano i celeberrimi dammusi che hanno incantato, come sirene, stilisti alla moda e attori. E’ la Pantelleria di Calaciura, la sua isola che non c’è, che può stravolgere il suo destino con un’improbabile nevicata: “Tre giorni è durato il miracolo della neve. Restavano chiazze dov’era più freddo, all’ombra, protette dai venti che avevano ripreso le rotte. A poco a poco la natura dell’isola ha ricomposto la sua latitudine e i colori della pietra e del vulcano sono tornati padroni. I ragazzi nei primi giorni di gennaio hanno cercato ancora la neve. E si sono commossi scoprendola a mucchi nella custodia di pietra dei jardini. Dal mare arrivava profumo di salsedine, di Africa, di una nuova primavera.”

Calaciura, ci parla della sua Pantelleria? Leggi tutto…

SABBIE MOBILI di Domenico Trischitta (dramma in due atti)

SABBIE MOBILI di Domenico Trischitta – Una nuova produzione del Teatro Stabile di Catania, alla sala Musco dal 15 al 21 aprile per la regia di Massimiliano Perrotta

Pietro Germi e Daniela Rocca sul set di Divorzio all'italiana

Nella seconda parte del post pubblichiamo la prefazione del volume SABBIE MOBILI di Domenico Trischitta (Algra editore)

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L’ORO DI SAN BERILLO

L’ORO DI SAN BERILLO (Algra editore) di Domenico Trischitta, con le foto di Giuseppe Leone e la prefazione di Pippo Baudo

Il quartiere di una città come metafora di una «tragedia esistenziale», di un doloroso processo di «ricerca della propria identità».
San Berillo ha avuto grande importanza nella mia gioventù catanese“, scrive Pippo Baudo nella prefazione di questo libro. “A metà degli anni ’50 tutta la città passeggiava riversandosi in via Etnea”, prosegue il Pippo nazionale, “e, per noi diciottenni, c’era una deviazione obbligatoria verso il quartiere San Berillo dove, in case compiacenti e autorizzate, si dava libero e poco costoso sfogo ai nostri bollenti spiriti. (…) Improvvisa si sparse una notizia: San Berillo sarebbe stato demolito e sarebbe sorto un grande quartiere per fare affacciare Catania alla distesa azzurra del suo mare.

Il libro in questione si intitola “L’oro di San Berillo“, è pubblicato da Algra e contiene un testo teatrale in due atti di Domenico Trischitta arricchito dalle foto di Giuseppe Leone (nonché dalla citata prefazione di Pippo Baudo).

Ho avuto modo di discuterne con i due “protagonisti”…

– Partiamo dall’inizio, caro Domenico Trischitta… ovvero dai tuoi legami con questo quartiere così particolare della città di Catania, che è appunto San Berillo. Cosa puoi dirci in tal senso?
Rappresenta la mia formazione, la mia provenienza. I miei genitori erano cresciuti lì, in via Celeste, la strada che finiva di fronte al cinema Mirone, oggi King. Come molti altri abitanti, subirono una sorta di deportazione forzata nel nuovo San Berillo, dove io sono cresciuto sulla strada assieme ad altri ragazzi, che poi è il plot del mio romanzo “Una raggiante Catania”. Direi che è fondamentale nella mia scrittura, sia letteraria che teatrale.

– Proviamo a conoscere un po’ meglio luogo e abitanti per chi non è di Catania e non conosce il luogo protagonista di questo libro. Se dovessi provare a tracciare una sorta di identikit di San Berillo, cosa diresti? Leggi tutto…

FRANCESCO E IL CINEMA: intervista a Liliana Cavani

Il terzo “Francesco” inseguito da Liliana Cavani, un sogno realizzato dopo venticinque anni. E Assisi le conferisce la cittadinanza onoraria   

di Domenico Trischitta 

Sarà Liliana Cavani la protagonista della prossima edizione di “Primo Piano sull’autore”, la rassegna cinematografica curata da Franco Mariotti, che si svolge dal 23 al 28 novembre ad Assisi.
Il programma di Primo Piano sull’Autore prevede la proiezione, al cinema Metastasio di Assisi, dei film dell’autrice e la tradizionale tre giorni  (il  26, 27 e 28 novembre) con la regista, che incontrerà gli studenti dell’Università per Stranieri di Perugia (26 novembre), e quelli delle scuole superiori del comprensorio di Assisi (27 novembre). Il pomeriggio di venerdì 27, con una cerimonia promossa dal sindaco facente funzione Antonio Lunghi, dall’assessore al Turismo Lucio Cannelli e dall’assessore alla Cultura Serena Morosi verrà conferita la Cittadinanza onoraria di Assisi alla regista.
Nel 1990 mi accingevo a completare la mia tesi di filosofia dal titolo “Francesco d’Assisi nel cinema” e fu così che conobbi Franco Mariotti il quale mi suggerì di incontrare la regista. Realizzai un’intervista che successivamente inclusi anche nel mio breve saggio “Francesco. Percorsi cinematografici” (Edizioni Boemi-Prampolini, Catania 1996). Nel 2014 la messa in onda in Rai del terzo “Francesco” mi spinge oggi a riproporla per capire meglio come si arriva alla genesi di quel progetto.

– Signora Cavani, esiste secondo lei, una continuità nella scelta per il ruolo di Francesco, di Lou Castel prima e di Mickey Rourke dopo?
Più che una continuità lo definirei uno scopo: evitare in ogni modo l’iconografia da santerellino anche un po’ intellettuale. Francesco si era preparato per diventare un cavaliere, sapeva maneggiare le armi, doveva avere un fisico ben allenato che oggi chiameremmo “sportivo”. Non veniva da intensi studi e dall’odore dei libri. Non ho amato il viso e il fisico di nessun Francesco nel cinema e poco anche quelli espressi da tanta iconografia che va per la maggiore. Il più bello è quello di Subiaco che almeno rappresenta Francesco in un’epoca nella quale ha ormai consumato il suo corpo nell’esperienza di Dio.

– Lei ha affermato che “Francesco” rappresenta l’epigono di un ciclo; quale sarà il suo nuovo corso? Leggi tutto…

DIDO – OPERETTA POP di Beatrice Monroy (intervista)

DIDO – OPERETTA POP di Beatrice Monroy (Avagliano). Intervista all’autrice

[questo libro sarà presentato alla Feltrinelli Libri e Musica di Catania, via Etnea 285 – giovedì 26 novembre 2015 – con l’autrice interverranno Giuseppe Condorelli e Domenico Trischitta]

di Domenico Trischitta

Beatrice Monroy è una delle intellettuali più vivaci del panorama siciliano. Discendente di un’antica famiglia blasonata della Palermo secentesca, è autrice di romanzi, testi per il teatro e drammi radiofonici per la Rai. Il suo precedente libro, “Oltre il vasto oceano” (Avagliano editore) è stato candidato al Premio Strega, storia che, attraverso le vicende degli avi, racconta il decadimento attuale della sua città. Ora ritorna in libreria con “Dido operetta pop”, sempre pubblicato per i tipi di Avagliano, “romanzo comico e fuori dagli schemi che lega l’attualità che attraversa il nostro mare Mediterraneo e i temi della contemporaneità”. Ma lo fa partendo da un mito femminile classico, quello di Didone.

-Cosa è cambiato nella tua scrittura da “Oltre il vasto oceano” a “Dido?
Credo che “Oltre il vasto Oceano” sia stata una grande palestra per trovare una voce mia, un modo di narrare che fosse mio e non imposto da uno stile alla moda. Credo che il grottesco mi appartenga e che io lo abbia trovato in “Oltre il vasto Oceano”.

-Ritieni che l’inattività sia il periodo più fecondo per uno scrittore?
Sì, come diceva Flaiano: “come spiego a mia moglie che se guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”

-Fa parte della tua cifra stilistica il realismo fantastico?
Credo di sì, credo di avere trovato la mia voce, almeno quella in cui in questo momento della vita mi ritrovo. Una voce un po’ bambina, fatta di frottole (oltre il vasto Oceano) e di memorie e di fatti realmente esistiti e trasfigurati

-La tua Dido spiazza tutti. Da “Oltre il vasto oceano” a questo tuo ultimo romanzo distopico, è un ambizioso progetto che mette alla prova la tua scrittura? Leggi tutto…

GLAM CITY di Domenico Trischitta

GLAM CITY di Domenico Trischitta (Avagliano editore, 2014)

Un estratto del libro è disponibile qui…

[GLAM CITY di Domenico Trischitta, sarà presentato mercoledì 17 dicembre, alle ore 18.30, presso la libreria Catania Libri – Viale Regina Margherita 2H, Catania]

di Alessandro Russo

«Sugnu pup­pu, malirittta Catania», si guarda allo specchio e riflette Gerry. «Malirittta Catania, ripete ad alta voce- sugnu pup­pu». Un cappello nero ricopre la sua chioma ondulata, addosso ha un cappotto sagomato, ai piedi appariscenti stivaletti con tacchi alti. È un adolescente stravagante e pare fuggito da Carnaby Street; quando passa da via Etnea la folla lo accoglie con voce strillante: «Tagghiati i capiddi, arrusu do culu». Infine le prepotenti deflagrazioni sonore di Pippo Pernacchia gli percuotono l’anima. Sullo sfondo d’una Catania anni ’70, Glam City di Domenico Trischitta (pg 132 Avagliano Ed., €14) è una storia imperniata su una rivolu­zione del costume. Tra incantesimi e borbottii, in mezzo a folletti che ondeggiano con fare ruffiano salta fuori una narrazione appassionante e intrisa di poesia. La vicenda è ambientata nella capitale sicula di levante, una città nera come la roccia e affumicata dagli spasmi del vulcano più alto d’Europa. Quivi si stagliano le inquietudini del protagonista, in bilico perenne tra moine, sofferenze e ammiccamenti. I fatti prendono piede da un’esplosione di rock psichedelico, nel momento esatto in cui Gerry incrocia a Londra un tipo dai lineamenti dolci e che ben conosce le dinamiche delle pose di moda. Con occhi guardinghi e movenze feline, anche il giovane catanese sogna la gloria e intanto volteggia su una ragnatela di ricatti e bugie. È un trasformista e ama vestire in modo provocatorio: la sua è una vita annacquata con rari luccichii. Per i concittadini però il ragazzo dai travestimenti scintillanti un sacrilegio commette e una belva scappata dalla gabbia rimane. In una struttura narrativa ben congegnata, ravvivano il testo le pennellate letterarie dell’autore, noto drammaturgo e romanziere catanese. Leggi tutto…

GLAM CITY di Domenico Trischitta (un estratto)

Pubblichiamo un estratto le prime pagine del romanzo GLAM CITY di Domenico Trischitta (Avagliano editore)

GLAM CITY di Domenico Trischitta sarà presentato venerdì 28 novembre 2014 presso la Feltrinelli Libri e Musica di Catania – via Etnea 285, Catania – alle ore 18,00.
Interverranno Nicola Savoca e Francesco François Turrisi. Sarà presente l’autore

La scheda del libro
Gerry Garozzo è una ragazzo diverso della Catania anni ’70 che sogna di entrare nel mondo dello spettacolo, di fare il trasformista. Ma Catania gli sta stretta. Per il suo ventunesimo compleanno vola a Londra e lì incrocerà l’astro nascente del Glam Rock, Marc Bolan. Nella torrida Catania, la sua glam city, assieme ad altri variopinti amici tenterà una rivoluzione di costume, fatta di travestitismo e trasgressione. Ma Catania non è Londra e lui non è Bolan, e il suo progetto discografico fallirà assieme alla sua disperata voglia di affermazione
personale. Gerry ora è costretto a fare i conti con il suo sogno miseramente infranto. Da Catania a Milano, andata e ritorno, da promessa della canzone a travestito dei viali milanesi. Arriviamo agli anni ’90, siamo di nuovo a Catania, che nel frattempo non è più la glam city dei ’70. Cosa è cambiato? Quale città adesso Gerry Garozzo si troverà di fronte? E cosa ne è stato della sua rivoluzione? Le aspirazioni di un ragazzo in un romanzo di formazione graffiante e commovente.

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Le prime pagine del romanzo GLAM CITY di Domenico Trischitta (Avagliano editore)

Capitolo primo

Gerry Garozzo

 

1.

Era il primo di giugno del 1967. Usciva in tutto il mondo l’album che avrebbe cambiato le mode e i gusti musicali di un’intera generazione. Si intitolava Sergeant Pepper e gli autori erano i quattro geni di Liverpool, qualche tempo dopo, i loro rivali, i Rolling Stones, avrebbero pubblicato Their satanic majestic requiest, che conteneva la canzone più psichedelica di tutti i tempi, In another land. Quel fatidico giorno il disco memorabile uscì anche a Catania, e lo si ascoltò, per una giornata intera, in un piccolo appartamento di via Di Sangiuliano. Perché quel giorno si festeggiava il ventesimo compleanno di Gerry Garozzo, un ragazzo triste e un po’ diverso, che non aveva peli sulla lingua e voleva essere un innovatore, ma la sua rivoluzione era troppo pericolosa, e troppo rivoluzionaria…
Minchia che musica! Queste cose solo in Inghilterra le sanno fare, qui in Italia non è la stessa cosa, non si respira la stessa aria, poi a Catania non ne parliamo… profondo sud, a Napoli è certamente meglio, almeno lì quelli come me li rispettano. Perché come sono ancora io non l’ho capito, mi sento libero ma macari fimmina, e qua quelli come me sono tutti chiusi dentro la via delle Finanze.
Gente semplice, la famiglia di Gerry: il padre faceva il carpentiere, la madre gestiva un piccolo negozio di bottoni in via Ventimiglia, a ridosso del ghetto dei puppi catanesi. C’erano tutti, da Agata ’a parrina a Lola Falana, da Alida Valli a Scimmia. E tutte erano clienti della signora Santina, ma Gerry, dovevano lasciarlo in pace. Perché Gerry non era come loro.
È il primo giugno del 1968, esattamente un anno dopo, quando metto piede nella swinging London, mi intrufolo in uno di quei mitici taxi e percorro tutte le strade più alternative della capitale inglese, da King’s Road a Carnaby Street, fino ad arrivare nei quartieri più hippy, Camden Town e Hampstead Heath, dove, dal magnifico parco in collina, si domina Londra. È lì che incontro un malinconico ragazzo, Nick, che mi fa ascoltare una bellissima canzone, Way to blue, mi dice che vorrebbe al più presto inciderla. Poi, la sera ci immergiamo nell’atmosfera rarefatta di Notting Hill, e osiamo varcare i limiti del quartiere di Brixton, centro del proletariato nero dove si fanno incontri interessanti.
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IL TRENO, di Domenico Trischitta

1999IL TRENO, di Domenico Trischitta

racconto tratto dalla raccolta “1999” (Il Garufi)la recensionela prefazione

La porta si chiuse. Scese le scale di corsa ed incrociò il vicino che gli augurò buon anno con la faccia da ebete. La macchina stentò a partire, poi si avviò percorrendo le strade illuminate a festa. Qualche botto anticipatore lo fece sussultare e gli ricordò confusamente il motivo della fuga. Che lei vada a farsi fottere!

Con il borsone pieno di mutande e calzini entro alla stazione, acquisto il biglietto solo andata, destinazione…non so…esito un attimo e poi dico Roma. Guardo l’albero di Natale che illumina ad intermittenza l’ufficio delle informazioni. 21.45, un quarto d’ora alla partenza, l’esplosione di un petardo fallito e mi intrufolo nel convoglio deserto.

Il porto in lontananza, con le sue navi e luci, sembrava immobile come il presepio di casa sua. Sotto, il mare, assopito come un lago. Di passeggeri neanche uno, solo il marciare annoiato del controllore, che gli vistò il biglietto indicandogli la sua cuccetta, anche lui gli fece gli auguri con un tono di disprezzo, per colui che osava ricordargli che era di turno mentre tutti si apprestavano a festeggiare l’arrivo del 2000.

Il treno si muove incerto, come se tentennasse nella partenza, pian piano raggiunge un’andatura normale ed io chiudo gli occhi. Chi l’avrebbe mai detto che sarei stato l’unico protagonista e spettatore di un viaggio surreale, che si sarebbe lasciato alle spalle un millennio, si azzera tutto come il contachilometri di un’auto che raggiunge i centomila.

Alla stazione di Acireale non salì nessuno, neanche in quella di Giarre. A Taormina il controllore scese un attimo e sputò più volte a terra prima di accendersi una sigaretta. Si vedevano fuochi d’artificio in prossimità del mare. Si preparava un veglione per i turisti tedeschi e francesi. L’uomo delle ferrovie risalì ed il treno proseguì la sua marcia.

Accendo una sigaretta, ho brividi di freddo, mi alzo il bavero del giubbotto e mi accorgo che non mi rado da alcuni giorni. Mi stendo un po’ ma non resisto più di due minuti, guardo l’orologio, le 23.00. Sarà a Messina che comincerò a stare male, quando l’apoteosi di scoppi e luci avrà il sopravvento. Non potrò nascondermi, né turarmi le orecchie, né chiudere gli occhi, sarà tutto inutile perché l’unica scena che mi si presenterà sarà quella della fine.
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1999, di Domenico Trischitta

19991999, di Domenico Trischitta
Il Garufi edizioni, 2013 – euro 12

Giovedì 10 ottobre, alle ore 18, nel Bistrot de la Feltrinelli Libri e Musica, di via Etnea 285 a Catania Domenico Trischitta presenta “1999” Il Garufi. Intervengono: Salvatore Paolo Garufi, Guja Ielo e Nicola Savoca.

Dalla Presentazione del volume
di Giuseppe Manfridi

1999. Non una profezia orwelliana, ma il dato di fatto di un travalico epocale tradotto in pulsione narrativa nell’incalzare di vicende tutte colte nella messa a fuoco di un loro dettaglio esemplare. E’ il finto minimalismo della grande scrittura.
Questa non è una raccolta di racconti, o se lo è, lo è come ‘Dubliners’ di Joyce: è un paesaggio in movimento, un paesaggio di grande densità demografica dove tutto, citando Pessoa, è simbolo e analogia. E chi racconta, al pari di chi è raccontato, è parte stessa di un paesaggio che mai può eludere se stesso. Ogni cambio di prospettiva corrisponde all’estinguere di un lembo panoramico che ne matura un altro in cui, svanendo, prosegue, e lo stacco da una pagina interrotta al titolo che intesta la successiva è un battito di ciglia; non uno iato tra qualcosa che si è concluso e qualcosa che inizia, ma solo l’annuncio che l’occhio si è spostato.
In questo mondo, un’intera specie umana dall’io intermittente dipana spasimi, sofferenze e sogni quasi senza soluzione di continuità in un bruciare di vite che si adunano e si accalcano al ritmo tachicardico di brani molati per comporre un tessuto convulso ma integro, omogeneo.
Il diarismo si alterna al referto, e spesso all’interno della stessa pagina. Come spesso, ammirando i mille percorsi suggeriti dalla visione di un bosco, ci sentiamo parte stessa di quel bosco precipitati nel ricordo di quando lo traversammo, e poi improvvisamente di nuovo estranei ad esso, capaci solo di descriverlo dal di fuori, anche se un tempo, nel folto di quella selva, ci fu dato di vivere atti di crescita o di perdizione.
1999, ovvero il punto di vista da cui il paesaggio muove lo sguardo su se stesso. E’ la fine di un’epoca, è l’avvento di un’altra; è l’argine che cede, è la vigilia dell’ignoto. E’ il conto alla rovescia che ci spinge verso un continente temporale dalle dimensioni immani, che sono quelle di un millennio.
1999 significa un luogo/tempo in cui tutto è destinato cambiare, come le lire in euro: l’effimero e il sostanziale, e se dapprincipio il cambiamento non avverrà intorno, avverrà dentro. Forse, tutto è già cambiato. Forse, molto di ciò che fu nostro è già andato perso, e nuove cose già ci aspettano al varco. Forse, il nulla.
La specie umana creata da Trischitta è di questo che vive, di una danza sull’orlo del baratro nell’ebbrezza di progetti avidi poiché terminali; e di un eros pulsante, persistente, che l’ironia riscatta dall’inverecondia assoluta, da oscenità celiniane (e Cèline, con Carver, è uno dei grandi autori/nume del libro), ma senza nulla togliere alla sua travolgente carica vitale.

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Dicembre 1999. Sembra un Natale come tutti gli altri, ma non è così. Leggi tutto…

I MENENI

I Menenidi Domenico Trischitta

I menenini non sono meneghini ma meneni, abitanti di Mineo, tanto cari alle pagine di Capuana e Bonaviri, ma anche a quelle del drammaturgo Massimiliano Perrotta, meneno anche lui. Gente di Sicilia tra le più evocate in letteratura. Era inevitabile che lo scrittore, che è anche regista, mettesse a punto un’operazione teatrale pregevole, tanto da incuriosire e colpire un uomo di teatro del calibro di Walter Manfrè, regista visionario e di culto de “La confessione”, pietra miliare della drammaturgia contemporanea. Lo spettacolo, prodotto dal Consorzio “Calatino terra d’accoglienza”, è stato preceduto da un workshop di sei giorni che ha preparato gli attori, alcuni residenti e ragazzi ospiti del CARA. Il risultato è stato un affascinante allestimento per i vicoli di Mineo, appunto “ I Meneni”, interpretato da cinque attori professionisti, Orazio Alba, Matilde Masaracchio, Roberto Pensa, Sergio Spada e Luana Toscano, con la partecipazione di alcuni meneni autentici e ragazzi stranieri del centro di accoglienza “CARA”. La messa in scena di Manfrè, eterea, evita le sbavature e imbastisce un mosaico di scenette che colgono la forza evocativa di Mineo, provincia atavica che si espande come un’esplosione cosmica. Un itinerario labirintico che coglie l’essenza primordiale della memoria: il mondo che non esiste più e quello che viviamo adesso. L’accostamento dei quadri di rappresentazione, con l’essenziale scenografia di Sara Nussberger, sembra disordinato e casuale, ma è solo l’illusione che si ricompone in una categoria di unità di luogo e di spazio che coglie l’universale evocativo. I meneni spettatori interagiscono e partecipano agli umori dei meneni che stanno sulla scena, anzi in bilico tra ricordo e finzione. E nell’ultima stazione lo stesso autore si rivolge a loro, quasi un commiato dal sogno: “Cari meneni, ecco la mia evocazione di quel mondo dalle radici antiche, oggi in profonda trasformazione, che con piacere per tanti anni ho condiviso con voi. Quel mondo che merita di essere salvato – e non solo in pagine di teatro. Grazie per la qualità umana della vostra conversazione e per aver accolto la missione dialettica che avvertivo il bisogno di esercitare”.
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IL MAGISTERO DI PONTIGGIA, di Domenico Trischitta

La settimana di Letteratitudine dedicata a GIUSEPPE PONTIGGIA in occasione del decennale della morte dello scrittore

IL MAGISTERO DI PONTIGGIA

di Domenico Trischitta

Ci manca Giuseppe Pontiggia. A dieci anni dalla morte, Peppo, “il gran Lombardo”, scacchiere e boxeur mancato, ha lasciato un vuoto incolmabile nella cultura italiana. Scrittore sopraffino, oltre che critico e bibliofilo di razza, ha praticato con osservanza “religiosa” l’autenticità della scrittura, a dispetto di pennaioli alla moda che scrivono solo per adularsi a vicenda, o per stroncare il nemico di turno. Ci manca la sua lealtà, la sua grandezza fisica e morale, e soprattutto la sua riflessione acuta.
Non ha mai smesso di scommettersi sulla narrativa, non dimenticando mai di essere stato, in passato, un pugile dilettante o un amante delle geometrie di scacchiere. E questo è stato sempre presente nel suo stile, lapidario e conciso come nel suo capolavoro “Vite di uomini non illustri”, matematico e perfetto quando imbastiva trame argute di psicologia umana (“Il giocatore invisibile” e “La Grande sera”, Premio Strega 1989). Ed è stato anche sincero e commovente quando ha aperto e chiuso la sua carriera di scrittore: “Morte in Banca” e “Nati due volte”, il suo ultimo capolavoro.
In quel libro, da cui ha tratto ispirazione Gianni Amelio per “Le Chiavi di casa” , ha operato uno sforzo stilistico riuscito, qualcosa che solo i grandi scrittori come lui sanno fare: ha raccontato sé stesso senza finzioni, il dramma e la debolezza di un uomo dinanzi alle difficoltà della vita. E quando parlava di quel romanzo si appassionava, la sua voce stanca diventava calda e suadente. Ed io lo ascoltavo commosso: “…ogni volta che finivo di scrivere un capitolo lo facevo leggere a mio figlio, e dalla sua reazione capivo se dovevo apportare modifiche o se andava bene…sono stato contattato da molte associazioni di volontariato, che mi ringraziavano per “Nati due volte”, ho spiegato a loro perché si nasce due volte…la prima è una nascita fisica, la seconda spirituale, perché si comincia a vedere il mondo con gli occhi di quel figlio amato…”. Leggi tutto…

GIUSEPPE PONTIGGIA, nella videointervista di Domenico Trischitta

Alla ricerca della “Grande Bellezza”

Alla ricerca della “Grande Bellezza”

di Domenico Trischitta

Nel grande bordello che viviamo la poesia si riconosce nelle piccole cose. Il nobile pretesto è stato quello di assistere ad una rappresentazione di “Antigone” di Sofocle al teatro Greco di Siracusa. Così un pomeriggio passato in compagnia dei soci del Touring Club di Catania è diventata un’occasione piacevole per parlare di bellezza, anzi della grande bellezza. E’ chiaro il riferimento a un bellissimo film che ho visto recentemente, appunto “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. Il tema attualissimo, ci induce ad una riflessione amara: l’uomo contemporaneo non riconosce più le emozioni, non vede più le meraviglie architettoniche che lo sovrastano (in questo caso una Roma imperiale e barocca con una fotografia da brividi), il protagonista si aggira per la città eterna, immergendosi nella società cafona e insensibile del terzo millennio. Film ambizioso come “Tree of life” di Malick ma più riuscito. Servillo è il nuovo Volontè. Gli accostamenti a Fellini sono scorciatoie banali, e semmai più che “Roma” il film di riferimento è “La dolce vita”. Abbiamo perso la grande bellezza e la desideriamo come una cosa rara ma abbiamo trovato uno dei più grandi registi al mondo, Paolo Sorrentino. Per questo motivo ho scelto di dialogare con gli amici occasionali di bellezza, il nostro breve viaggio verso Siracusa si è trasformato in un viaggio dell’anima, alimentando una discussione appassionata sulle sensazioni che possono suscitare un paesaggio sublime, una natura incontaminata, una musica immortale. Leggi tutto…

ARCHIVI DEL SUD, di Antonio Mistretta

Archivi del Sud. Una saga sicilianaARCHIVI DEL SUD, di Antonio Mistretta
Bonanno editore, 2013 – pagg. 160 – euro 14

di Domenico Trischitta

Un saggio molto bello di Pier Vittorio Tondelli descrive l’inattività dello scrittore, il periodo più fecondo e creativo secondo il narratore di Correggio, prematuramente scomparso. Sedici anni di silenzio possono rappresentare un periodo lungo per il lettore, ma non per l’autore che ha passato gran parte di questo tempo in biblioteche e archivi per ricostruire la storia della famiglia paterna che affonda le radici nella blasonata famiglia toscana dei Malaspina. E’ il caso di Antonio Mistretta, catanese, docente universitario di Igiene presso l’Università di Catania, che negli anni novanta aveva pubblicato un bel romanzo “Pelle di corallo”, edito da Marsilio, e che adesso ci riprova con un saggio sui generis che ripercorre le vicende di alcuni avi paterni, memorie scaturite dai racconti del padre,dello zio e della nonna. “Archivi del sud” (Bonanno editore) è il titolo del libro che riporta alla luce personaggi sorprendenti che vissero nel centro della Sicilia, la Mussomeli di fine ‘800.

– Cosa ti ha spinto a raccontare queste storie?
Come ho scritto nella quarta di copertina, non volevo che i “fantasmi del dopocena” che venivano evocati in casa quando ero bambino svanissero per sempre nel nulla… Volevo “fissare su carta” il ricordo di persone che ormai da tempo avevano abbandonato questa terra, ma anche raccontare le atmosfere, i sapori, gli odori di un tempo che – secondo me – non dev’essere considerato “perduto”, ma soltanto “passato”
Il senso intimo degli “Archivi del Sud” è proprio quello di salvare dall’oblio vite e racconti, nel convincimento profondo che nessuno, finchè c’è qualcuno che parla di lui, muore davvero.
Ho voluto, in pratica, seguire ambiziosamente il cammino che avevano percorso prima di me due immense scrittrici che amo, Marguerite Yourcenar – che aveva scritto “Archivi del Nord” (e qui c’è un chiaro riferimento al titolo che ho scelto…) e “Care memorie”, in cui aveva messo in paragone la storia con la Esse Maiuscola con quella familiare del suo nobile Clan – e Oriana Fallaci – che nel suo libro postumo “Un cappello pieno di ciliegie” aveva raccontato magistralmente le storie dei suoi “arcavoli”. Sono perfettamente consapevole che non è lecito paragonare le cose grandi a quelle piccole, ma il mio intendimento era di riuscire, almeno in minima parte, a fare qualcosa di simile.

– Quali, di questi personaggi, ti hanno colpito in maniera particolare? Leggi tutto…

Tre opere siciliane in ebook (“Daniela Rocca” di Domenico Trischitta)

Tre opere siciliane in ebook

“Nero barocco nero” di Maria Attanasio

“Daniela Rocca” di Domenico Trischitta

“Cornelia Battistini o del fighettismo” di Massimiliano Perrotta
Parte dalla pubblicazione di tre autori siciliani la casa editrice Sikeliana, che si era prefissa fin dalla sua nascita il compito di diffondere la cultura sicula in tutto il mondo, e lo fa avvalendosi di quella che oggi rappresenta la più alta tecnologia in campo di libri, ossia gli e-book (Sikeliana è stata tra l’altro la prima casa editrice siciliana a produrre libri digitali).
Le opere, di tre significativi scrittori siciliani appartenenti a diverse generazioni,inaugurano dunque la nuova collana di e-book “Ritorni” che rende nuovamente disponibili in versione digitale opere fuori commercio o di difficile reperibilità.
“Nero barocco nero”, pubblicato nel 1985 da Sciascia, è uno dei più intensi libri poetici di Maria Attanasio. Una raccolta nella quale si addensano il «barocco nero» siciliano, la luminosità mediterranea e un rovello dialettico di ascendenza mitteleuropea.
“Daniela Rocca. Il miraggio in celluloide” di Domenico Trischitta racconta la storia della bellissima attrice catanese caduta lungo la strada verso il successo cinematografico. Edito da Boemi nel 1999, il lavoro ha una postfazione di Manlio Sgalambro.
“Cornelia Battistini o del fighettismo” di Massimiliano Perrotta raccoglie il monologo drammatico di una giovane donna che ha perduto l’amore e un pamphlet sul fighettismo, per l’autore lo spirito della nostra epoca. Pubblicato nel 2006 da La Cantinella, nel 2012 è stato tradotto in Francia da LC Éditions.
Poesia, narrativa e teatro, tre generi differenti per tre autori diversi nello stile ma accomunati da un’unica musa ispiratrice: la Sicilia, vissuta come terra natia, di approdo e di partenza, come terra ricca di humus culturale che non può essere sepolto, ma a cui va data linfa nuova e slancio in tutte le sue forme.
Gli e-book sono disponibili sui principali portali di distribuzione di libri digitali.

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La “Daniela Rocca” di Domenico Trischitta

di Massimo Maugeri

Nell’occasione del lancio di questa nuova iniziativa editoriale, ne approfittiamo per incontrare Domenico Trischitta (nella foto): autore di “Daniela Rocca. Il miraggio in celluloide”. Su Daniela Rocca abbiamo pubblicato questa pagina…

– Domenico, cosa ti ha spinto a occuparti di Daniela Rocca.?
Ho cominciato ad incuriosirmi quando conobbi suo fratello. Aveva una venerazione per questa sorella diventata famosa e poi, sfortunatamente, caduta nel baratro della follia. Un episodio, in particolare, mi fece scattare la molla per raccontarla. Un giorno Daniela si presentò a Catania alla guida di un ‘elegante auto sportiva. Indossava un abito bianco, appena il tempo di sostare nella via dove c’era la casa dei suoi genitori, salutare con un gesto della mano i parenti che erano affacciati al balcone, e subito dopo ripartire. La sua è una metafora esistenziale che non è soltanto tipica nel mondo spettacolo, ma soprattutto una storia tragica di ascesa e caduta, come sostiene Manlio Sgalambro nella sua postfazione.
Io, personalmente, ho sentito l’esigenza di raccontarla anche in teatro, e così nasce “Sabbie Mobili”, testo rappresentato nel 1999 al teatro Quirino di Roma e mandato in onda da Rai International, con la regia di Ennio Coltorti e una commovente Guia Jelo nel ruolo di Daniela.

– Il sottotitolo del libro è “Il miraggio in celluloide”. A cosa allude?
Il cinema era fatto in celluloide, una sorta di caleidoscopio immaginifico dove era possibile provare l’ebbrezza di interpretare vari ruoli: dalla Regina delle amazzoni alla cerebrale ragazza de “La noia” di Damiano Damiani tratto dal racconto di Moravia. E poi la consacrazione di “Divorzio all’italiana” di Germi, commedia capolavoro che la consacra, ma che segna, a partire della relazione con il regista ligure, una svolta negativa che la condurrà alla perdizione. E’ da quel momento che la sua voglia di fare cinema diventa miraggio.

– Il tuo saggio esce in versione e-book. Qual è il tuo rapporto con il libro elettronico? Leggi tutto…

A PROPOSITO DI DANIELA ROCCA…

Chi è DANIELA ROCCA?

di Domenico Trischitta

Bellezza prorompente e mediterranea fu notata dall’attore Saro Urzì durante un concorso di bellezza a Catania. Eravamo a metà degli anni cinquanta e la città avvertiva ancora i segni della guerra, un pullulare di provinciali si riversava nei quartieri popolari in prossimità della stazione centrale, primo su tutti il levantino e proibito quartiere di San Berillo, specchio fedele del catanese intraprendente e fantasioso.
Nello stesso periodo la via Etnea esplodeva di richiami forti e culturali, di cui scrittori come Brancati, Patti e Addamo si nutriranno. Daniela Rocca era il prototipo di ragazza che passeggia su e giù per la strada lastricata di lava, alimentando la fantasia dei “galli” nostrani, che andavano poi ad affollare la sala del Sangiorgi, con gli occhi lucidi e pieni di desiderio.
Daniela attraversava invece ‘U Passiaturi, la via VI Aprile, strada che costeggia il mare e ne impedisce la vista, giunge soltanto il profumo di alga marina, ‘U mauru. Era in compagnia di una coetanea, e assieme a lei sognava un futuro cinematografico che si sarebbe realizzato presto, dopo aver vinto un concorso di bellezza al lido Spampinato, Miss Catania. Tutto come in un sogno. L’arrivo a Roma, che di lì a poco sarebbe diventata città della Dolce vita, e un contratto allettante con la Galatea film, che la porteranno a varcare i cancelli di Cinecittà per girare film storici e mitologici in costume, e dove lei può definitivamente dimostrare quanto sia bella e siciliana. Ma la strada per il successo era impervia e pericolosa. C’erano registi italiani che cercavano con tutte le forze di reinventarsi, avevano capito che era il momento di provare qualcosa di nuovo, dopo l’eredità pesante del Neorealismo che aveva reso il nostro cinema famoso in tutto il mondo. Ce n’era uno che veniva da Genova (lo chiamavano il Colonnello degli Alpini) ed era piuttosto insoddisfatto, non avendo ancora dimostrato tutto il suo valore, a parte qualche film come “Il cammino della speranza” o “Il ferroviere”. Lui era Pietro Germi, sarebbe diventato famoso in America per un film in particolare, “Divorzio all’italiana”, con la bella siciliana Daniela Rocca protagonista, ma che in realtà avrebbe consacrato Marcello Mastroianni e lanciato l’esordiente Stefania Sandrelli.
Ma come si erano conosciuti i due, il nordico e la meridionale?
Daniela l’ha rievocato: …”ho conosciuto Germi in una trattoria, da Gino in via Rasella…quando ho visto che stava seduto al tavolo di fronte ho deciso che avrei dovuto conoscerlo…”.
Chissà cosa si erano veramente detti i due quella sera, di certo cominciarono a frequentarsi, forse ad amarsi. Da lì l’idea di sceglierla come protagonista per farle interpretare Rosalia, moglie del barone Cefalù, il quale farà di tutto per liberarsene, fino ad inventarsi un delitto d’onore. In definitiva e metaforicamente Daniela farà la stessa fine.
Via Veneto cominciò improvvisamente ad animarsi. Molte produzioni americane decisero di girare a Roma, e apparvero star del calibro di Gregory Peck, Burt Lancaster, Ava Gardner, Audrey Hepburn. I Paparazzi scesero come avvoltoi ad immortalare questo o quello, perfino un Walter Chiari sbronzo a braccetto della Gardner che tentava di aggredirne uno. Era una magnifica pantomima, un “sottoset” dove tutto era possibile e fotografabile. Fu così che Tazio Secchiaroli immortalò Blake Edwards e Daniela Rocca, ripresi con sguardi profondi e sognanti.
Daniela era felice. Era stata scelta per interpretare un ruolo da protagonista in un film diretto da un regista importante, il suo uomo. Di quell’esperienza ricordiamo alcuni episodi che funestarono l’ambiente del set: il tentato suicidio della Rocca e l’ictus che colpì Germi e lo costrinse ad interrompere le riprese per sei mesi. Amore e morte si mescolano. Leggi tutto…