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VARCO DI RESPIRO, di Elio Grasso

Elio Grasso – “Varco di respiro” – Campanotto 2013

di Claudio Morandini

 

“Un dolce imbarazzo l’impegno

del sogno dileguato in schegge”

 

Come si legge un libro di poesie? Si procede pagina dopo pagina, per coglierne l’insieme, la struttura, d’accordo, ma si torna subito indietro, a ritrovare parole, a tessere corrispondenze, e a cercare di dare qualche risposta alle numerose domande; soprattutto si apre e si legge (“tolle, lege, tolle, lege”, come in Agostino), in modo da riallacciare con impazienza un dialogo rimasto per un attimo in sospeso. Io, almeno, faccio così, e così ho fatto anche con le liriche di “Varco di respiro” (Campanotto, 2013) la più recente raccolta di Elio Grasso e l’ultima, per ora, di una corposa serie di opere poetiche.

Come in “E giorno si ostina” (puntoacapo, 2012), anche in “Varco di respiro” Grasso impone un’architettura generale, costruendo sezioni, a loro volta articolate in sottosezioni, che si suddividono in liriche numerate dalla struttura geometrica (di ugual numero di terzine, quartine, ottave – con qualche rilevante deviazione qua e là). È in questa architettura solida, anzi per lunghi tratti inflessibile, che Elio Grasso infila il suo vivido rimuginare poetico, tutto fatto di accelerazioni e decelerazioni, di spinte avanti e trattenimenti, di riprese (gli incipit delle liriche di ogni sottosezione sono identici, come a riavviare un discorso interrotto), secondo un sistema di scrittura “lineare di tipo modulare”, definizione che dall’amato Adriano Spatola attraverso Carlo Alberto Sitta arriva a Anna Ruchat, autrice della prefazione a questo volume.
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