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Posts Tagged ‘Emilia Bersabea Cirillo’

POTREBBE TRATTARSI DI ALI di Emilia Bersabea Cirillo (recensione)

POTREBBE TRATTARSI DI ALI di Emilia Bersabea Cirillo (L’Iguana editrice)

di Francesca G. Marone

Corpi di donne. Donne nei corpi, racchiuse in bozzoli che non si schiudono. Aspettano di spiccare il volo, attendono che la trasformazione appena accennata si compia per diventare finalmente altro da sé. Nelle sette storie di Emilia B. Cirillo si tocca con mano il disagio di ogni protagonista, si sente la pelle di ogni donna sotto le dita, una pelle ruvida increspata come se fosse grattata dal vento di una vita che tutto scompiglia. Sette racconti legati fra loro dal filo sottile dei corpi che parlano, ci dicono qualcosa di disturbante ma di necessario per lasciarci andare alla vita. Il corpo femminile è tema centrale  a partire dall’immagine raffigurata sulla copertina del libro: la Venere di Milo riveduta e corretta con alcune aggiunte. Protesi, pezzi, ali. Particolari che rimandano ad un assemblaggio di elementi atti a costruire nuove figure. Ma prima di costruire forse è necessario decostruire, buttare giù con una deflagrazione interna tutto ciò che non ci appartiene veramente ma che i ruoli ci hanno cucito addosso. Ne sappiamo bene noi donne di quella seconda pelle che la vita ci confeziona, vestiti che spesso non abbiamo scelto da noi, che non ci piacciono affatto, che ci soffocano la voce, che ci intralciano il passo. Conosciamo bene la vivisezione a cui è sottoposto il nostro corpo, celebrato sull’altare della bellezza, sacrificato per il piacere altrui, mortificato da imposizioni dettate da noi stesse, giudicato e soppesato come carne al macello nel mercato degli sguardi. Leggi tutto…

NON SMETTO DI AVERE FREDDO di Emilia Bersabea Cirillo (un estratto)

http://www.liguana.it/image1200/_168Pubblichiamo un estratto del romanzo NON SMETTO DI AVERE FREDDO di Emilia Bersabea Cirillo (L’Iguana, 2016), vincitore della XI edizione del Premio Minerva per la letteratura

STELLA FULGENTE

È lei. Dorinà, con i capelli che svolazzano come frange di uno scialle.
Non l’ho mai dimenticata. Dorinà, bellezza al bagno. Stella fulgente. Violetta di terrazzo. La preferita in assoluto. Bella, generosa, credulona, diligente, ripetitiva. Si affezionò a me perché ero diversa da lei. Animo di burro.
Io stavo a leggere tutto il tempo e non m’importava niente del resto, disubbidivo a suor Vittoria, non davo mai retta alle mie compagne, vivevo per i fatti miei. La notte dormivo senza girarmi nel letto mille volte perché, in fin dei conti, il conservatorio di santa Gertrude era solo un posto come un altro. In più aveva quel terrazzo sul mare dove potevamo correre e giocare a mosca cieca.
A casa scavavo fossi. Mi svegliavo da sola, mia madre dormiva fino a tardi e poi usciva senza dire nulla. A scuola andavo quando potevo, la maestra si lamentava della mia sonnolenza, del mio grembiule stazzonato, dei miei capelli in disordine. La mamma ha un lavoro importante, esce presto al mattino e io devo fare tutto da sola, spiegai alla maestra, seccata dai suoi rimproveri. Era quasi la verità.
Mio padre stava sempre fuori, guidava un camion in giro per l’Europa per conto di una ditta di Nocera, quando tornava a casa dormiva due giorni di fila. Era tarchiato e bruno, con la faccia butterata. Ormoni in circolo, chissà con chi se la fa, diceva mia madre.
Ma un bel giorno niente più casa, niente più giardino. Addio fiori e lucertole, grembiuli senza fiocco, capelli scarmigliati. Fui portata in istituto, nessuno della famiglia aveva voluto occuparsi di me. Leggi tutto…