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LA SCUOLA SOTTO IL GENERE DELLA COMMEDIA, di Roberto Sandrucci

LA SCUOLA SOTTO IL GENERE DELLA COMMEDIA, di Roberto Sandrucci
Ets, 2012 – pagg. 162 – euro 12

di Claudio Morandini

È bella la severità con cui Roberto Sandrucci, nel suo “La scuola sotto il genere della commedia” (Edizioni ETS, 2012), affronta il tema delle “rappresentazioni della scuola pubblica italiana”. Da insegnante e pedagogista, Sandrucci sa bene che cosa sia il mondo scolastico nella realtà, in cosa consista la complessità dell’insegnamento, a quali responsabilità il docente sia richiamato dinanzi al compito delicato di entrare in relazione con classi di giovani e giovanissimi; sa soprattutto che la scuola resta, bene o male, la maggiore agenzia culturale di ogni paese civile, e che così è anche qui da noi, nonostante i colpi inferti da più parti all’immagine e alla sostanza della scuola (di quella pubblica in particolare). Per questo non si ritrova dinanzi all’immagine derisoria e limitativa che della scuola viene data dalla televisione, dal cinema, da certa letteratura, e rifiuta quella che definisce efficacemente “la sottocultura del ridiamoci su”, che riduce la figura professionale del docente, i rapporti con gli alunni, gli alunni stessi, l’insegnare nel suo complesso a repertorio di macchiette, di gag, a casi umani, a bizzarrie innocue o degne al più di compatimento.
Nella lucida Introduzione, Sandrucci enuncia il problema nelle sue articolazioni. “Si ride di ciò di cui non si ha la capacità, o la volontà, di discutere seriamente”. Così, le difficoltà anche gravi, diffuse, della scuola pubblica vengono messe in caricatura ed esasperate, al punto che si ha l’impressione che tutto nella scuola vada male, non funzioni, e che tutto giri a vuoto, gigantesco meccanismo farraginoso del nulla che si delegittima da solo. Dov’è, in queste rappresentazioni, la scuola che funziona, si chiede Sandrucci, quella che, sia pure con difficoltà sempre maggiori, sa trasmettere ancora un patrimonio millenario senza il quale le giovani generazioni saranno perse e vuote? La commedia scolastica non ce lo dice, si disinteressa della complessa (e affascinante) dinamica dell’apprendimento, preferisce esercitare una comicità angusta accanendosi su figure e situazioni trite, su un repertorio di tic e frustrazioni divenuto folklore. Quanti personaggi stereotipati, allora, quanto facile degrado nei ritratti di insegnanti e alunni e altro personale – quanta denigrazione, in sostanza, della centralità che dovrebbe avere la scuola nella vita sociale e culturale di un Paese. Non cessa di sorprendere, a questo punto, che il pubblico più affezionato di questa produzione letteraria, televisiva e cinematografica sia costituito da persone che nella scuola lavorano, in particolare docenti. Forse è (anche) per questo che la scuola di oggi ha finito per assomigliare alle caricature semplificate e umilianti che la commedia scolastica insiste a proporre – di sicuro è anche per questo che il resto del pubblico, genitori e studenti e altri ancora, hanno del mondo della scuola una considerazione così bassa. Leggi tutto…