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Posts Tagged ‘fabio izzo’

IERI, EILEN di Fabio Izzo

Pubblichiamo un estratto del romanzo IERI, EILEN di Fabio Izzo (Il Foglio letterario)

Non sapevano davvero di essere stati maledetti, o di rientrare in una maledizione più antica di loro. Vivevano inconsapevoli, a metà strada tra la felicità e la disperazione, in quell’equilibrio precario che a volte viene chiamato amore.
Così torniamo ora alla loro storia dove troviamo altri ambienti, altre situazioni di cui io posso solo essere gelosa. Momenti di felicità mai vissuti e mai visti. Solo empaticamente percepiti.
Una strada lunga, nulla di più semplice o simbolico.
Un autobus puntuale l’ora, cinquantacinque minuti di isolamento dal resto del mondo.
Camminano uniti dal freddo.
La neve li rende unici in questo panorama immacolato.
Sono come due macchie di colore che si espandono lentamente a passo d’uomo, in una marea che cade dall’alto in basso invadendo quello che, fino alla stagione precedente, era tutto verde.
Alberi, arbusti, cespugli, punti di riferimento resi egemoni dalla volontà verticale.
Lui guarda lei.
Eilen.
Non l’ha mia vista così bella. Leggi tutto…

I CAVALIERI CHE NON FECERO L’IMPRESA di Fabio Izzo (un estratto)

I cavalieriPubblichiamo un estratto del volume I CAVALIERI CHE NON FECERO L’IMPRESA di Fabio Izzo (Terra d’Ulivi edizioni)

A giorni di distanza dal dolore della perdita, provava così a ricordare gli ultimi momenti di vita del nonno. Buffo, pensava, solo ora aveva scoperto che non c’è un’altra parola per dire nonno. Il padre da duro può diventare morbido, innalzando la sua dolcezza, lievitando fino a papà, ma nonno no, forse perché i nonni, al contrario dei genitori che non sono infallibili, sanno solo essere dolci.
Provava così a ricordare sfogliando il dizionario dei sinonimi. Ricordava la stanza bianca, asettica, invasa da quell’odore urticante di candeggina, usata per tenere lontana la morte?
Il suo sguardo ora cadeva sulla scrivania, tra un disordine e l’altro, fissava quella bustina di Oki.
Un antidolorifico.
L’unico oggetto che gli aveva lasciato suo nonno.
Tutta la sua eredità.
-Ti servirà più di tante altre cose.
Furono queste le sue parole mentre gli consegnò la bustina nella mano, quasi come se si stessero scambiando i testimoni in questa corsa a ostacoli chiamata vita.
Cercò di ricordarsi l’ultimo elenco del nonno: Giosuè Carducci, Aleramo, Sibilla, Raffaele Ottolenghi, Luigi Tenco, Divisione Acqui, Ravizza, Francesco Della Chiesa e Ravizza.
Li recitava, per ricordarseli, come una formazione di calcio. Leggi tutto…

TO JEST, di Fabio Izzo (un estratto del libro)

Pubblichiamo un estratto del romanzo TO JEST, di Fabio Izzo, edito da Il Foglio letterario

Ci si innamora sempre di odori, sapori e sensazioni. Gabbie sensoriali costruite per intrappolare attimi. Collezioniamo ricordi, chi più chi meno, o almeno ci proviamo. Non possiamo impedire alla vita di andare avanti, possiamo però sbrindellarne il tessuto e tenerci nelle tasche i secondi più preziosi.
L’estate polacca diffonde sempre un qualcosa di tragico durante le sue ultime uscite di scena della stagione, come quell’attore in un dramma di Beckett o di Kantor che avevo visto all’una di notte in una replica sulla televisione nazionale. Chissà che altri parti avrà recitato, quali altri grandi ruoli avrà ottenuto. La malinconia è il soggetto preferito di troppe mie inquadrature, non so, sarà per via della polverosa danza del vento che sbatte e percuote il tappeto del crepuscolo, illuminato dai raggi solari, che profuma di sale, di mare, di lacrime, di nero, di bianco e della decadenza ampliata del colore. L’estate, qui, risulta un unico lungo addio destinato a ripetersi nelle vite, congelate dal mesto vivere di sempre, laico e profano, ininterrotto nel suo libero scorrere.

Le ultime gocce distillate della stagione vengono raccolte nel fazzoletto che asciuga la fronte di quell’uomo incurante di tutto quel che gli succede attorno; si preoccupa solo di passarmi alle spalle, frettoloso com’è, nell’attesa di un altro inverno. Le luci accese irrompono sulla scena e il mondo sembra giocondo dentro le riproduzioni artefatte di se stesso. Sono arrivato qui qualche mese nel tentativo folle di voler raccontare una storia, o per tentare di farlo, in un mondo che vuole sentire solo l’immediato egoismo del presente, dimenticando di coniugare tutto all’altruismo di un futuro incerto. Raccontare storie per salvare il mondo che merita di essere raccontato. Sono in un paese dove l’estate è quasi un preavviso di tragedia, qui, in una nazione cancellata dalla mappa dell’Europa e riammessa dai padroni stranieri solo dopo l’ennesima guerra persa. Una nazione decapitata due volte e due volte nello stesso luogo, a Katyn; durante la Seconda Guerra Mondiale prima e nella Nuova Guerra dell’Indifferenza, ora. La sua classe politica e dirigenziale è puff, scomparsa, svanita nel sangue a seguito di un incidente aereo, mandando il paese in lutto. Ora, non per tornare a essere il solito cinico bastardo che ero e che sono, ma da noi le cose sarebbero andate in maniera diversa.  Ma cosa ne pensa la vera opinione pubblica? Cosa ne pensa la gente ferma nei bar, alle fermate degli autobus, nelle stazioni ferroviarie fumanti e negli assonati autogrill? La prima volta che l’opinione pubblica si espresse alla televisione fu nel 1963 quando una troupe televisiva americana intervistò una bambina sull’omicidio dell’allora presidente, cioè John Fitzgerald Kennedy. Mah, chissà quale pensiero profondo si aspettavano. Nessuno a dire il vero. Nessuno può essere così ingenuo. Puntavano sull’emotività. Semplice e diretta. Sull’emotività spontanea dell’immagine. Nulla di più primitivo in effetti. In fondo l’uomo si è evoluto con la scrittura. Prima disegnava scene di caccia e di sesso, poi è passato a scrivere tormentandosi l’anima pubblica e privata, ma non che poi l’opinione pubblica abbia mostrato chissà che cosa. Dal 1963 e da Dallas in poi ne sono successe di cose e migliaia di persone sono state chiamate di fronte a una telecamera per esprimere la loro pubblica opinione sull’aumento del costo delle uova o sulla guerra in qualche paese. In fondo però siamo animali destinati a non capirci, ostinati come siamo nella complicazione del linguaggio. Ad ogni modo sono arrivato qui, attratto dalla possibilità di impedire a una storia locale di restare nell’ombra. Anche se all’inizio, come tutti i narratori troppo egocentrici, pensavo di raccontare solo la mia storia. Ora invece so che questa è la storia di tutti. La storia di tutti quelli che vogliono farsi raccontare un’altra storia ma è anche la storia di ogni minatore polacco, di ogni contadino messicano, di ogni operaio americano e di tutte le lotte degli ultimi su questo strafottente pianetucolo da abitanti del terzo universo, perché tutti portano con sé la loro storia e tutti hanno il diritto di raccontarla per farsi ascoltare. Leggi tutto…

DOPPIO UMANO, di Fabio Izzo (uno stralcio del libro)

Doppio umanoIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del romanzo DOPPIO UMANO, di Fabio Izzo (edizioni Il Foglio)

Il libro
Sotto il cielo d’Africa. Al tempo delle Grandi Bestie veniva raccontata la storia di due messaggi inviati dall’essere supremo al genere umano: un primo messaggio riguardava la speranza della vita eterna mentre un secondo messaggio portava la certezza della morte. Il messaggero che reca il messaggio di vita eterna è costretto però a ritardare il suo cammino visti i dubbi della speranza mentre il messaggio di morte viene, inevitabilmente, ricevuto per primo, come unica certezza.

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Dal romanzo DOPPIO UMANO, di Fabio Izzo (edizioni Il Foglio)

Oggi è lo stesso giorno di ieri, eppure so che c’è qualcosa che non va. Il mondo è invaso da segnali. Basta saper cercare. Basta voler vedere.
Segnali come la lingua che si graffia sul dente scheggiatosi durante la notte non portano nulla di buono. Il rumore dei bicchieri rotti dal barista distratto indicano che ci sarà poco a cui brindare mentre il piccolo taglio presente sul viso del giornalista, frutto di una rasatura affrettata., invade il mio presente.
Oggi, Qui, in riva alla Vistola sembra essere la giornata dell’errore cosmico.
La città non riesce a mettersi in moto, è’ come una cinghia di trasmissione allentata. Borbotta, borbotta ma non si avvia. Non riesce. Non che in alto vada meglio, il cielo è compresso, dilatato quasi a voler coprire le date dei calendari
In televisione, nelle trasmissioni sul traffico, appare marcio prima di lasciare posto all’azzurro disegnato dell’oroscopo. Non so se è il mio apparecchio a contribuire o se è ininfluente rispetto a questo deturpamento celeste.
Il cielo è piatto. Le nuvole sono piatte, così come gli umori, piatti per una realtà bidimensionale, errata così si presenta l’errore cosmico. Il giornalista è arrivato per intervistarmi. Sono un caso. La mia identità, stavolta, ha voluto deviare verso le sfumature mediatiche del caso umano. Dovrei vedere il lato positivo della cosa, in fondo rimedio un caffè gratis e qualcosa da mangiare, ma stanotte mi si è scheggiato un dente e, senza tutti i documenti in regola, non posso ancora richiedere l’assicurazione sanitaria utile per andare dal dentista. Il tram che passava davanti alla vetrina del bar si rotto, la gente è scesa frettolosamente cercando di salire sulla corsa successiva. Sento dire da altre persone di Qui che sul tram successivo si sta come sardine. Non so, io non ho mai visto delle sardine salire su un autobus ma ricordo gli autobus africani, pieni fino all’inverosimile per una corsa pronta a lambire le piste del deserto. Almeno questo è quello che racconto al giornalista per rompere il ghiaccio, si dice così, mentre il barista rompe davvero un bicchiere e qualche tazzina mentre sullo sfondo la televisione sta gracchiando, gracchia e graffia, non riesco a comprendere ancora la lingua di Qui . Fortuna che questo tizio, il giornalista, parla inglese, dice che ha studiato ad Hull. Mi chiede se so dov’è.
Vagamente rispondo. Sarà un posto anonimo della provincia inglese, uno di quei posti così sperduti e desolati da far disperazione al solo ricordo del pub locale, della scuola locale e della chiesa locale, del fiume locale e dell’unico bordello locale, così vado sul sicuro quando rispondo:
– Certo quel posto è come mi posso dimenticare di un buco di culo come quel postaccio.
Ride e mi risponde che è vero. Non ho indovinato. Ogni posto è come Hull.
Anche Qui è come Hull, ma non glielo vado di certo a dire a questo bellimbusto biondo che deve aver una vita tanto noiosa da pensare che la mia sia meglio. Si sarà anche tagliato nel radersi per essere puntale al nostro appuntamento.
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