Archivio

Posts Tagged ‘Fazi’

LA RAGAZZA CON LA MACCHINA DA SCRIVERE di Desy Icardi

“La ragazza con la macchina da scrivere” di Desy Icardi (Fazi): incontro con l’autrice e stralcio del libro

 * * *

La ragazza con la macchina da scrivere: c’è chi scrive la storia e chi si limita a trascriverla, ma a gran velocità!

 * * *

Desy Icardi è nata a Torino, città in cui vive e lavora, è formatrice aziendale, attrice e copywriter. Nel 2004 si è laureata al DAMS e dal 2006 lavora in teatro anche in qualità di autrice e regista. Con Fazi Editore, nel 2019, ha pubblicato L’annusatrice di libri, un romanzo che ha avuto un grande successo di critica e di pubblico e i cui diritti sono stati venduti anche all’estero (ce ne siamo occupati qui).

Da pochi giorni è uscito il nuovo libro di Desy Icardi, intitolato La ragazza con la macchina da scrivere(pubblicato da Fazi, come il precedente).

Anche in questa occasione abbiamo invitato l’autrice chiedendole di parlarci di questo nuovo romanzo…

 * * *

«Si parla spesso della scrittura come di un atto creativo, emotivo e liberatorio», ha detto Desy Icardi a Letteratitudine; «ciò che invece talvolta viene trascurato è il suo aspetto materiale e sensoriale.
La scrittura non è soltanto un prodotto della mente ma anche del corpo, ed è questo il principio ispiratore de “La ragazza con la macchina da scrivere”. Leggi tutto…

AI SOPRAVVISSUTI SPAREREMO ANCORA di Claudio Lagomarsini: incontro con l’autore

AI SOPRAVVISSUTI SPAREREMO ANCORA di Claudio Lagomarsini (Fazi editore): un romanzo d’esordio

 * * *

Claudio Lagomarsini è ricercatore di Filologia romanza all’Università di Siena. Oltre a diverse pubblicazioni accademiche, suoi articoli di approfondimento sono usciti per «Il Post», «minima&moralia», «Le parole e le cose». Come narratore, ha pubblicato diversi racconti per «Nuovi Argomenti», «Colla» e «retabloid», vincendo un contest organizzato dal Premio Calvino nel 2019. Per Fazi editore ha appena pubblicato il suo primo romanzo intitolato “Ai sopravvissuti spareremo ancora“: una “tragedia della porta accanto” dai toni alti e trasfigurati. Il ritratto lucido e impietoso di un mondo al tramonto visto con gli occhi di un ragazzo, impotente di fronte alla realtà in cui si trova a vivere.

Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

 * * *

«Il mio romanzo di esordio», ha detto Claudio Lagomarsini a Letteratitudine «ha tre protagonisti: due personaggi e un luogo. Il primo protagonista non ha nome, anche se da un certo punto in avanti lo conosceremo come “il Salice”. Prende la parola nelle prime pagine, dove lo troviamo impegnato nella vendita della casa di famiglia, a cui sono legati ricordi dolorosi. Rovistando tra gli scatoloni vengono a galla cinque quaderni, nei quali il Salice riconosce la scrittura di suo fratello e il resoconto di ciò che è successo l’estate di quindici anni prima. A questo punto la parola passa all’autore dei quaderni, Marcello. Leggi tutto…

ELMET di Fiona Mozley (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del romanzo ELMET di Fiona Mozley (Fazi editore – Traduzione di Silvia Castoldi)

Una scrittura lirica che ci fa respirare le atmosfere di luoghi splendidi in contrapposizione alla povertà più disperata. Romanzo finalista al Man Booker Prize

 * * *

«Molti uomini ritengono di dover essere violenti», disse lei. «Crescono convinti che una vita violenta sia una meta a cui aspirare. In realtà non capiscono assolutamente cosa questo significhi, e lo odiano con tutte le proprie forze. Tuo padre non è così. C’è una tensione in lui quando sta per compiere un atto violento, e una calma quando l’atto è terminato. I momenti in cui è più teso sono quelli subito prima di colpire. Il massimo della frustrazione arriva quando l’ultimo incontro risale a un paio di mesi prima e quello successivo è fissato un paio di mesi dopo. È allora che lo si vede tremare. Tuo padre ne ha bisogno. Della violenza. Non direi neanche che gli piaccia, però ne ha bisogno. Lo calma». Si sedette e mi guardò. Trascorse forse qualche minuto, ma io non le risposi e lei non aggiunse altro. Alla fine mi chiese: «Hai mai visto una balena, Daniel?».
Le risposi che non ne avevo mai viste dal vivo, solo in televisione.
«E in televisione ne hai mai vista una saltare?», domandò lei. «Escono completamente dall’acqua e poi vanno di nuovo a sbattere contro la superficie del mare. L’hai mai visto? Lo spruzzo colossale che producono?».
Risposi di sì. Leggi tutto…

AUGUSTUS di John E. Williams (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del volume AUGUSTUS di John E. Williams (Fazi editore – Traduzione di Stefano Tummolini)

 * * *

III. Lettera di Giulio Cesare a Gaio Ottaviano
in Apollonia, Roma (44 a.C.)

Stamattina ricordavo, caro Ottaviano, quel giorno dello scorso inverno in Iberia, quando mi raggiungesti a Munda nel corso dell’assedio alla fortezza dove Gneo Pompeo si era rifugiato con le sue legioni. Eravamo sfiduciati e stanchi di combattere, senza più viveri, e alle prese con un nemico in grado di riposare e rifocillarsi, mentre noi pretendevamo di affamarlo. Furioso per quella che si prospettava come una sconfitta, ti ordinai di ritornare a Roma, da cui eri giunto dopo un viaggio che immaginavo dolce e confortevole; e ti dissi che non avevo tempo da perdere con un ragazzino che voleva giocare alla guerra. Ce l’avevo solo con me stesso, come senz’altro comprendesti già allora; tant’è che non dicesti nulla, ma mi guardasti con grandissima calma. Al che mi placai un poco e ti parlai col cuore (come da allora ho sempre fatto), e ti dissi che quella campagna contro Pompeo doveva porre fine una volta per tutte alla guerra civile che opprimeva la nostra Repubblica, in un modo o nell’altro, dai tempi della mia gioventù; ma quella che avevo immaginato come una vittoria si stava rivelando una sconfitta certa.
«Dunque», mi dicesti, «non ci battiamo per la vittoria, ci battiamo per le nostre vite».
E allora mi sembrò che un gran fardello mi venisse tolto dalle spalle, quasi che fossi ritornato giovane; perché ricordai di essermi detto la stessa cosa più di trent’anni prima, quando sei uomini di Silla mi sorpresero da solo sulle montagne, e combattendo mi aprii un varco tra loro fino al comandante, per poi corromperlo e farmi riportare a Roma sano e salvo. Fu allora che capii di poter diventare ciò che adesso sono.
Ricordando quei giorni lontani e avendoti davanti agli occhi, rividi me stesso da giovane; e presi in me qualcosa dei tuoi anni, dandoti in cambio una parte dei miei, e ci pervase quella strana ebbrezza del potere che non si cura di ciò che può accadere; e ammassammo i corpi dei compagni caduti e avanzammo alle loro spalle, perché sui nostri scudi non gravassero i giavellotti scagliati dal nemico, e scavalcammo le mura ed espugnammo la fortezza di Cordova, lì sulla piana di Munda. Leggi tutto…

NUVOLE DI FANGO di Inge Schilperoord (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del romanzo NUVOLE DI FANGO di Inge Schilperoord (Fazi – traduz. di Stefano Musilli)

Deglutì con fatica, come se qualcosa di duro e appuntito – una spina di pesce – gli si fosse incastrato in gola. Si schiarì la voce, sospirò, chiuse gli occhi e dilatò le narici. Si concentrò sul respiro prima che la tensione gli raggiungesse le spalle, come aveva imparato a fare in pre-terapia. La chiamavano così, o anche “terapia individuale del reo”: terapia che aveva inizio in prigione e doveva prepararlo al trattamento riabilitativo in clinica. Era stata avviata alcune settimane prima con lo psicologo del carcere. La fase uno.
«Ora respira con calma», bisbigliò fra sé e sé guardando il contorno indistinto della sua faccia riflessa nel vetro: il mento sporgente, gli zigomi affilati, la fronte. «Inspira dal naso». Chiuse gli occhi e li riaprì. «Trattieni, e poi espira piano piano dalla bocca». Lo ripeteva dieci volte, sempre dieci. «Così rilassiamo il diaframma e ci sbarazziamo di tutto lo stress. Piedi per terra». Continuò a parlare sottovoce, pur essendo l’unico passeggero dell’autobus. Sentì il diaframma rilassarsi, il respiro calmarsi, e nel frattempo si massaggiò con le nocche i muscoli indolenziti della nuca.
L’autobus fece l’ultima curva prima del paese, che lambiva il nuovo quartiere di cui Jonathan aveva tanto sentito parlare. Le case se ne stavano immobili alla luce del mattino; le finestre riflettevano i raggi del sole mandandoglieli dritti negli occhi, come per disturbarlo. Il quartiere era stato costruito nei mesi scorsi a ridosso del vecchio paese ed entro qualche settimana ci si sarebbero trasferiti anche lui e la madre. Lei ne parlava in continuazione nelle sue lettere. Nuovi vicini, nuova casa: ne era contenta («facce nuove, compagnia, più rapporti umani»). Lui no, non amava i cambiamenti.
Quel che vide era perfino peggio di come se lo aspettava. Schiere su schiere di casette anguste, tutte uguali. Ombre corte in mezzo ai tetti. Lì avrebbero vissuto ancora più ammassati che nelle vecchie stradine a cui era abituato. Il loro quartiere, il più vecchio del paese, era sulla lista delle demolizioni da mesi prima che Jonathan se ne andasse, ma il Comune era così lento che non ci credeva più nessuno. Mentre lui era in prigione, le cose erano andate speditamente. I primi residenti si erano trasferiti durante il suo secondo mese di detenzione e gli altri li avevano seguiti un po’ per volta. Sua madre era l’ultima rimasta nella loro casa nell’area vuota. Gli aveva scritto che negli ultimi mesi la sua asma era peggiorata di nuovo e che non aveva la forza di affrontare il trasloco da sola. Leggi tutto…

LA FIGLIA FEMMINA di Anna Giurickovic Dato (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del romanzo LA FIGLIA FEMMINA di Anna Giurickovic Dato (Fazi editore, pp. 192, euro 10)

* * *

Mercoledì 15 Febbraio – alle ore 18:00 – presso la Feltrinelli Libri e Musica di Catania (via Etnea 285) a Catania, Anna Giurickovic Dato presenta “La figlia femmina” (Fazi editore). Intervengono Marina Cosentino, Rosa Maria Di Natale e Mavie Parisi

* * *

Ogni volta parlare con Giorgio era come non parlare. Possedeva una vera e propria dote nel confondere l’interlocutore con parole prive di un significato concreto, alle quali non si poteva rispondere se non con il silenzio e che, in qualche modo, facevano apparire lui nel giusto e chi gli parlava nell’errore. Questa incomunicabilità non faceva altro che alimentare il mio amore. Se è vero che in una coppia quello che bisogna condividere non è la verità ma il mistero, allora Giorgio non aveva mai rotto questo precetto. Sentivo sempre di essere io a dover recuperare.
Pensai di tornare a casa di corsa e svegliare mio marito con l’umile dolcezza di una donna che non pretende nulla in cambio, ma è solo pronta a dare. Avremmo portato Maria sulla costa, tra le bancarelle dove si prendono i pesci arrostiti, le enormi chele di granchio da spolpare, le sardine, molto più grandi di quelle dei nostri mari, fatte alla brace. Avremmo pranzato lì, sui tavolini apparecchiati con le tovagliette di carta. Le donne che riempivano d’acqua le brocche, il sole forte che trapassava i tendoni. Anche Maria, speravo, ne sarebbe stata felice. Aveva nove anni, ma mentre gli altri bambini giocavano tra le risa e le urla nel cortile della scuola, lei faceva del silenzio la sua invincibile arma. Era smagrita, imbruttita, grigia, con lo sguardo bianco e cerchiato da profonde occhiaie viola. Prendeva sonno a fatica, «non dormi?», «vado a fare pipì», «vado a bere dell’acqua», rispondeva quando la incontravo nella notte, con le palpebre semichiuse e la fronte incerta che sbatteva sui muri. La sorprendevo a lavarsi le mani col sapone più volte, strofinando forte, con eccessiva cura e minuzia. Leggi tutto…

LO SCHIAVISTA di PAUL BEATTY vince il MAN BOOKER PRIZE 2016 (pubblichiamo un estratto del libro)

Risultati immagini per Paul beattyPubblichiamo un estratto del romanzo LO SCHIAVISTA di PAUL BEATTY fresco vincitore del MAN BOOKER PRIZE 2016 (Fazi editore – trad. di Silvia Castoldi)

È Paul Beatty il vincitore del Man Booker Prize 2016 con il romanzo “Lo schiavista”, una satira feroce e geniale sulla razza e la giustizia sociale. Secondo la storica Amanda Foreman, che presiedeva la giuria, il libro «raggiunge il centro della società americana contemporanea con feroce umorismo, un’ironia tagliente che si può trovare nelle opere di Jonathan Swift o Mark Twain».
Beatty è il primo scrittore americano a vincere il prestigioso riconoscimento.
A novembre l’autore sarà in Italia: il 17 al Circolo dei Lettori di Torino, il 18 alla Scuola Holden, il 20 alla Triennale di Milano, in occasione di BookCity.

Pubblichiamo, di seguito, un estratto del libro.

* * *

Estratto da Lo schiavista di Paul Beatty (Fazi Editore, trad. di Silvia Castoldi, pp. 384, euro 18.50).

So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente. Non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte. Non sono mai entrato al cinema a scrocco, non ho mai mancato di ridare indietro il resto in eccesso a un cassiere di supermercato, incurante delle regole del mercantilismo e delle prospettive di salario minimo. Non ho mai svaligiato una casa, né rapinato un negozio di alcolici. Non mi sono mai seduto in un posto riservato agli anziani su un autobus o su un vagone della metropolitana strapieni, per poi tirare fuori il mio pene gigantesco e masturbarmi fino all’orgasmo con un’espressione depravata e un po’ avvilita sul volto. Eppure eccomi qui, nelle cupe sale della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, con l’auto, quasi per ironia della sorte, parcheggiata in divieto di sosta su Constitution Avenue, le mani ammanettate dietro la schiena, il diritto di restare in silenzio che mi ha detto addio da un bel pezzo; seduto su una sedia dall’imbottitura spessa che, proprio come questo paese, non è affatto comoda come sembra.
Sono stato convocato tramite una busta dall’aria ufficiale col timbro «IMPORTANTE!» in grossi caratteri rossi, come l’avviso di una vincita alla lotteria, e da quando sono arrivato in questa città non ho mai smesso di stare sulle spine.
«Gentile signore», diceva la lettera.
«Congratulazioni, lei potrebbe aver già vinto! Il suo ricorso è stato selezionato tra centinaia di altri per un’udienza di fronte alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America. Che grande onore! Le raccomandiamo caldamente di presentarsi con almeno due ore d’anticipo rispetto all’orario previsto per l’udienza, che si terrà alle ore dieci del mattino del 19 marzo, nell’anno del Signore…». Seguivano le istruzioni per raggiungere la Corte Suprema partendo dall’aeroporto, dalla stazione ferroviaria e dall’autostrada, e una serie di buoni da ritagliare per l’ingresso omaggio ad alcune attrazioni turistiche, ristoranti, bed and breakfast e simili. Non c’era firma. Solo una frase di commiato: Leggi tutto…

BICENTENARIO DELLA NASCITA DI CHARLOTTE BRONTË

In occasione del BICENTENARIO DELLA NASCITA di CHARLOTTE BRONTË , che ricorre oggi 21 aprile 2016, riproponiamo un estratto del romanzo SHIRLEY edito da Fazi editore  (traduzione di Fedora Dei) – di seguito, approfondimenti sulla biografia della Brontë

Charlotte Brontë (Thornton, 21 aprile 1816 – Haworth, 31 marzo 1855) è stata una scrittrice inglese, la maggiore di età tra le tre sorelle Brontë, i romanzi delle quali sono diventati dei classici della letteratura inglese.

La mente di Shirley si volgeva a ben altro che al denaro e alla posizione sociale. Naturalmente era lieta di essere ricca e, a tratti, si sentiva perfino esaltata all’idea di essere signora di un’antica magione, di aver tanti affittuari e possedimenti e in special modo la zona di Hollow, con “la grande filanda e tutti i suoi annessi, la tintoria cioè, e il magazzino merci e l’amministrazione, nonché il podere ora tenuto a giardino e quella villetta bianca denominata Hollow’s Cottage”. Ma era un’esaltazione così ingenua e dichiarata che non poteva dare fastidio a nessuno. In effetti Shirley amava tutto ciò che è grande, nobile, buono, generoso, e a quello aspirava. Meditava di più sui mezzi per soddisfare questa sua inclinazione che non sulla propria superiorità sociale.
Si era interessata a Caroline dapprima soltanto perché l’aveva vista così quieta, riservata, fragile da far credere che avesse bisogno di qualcuno che si occupasse di lei. La predilezione accentuò quando scoprì che il proprio modo di pensare e parlare trovava in lei puntuale rispondenza. Non se l’era aspettato: una ragazza con un visino così bello, una voce e modi così dolci, non poteva esser molto dissimile dalle comuni ragazze del luogo, sia per mentalità sia per cultura. Ma quando aveva arrischiato un paio di battute alquanto caustiche, quel visino si era subito illuminato di arguta comprensione. E più ancora crebbe la simpatia quando si avvide quale ammirevole lavorio mentale e quali tesori di cultura – acquisita senza l’aiuto di nessuno – si nascondevano in quella testina tutta riccioli. Shirley e Caroline avevano gli stessi gusti, avevano letto gli stessi libri, ammirandone alcuni e ridendo di altri che giudicavano pieni di falso sentimentalismo e pomposamente scritti. Leggi tutto…

SHIRLEY di Charlotte Brontë

Pubblichiamo un estratto del romanzo SHIRLEY di Charlotte Brontë, che sta per essere ri-edito da Fazi editore  (traduzione di Fedora Dei) in libreria dal 19 novembre

La mente di Shirley si volgeva a ben altro che al denaro e alla posizione sociale. Naturalmente era lieta di essere ricca e, a tratti, si sentiva perfino esaltata all’idea di essere signora di un’antica magione, di aver tanti affittuari e possedimenti e in special modo la zona di Hollow, con “la grande filanda e tutti i suoi annessi, la tintoria cioè, e il magazzino merci e l’amministrazione, nonché il podere ora tenuto a giardino e quella villetta bianca denominata Hollow’s Cottage”. Ma era un’esaltazione così ingenua e dichiarata che non poteva dare fastidio a nessuno. In effetti Shirley amava tutto ciò che è grande, nobile, buono, generoso, e a quello aspirava. Meditava di più sui mezzi per soddisfare questa sua inclinazione che non sulla propria superiorità sociale.
Si era interessata a Caroline dapprima soltanto perché l’aveva vista così quieta, riservata, fragile da far credere che avesse bisogno di qualcuno che si occupasse di lei. La predilezione accentuò quando scoprì che il proprio modo di pensare e parlare trovava in lei puntuale rispondenza. Non se l’era aspettato: una ragazza con un visino così bello, una voce e modi così dolci, non poteva esser molto dissimile dalle comuni ragazze del luogo, sia per mentalità sia per cultura. Ma quando aveva arrischiato un paio di battute alquanto caustiche, quel visino si era subito illuminato di arguta comprensione. E più ancora crebbe la simpatia quando si avvide quale ammirevole lavorio mentale e quali tesori di cultura – acquisita senza l’aiuto di nessuno – si nascondevano in quella testina tutta riccioli. Shirley e Caroline avevano gli stessi gusti, avevano letto gli stessi libri, ammirandone alcuni e ridendo di altri che giudicavano pieni di falso sentimentalismo e pomposamente scritti.
Per Shirley, ben pochi uomini e ben poche donne avevano il gusto della poesia ed erano in grado di distinguere quella vera da quella falsa. Le era già capitato più volte che persone, intelligenti peraltro e colte, le indicassero questo o quel brano poetico come qualcosa di eccelso. Poi, quando lei andava a leggerlo, non vi trovava che l’opera di un brillante versificatore, ammirevole per ricchezza di immagini ed eloquenza ma pieno di orpelli! Quel dato brano, stuzzicante, ben costruito, dotto, perfino provvisto degli affascinanti colori dell’immaginazione, le sembrava diverso dalla vera poesia quanto può esserlo un sontuoso vaso di mosaico da una piccola coppa d’oro: o, per offrire un altro esempio al mio lettore, quanto può esserlo un fiore artificiale, fatto da una modista, dal giglio di campo appena colto. Leggi tutto…

I CAPELLI DI HAROLD ROUX di Thomas Williams (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del romanzo I CAPELLI DI HAROLD ROUX di Thomas Williams (Fazi)

[Thomas Williams nel 1975 ha vinto il National Book Award, il massimo riconoscimento letterario americano. “I capelli di Harold Roux” è il suo primo romanzo tradotto in italiano.]

Postfazione di Ann Joslin Williams – Traduzione di Nicola Manuppelli e Giacomo Cuva

Su una pagina vuota del quaderno scrive in stampatello: «I CAPELLI DI HAROLD ROUX».
Fissa quelle parole e prova una sorta di disperazione. Per mettersi a lavorare deve sbarazzarsi di chi gli sta attorno. E piantarla di farsi del male in lungo e in largo, a piccole e grandi dosi. Fumo e alcol, tanto per cominciare. Non c’è dubbio. I capelli di Harold Roux: un attacco senza troppe pretese, mettere insieme gli eventi che conosce e costruire, organizzare, popolare quella pianura arida con alberi e nomi. Allard Benson, Mary Tolliver, Harold Roux, Naomi Goldman, Boom Maloumian… Lì c’è un mondo, in parte del passato, che ha bisogno di provvedere a se stesso. D’accordo.
Il nostro eroe, piuttosto sottotraccia, è un certo Allard Benson, e la storia (una semplice storia di seduzione, stupro, follia e omicidio – le consuete preoccupazioni umane) a quanto pare inizia al compimento dei suoi ventun anni. Veterano, ma non certo eroe di guerra, la sua battaglia può riassumersi nel sincero tentativo di mutilare non tanto il nemico quanto i propri commilitoni. In realtà non approva la violenza, e anzi ritiene di doversi difendere in continuazione. La sua teoria è di non essere abbastanza grosso da mettere in soggezione potenziali aggressori, né abbastanza piccolo da passare inosservato. C’è qualcosa di vero in quasi tutte le teorie. C’è anche la teoria secondo cui farebbe fuori chiunque per una come Mary Tolliver, e le occhiate rozze di certi omaccioni prepotenti gli lasciano intendere le ragioni dell’infelicità della ragazza. Diciamo così: è convinto che un essere umano non dovrebbe far soffrire un suo simile, e ogni volta che egli stesso contravviene a quest’onnicomprensivo briciolo di ortodossia ne è chiaramente consapevole. Qualunque cosa abbia fatto è scolpita, algida e perpetua, nella sua anima. Questa, ovviamente, è la voce di Allard Benson, per il quale alcune faccende vanno considerate sfortunate casualità. Leggi tutto…

GLI ANNI DELLA LEGGEREZZA, di Elizabeth Jane Howard (un estratto)

In esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo un estratto del romanzo GLI ANNI DELLA LEGGEREZZA, di Elizabeth Jane Howard – La saga dei Cazalet
Fazi editore, 2015 – Traduzione di Manuela Francescon

[Clicca di seguito per informazioni su E. Jane Howard e “Gli anni della leggerezza”]

 

Lansdowne Road
1937

La giornata cominciò alle sette meno cinque: la sveglia
(sua madre gliel’aveva regalata quando era andata a servizio)
si mise a suonare e continuò imperterrita finché Phyllis
non la ridusse al silenzio. Sul cigolante letto di ferro sopra
il suo, Edna gemette e si girò, rannicchiandosi contro
la parete; perfino d’estate odiava alzarsi, e d’inverno capitava
che Phyllis dovesse strapparle di dosso le lenzuola. Si
mise seduta, si sciolse la retina e cominciò a togliersi i bigodini.
Quel giorno aveva il pomeriggio libero, si sarebbe
lavata i capelli. Scese dal letto, raccolse la trapunta che era
finita in terra durante la notte e aprì le tende. La luce del
sole ingentilì di colpo la stanza, trasformando il linoleum
in caramello e donando una tonalità blu ardesia alle scheggiature
del catino lavamani di smalto bianco. Si sbottonò
la camicia da notte di flanella leggera e si lavò alla maniera
che le aveva insegnato sua madre: il viso, le mani e poi
– ma con circospezione – le ascelle, con un panno imbevuto
d’acqua fredda. «Muoviti», disse a Edna. Buttò l’acqua
sporca nel secchio e cominciò a vestirsi. Si tolse la camicia
da notte restando con la sola biancheria e si infilò il
vestito di cotone verde scuro che usava la mattina. Sistemò
la cuffia sui boccoli grossi come salsicce – non li aveva
spazzolati – e si legò il grembiule attorno alla vita. Edna,
che al mattino si lavava appena, riuscì a vestirsi mentre era
ancora a letto: un retaggio dell’inverno (la stanza non era
riscaldata e per nessun motivo al mondo avrebbero aperto
la finestra). Alle sette e dieci erano entrambe pronte a
scendere con passo lieve nella casa ancora immersa nel
sonno. Phyllis si fermò al primo piano e aprì la porta di
una delle camere. Tirò le tende e udì il pappagallo fremere
impaziente nella sua gabbietta. Leggi tutto…

ELIZABETH JANE HOWARD E LA SAGA DEI CAZALET

ELIZABETH JANE HOWARD E LA SAGA DEI CAZALET

Domani sera (giovedì, 16 settembre), su Letteratitudine, pubblicheremo un estratto del primo romanzo della saga dei Cazalet: “Gli anni della leggerezza” (appena pubblicato per Fazi editore, traduzione di Manuela Francescon)

Elizabeth Jane Howard, prolifica scrittrice inglese (Londra, 26 marzo 1923 – Bungay, 2 gennaio 2014), fu figlia di un ricco mercante di legname e di una ballerina del balletto russo. Ebbe un’infanzia infelice a causa della depressione della madre e delle molestie subite dal padre. Donna bellissima e inquieta, ha vissuto al centro della vita culturale londinese della seconda metà del Novecento e ha avuto una vita privata burrascosa, costellata di una schiera di amanti e mariti, fra i quali lo scrittore Kingsley Amis (padre di Martin Amis). Da sempre amata dal pubblico, solo di recente Howard ha ricevuto il plauso della critica. Ha al suo attivo la pubblicazione di quindici romanzi. La saga dei Cazalet è la sua opera di maggior successo, con un milione di copie vendute. Nel 2014 Fazi Editore ha pubblicato il suo romanzo “Il lungo sguardo“. Dal 10 settembre, sempre per i tipi di Fazi, è in libreria il primo dei cinque volumi della saga dei Cazalet: “Gli anni della leggerezza“.

* * *

martin-amis-elizabeth-295850Martin Amis ha avuto modo di raccontare del suo rapporto con Jane (la sua eccezionale matrigna, qui nella foto tra lui e il padre Kingsley) in un articolo pubblicato sul Mail on Sunday e interamente disponibile, con traduzione in Italiano, sul sito di Fazi editore. Aveva 13 anni, Martin, quando cominciò a capire che il rapporto tra i suoi genitori (Kingsley e Hillary) era destinato a rompersi. «Sai che tuo padre ha un’amante a Londra?!» gli aveva detto Eva Garcia, la loro bambinaia-governante.

In seguito Martin con il fratello Philip sarebbero andati a vivere con Kingsley e Jane. “Ero diventato un perdigiorno semianalfabeta“, scrive Martin Amis, “un fannullone il cui interesse principale consisteva nel bazzicare i luoghi dove si piazzavano scommesse (e dove la mia specialità era prevedere il piazzamento all’incontrario delle corse dei cani, il che la dice lunga). Fu Jane a prendere l’iniziativa. Lei era sempre stata sinceramente portata alla filantropia ed era fortemente attratta dai perdenti e dalle anatre zoppe. Da coloro, per dirla con le sue parole, che «conducevano vite spaventose». Le piacevano gli obiettivi, gli incarichi, i progetti. A differenza di entrambi i miei genitori lei era organizzata. Philip era di gran lunga più sfrontato e di gran lunga più ribelle di me. Non restò molto nella casa elegante e raffinata di Maida Vale. Ma io ero indeciso, mi sentivo confuso, e capitolai. (…) Quando Jane iniziò a occuparsi di me, avevo in media un O-level (livello ordinario) l’anno, e non leggevo altro che fumetti, più un po’ di Harold Robbins ogni tanto e i brani più lascivi de “L’amante di Lady Chatterley”. Da poco avevo sostenuto un A-level in inglese – unica materia nella quale davo segno di qualche vaga promessa – ma non ero passato. Dopo soltanto un anno di tutoraggio di Jane, mi ritrovai altre sei o sette O-level (compreso latino, imparato da zero), tre A, e una borsa di studio per Oxford di secondo livello. Niente di tutto ciò sarebbe accaduto senza l’energia e la determinazione di Jane“.

NPG x12159; Elizabeth Jane Howard by Madame Yevonde«Sono la tua “eccezionale matrigna”»: è questa la frase che Jane dice a Martin, dopo che lei e Kingsley si furono sposati nel 1965 (il loro rapporto si sarebbe chiuso nel 1980). “Ed era vero“, sottolinea Martin. “Era “eccezionale” nel senso di “straordinariamente e soddisfacentemente buona”.

Per motivi che senza dubbio risalgono a un’infanzia triste“, continua Martin Amis nel suo articolo, “Jane aveva un bisogno disperato di affetto. Ma, al tempo stesso, fece sempre scelte disastrose in fatto di uomini. In realtà mio padre, fonte di gioia e di dolori, probabilmente fu il migliore del suo carniere, nettamente al di sopra dell’orribile collezione di ciarlatani, teppisti e mascalzoni. E quindi forse, in definitiva, è Colin (il di lei fratello minore) che, in modo onorevole, ha ricoperto il ruolo di grande amore nella vita di Elizabeth Jane Howard“.

Consigliamo la lettura del seguente articolo (di Aida Edemariam apparso il 9 novembre 2013 sul «Guardian», in cui Elizabeth Jane Howard, si racconta): Elizabeth Jane Howard: «Non ho mai pensato che Kingsley Amis fosse migliore di me come scrittore» Leggi tutto…

NEMMENO HOUDINI di Alessio Mussinelli

Nemmeno HoudiniIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un estratto del romanzo NEMMENO HOUDINI di Alessio Mussinelli (Fazi)

La scheda dal libro
Sarnico, lago d’Iseo, agosto 1938. La vedova Moranti, dopo una lunga e scrupolosa ricerca di un nuovo collaboratore domestico, assume Esperanto Barnelli, giovane avvenente quanto avido, che la convincerà ad acquistare, tra le altre cose, una villa sul lago di Garda, una motocicletta e un’auto di lusso, con il pretesto di farle conquistare le attenzioni dell’amato D’Annunzio, morto in realtà già da tempo. In paese, intanto, Metello Patelli, detto il Bruttezza, insegue il proprio sogno di diventare organista della parrocchia ma don Fulvio Martinelli, il nuovo reverendo, gli mette i bastoni fra le ruote. Mentre l’infatuazione della Moranti verso il maggiordomo inizia a scemare, e Metello decide di fondare un’orchestrina per dar sfogo alla propria passione, la vedova scopre d’avere un figliastro: l’emaciato e delicatissimo Archemio, organista provetto. Da qui, mille colpi di scena – un finto prete, un baule pieno di documenti, un buffo incidente stradale, un tesoro nascosto in fondo al lago – fino al rocambolesco finale in cui, come in una commedia delle più classiche, tutti i fili si scioglieranno in una piacevole soluzione. Gli abitanti del piccolo centro affacciato sul lago sono i protagonisti di questa storia vivace e piena di intrecci. Lo stile garbato e l’ironia dell’autore fanno del romanzo un tenero e appassionato omaggio all’esuberante vita di provincia dell’Italia che fu.

* * *

Un estratto del romanzo “Nemmeno Houdini” di Alessio Mussinelli (Fazi)

Don Fulvio si grattò la testa calcando le dita. Pensare alla musica gli provocava fastidio, come un insopportabile sibilo di zanzara che s’avvicina durante il sonno. Odiava la musica sacra, la musica lirica, la musica leggera. Odiava il cantato, il suonato, i testi delle canzoni, gli accordi di chitarra. Da un lato la fede, dall’altro le musiche, poco importava se erano state appositamente composte per le funzioni. A meno che la Madonna in persona gli avesse rivelato che Mozart era la reincarnazione di Cristo, non avrebbe abbassato le armi. La chiesa sarebbe rimasta in silenzio e l’organo chiuso a chiave. Leggi tutto…

GIORDANO – intervista a Andrea Caterini

GIORDANO – intervista a Andrea Caterini

Pubblichiamo un’intervista a Andrea Caterini, autore del romanzo “Giordano” (Fazi editore)

di Massimo Maugeri 

Andrea Caterini è scrittore e critico letterario. Ha curato le opere di alcuni autori italiani, tra cui Enzo Siciliano e Franco Cordelli. Collabora con la rivista letteraria «Achab» e scrive su «Alias», il supplemento culturale de «il manifesto». Di recente, per Fazi editore, ha pubblicato il romanzo “Giordano” (qui la recensione del critico letterario Giuseppe Giglio).
Approfondiamo la conoscenza di questo libro ponendo qualche domanda all’autore…

– Caro Andrea, partiamo dall’inizio. Come in genere faccio, ti invito a raccontare qualcosa sulla genesi di questo tuo romanzo. Come nasce Giordano? Da quale idea, esigenza, spunto o fonte di ispirazione?
Giordano nasce per linea diretta dalla mia vita. Dopo aver scritto due libri di critica letteraria, Il principe è morto cantando e Patna, ero sicuro di essermi in qualche modo liberato dal romanzo. Credevo insomma che non ne avrei più scritti, e ne provavo anche un certo piacere. Eppure, dopo Patna, nel quale costruivo, o tentavo di costruire, un sistema filosofico che sorreggesse le mia idea di critica, ho sentito la necessità di mettere alla prova quella filosofia sul piano della vita. Cioè, tutto ciò che avevo pensato e creduto di capire e scoprire con gli studi che mi sono stati necessari per scrivere Patna, avrebbe retto a una verifica della vita? È chiaro poi che in Giordano c’è molto di autobiografico, quindi l’esigenza che mi ha spinto a scriverlo è prima di tutto privata. Ma come sempre, nei libri che scriviamo, la nostra biografia è tanto più vera tanto più è falsa. In Giordano c’è la mia e la vita di mio padre ma nella misura in cui ho immaginato potessero entrare in relazione le esperienze di entrambi.
– Proviamo a conoscere un po’ meglio i personaggi, a partire dal protagonista. Che tipo d’uomo è Giordano? Leggi tutto…

CRISTINA GUARDUCCI racconta MALEFICA LUNA D’AGOSTO

Cristina GuarducciCRISTINA GUARDUCCI ci racconta il suo romanzo MALEFICA LUNA D’AGOSTO (Fazi editore).

Nella seconda parte del post, le prime pagine del libro

di Cristina Guarducci

È il secondo romanzo, dopo Mitologia di Famiglia, in cui mi addentro nelle drammatiche, e spero divertenti, storie di una famiglia che cova in seno qualche mostro.
In questo caso si tratta di uno strano personaggio alato, bellissimo e inquietante, reietto eppure affascinante, che sconvolge le vacanze di due famiglie di cugini, riportando a galla una vecchia storia di eredità. L’intera vicenda si svolge in una località di mare, durante tre giorni e tre notti di luna piena del mese di agosto, di un anno imprecisato intorno al 1970.
Tra i personaggi si scatenano passioni e rancori, accadono incidenti e malintesi, che giungeranno poi ad un’epica risoluzione all’interno di un caotico ospedale. Mi sono molto divertita a scriverlo e a rivisitare in chiave fantastica certi luoghi della mia infanzia in cui sono stata felice. Penso di aver voluto ricreare la sensazione di libertà e di meraviglia che si può provare all’inizio dell’adolescenza scoprendo il mondo, ancora di più quando ci troviamo in mezzo alla natura. La natura è sempre un personaggio importante nei miei romanzi, la sua bellezza ci consola e apre le porte a una visione più profonda e misteriosa del mondo. Quando siamo immersi nella natura l’immaginazione è più fervida, non a caso le divinità pagane sono nate in un mondo quasi selvaggio. Leggi tutto…

GIORGIO NISINI racconta LA LOTTATRICE DI SUMO

imageGIORGIO NISINI ci racconta il suo romanzo LA LOTTATRICE DI SUMO (Fazi editore). Un estratto del libro è disponibile qui…

di Giorgio Nisini

Ci sono tre immagini cinematografiche dietro la Lottatrice di sumo. E tre immagini di donne: Romy Schneider di Fantasma d’amore, Kim Novak de La donna che visse due volte e Renée Falconetti de La passione di Giovanna d’Arco. Ho visto questi film in epoche diverse della mia vita, tutte lontanissime dal giorno in cui ho iniziato a scrivere il romanzo, in luoghi e con stati d’animo molto distanti tra loro. Eppure i volti di quelle attrici sono rimaste come in background nella mia memoria, mi sollecitavano qualcosa che aveva a che fare con la spiritualità, l’esoterismo, l’amore perduto, la nostalgia di un tempo che non esiste più. Il fatto è che c’era in loro – nei personaggi che interpretavano – qualcosa di ipnotico e perturbante. Era soprattutto una questione di sguardi, che in vario modo erano attraversati da una forza cupa e magnetica, tra follia, misticismo, disperazione per un destino che le aveva condannate per sempre.

Poi gli anni sono passati, ho visto altri film, ho pubblicato altri libri, sono stato preso da altre cose. Tuttavia sentivo che quelle donne sollecitavano dentro di me un’immagine che aveva bisogno di essere messa a fuoco. Ho scritto un racconto, credo alla fine degli anni Novanta, in cui un uomo tornava a leggere un messaggio che le aveva scritto la sua ragazza dei tempi del liceo, pochi giorni prima di morire. Il racconto non è mai stato pubblicato. Sono passati altri anni senza che quell’immagine si definisse. Leggi tutto…

LA LOTTATRICE DI SUMO, di Giorgio Nisini (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del romanzo LA LOTTATRICE DI SUMO, di Giorgio Nisini (Fazi editore).

Domani Giorgio Nisini ci racconterà il suo romanzo

Il libro
Giovanni Cadorna è un fisico alla soglia dei cinquant’anni. Dopo un divorzio e il successo raggiunto con la pubblicazione di un libro scettico sulla possibilità della vita oltre la morte, inizia a dubitare delle proprie certezze in seguito al ritrovamento di un dipinto che lo costringe a fare i conti con il passato e il ricordo di una donna, morta tragicamente più di vent’anni prima.
Decisivo, all’interno di un intreccio costantemente in bilico tra ossessione e raziocinio, ragione e occulto, risulterà l’incontro con Olga, figlia dell’artista esoterico presunto autore dell’opera, che, insieme ad altre figure femminili cariche di significato, darà vigore a una storia fino allo scioglimento della vicenda personale e familiare del protagonista come del mistero legato al quadro.
Con una cura formale di rara evidenza e una lingua densa di risvolti emotivi, l’autore affronta qui un tema delicato come quello della comunicazione con l’aldilà nonché argomenti universali come la libertà individuale, il desiderio di paternità e l’amor filiale.

* * *

 Il prologo del romanzo LOTTATRICE DI SUMO, di Giorgio Nisini (Fazi editore)
Leggi tutto…

GIORDANO, di Andrea Caterini (recensione)

Pubblichiamo una recensione del romanzo GIORDANO, di Andrea Caterini (Fazi editore)

Il dovere di rinascere

di Giuseppe Giglio

Giordano è un guardiano notturno, che per pochi euro al mese sposta auto e furgoni in un sudicio e umido garage sotterraneo: dove qualche fighetto zeppo di alcol gli sgomma strafottente davanti, di ritorno da una notte brava; dove gli toccano i lamenti risentiti di chi, ancora assonnato, vorrebbe già essere fuori, sulla strada, per non arrivare tardi al lavoro. Ci finisce dopo una resa che arriva troppo presto, Giordano, in quella gelida e anonima gabbia: quando, schiacciato dalle tasse e dai debiti, non può più dar voce al proprio talento di abilissimo fabbro (contro il parere della moglie, aveva deciso di fare da solo, di non plasmare più il ferro sotto padrone, di conquistarsi una maggiore agiatezza), al «sogno di allestire grate e porte e pensiline e ferri di ogni forgiatura». E adesso, il corpo umiliato da un ictus, la sua vita sempre più diventa una «vita da rottame», in quel «sottosuolo» in cui spesso Giordano scivola nel vortice di una notte senza tempo, in quel «museo funebre» in cui – ridotto oramai «con le tasche vuote», e anzi «senza più le tasche», residuo di una società liquida e rumorosa (un «popolo che non sa più piangere in silenzio, non sa più pregare») che non lo riconosce più – vive un’assurda inesistenza. Come in un destino spezzato, come costretto ogni notte a «rinnovare il permesso d’asilo dalla vita». Mentre resta prigioniero di un cruciverba che pare senza soluzione, mentre si arrovella su un mazzetto di fotografie che non gli danno pace, e che adombrano un dramma famigliare: il tradimento di Marilù, l’amatissima moglie, che addirittura potrebbe aver subito il fascino di Sandro, «l’amico di sempre» di Giordano; anche lui fabbro, ma solo per necessità, e innamorato della letteratura (che vive come rivelazione, per non privarsi «della bellezza dell’espressione umana»). Quello stesso Sandro che pare abbia insidiato anche Diego, il figlio di Giordano: un ragazzo, ora adulto, che aveva lasciato il mestiere del padre scegliendo di dedicarsi alla filosofia, «per vanificare il peso di ogni volgarità». Leggi tutto…

HOUSE OF CARDS 3, di Michael Dobbs (un estratto)

Pubblichiamo le prime pagine del romanzo “HOUSE OF CARDS 3 – Atto finale“, di Michael Dobbs (Fazi Editore) – traduzione di Stefano Tummolini e Giacomo Cuva

In contemporanea con la terza stagione dell’omonima serie tv interpretata dal premio Oscar Kevin Spacey, arriva in libreria il terzo e ultimo capitolo della serie cult sul… potere.

Il libro
Sono passati dieci anni da quando, grazie a una lunga serie di sotterfugi e manipolazioni, Francis Urquhart ha raggiunto l’apice. Ora si appresta a diventare il primo ministro più longevo nella storia del paese: lo spettro della vecchiaia incombe, è tempo di bilanci e di pensare a come guadagnarsi un posto nella Storia. Ma nel corso della sua impietosa scalata il nostro protagonista si è fatto molti nemici, e oggi si ritrova con un branco di lupi alle calcagna pronti ad azzannarlo, mentre i molti scheletri da tempo sepolti nell’armadio minacciano di saltare fuori.
Nel suo ultimo atto, Urquhart è costretto ad affrontare un’inaspettata crisi di governo che coinvolge lo scacchiere internazionale: deve operare nella questione cipriota, complicata ulteriormente dal ritrovamento di certi giacimenti petroliferi a cui sono in molti ad ambire. Ma il petrolio non è l’unico segreto dell’isola: Urquhart è legato a questa terra da una tragica vicenda personale del suo passato, pronta a perseguitarlo.
Come prevedibile, l’instancabile FU non è pronto a farsi da parte, né a cedere di fronte a chicchessia. È ancora disposto a tutto e determinato a lasciare il segno. Ci riuscirà?

***

PROLOGO

Leggi tutto…

FRANCESCO MARI racconta LA RAGAZZA DI SCAMPIA

Francesco MariFRANCESCO MARI ci racconta il suo romanzo LA RAGAZZA DI SCAMPIA (Fazi editore). Un estratto del libro è disponibile qui.

di Francesco Mari

Allora: vi riassumo un po’ la storia innanzitutto, in due parole.
C’è questo impiegato comunale di Napoli, Franco, pieno di confuse e smisurate ambizioni da scrittore, che ogni mattina tra la metro e l’ufficio sogna a occhi aperti la gloria letteraria, e siccome ha una fantasia galoppante, si vede già mentre rilascia interviste, va in tv dalla Bignardi acclamato come una star eccetera eccetera. Intanto, però, si trova a fare i conti una vita quotidiana frustrata e poco o niente in linea con le sue aspirazioni, diviso com’è fra un ufficio denominato UOPS (Ufficio Operativo Progetti Speciali), la cui principale attività è cercare di inventarsi ogni giorno il lavoro con cui giustificare la propria esistenza, e il monolocale in cui abita da single, che odora perennemente di patate scaldate perché lui sa cucinarsi solo quelle!
Per evadere da tutto questo grigiore, siccome pensa anche di essere molto furbo, si inventa un falso reportage con al centro un cantante neomelodico (si può fare un reportage su Napoli senza metterci dentro un neomelodico?), tale Jenni Marvizzo, e una ragazza, Stella, – la “ragazza di Scampia” del titolo – decisa a denunciare gli spacciatori di eroina responsabili della morte di suo fratello Lucianino. Franco, difatti, una cosa l’ha afferrata: ha capito che i libri reportage su Napoli, i “romanzi-verità” che presentano una Napoli dal volto dark e feroce, sono molto richiesti. Insomma, la Napoli in stile Miami Vice, che sembra aver sostituito pizza e mandolini con faide e scissionisti, “tira”, come suol dirsi, si vende con successo sul mercato dell’immaginario noir contemporaneo: e allora perché non provare a inserirsi in questo filone di successo? Leggi tutto…

LA RAGAZZA DI SCAMPIA, di Francesco Mari (un estratto)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un estratto del romanzo LA RAGAZZA DI SCAMPIA, di Francesco Mari (Fazi editore)

« Una vita ordinaria dalla quale proiettare altre identità: ecco a voi Franco, funzionario della pubblica amministrazione napoletana, una vita tranquilla (anche troppo), relazioni difficili con le donne (ma nemmeno tanto) e una passione, la scrittura, che di colpo si trasforma nell’occasione per un salto di qualità. L’obiettivo, quindi, diventa convincere l’editor di una grande casa editrice del Nord che la storia scritta da Franco, riportata da tale Jenny Marvizzo e riguardante l’eroica Stella, sia scottante cronaca ambientata a Scampia. In odore di scoop, La ragazza di Scampia (questo il titolo del reportage) diventa un grande affare; peccato che la realtà non sia mai la verità: siamo proprio sicuri che Napoli, la camorra, Scampia, l’intera vicenda di Stella non siano mera invenzione romanzesca? Del resto, come pensa l’editor: “La verità è che ‘sti napoletani abitano dentro un noir a cielo aperto”.

Questo romanzo narra della controversa rivincita della menzogna letteraria sullo strapotere della cronaca: Francesco Mari, al suo felicissimo esordio, diventa un protagonista grottesco, circondato da comici comprimari, a cavallo fra Gogol’, i fratelli Coen e Patricia Highsmith, riuscendo nella non facile impresa di capovolgere con stile graffiante i troppi luoghi comuni dell’oleografia nera napoletana post-gomorra.
(Antonella Cilento).

Francesco Mari è nato nel 1966 a Napoli, città dove vive e lavora.

* * *

LA RAGAZZA DI SCAMPIA, di Francesco Mari (Fazi editore) – estratto dal 4° capitolo

THE TRIP

Napoli, intorno alle 8.00
Leggi tutto…

CASSANDRA AL MATRIMONIO, di Dorothy Baker (la postfazione di Peter Cameron)

Pubblichiamo la postfazione di Peter Cameron dedicata al romanzo CASSANDRA AL MATRIMONIO, di Dorothy Baker (Fazi editore – Traduzione di Stefano Tummolin)

Un romanzo commovente sulla famiglia, sui conflitti e le tenerezze che sempre accompagnano i nostri rapporti. Un romanzo scritto nel 1962 che non smette di raccogliere pareri entusiastici per la modernità con cui descrive i personaggi femminili.

La scheda del libro
Cassandra Edwards ha ventiquattro anni, è una studentessa laureata a Berkeley: è brillante, ma un po’ nevrotica e triste. All’inizio del romanzo la troviamo al volante della sua macchina mentre sta tornando a casa, il ranch di famiglia alle pendici della Sierra, per partecipare al matrimonio della sua gemella, Judith, con un giovane medico del Connecticut. Matrimonio che Cassandra è determinata a sabotare. La commedia agrodolce di Dorothy Baker segue un inaspettato corso di eventi nei quali la sua eroina si mostra, in momenti diversi, subdola, consapevole, ridicola, concitata, assurda e disperata – allo stesso tempo totalmente impossibile, e irresistibile.
Il weekend che Cassandra trascorre nella casa paterna diventa un momento di crescita, una riflessione su quanto la famiglia sia lo specchio più evidente della natura poco soddisfacente dell’essere umano. La prima cosa che apprendiamo è che il sé è qualcosa di parziale. Forse possiamo essere consapevoli di un unico aspetto davvero comune a tutti: l’incompiutezza.

* * *

 

CASSANDRA ALLO SPECCHIO di Peter Cameron

tratto da Cassandra al matrimonio di Dortohy Baker (Fazi editore, trad. Stefano Tummolini)

Capita raramente di questi tempi di rimanere scossi da un libro. La vita ne ha ancora il potere, ma che lo conservi l’arte sembra un fenomeno da secolo scorso. Picasso, Stravinskij e Joyce hanno trasformato il modo in cui guardiamo un quadro, ascoltiamo una musica e leggiamo un libro, ma di solito l’arte contemporanea che cerca di provocare un effetto shock al massimo ci lascia un po’ annoiati. Ciò nonostante Cassandra al matrimonio, magistrale romanzo di Dorothy Baker, mi ha scioccato nel vero senso della parola: mi ha sbalordito, lasciato interdetto, senza fiato, con la mente sollecitata dalle piccole scosse elettriche che provoca quasi a ogni pagina questo libro appassionante.
Perché? Cosa rende tanto sconvolgente un romanzo che in apparenza sembra una storia piuttosto innocua tratta dalla vita di una famiglia americana a metà degli anni Venti? Ci ho riflettuto molto mentre ne divoravo le pagine e soltanto quando sono arrivato alla fine e ho potuto rielaborare la mia esperienza di lettore, ho cominciato a capire.
All’inizio, credo, quel che impressiona piacevolmente è la decisa genialità della scrittura. Un testo eccellente, come un cibo preparato con grande abilità, ci sbalza fuori dall’esistenza disincantata di tutti i giorni e all’improvviso ci fa sentire di nuovo vivi; ci appassiona e ci stimola. Molti scrittori sono maestri nel tratteggiare i personaggi, molti sono capaci di addentrarsi nelle profondità labirintiche della psicologia umana, molti altri abilissimi nella descrizione, nello scrivere meravigliosi dialoghi e infine nell’escogitare una trama affascinante e originale; ma ce ne sono pochi – molto pochi – che eccellono a tutto campo. Dorothy Baker dà l’impressione di un provetto giocoliere che, con uno stile e un controllo stupefacenti, tenga in vorticoso equilibrio le tante palline e i piattelli di cui dispone. Non mi vengono in mente molti altri libri in cui l’autore mostri una padronanza dello stile e del proprio mestiere in modo tanto evidente. Almeno per i lettori più accorti, il semplice fatto di leggere Cassandra al matrimonio è esaltante.
Quel che però ne fa un’opera sconcertante, capace di segnare (e inquietare) nel profondo, va oltre lo stile e il mestiere. Anche se il libro fosse scritto in modo diverso resteremmo interdetti, perché a sconvolgerci non è la forma ma il contenuto. Non credo che nel 1962, quando Cassandra fu pubblicato per la prima volta, i lettori (anche quelli odierni, peraltro) fossero preparati a incontrare un personaggio (al tempo stesso voce narrante) tanto spietato e sincero (nella sua insincerità) come Cassandra Edwards. La sua nitidezza e lucidità mi ricordano Esther Greenwood, la travagliata protagonista e voce narrante de La campana di vetro, romanzo ormai assurto a classico della grande poetessa americana Sylvia Plath. Sono rimasto sconcertato (anche) quando mi sono reso conto che Cassandra Edwards arriva un anno prima di Esther Greenwood (La campana di vetro fu pubblicato nel 1963 sotto pseudonimo). Resta solo da chiedersi se Sylvia Plath lo avesse letto.
Ad eccezione delle commedie di Shakespeare, nei testi letterari non si incontrano spesso due gemelli identici e non conosco altro libro che esplori con lo stesso acume psicologico cosa significhi essere un gemello monozigote (cioè sviluppatosi da un unico zigote che si scinde formando due embrioni identici). Non avevo mai pensato che avere un fratello o una sorella tale e quale a te potesse essere un’esperienza tanto difficile, faticosa e traumatica. Nella vicenda di Cassandra affiora quasi un elemento fantascientifico, raccapricciante, da invasione degli ultracorpi: come si fa a diventare se stessi, a costruirsi una vita indipendente quando nel mondo esiste un individuo uguale identico a te, col quale hai un legame che soppianta qualsiasi altro affetto familiare o di coppia? «Avremmo dovuto essere un’unica persona», afferma lei appena s’accorge di non riuscire a concepire una vita per contro proprio, separata dalla sorella. Per quel che la riguarda, loro due però non sono semplici sorelle: sono «complici» nell’«impresa molto pericolosa» della vita. È un sodalizio che Cassandra ha bisogno di preservare a tutti i costi e che Judith cerca disperatamente di troncare. Da una tale situazione d’impasse quel che scaturisce è uno scontro mortale fra due volontà, poiché Cassandra non riesce a concepire una vita separata da Judith e Judith, che ha trovato l’amore e la compagnia di un’altra persona, non riesce più a sopportare il legame incestuoso – le catene – dell’essere nata gemella. Leggi tutto…

I RAGAZZI BURGESS, di Elizabeth Strout (intervista all’autrice)

I RAGAZZI BURGESS, di Elizabeth Strout (intervista all’autrice vincitrice del Premio Pulitzer nel 2009)

di Francesco Musolino

Con la raccolta di racconti “Olive Kitteridge” vinse meritatamente il Premio Pulitzer – segno che negli USA diversamente che in Italia, le short stories sono davvero importanti – e dopo ben cinque anni di ricerca, la scrittrice Elizabeth Strout, ritorna in libreria con “I ragazzi Burgess”, edito da Fazi (pp. 448, Euro 18,50 trad. Silvia Castoldi). Qui la Strout sfoggia una prosa pungente e cristallina per raccontare le vicende dei tre ragazzi Burgess, ovvero il celebre avvocato, Jim, il malinconico  Bob e Susan, la sorella divorziata e madre di Zach che ha lanciato una testa di maiale in una moschea durante il Ramadan. Proprio le inspiegabili azioni di Zach spingeranno i tre fratelli a riunirsi e lentamente, ritrovandosi nel mondo rurale tanto caro alla Strout lontano dalla rarefazione degli affetti cittadina, emergeranno devastanti verità circa l’incidente che costò la vita del padre, segnando per sempre le loro esistenze. Ma la Strout non si limita a tratteggiare un grande affresco sulla solitudine che possiamo incontrare in ambito familiare; pagina dopo pagina, dona voce alla comunità somala che sta cercando di ricostruirsi una vita a Shirley Falls, nel Maine, fra l’indifferenza e il razzismo generale. Il risultato è un romanzo in cui il lavoro artigianale dell’autrice è visibile in ogni pagina, in ogni riga, in ogni singola parola. Non a caso Elizabeth Strout è considerata una delle voci della letteratura americana più sincere. La Gazzetta del Sud l’ha intervistata in occasione del suo nuovo tour italiano.

Questo libro è il frutto di diversi anni di ricerca e scrittura. Com’è nato l’intero progetto?

«La storia mi è arrivata lentamente, ma ho subito capito che avrebbe riguardato principalmente l’amore tra questi fratelli, una forma d’amore turbata e sconvolta dal passato comune. Ma mi è servito molto tempo perché ho dovuto intraprendere una vasta ricerca prima di cominciare a scrivere. Inoltre, dovevo capire come raccontare la storia. C’erano numerosi fattori che mi interessavano: come funziona la memoria, come affrontare il passato, come interagiamo con il trauma (e questo include come i somali, a loro volta, considerano i traumi) e il fatto che in  America c’è sempre la speranza che si possa reinventare la nostra vita, fuggendo dal passato».

Con “I Ragazzi Burgess” ritorna a Shirley Falls…

«Sì, ho fatto tappa alla città immaginaria di Shirley Falls, già apparsa sia nel primo che nel secondo romanzo. Mi piace l’idea di tornare allo stesso paesaggio, utilizzare lo stesso tessuto che ho intessuto per molti dei miei personaggi. In fondo è come una storia nella storia, al di là dei personaggi racconto anche questo luogo ha molto da raccontare sulla strada che stiamo percorrendo».

Ad esempio?
Leggi tutto…