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A FERDINANDO CAMON IL PREMIO FONDAZIONE IL CAMPIELLO 2016

IL PREMIO FONDAZIONE IL CAMPIELLO 2016 È STATO ASSEGNATO A FERDINANDO CAMON

Venezia, 19 luglio 2016 – Il Premio Fondazione Il Campiello 2016 è stato assegnato a Ferdinando Camon. Lo scrittore padovano ritirerà il riconoscimento alla carriera in occasione della finale della 54^ edizione del Premio Campiello, in programma sabato 10 settembre al Gran Teatro La Fenice di Venezia.

Roberto Zuccato, Presidente della Fondazione Il Campiello e di Confindustria Veneto, ha dichiarato: “Siamo particolarmente felici e orgogliosi che Ferdinando Camon abbia accettato questo nostro riconoscimento. Vogliamo celebrare uno scrittore veneto e italiano, tra i più tradotti e conosciuti all’estero. Uno scrittore che nei suoi romanzi ha raccontato in modo magistrale, tra gli altri, il tema della crisi: della civiltà contadina e dell’Occidente, dell’esistenza individuale e della famiglia, del terrorismo e dell’immigrazione. Molte di queste sono tematiche quanto mai attuali e possono offrirci chiavi di lettura profonde per comprendere il nostro presente. L’opera letteraria di Camon rappresenta un grande insegnamento sui mutamenti della storia e della società per tutti noi.

Il Premio Fondazione Il Campiello viene assegnato dal 2010 dall’omonima fondazione ad una insigne personalità della cultura letteraria italiana contemporanea. Prima di Ferdinando Camon, hanno ricevuto il riconoscimento Sebastiano Vassalli (2015), Claudio Magris (2014), Alberto Arbasino (2013), Dacia Maraini (2012), Andrea Camilleri (2011) e Carlo Fruttero (2010). Leggi tutto…

STORIA DI SIRIO, di Ferdinando Camon (una recensione)

STORIA DI SIRIO – Parabola per la nuova generazionedi Ferdinando Camon

Garzanti Libri – pagg. 152 – € 12,00

di Renzo Montagnoli

La speranza non deve morire

Non si può certo dire che Ferdinando Camon sia monocorde, che i suoi scritti trattino sempre lo stesso tema e così, dopo aver dato alle stampe i romanzi del Ciclo degli ultimi, per intenderci quelli che parlano della scomparsa della civiltà contadina, ha osservato il mondo che lo circonda, la società che lo occupa, cogliendo, insieme con gli aspetti esteriori più significativi, le carenze di fondo, in un invito a meditare e, soprattutto, a cercare di cambiare le tante troppe storture. E’ il caso questo anche di Storia di Sirio, che sembra un’opera rivolta più all’attuale generazione giovanile, ma che interessa tutti, anche quelli più avanti negli anni, figli di quel dopoguerra che hanno accettato supinamente la civiltà industriale, quella dei consumi, salvo poi lamentarsi sterilmente. Un giovane deve necessariamente maturare attraverso le esperienze e Sirio è un emblema di questo processo, un prodotto tipico in cui la generazione attuale troverà non pochi punti di contatto. Ma finisce con l’essere un atto di accusa anche nei confronti dei genitori, ingabbiati, come i figli, in una struttura piatta che nell’illusione di uno sprazzo di benessere finisce con lo schiavizzare, con il rendere succubi a un sistema capitalistico impietoso che poco dà per togliere invece tanto. In questo quadro Sirio, figlio di un industriale, quindi di un capitalista, con quella voglia di aria nuova che è proprio dei giovani, prima si ribella al padre, avviando una serie di esperienze totali come una vita da sbandato con l’assunto che lavoro equivalga a schiavitù, poi prova l’ebbrezza del primo amore e la delusione che ne deriva quando questo diventa noia, e infine arriva all’autoanalisi interiore, quasi a voler dimostrare che qualsiasi aspirazione di cambiamento è inevitabilmente destinata alla sconfitta se non cambiamo prima noi stessi. Però, se è pur vero come dice Camon che si tratta di una parabola per la nuova generazione, ho colto altri motivi di interesse, forse nemmeno tanto impliciti, che l’uomo, scrittore, insegnante e padre, non può aver messo lì per caso o unicamente a supporto del suo discorso. Leggi tutto…

DAL SILENZIO DELLE CAMPAGNE, di Ferdinando Camon

Dal silenzio delle campagneDAL SILENZIO DELLE CAMPAGNE, di Ferdinando Camon
Prefazione di Fernando Bandini – Garzanti Libri – Poesia – pagg. 118
Prezzo € 7,75 (e-book € 4,90*)
[L’ebook appena uscito ricomprende anche la silloge ormai introvabile Liberare l’animale]

recensione e intervista a cura di Renzo Montagnoli

Prima e dopo

Venuto dalle campagne, poiché lì vi è nato da famiglia contadina, l’ormai inurbato Camon, affrancato dal percorso di studi effettuato e dall’attività di insegnante che nulla ha a che fare con il mondo rurale, in un’epoca in cui quella millenaria civiltà dei lavoratori dei campi si è conclusa, volge lo sguardo all’intorno sui nuovi comparsi (gli agricoltori), ma anche suscitando il ricordo di un tempo passato e che mai più ritornerà.
Nasce così questa raccolta di poesie, mai cedevoli al lirismo, ma volte, come è scritto anche nel sottotitolo, a riportare in versi raccontini del mondo agreste, alla luce anche di nuovi eventi che si innestano in una realtà sorta forse confusamente, ma che é la civiltà del benessere, in cui non si soffre più la fame, si fatica meno, ma anche si vive alla giornata, depauperati dalle radici di un passato e perciò figli di nessuno. È così che l’opera presenta delle sottosillogi tematiche (Dagli allevamenti di tori; Dalle fattorie; Dalle città e dalle periferie), realizzando in pratica un fine trattato sociologico in versi.
Il substrato, il palcoscenico è quello di un Nord-Est che anni fa faceva la fame, ma che ora imborghesito si pasce di ricchezza, continuamente perseguita, in una desertificazione del senso etico da cui nascono nuovi mostri (stupratori, assassini, serial killer). Se con i suoi primi romanzi, in cui così bene ha descritto la civiltà contadina e la sua scomparsa, Camon non si era fatto certo amici al suo paese, con questa raccolta di poesie, radicata in un territorio più ampio, deve avere accresciuto in modo sostanziale i suoi nemici e solo per il semplice fatto che raccontare la verità non è per niente facile e le conseguenze sono sempre di forti contrasti quando questa viene a toccare qualcuno.
Da quest’opera esce un quadro della grettezza propria dei nuovi agricoltori, travolti dall’idea di far sempre più soldi, orfani del senso della famiglia, della religione e anche della patria. E qui non vorrei che qualcuno pensasse che gli antichi richiami nazionalisti e fascisti di Dio, patria e famiglia fossero il nocciolo di tutta l’opera, perché si sbaglierebbe di grosso. Camon non ha un concetto retorico di questi tre stilemi, ma avverte tangibilmente che l’aver rinunciato a una famiglia patriarcale, dove ognuno dei componenti era in funzione degli altri, l’aver abdicato al senso pregnante di una religione rifugio per i propri problemi e maestra di vita, l’aver circoscritto la patria solo alla propria azienda, mezzo e fine del tutto, non può che portare a un inaridimento in cui possono albergare tutte le pulsioni possibili, e soprattutto quelle distruttive (Da terre sante e assassine: …/ Di lui non sappiamo tutto. / Stuprava le vittime col pugno / e col calcagno, / faceva cose che i periti / coprono col segreto, / per paura che l’umanità / sentendole faccia un salto indietro. / …). E questa poesia, piuttosto lunga, non a caso rappresenta l’epilogo, un monito con il quale il poeta, in precedenza assai meno drammatico, anzi ironico, richiama la sua gente – ma che è tutta la gente facente parte della civiltà post-contadina – a un riesame della propria coscienza, se questa esiste ancora.
E’ forse una conclusione che non mi aspettavo, anche se logica, ma questo avviene alla luce delle precedenti poesie venate da un’ironia quasi ludica, in cui difetti e sfregi sono così ben descritti in versi tanto da ricavare l’impressione che l’autore sia lì davanti a te, e quindi con un tono conviviale, da moderno cantastorie. E se di ironia si tratta, credo proprio che comprenda anche una buona dose di autoironia, un’ancora di salvezza per prendere sul serio, ma non troppo, la vita, come il personaggio di Il lupo della steppa, di Hermann Hesse.
Divertono questi versi, ma pungono, piano piano scavano dentro al punto da chiedersi alla fine come mai abbiamo potuto ridurci così, immemori del passato, apatici nel presente, incapaci di programmare un futuro che non sia solo quello di far soldi a ogni costo. Van bene gli sghei, perché quando non ci sono e servono sono dolori, ma ridurre tutta una vita all’unico valore monetario è sprecarla inutilmente.

Aggiungo che è uscito in questi giorni, edito sempre da Garzanti, l’ebook Dal Silenzio delle campagne (€ 4,90), comprendente anche la silloge Liberare l’animale di fatto totalmente irreperibile in forma cartacea. L’ambientazione di queste poesie è sempre il mondo contadino, ma si aggiunge un’ulteriore finalità, rappresentando una coscienza storica di quanto avvenuto in un ancor non lontano passato. Sono scampoli di ricordi di vita vissuta, con ritratti anche struggenti, come in Mia madre, oppure versi che straziano, che segnano le carni, che incidono l’anima come quella che dà il nome all’intera silloge, dall’immensa profondità e con una chiusa che da sola vale l’intera opera: Non possiamo ancora reagire al male:/ occorrono interi millenni / per liberare da noi l’animale. Opera antecedente a Dal silenzio delle campagne, con un Camon più giovane, non è pervasa dall’ironia di cui ho accennato, anche se a tratti affiora, ma all’epoca il disincanto era probabilmente solo agli inizi
Da leggere entrambi, non ve ne pentirete.
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STRAGI IN MARE. COSA POSSIAMO FARE?

STRAGI IN MARE. COSA POSSIAMO FARE?

di Ferdinando Camon

Quelli che si sono salvati sono dei morti resuscitati. Ci guardano dall’aldilà. Tutti diciamo: basta, non possiamo vedere spettacoli come questo, “sono una vergogna”, dobbiamo arrestare gli scafisti, vigilare sulle nostre coste, bloccare i barconi appena salpano, insomma impedire che i miserabili del Terzo e Quarto Mondo muoiano così, questi non sono viaggi della speranza, sono viaggi dei suicidi. Chiediamo aiuto all’Europa: Lampedusa non è la porta dell’Italia, è la porta dell’Europa, anche gli Stati del Nord devono pattugliare il Mediterraneo del Sud. Come del resto una norma europea prevede. E allora, perché non succede? Perché se una nave norvegese imbarca dei naufraghi a sud della Sicilia, poi deve scaricarseli in Norvegia. E questo la Norvegia non lo vuole. Nessuno Stato europeo lo vuole. I naufraghi sono come la rogna, chi ce l’ha se la gratta. La Spagna è terribile nel respingimento. E infatti i migranti non vanno in Spagna, vengono qua. E così, un problema che dovrebb’essere mondiale è soltanto italiano: il problema dei migranti che ci muoiono in casa.
Muoiono per errore? Sbagliano i calcoli? Certo, è stolto imbarcarsi in 500 su una barca che può contenerne 40, è stupido far segnali col fuoco da una tolda unta di olio combustibile. Ma se sapessero i rischi che corrono, non partirebbero più? Chi pensa così (gran patte dei lettori), ha un’idea “dolce” della vita di questi migranti in patria. La verità è più amara. Questi migranti non sono costretti a una scelta tra una “vita passabile” in patria e una “morte atroce” in mare. Anche la vita in patria è una morte. Non hanno niente. Leggi tutto…

MAI VISTI SOLE E LUNA, di Ferdinando Camon

mai visti sole e lunaMAI VISTI SOLE E LUNA, di Ferdinando Camon
Postfazione di Giorgio Bàrberi Squarotti
Garzanti Libri – Collana Gli elefanti Narrativa – Pagg. 149 – Prezzo € 7,23

di Renzo Montagnoli

Devo ammettere che la lettura dei libri di Ferdinando Camon riserva sempre grandi sorprese, e non solo per quanto concerne il tema trattato, ma anche per come esso viene esposto. Su quest’ultimo aspetto ritornerò in argomento approfonditamente più avanti, perché credo che ben più importanti siano i contenuti, tali da scuotere una naturale indolenza estiva che mi porta a cercare prose facili e meno impegnative. No, con Mai visti sole e luna, è d’obbligo leggere soffermandomi su svariati punti, lasciandomi trascinare dalle apparenti digressioni di cui è infarcito il racconto e con le quali l’autore conduce per mano a scoprire i reali e autentici significati di questa sua fatica.
Ancora una volta lo scenario è quello agreste, il mondo è quello contadino, lontano mille miglia dalle visioni idilliache delle Bucoliche di Virgilio, una terra aspra su cui spezzare le reni per trarre il necessario per il proprio sostentamento, una civiltà sempre uguale nel tempo che l’industrialismo del dopo guerra ha spazzato via. Uomini e natura, natura e uomini, quasi un’identità che non lascia scampo: si viene al mondo sulla terra, alla terra si ritorna quando si muore, in una vita già scolpita nella pietra del tempo, fatta di poche gioie e di molti dolori. È un’esistenza dura e lo è ancora di più se si aggiungono alle tante difficoltà e privazioni quotidiane una guerra (la seconda) e la feroce occupazione tedesca. È il barbaro germanico che nell’assoluta condizione di essere superiore schiaccia, tortura, uccide i contadini, visti non come uomini, ma come paria, come individui inferiori, eguali ai loro animali. Mi sale un brivido lungo la schiena nel ricordarmi di certe nefandezze raccontate nel libro: sono massacri del tutto inconcepibili che non possono trovare giustificazione e le cui vittime gridano ancora giustizia, senza essere ascoltate. Anzi, il tempo smussa, sfuma, la resistenza nelle campagne diventa un evento lontano, talmente lontano che i figli dei figli dei figli di quei protagonisti ora possono perfino chiedersi se qualche cosa c’è stato, o ancor peggio non chiedono nulla, non gli interessa, meglio ignorare il passato per vivere sradicati senza uno scopo, succubi del presente.
E pur in questa tragedia, che si rincorre di pagina in pagina, e nonostante l’esperienza dell’autore, perché l’aspetto autobiografico non è per nulla secondario, le capacità narrative sono sorprendenti, accompagnate da un velo d’ironia che nel capitolo che dà il titolo all’intera opera (Mai visti sole e luna) si trasforma nella satira dell’alfabetizzazione serale.
Però il sipario si apre ogni volta sul mondo contadino e curiosa al riguardo è la parte della contrapposizione fra campagna e città, quest’ultima fonte di tanti guai, perfino della guerra, abitata da individui incapaci di integrarsi, a differenza dei contadini, che vivono nella natura e secondo i ritmi della stessa.
Convengo però con Giorgio Bàrberi Squarotti, autore della postfazione, che giustamente scrive che leggere Mai visti sole e luna come l’opera  dell’estrema nostalgia contadina, dell’ultima elegia di una cultura scomparsa, oppure come la rinarrazione, a tanta distanza di decenni, della guerra e della resistenza e anche degli anni che seguirono la guerra, significa ridurre alquanto il significato di un’opera che porta invece in sé un messaggio di universale portata. E quale è questo messaggio? Leggi tutto…

CONVERSAZIONE CON PRIMO LEVI, di Ferdinando Camon

Conversazione con Primo LeviCONVERSAZIONE CON PRIMO LEVI, di Ferdinando Camon
Guanda – pagg. 75 – euro 10

[In serata, su Letteratitudine, l’intervista a Ferdinando Camon su “Conversazione con Primo Levi”]

Il dilemma di Primo Levi

di Renzo Montagnoli

Due scrittori, assai noti (Primo Levi aveva già scritto e pubblicato Se questo è un uomo e La tregua, Ferdinando Camon, benché più giovane, era già conosciuto per Il Quinto Stato, La vita eterna, Occidente e Un altare per la madre), si incontrarono nei primi anni ’80, per la precisione il primo contatto diretto avvenne nel 1982 a Torino, città in cui Primo Levi era nato e risiedeva; ce ne furono successivamente degli altri, tanto che l’ultimo fu nel 1986.
Quella che doveva essere un’intervista di Camon a Levi divenne una vera e propria conversazione, che pur obbedendo a una scaletta di domande predisposte dal primo e concordate con il secondo, si rivelò uno scambio di opinioni di grandissimo interesse. Deve essere dato atto a Ferdinando Camon di aver ben interpretato i desideri dei lettori, più che mai curiosi di conoscere qualche cosa di più di questo grande autore, testimone e vittima della Shoa, per sua natura persona assai umile e che ha sempre cercato di parlare attraverso le sue opere.
Ma cosa spinse Camon a contattare Levi per intervistarlo? Questa è la prima domanda che ho rivolto allo scrittore padovano che mi ha risposto, come sua consuetudine, in modo esauriente e senza reticenze. Mi ha detto che era stato spinto da un complesso di colpa, in quanto figlio di quella civiltà dell’Europa occidentale che nel tempo ha preso di mira gli ebrei, con un lavorio di esclusione durato diversi secoli e giunto al suo culmine con la follia nazista volta al loro sterminio.
Beninteso questo senso di colpa è una radice che uno si porta appresso per atti compiuti, magari molto tempo prima che nascesse, dal mondo di cui fa parte, da una civiltà che si crede esemplare e che invece nasconde in un’atavica avversione  per gli ebrei, un nocciolo di inciviltà ancor oggi difficilmente scalzabile, atteso un serpeggiante dilagare dell’ostracismo per tutti quelli che non ne sono membri.
Come dice Camon, per lui andare da Levi era come andare a Canossa, e forse ha avvertito tanto di più questo senso di colpa in quanto cristiano e anche cattolico, proprio per la constatazione che il far parte di un credo religioso porta inconsciamente a vedere gli altri, cioè quelli di fede diversa, come degli estranei.
E’ stato però fortunato, perché Levi sì era ebreo, ma Leggi tutto…

Bevilacqua e Camon vincono il premio Graziosi/Terra degli aironi

A Bevilacqua e Camon il premio Graziosi-Terra degli aironi

unico in Italia per la narrativa di pianura

In passato è stato vinto da Claudio Magris e Sebastiano Vassalli

Cerimonia sabato 29 settembre a Novara a 20 anni dalla morte dell’autore

di Una Topolino amaranto e Terra degli aironi ristampati da Interlinea

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Su LetteratitudineBlog, il dibattito su La mia stirpe di Ferdinando Camon

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Sono Alberto Bevilacqua, per la carriera, e Ferdinando Camon, per La mia stirpe edito da Garzanti, i vincitori del premio Dante Graziosi/Terra degli aironi di Novara, l’unico dedicato alla narrativa di pianura: la cerimonia, con i premiati presentati da Giovanni Tesio, è in programma sabato 29 settembre alle ore 17,30 al villaggio Novarello (Granozzo-Novara), sede dell’antico Mulino dove visse e ambientò molte sue opere il veterinario scrittore novarese Dante Graziosi, autori di libri di memoria della civiltà contadina come Una topolino amaranto e Terra degli aironi ora ristampati da Interlinea. Leggi tutto…