Archivio

Posts Tagged ‘Francesca Mazzucato’

STRANI I PERCORSI CHE SCEGLIE IL DESIDERIO di Francesca Mazzucato: incontro con l’autrice

STRANI I PERCORSI CHE SCEGLIE IL DESIDERIO di Francesca Mazzucato (Castelvecchi): incontro con l’autrice e un estratto del romanzo

Francesca Mazzucato, laureata in Lettere e specializzata in Biblioteconomia, è scrittrice, traduttrice e consulente editoriale. I suoi romanzi sono stati tradotti in Francia, Germania, Grecia e Spagna. I suoi racconti compaiono in prestigiose antologie uscite negli Stati Uniti, come Rome Noir, Venice Noir e La dolce vita. I suoi libri più recenti sono “Belgrado Blues. La città bianca fra mito e visioni” (2017) e “24 ore” (2017). Sempre nel 2017, per Castelvecchi è uscito il romanzo “Strani i percorsi che sceglie il desiderio”.
Ne discutiamo con l’autrice…

 * * *

“Scrivere della ex-Jugoslavia e di Balcani è stata un’esigenza precisa, quasi un richiamo”, ha raccontato Francesca Mazzucato a Letteratitudine. “Dopo dieci anni esatti di studi sulle guerre più recenti e sulla storia remota, dopo moltissimi viaggi, e  incontri indimenticabili fra Belgrado, la Bosnia e certi paesi senza nome persi nel bianco gelato di confini segnati da sangue, vendette e resistenza, ho sentito che era arrivato il momento.
Strani i percorsi che sceglie il desiderio è la seconda parte di una trilogia balcanica destinata a continuare chissà quando e chissà dove, ma che continuerà comunque. Il primo libro è uscito, sempre nel 2017, per la collana dei Cahier di viaggio di Historica edizioni e si intitola Belgrado Blues, la città bianca fra mito e visioni.  Il mio progetto è una trilogia, forse sarà una trilogia con delle diramazioni ( sto completando un ebook con i materiali esclusi dai romanzi e con alcune note di viaggio che non volevo andassero perdute, un taccuino balcanico). In quei luoghi, nella Bosnia dell’entità ortodossa in particolare, ritrovo una purezza che mi è necessaria, che mi permette di respirare. Purezza è una parola strana, nei Balcani, vuol dire tutto, e per tanti è motivo di scelte radicali, dall’esterno non vuol dire niente o quasi, perché tutto, appare effimero e impermenente. Bosnia, Serbia, parti della Croazia, sono urgenza infuocata, storie necessarie, torti e ragioni che si fondono, si sovrappongono, si annullano e si ritrovano. Leggi tutto…

L’AMORE CATTIVO di Francesca Mazzucato (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del romanzo L’AMORE CATTIVO di Francesca Mazzucato (Giraldi, 2015). A seguire, l’introduzione del libro firmata da Camilla Ghedini

L’Amore Cattivo, estratto capitolo Uno, pag 7-8-9

             E accade all’improvviso, tutto insieme, la serranda del garage che
si alza, il fremito, il sussulto, non c’è tempo per pensare troppo.

Non c’è tempo per niente, l’erosione dei minuti è scandita dai passi composti e ritmici, dalla sua pelle che, nell’attesa, diventa rossa d’apprensione, imperlata di un sudore gelato.

            Deve sistemare i cuscini sul divano, ordine perfetto, colori in gradazione, la bottiglia per l’aperitivo, il ghiaccio già pronto, i libri d’architettura uno sopra l’altro, l’ultimo aperto, le luci abbassate, la musica, il volto mansueto, le mani ferme, non una traccia di polvere,
nessuna sbavatura, andrà bene, ripete, andrà tutto benissimo.

L’amore feroce, quello delle bestie selvagge.
Che scortica, taglia, incide.
Quello storto, che diventa crimine.
L’aveva conosciuto troppo presto.
Le era rimasto addosso come un’ustione.
Nora appoggiò il naso al vetro della finestra come faceva da bambina e nell’alone disegnò una stella e una ballerina triste.
L’interno di un carillon antico.
Quelli con musica e movimento. Meccanismi perfetti, così diversi dalla vita.
Che si inceppa in un istante, si scombina.
I carillon funzionano sempre. Li rompe solo l’incuria.

La neve si era affacciata durante la notte stendendo un velo bianco sui tetti. Si era alzata a guardarla due volte, svegliandosi di soprassalto.
Creature leggerissime danzavano sulla città addormentata, illuminate dai lampioni e dai fanali delle macchine.
Aveva pensato di mettersi a cucinare. Preparare una torta. Portarla al lavoro al mattino, sorprendere i colleghi. Le piaceva cucinare di notte. Scombinare la cucina, domare l’insonnia creando. Un suggerimento della zia Eloisa, tanti anni prima. Talmente tanti da non metterli a fuoco. Ma il consiglio era giusto. Muovi le mani se sei agitata. Crea, se non dormi, non perdere tempo.
Dormire era difficile con il tempo cambiato, l’atmosfera gelida intorno. Bianco il cielo e il paesaggio. Cucinare serviva a rilassarsi. Lasciarsi andare agli impasti. Raccogliere grumi e rimasugli. Ma le mancavano ingredienti importanti, così era tornata a dormire. A provare, girandosi da ogni lato, bevendo ogni tanto un sorso d’acqua. C’erano notti che non miglioravano. Arrivavano tutti i ricordi, con la neve e l’infanzia, con la gola secca e gli occhi umidi, con quella sinfonia struggente che sentiva avvolgerla quando la sua mente tornava alla ragazzina che era stata.
Magra, fragile, maltrattata. In bilico. Intrappolata in una storia non sua. Maltrattata nel corpo, in quell’estraneo invadente.
La neve di Milano aveva una consistenza tutta speciale, lei ne ricordava una diversa. Da piccola l’aspettava con ansia insieme ai suoi compagni di scuola, ci giocavano fino a congelarsi le mani. Dietro di loro lasciavano interi mondi di pupazzi bianchi e fortini plasmati da chi aveva i guanti più resistenti. La neve disponeva alla creazione. Adesso era al lavoro ma si distraeva con niente in quei giorni di freddo e ricordi. C’erano finestre troppo grandi, ed era ancora tutto bianco. Fu inevitabile pensare ai genitori lontani e al paese soffocante dove era cresciuta che le riapparve davanti all’improvviso: rivide ogni angolo in sequenza, come un film troppo lento. Le case color ocra, la strada principale, gli anziani sulla panchina, la drogheria delle meraviglie, le corse, la fatica dei doposcuola, la chiesa, lo spaccio, la loro villetta. Leggi tutto…