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Posts Tagged ‘Francesco Roat’

RELIGIOSITÀ IN NIETZSCHE di Francesco Roat

RELIGIOSITÀ IN NIETZSCHE di Francesco Roat (Mimesis edizioni)

Francesco Roat ha pubblicato i testi narrativi: Tra-guardo (Argo), Una donna sbagliata (Avagliano), Amor ch’a nullo amato (Manni), Tre storie belle (Travenbooks), I giocattoli di Auschwitz (Lindau), Hitler mon amour (Avagliano) – ed i saggi: L’ape di luglio che scotta. Anna Maria Farabbi poeta (LietoColle), Le Elegie di Rilke tra angeli e finitudine (Ed. alphabeta), La pienezza del vuoto. Tracce mistiche negli scritti di Robert Walser (Vox Populi), Desiderare invano. Il mito di Faust in Goethe e altrove (Moretti&Vitali), Il cantore folle. Hölderlin e le Poesie della torre (Moretti&Vitali). È appena uscito in libreria un nuovo saggio di Francesco Roat dal titolo molto suggestivo: “Religiosità in Nietzsche” (Mimesis edizioni). Il saggio risponde alla seguente domanda: è assurdo pensare che in Nietzsche sia presente un afflato religioso? Roat crede di no, ritenendo anzi che dai testi di Nietzsche emerga una spiritualità analoga a quella dei mistici d’ogni tempo e luogo. Soprattutto lo Zarathustra sembra mettere in luce una tale prospettiva.

Ne parliamo, qui di seguito, con l’autore e pubblichiamo due estratti del testo… Leggi tutto…

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FRANCESCO ROAT racconta HITLER MON AMOUR

F. Roat leggeFRANCESCO ROAT ci racconta il suo romanzo HITLER MON AMOUR (Avagliano). Qui, i primi due capitoli del libro

di Francesco Roat

Come nasce un romanzo? Dipende da chi scrive, ovviamente. A me l’idea, l’avvio germinale di una narrazione nasce all’improvviso, soprattutto durante una nottata insonne. E di solito, accanto a questa prima cellula di vicenda ancora indeterminata, tutta da far crescere, spesso mi si presenta alla mente la prima frase del testo. Ѐ successo anche con quest’ultimo mio libro, “Hitler mon amour”, che parla della relazione fra Adolf Hitler ed Eva Braun. Come è acclarato dai dati storici, la prima volta che i due si incrociarono avvenne per caso, in una bottega dove la giovane diciassettenne Eva lavorava. Quindi io ho voluto partire da questo incontro cruciale e mi son figurato la ragazza in cima ad una scala, mentre stava appendendo un quadretto ad un muro. Hitler la osserva ed è attirato dalle sue gambe snelle. Ed ecco l’incipit: “Ero sospesa a mezz’aria quando sei entrato in negozio e nella mia vita. La piccola Eva alle prese col gran re dei cervi da appendere su una parete troppo spogliaˮ. Tra loro è una subitanea attrazione reciproca, eppure lui e lei non potrebbero essere più diversi, più distanti. Un’impacciata adolescente, Eva. Un quarantenne politico navigato, Adolf. Borghesuccia senza troppe pretese, Eva. Candidato a divenire ben presto Führer e a conquistare mezza Europa, Adolf. La giovane donna, infine, rimarrà sino all’ultimo nell’ombra, costretta all’umile ruolo di segretaria del dittatore. Altra e non marginale differenza fra i due: a quanto risulta dalle testimonianze storiche, la Braun nazista convinta non fu mai, né ostile agli ebrei.

Insomma, questo mi ha intrigato: come sia stato possibile che personalità direi quasi antitetiche abbiano potuto condividere un rapporto emozionale intenso e duraturo. Per non parlare della decisione di restare insieme sino alla fine, prima del crollo bellico, nascosti nel Bunker scavato sotto la Cancelleria di una Berlino agonizzante, assediata dai russi. Una fine atroce conclusasi, come tutti sanno, col loro duplice suicidio. Forse però la cosa più inquietante sta sullo sfondo di questo amore tragico e cioè il fatto che non solo Eva, ma la maggior parte del popolo tedesco fu letteralmente sedotta dalla personalità, senz’altro magnetica e trascinatrice, di Hitler. Così il mio libro cerca anche di investigare l’atmosfera emozionale ed epocale che permise l’irresistibile ascesa dell’ex imbianchino, divenuto in breve tempo padrone assoluto della Germania.
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HITLER MON AMOUR, di Francesco Roat (un estratto del libro)

_0003_Hitler-Mon-Amour-3DPubblichiamo un estratto del romanzo HITLER MON AMOUR, di Francesco Roat (Avagliano, 2014)

La scheda del libro
La relazione tra il dittatore tedesco e la sua giovane amante, narrata attraverso un diario che l’autore immagina scritto febbrilmente da Eva nelle ultime ventiquattr’ore, all’interno del bunker sotto la Cancelleria del Führer, durante la conquista di Berlino da parte dell’Armata Rossa. Il potente Führer della Germania e una semplice ragazza piccolo-borghese che, a quanto risulta dalle testimonianze storiche, nazista convinta non fu mai, e neppure ostile agli ebrei: cosa unì fino alla morte due individui così profondamente diversi? La donna torna indietro con la memoria, inizia a raccontare in prima persona l’incontro a Monaco, nel 1929, con lo sconosciuto che in pochi anni sarebbe diventato il padrone della Germania e di mezza Europa. Lei è un’adolescente, lui già un uomo fatto. Iniziano a frequentarsi, malgrado la disapprovazione dei genitori della Braun. Col tempo diventa “segretaria” particolare del Führer ma mantiene sempre un ruolo appartato. Sino alla vigilia della sconfitta tedesca e al giorno in cui deciderà di condividere la sorte di Adolf. I due si sposano. Il giorno dopo il matrimonio, il 30 aprile 1945, Adolf Hitler ed Eva Braun si suicidano nel bunker della Cancelleria. Una fatale storia d’amore che non finisce di scioccare il mondo.

* * *

I primi due capitoli del romanzo HITLER MON AMOUR, di Francesco Roat (Avagliano)

1

Ero sospesa a mezz’aria quando sei entrato in negozio e nella mia vita. La piccola Eva alle prese col gran re dei cervi da appendere su una parete troppo spoglia.
Con la sinistra tenevo il quadretto contro il muro e con la destra un martello esitante. Stavo mirando giusto alla testa del chiodo, mentre ho sentito il signor Hoffmann annunciare, ruffiano: “Bentornato, Herr Wolf!”
Tu − senza rispondere a parole, ma forse con un cenno − hai fatto tre passi decisi verso il bancone (io udivo soltanto: gli occhi persi nel ritratto del maestoso anima- le). Poi c’è stato un silenzio, interminabile e tranquillo: con la sospensione di ogni impazienza, di ogni cura. La foto era appesa da un po’ e io, sempre sulla scala, ad aspettare forse solo il mio destino, già catturato dal tuo sguardo rivolto alle mie gambe.
Sei rimasto lì – quanto, mon amour? – a fissarmi, a penetrarmi sin nella natura; ma senza alcuna insolenza, senza prevaricazione.
Avevo appena diciassette anni: una ragazzina. E tu, uomo navigato, m’hai fatta donna all’istante. È stato un concedersi definitivo; anche se dopo non è successo nulla: giusto la tua mano che sorregge la mia finché scendo, mentre chiedi: “Posso aiutarla, signorina… Signorina?”
Allora ci siamo scambiati i nomi.
Tu indossavi un trench leggero, color panna, di foggia inglese. Io non ricordo che vestito avessi. Strano: ogni particolare ho presente di quel pomeriggio, ma il mio abito no. S’è aperta una falla nel mio ricordo: un buco nero mai più colmato. Il dettaglio è irrilevante, capisco bene, eppure oggi – fra tanti orrori, sotto le bombe, persa la guerra, la capitale sul punto di cadere – questa perdita mi sembra così grande. Anche se son convinta che niente finisce col perdersi del tutto; nulla svanisce mai di quel che è stato. Credo nell’eterno ritorno, come quel Nietzsche di cui tanto parlavi sempre. Noi siamo eterni, nonostante la morte. Per questo non bisogna averne paura; ma nemmeno invocarla – mon amour – come ti sento fare troppo spesso in questi giorni di lutto.
Invece allora, a Monaco, dentro quella bottega della Amalienstraße, come mi sei apparso pieno di un vitalismo incontenibile! E c’era determinazione nel grigio azzurro del tuo sguardo, la stessa regalità che avevo scorto negli occhi del gran cervo.
Poi il signor Hoffmann ci ha separati intromettendosi, venendo col tuo ritratto sotto vetro e in cornice d’argento. A chi volevi donarlo? Forse a Geli, che a quel tempo impazziva per te? Non l’ho mai più vista quella fotografia in cui posavi vestito di panno e cuoio, come un modesto Bauer tirolese. Nel ’29 io non sapevo di altre tue donne.
E anche quando ho saputo, non ero veramente gelosa.
Mi dirai: e allora perché infilare a tradimento nelle mie tasche biglietti amorosi nella speranza che Geli li leggesse?
È vero, l’ammetto, l’obiettivo era quello. Volevo venire allo scoperto e scoprire le sue carte. Nessuna gelosia, solo informarla della mia presenza; farle capire che non aveva chance, che tu eri destinato a me. Bastava solo comprendesse questa semplice, definitiva realtà. E invece − la nipotina − che ostinazione nel volerti solo per sé, povera illusa! Quando persino io, in tutti questi anni, ho dovuto dividerti con milioni di donne e di uomini che – fino a ieri – ti idolatravano.
Sì, Geli non sapeva della tua decisione di sposare la Patria. Solo con Lei hai voluto legarti indissolubilmente, nella buona e nella cattiva sorte. Io stessa a lungo sono stata incapace di rendermene conto. Ma che ne poteva sapere una ragazza come me di politica o di Terzo Reich Millenario?
Fino alla sua dissoluzione, sei stato una cosa sola con la Germania. Un matrimonio fedele, durato oltre vent’anni. E appena adesso che Lei non c’è più, acconsenti a sposarmi. Ma va bene così. Lo ripeto, non sono mai stata davvero gelosa. Avrebbe voluto dire perderti. Invece, dopo tante separazioni e lontananze ci siamo finalmente, definitivamente ritrovati. E domani sarà il gran giorno.
Ne sono grata a Dio. In tutta la mia vita non potevo augurami di meglio.
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I giocattoli di Auschwitz, di Francesco Roat

I giocattoli di Auschwitz

In collegamento con il dibattito su LetteratitudineBlog dedicato al Giorno della memoria, segnaliamo…

I giocattoli di Auschwitz di Francesco Roat Lindau, 2013 – pagg. 292 – euro 19,50

[con la pubblicazione di uno stralcio del libro]

Un bambino ebreo nell’inferno di Auschwitz.
Un ufficiale delle SS appassionato di musica.
Il difficile ritorno alla vita «normale».
Un romanzo duro, intenso e coinvolgente
come la Storia che vi fa da sfondo.

 
Il libro
Il piccolo Ruben è un “giudeo cacasotto”: così lo deridono i compagni di classe, fino a quando un giorno la scuola gli viene per sempre preclusa. Ma lui non ne fa un dramma. Meglio le lezioni private di clarinetto dal professor Nussbaum, uno che suonava con i Wiener Philarmoniker prima che lo cacciassero perché ebreo. Meglio gironzolare per le strade della città. Meglio starsene a casa, nonostante il clima in famiglia si faccia ogni giorno più cupo e agitato. Una notte, però, tutto precipita, arrivano i soldati e si possono raccogliere solo le cose più importanti, perché non c’è tempo, alla stazione c’è un treno che aspetta. Auschwitz ingoia gli ebrei, ma non Ruben. Il ragazzo viene salvato da un ufficiale delle SS, Klaus von Klausemberg, un raffinato melomane che si invaghisce del suo talento musicale. Il militare lo prende sotto la sua protezione, gli dà una certa libertà all’interno del lager, lo ospita nell’ospedale del campo. Ruben vive così una prigionia dorata e Klausemberg diventa per lui una specie di padre, protettivo e prodigo di consigli, oltre che un amico con cui suonare il prediletto Mozart. La tragica verità del lager affiorerà poco alla volta, insinuerà in Ruben prima dubbi e sospetti, poi inquietudini e orrori, in un crescendo di scoperte sconvolgenti, che, al momento della liberazione, si trasformeranno in un lutto assai difficile da elaborare. Solo due decenni più tardi, rivivendo attraverso un diario postumo la tragedia di Auschwitz, Ruben potrà scacciare i fantasmi.

* * *

In esclusiva per Letteratitudine, uno stralcio del romanzo I giocattoli di Auschwitz di Francesco Roat (Lindau)
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LA PIENEZZA DEL VUOTO, di Francesco Roat

LA PIENEZZA DEL VUOTO. Tracce mistiche nei testi di Robert Walser di Francesco Roat
Vox Populi, 2012 – pagg. 274 – euro 15

di Massimo Maugeri

 (Dalla scheda del libro)

Robert Walser (1878-1956) è stato, al contempo, uno tra i più grandi autori svizzeri del Novecento e una delle voci maggiori della narrativa tedesca del secolo scorso, se non di quella novecentesca in generale. Kafka, Musil, Canetti, Benjamin, Hesse, fra tanti altri, dichiararono da subito la loro ammirazione per la prosa del Nostro, ma egli non conobbe in vita gran fortuna editoriale, né di pubblico.
Walser – ebbe a scrivere Claudio Magris – “appartiene a quella generazione di scrittori nella quale si compie, con risultati di altissima poesia, la fondamentale rivoluzione della letteratura moderna ossia la disarticolazione della totalità e del grande stile classico”.
I personaggi dei romanzi e dei racconti di Walser, affrancandosi da ogni rigidità/sistematicità, si fanno fluidi, scorrono, si smarriscono per le vie di un’erranza senza stelle fisse all’orizzonte. Nomadi/apolidi vagano privi di meta come dei Wanderer in fuga da ogni dimora o ruolo stabili, cambiando cento mestieri e cento luoghi di residenza: sempre a corto di soldi, senza legami affettivi duraturi, e perennemente in transito. Vi è una sorta d’innocente candore in questi viandanti affascinati da un laghetto montano, da un prato in fiore, da un paesaggio innevato; in questi eterni adolescenti che pure da adulti mantengono intatta la freschezza dello stupore di fronte alla sperduta radura d’un bosco quasi fossero in grado di cogliere l’anima mundi, di avvertire la presenza del divino in ogni cosa. Leggi tutto…