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Posts Tagged ‘Furio DETTI’

IL GRANDE SACCHEGGIO di Francesca Mereu (intervista)

Heavy Metal Putin: intervista a Francesca Mereu, autrice deIl Grande Saccheggio. Da Zar Boris alla presa di potere di Putin, diario di una democrazia mancata (Le Mezzelane), un viaggio familiare e personale dall’URSS dei soviet alla grande madre Russia del XXI secolo.

Abbiamo incontrato l’autrice nell’ambito di “Tempo di libri

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A cura di Furio Detti

Francesca Mereu ha iniziato la sua carriera di giornalista nella Russia dei primi anni Novanta. È stata corrispondente da Mosca e dalle Nazioni Unite per la radio americana Radio Free Europe/Radio Liberty. Ha trascorso sei anni al The Moscow Times, per il quale si è occupata di giornalismo investigativo coprendo la politica interna e i servizi di sicurezza russi. I suoi reportage da Mosca sono stati pubblicati dal The New York Times, dall’International, dall’Herald Tribune e da numerosi giornali italiani.

– Intervistiamo la giornalista Francesca MEREU, in occasione dell’uscita del suo volume “Il Grande Saccheggio” per i tipi di Le Mezzelane. Possiamo definire il tuo volume un’inchiesta giornalistica?
Sì, e concerne la Russia dagli anni Novanta fino alla presa del potere da parte di Vladimir Putin.

– Il sottotitolo recita: “Da Zar Boris alla presa di potere di Putin, diario di una democrazia mancata”, ce ne vuoi parlare?
Ho scelto questo titolo per parlare di come sia cambiata la Russia dopo il crollo dell’Unione sovietica e di come il paese sia stato depredato di tutte le sue risorse e ricchezze da poche persone. Questo libro assume un punto di vista particolare, perché include il punto di vista della mia famiglia, russa, che ha attraversato questo ultimo ventennio di storia. Si inizia dal ’92, dalla fine dell’URSS. Potrei partire con questo dato: il mio nonno acquisito, Boris, non ricordava mai la data della fine dell’URSS (il 25 dicembre 1991) ma ricordava benissimo il 2 gennaio del 1992 perché quel giorno lui e il 99% dei Russi persero tutti i loro risparmi e divennero degli indigenti. Prima di quella data uno stipendio medio consentiva una vita decorosa, dopo che il presidente Eltsin liberalizzò i prezzi, questa cifra divenne l’equivalente di 8 dollari al mese; in pratica il costo in Russia di un chilogrammo di formaggio o poco meno in salame scadente… Questo è quello che è successo. Non solo: nel mio libro racconto come questo saccheggio si sia ripetuto: per tutto il corso degli anni ’90 i russi non hanno fatto che perdere ogni volta i loro averi a ogni riforma monetaria, a ogni crollo delle banche e dell’economia.

– Perché hai scritto questo libro? Leggi tutto…

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REBIBBIA: GLI ZOMBI COME IN AMERICA – INTERVISTA A ZEROCALCARE (speciale Lucca Comics and Games 2013)

File:Zerocalcare - Lucca Comics and Games 2012.JPGREBIBBIA: GLI ZOMBI COME IN AMERICA

Intervista a Michele aka Zerocalcare, anche sulle sue paure e su un libro che ha da tempo in testa

SPECIALE LUCCA COMICS & GAMES 2013 (Parte VI)

dal nostro inviato a Lucca, Furio Detti

Michele Rech, noto come “Zerocalcare” è un fumettista cresciuto nell’underground, e esploso prima sul web e poi sulla stampa dal 2011, anno del suo primo vero successo: La Profezia dell’Armadillo. Oggi a Lucca presenta Dodici, il suo ultimo fumetto (per i tipi Bao) che porta l’apocalisse zombi a Rebibbia, quartiere caro all’autore.
– Innanzi tutto grazie per l’intervista. Per cominciare: nel tuo ultimo fumetto, Dodici, hai trasformato il tuo quartiere, Rebibbia, in una delirante edizione nostrana di The Walking Dead. Ora ti chiediamo: te la sentiresti adesso di buttarti in un fumetto che non parli del quotidiano, in particolar modo del tuo quotidiano?
No. O meglio: non del tutto. Sì e no. In realtà tutto quello che sto facendo adesso riguarda esperimenti, banchi di prova, in vista di un libro che sto preparando da un mucchio di tempo. Un libro che riguarda in parte il mio quotidiano autobiografico, in parte no, ossia riguarda un pezzo della mia famiglia, incluse le generazioni che mi hanno preceduto, mia nonna nello specifico. Quello che ho in testa adesso è quel libro, che attinge in parte ancora al mio quotidiano e in parte no. Dopo di quello non ho nessuna idea di che cosa farò anche perché quest’ultimo progetto venturo è un poco la fine di un ciclo per me.

– Ti autorizziamo a menarci se saltiamo fuori con l’espressione “impegnato nel sociale”, ma il tuo lavoro ha un componente politica molto forte e in parte è piaciuto proprio perché molti ci si ritrovano concretamente. Che peso ha avuto la tua attività di grafico per le locandine e i volantini dell’area antagonista e dei centri sociali?
È stato importante nel senso in cui disegnare quelle locandine è stata una palestra di vita. Nel senso che disegnare una locandina nel senso di quello che è il mondo degli spazi occupati con tutte le mille sensibilità che stanno all’interno di quel circuito, significa disegnare una locandina mettendo d’accordo venti persone, un’assemblea in cui ognuno ha in mente una cosa diversa, desidera qualcosa di differente dall’altro. In realtà quindi è qualcosa che più di qualsiasi scuola di fumetti e più di qualsiasi cosa in generale ti insegna proprio la velocità, la sintesi. In quel senso è un’esperienza irrinunciabile. Dal punto di vista professionale vero e proprio, no; ma io non ho mai inteso questo aspetto del mio lavoro come un trampolino di lancio. Per me era una parte della mia vita, insomma.

– Che cosa cambieresti se potessi cambiare qualcosa del tuo stile dall’oggi al domani?
Sicuramente, vorrei saper fare le anatomie e gli acquerelli, le “robbe poetiche….” ste cose qua!

– Quanto te la sentiresti di sperimentare sul web un modo nuovo di raccontare una storia, uscendo dal discorso “gabbia grafica-vignetta-nuvolette”?
Zero. Ma perché io non sperimento niente sul web. Per me il web è solo un surrogato della carta. Io addirittura non lavoro sul computer ma su carta, sul formato che si adopera per la stampa, A3, A4, non ce l’ho proprio la lavorazione per il formato web. Ti dirò: se uno guarda le mie tavole nota subito l’assenza di quel formato verticale “a scrollare” tipico delle cose nate per il web. Confesso che da quel punto di vista io sto proprio indietro indietro… devo però dire che mi trovo molto bene anche perché poi io comunque continuo a amare la carta come tipo di supporto, per cui voglio che le mie cose che escono sul web possano essere poi stampabili su carta senza alcuna perdita o adattamento.

– Ti sei ispirato a qualcuno degli autori italiani? Leggi tutto…

PISA BOOK FESTIVAL 2013: la rivincita dei piccoli, all’ombra dei Grandi

PISA BOOK FESTIVAL 2013: la rivincita dei piccoli, all’ombra dei Grandi

pisa bookfest 2013

dal nostro inviato a Pisa, Furio Detti

Oggi in anteprima nazionale a Pisa, Maurizio De Giovannni: il “giallo” targato Einaudi.

Il Pisa Book Festival ospita la Germania e sale a quota 40mila per la sua undicesima edizione.

Venerdì scorso, si è aperta l’edizione 2013 del Pisa Book Festival, evento dedicato da anni all’editoria indipendente [1] con qualche incursione dei grandi nomi della carta stampata. Il cartaceo domina ancora la scena, nonostante tutto e nonostante le risate agrodolci dei tanti editori che lamentano come previsto l’esiguità degli introiti, in un paese di scrittori compulsivi e lettori deboli. Da quest’anno è stato purtroppo introdotto l’ingresso a pagamento nei giorni di ieri (Sabato) e oggi. L’organizzazione regge il carico e l’atmosfera è realmente familiare e piacevole, un salotto molto diverso dal Salone del Libro di Torino, il Palacongressi di Pisa ospita i suoi 150 editori e i suoi 200 eventi in tre giorni (15-16-17 novembre) in un ambito più intimo forse, e, di certo, in paradosso, vibrante ma rilassato.

Il Paese ospite di questa edizione è la Germania. Fatto sottolineato dall’accompagnamento musicale a cura dell’Orchestra dell’Università di Pisa, di brani di Wagner e Verdi. La direttrice dell’evento, Lucia Della Porta, ripercorre la strada fatta sin qui, percorso che ha visto triplicare il numero degli editori presenti dai primi 56 delle origini (2003): «Il Pisa Book Festival si è confermato come una fiera di importanza nazionale. Grazie a questo grande evento Pisa è stata inserita nella lista delle 66 “Città del Libro”, un coordinamento che punta a dare ai festival del libro lo status di bene culturale. A partire dal 2007 è stato introdotto il Paese ospite, che ha dato al festival un’impronta internazionale. In questi anni si sono alternati a Pisa la Romania, la Norvegia, il Belgio, il Portogallo, la Francia e i Paesi Bassi. Questo anno il Pisa Book Festival ospita la Germania ma saranno presenti anche la Francia e l’Olanda con i loro autori, perché il rapporto con il Paese ospite continua, anche nel corso dell’anno con iniziative per le scuole. Lo slogan che abbiamo scelto questo anno è “Libri senza frontiere”»

Peter Von Wesendok, Console generale aggiunto della Repubblica Federale di Germania, ha portato i saluti agli ospiti italiani rammentando i legami secolari fra le culture letterarie tedesca e italiana, a partire da Goethe. Per il sindaco di Pisa, Marco Filippeschi, il festival «E’ un festival del libro e della libertà della cultura e promuove un’impresa culturale essenziale. Di piccole dimensioni ma di grandissima importanza. Dà spazio a culture diverse e a espressioni innovative. Pisa è arricchita da un evento che ha una solida dimensione nazionale e che ogni anno apre una finestra sull’Europa e sul mondo. La città sta dalla parte degli editori, di quelle imprese che nella crisi hanno ancor più bisogno d’attenzione. Il libro vale e deve valere ancora nei cambiamenti profondissimi portati dalla rivoluzione digitale e dal web.»
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VIA GLI EDITORI, MA NON PER VENDETTA! – INTERVISTA A DAVID LLOYD (speciale Lucca Comics and Games 2013)

Lloyd 1David Lloyd alla ‘rivoluzione digitale dei comics’: una missione speciale svelata a Lucca Comics&Games 2013

SPECIALE LUCCA COMICS & GAMES 2013 (Parte V)

Intervista a David Lloyd

dal nostro inviato a Lucca, Furio Detti

L’acclamato disegnatore di V for Vendetta, Kickback, War Story, Hellblazer, Doctor Who, Night Raven e altre storie, ci parla della sua nuova “creatura”, la rivista digitale Aces Weekly, delle sue idee sul futuro (rivoluzionario) dei comics, dei suoi “amori” italiani a nuvolette, del suo rapporto con il suo enfant terrible della contestazione globale.

– Mr. Lloyd, ha appena presentato al pubblico italiano la sua web-zine autoprodotta, Aces Weekly, promossa da una speciale edizione di lancio italiana, cartacea. Quale è il senso e lo scopo della sua ultima attività, ossia la creazione, promozione e autopubblicazione di una collana di fumetti fruibile solo via web come Aces Weekly?
Ho creato questa rivista antologica perché volevo realizzare qualcosa di semplice da fare, e ho voluto utilizzare il computer. Non è mia intenzione realizzare dei motion comics, non mi piacciono, ma ho voluto riunire un gruppo di artisti, raccogliere i loro lavori, autoprodurre una rivista, distribuirla su una piattaforma semplice e diffonderla via web. Un lavoro di pubblicazione facile, completamente differente dall’editoria tradizionale, cartacea. La pubblicazione a stampa è un’impresa enorme, richiede molto danaro, devi creare i fumetti, inviarli a una redazione, stamparli, distribuirli e venderli al dettaglio… un lavoro enorme e costoso. Io ho scelto di fare la stessa cosa, creare e vendere comics, ma in formato esclusivamente digitale. Distribuire fumetti da visualizzare sullo schermo, per il web, via internet, è molto più semplice e economico. La ragione per cui ho fatto tutto questo, ripeto, è perché è semplice da realizzare. La cosa di cui sono realmente convinto e consapevole è che credo che questa sia la strada migliore per fare fumetti, credo che sia il futuro del fumetto e il miglior modo per ricavare il massimo profitto vendendo il prodotto della propria creatività. Un tempo un creativo aveva bisogno della stampa, ora no, ora è tecnicamente possibile creare un fumetto, raccontare una storia, diffonderla e rendere fruibile all’istante tramite il computer e la rete. Senza intermediari in mezzo, semplificando la catena produttiva, direttamente dal produttore al consumatore, al lettore. Tutto il guadagno ci torna indietro, e possiamo dividerlo tra gli autori di ogni numero di Aces Weekly. L’unica cosa che chiedo in cambio agli autori è l’esclusiva per due anni, in modo che il prodotto, in lingua inglese, sia disponibile solo sulla nostra rivista. Perché l’inglese? Perché alcuni paesi fanno più resistenza di altri nell’accettare questa rivoluzione, il fumetto digitalizzato e distribuito nel web. In Italia per esempio c’è un vivacissimo mercato del fumetto, penso a testate come Dylan Dog (e tutta la produzione Bonelli), o Diabolik… qui forse abbiamo ancora bisogno di appoggiarci a un’edizione cartacea per far conoscere al pubblico italiano il nostro lavoro [Ndr: così è stato fatto col lancio dell’edizione “tradizionale” di due storie di Aces Weekly dalla Nicola Pesce Editore, presentata a Lucca Comics&Games quest’anno].

Volume 3 cover– Il medium digitale di fatto “rompe” la convenzione dell’impaginazione, sostituisce un formato video alla gabbia delle vignette, del baloon, della sequenzialità fissa… perché non vuole approfittare di questa enorme libertà evitando di introdurre spezzoni audio, animazioni, forme alternative di lettura e/o visualizzazione? In effetti Aces Weekly replica la struttura del comic tradizionale, in tavole, su schermo: qual è il problema?
Il problema è che, se fai una cosa del genere, stai facendo altra roba, non fumetti! Il lavoro e l’impresa che voglio realizzare è portare la grande arte del fumetto dalla stampa su carta al computer, tramite la distribuzione digitale. È quello che facciamo in Aces Weekly; comunque una delle sperimentazioni più spinte nel digitale è stata proprio Return of the human di Jeff Vaughn e Mark Wheatley in cui la storia è narrata per grandi immagini (all frame) di cui cambiano continuamente le didascalie o vi sono effetti di transizione luminosa… e questo è rivoluzionario, piuttosto straordinario, e modifica il senso di ogni tavola. Stiamo ancora lavorando sull’ultimo episodio. Ognuno, come autore o in “redazione”, cerca di dare il massimo. Tendiamo a portare avanti le storie numero dopo numero. Comunque non intendiamo realizzare comics animati o in sequenze motion, sarebbe come vendere animazione e non fumetti, un altro prodotto. Per me la forma d’arte incarnata dai comic è la capacità di raccontare una storia attraverso delle vignette, sempre e comunque. Per questo sono già così contento nel portare sullo schermo del computer e non su carta grande comic art. In termini più formali portiamo una grafica in formato landscape [NdR: orizzontale] su ogni piattaforma (anche Android), perché è l’“impaginazione” più flessibile, invece della pagina verticale. E i lettori, specialmente quelli che non sono abituati a questa grafica, trovano che vi sia in essa qualcosa di liberatorio, mentre il formato portrait [Ndr: verticale] tende a comprimere il contenuto grafico. Il formato orizzontale piace anche alla maggior parte dei nostri autori. Questo è il nostro lavoro, utilizzare tutti gli strumenti espressivi specifici del fumettista.

– Avete avuto difficoltà nella portabilità su vari apparecchi (device)?
Non particolarmente. Quello che per me comunque è importante è che l’arte del fumetto non ha ancora espresso tutte le sue potenzialità raggiungendo davvero la totalità del pubblico, secondo la mia opinione. Il fumetto è una cosa meravigliosa, uno strumento fantastico per raccontare ogni tipo di storia, può servire ogni scopo, mentre il punto di vista del pubblico è che quando gli dici “fumetto” pensa o ai supereroi o ai funny animals, questo almeno mi pare il punto di vista generale sulla nostra arte; così tutti rischiano di perdersi la straordinaria gamma di storie che possiamo raccontare loro. Ecco che un altro dei miei scopi principali con Aces Weekly è proporre una varietà di stili, storie, argomenti, tratti, autori: andiamo dalla fantascienza all’orrore, dal romantico al documentaristico, dal sociale all’autobiografico; ogni genere di storie. Voglio immergere il pubblico in questa estrema varietà.

– Fantastico. Questo ci porta a due altre domande. La prima: cosa pensi si possa fare nelle scuole per promuovere la cultura e la lettura del fumetto sin dai primi gradi di istruzione? La seconda: realizzeresti una storia per bambini dopo tutto il tuo fumetto hard-boiled, full-action e decisamente dark?
Leggere fumetti sicuramente potenzia la capacità di leggere libri. I ragazzi, anche quelli che hanno problemi di apprendimento scolastico, si divertono molto col fumetto che è sicuramente una delle strade migliori per promuovere la conoscenza, la cultura e la lettura in genere. Ma questo lo sanno ormai tutti. Personalmente ho collaborato a un sito che promuoveva la cultura nelle classi scolastiche in Inghilterra, perché uno dei servizi che offriva era fornire fumettisti come tutors nelle scuole, artisti che insegnassero nelle classi. L’esperienza che mi è stata riferita da queste persone era che ogniqualvolta un ragazzo avesse difficoltà a esprimere sé stesso o la sua creatività nel normale curricolo scolastico, una via d’uscita era proporgli di creare storie col fumetto. Allora vedevi alunni completamente bloccati rifiorire di colpo! Questa forma d’arte popolare è una cosa che i ragazzi amano e adorano mettersi alla prova con essa. Il fumetto è un grande strumento anche per l’insegnamento accademico: libera l’immaginazione degli alunni. Dal mio punto di vista è profondamente utile. Penso che la grande industria buttandosi soprattutto nel campo videoludico abbia perduto una grande fetta di giovani lettori, specialmente negli ultimi decenni, trasformandoli in videogamers: hanno proprio trasformato dei lettori in giocatori. Questo mi pare abbastanza triste, anche se così va il mondo. Comunque credo fortemente che messi di nuovo davanti a un fumetto anche questi “ragazzi perduti” ritrovino facilmente tutto l’interesse, per quanto io non abbia scritto certo storie per bambini!

– Le ultime due domande. La prima riguarda l’Italia. Pensi di collaborare con qualche autore (o sceneggiatore) italiano? Che storia potresti o vorresti realizzare? Leggi tutto…

ORO, TRADIZIONE E MANGA POP: INTERVISTA A YOSHIYASU TAMURA (speciale Lucca Comics and Games 2013)

TamuraSPECIALE LUCCA COMICS & GAMES 2013 (Parte IV)

Intervista a Yoshiyasu Tamura

dal nostro inviato a Lucca, Furio Detti

Yoshiyasu Tamura, giapponese, è ospite di Ochacaffé e di Lucca Comics&Games con la sua antologica al Padiglione “Japan Palace”. Mangaka (autore fumettista), pittore e docente, diventa a 15 anni assistente di un fumettista, a 20 anni esordisce con un’opera propria su Shonen Jump e pubblica in seguito il manga Fudegami per la stessa rivista. Dal 2008 intraprende la carriera di autore indipendente illustratore e pittore, partecipa a convegni in tutto il mondo come esperto e docente di manga. Ha esposto alla Zona Maco International Contemporary Art Fair di Città del Messico e a Hidari Zingaro di Tokyo.
Segnaliamo, come riferimento web, il sito della Associazione culturale Ochacaffé.

– Grazie mille per averci concesso questa intervista. Traduce gentilmente per noi dal giapponese all’italiano il signor Naoyoshi Itani.
Grazie a voi.

– Qual’è il legame delle sue opere con l’arte pittorica tradizionale, a partire per esempio da quella del periodo Heian – una delle epoche d’oro del “medioevo” giapponese?
Unire il simbolismo tra arte medievale giapponese, ma anche europea, è proprio il tentativo delle mie opere. La tradizione europea più vicina a questo mio concetto è quella delle icone, ma esiste tutta una simbologia comune alla mia e vostra cultura artistica, anche quella italiana medievale. L’attenzione al simbolo è la cifra del mio tentativo.

– Quali sono gli autori pop o ritrattisti manga a cui ti sei ispirato? E c’è un autore della stampa tradizionale, come l’Ukiyo-e, penso a Hokusai o Hiroshige, che ti ha ispirato?
In particolare per la pop art contemporanea giapponese devo fare senza dubbio il nome di Takashi Murakami, se non come ispirazione esplicita, o come generazione, almeno come influenza; Akira Yamaguchi è un altro artista, più giovane di Murakami, che mi viene in mente. Parlando di artisti storici, senz’altro Hokusai e anche Utamaro e la cosiddetta scuola Kano [ndr epoca Muromachi]. Però parlo per lo più di pittori di epoca Edo, artisti che trovo interessanti e affascinanti anche per il contesto del periodo, interessante e simile al nostro momento presente. Io sto cercando di prendere qualcosa dalla loro opera.

Tamura 2– E quanto a “prendere qualcosa” dall’arte europea?
Raffaello Sanzio, sicuramente, ma anche tutti gli artisti dell’Italia prerinascimentale, più strettamente medievale. Probabilmente mi interessano di più l’epoca gotica e la pittura delle icone, che potete trovare anche agli Uffizi, realizzate da artisti ignoti. Se devo fare un nome del contemporaneo occidentale, parlerei di Mark Ryden, artista che è uscito dall’altra parte del contesto artistico, citerei anche l’esperienza dell’art brut. Queste correnti e personalità mi affascinano molto.

– Veniamo al suo stile, che ricerca la nitidezza della linea e la magnificenza del colore rispetto al volume e alla prospettiva; sta cercando nuove modalità espressive o desidera mantenere la sua ricerca in questo alveo?
Vorrei svolgere proprio una sperimentazione: per esempio io uso sempre l’acrilico ma in modo che abbia il carattere della tempera; le tecniche che preferisco sono la tempera e l’acrilico applicate a una tecnica tradizionale della pittura a china giapponese chiamata tarashikomi in cui si aggiunge al tratto denso di pigmento una quantità d’acqua prima dell’asciugatura, direttamente sul supporto pittorico o altrimenti dipingendo con gocce di pigmento molto diluite in acqua per ottenere sfumature assai particolari. Per questo uso anche l’acquerello. Un altro elemento imprescindibile dalla mia pittura è l’uso della foglia d’oro – altro legame con la tradizione nipponica e occidentale. Utilizzo anche la pittura spray a aerografo. In ogni mia opera cerco di sperimentare almeno più di una tecnica differente e sempre originale.

– Vorremmo farle le ultime tre domande: una dedicata al metodo di lavoro, l’altra alla sua committenza o pubblico, e la terza legata alla sua poetica. Le chiederemmo: che metodo di lavoro preferisce: pittura dal vero (l’abbiamo vista poco fa realizzare un ritratto dal vivo) o in studio? Quale prevale? Leggi tutto…

L’EROE, L’ANTIEROE, LO “SPOGLIARELLO”: INTERVISTA A DAVID RUBIN (speciale Lucca Comics and Games 2013)

david rubinSPECIALE LUCCA COMICS & GAMES 2013 (Parte III)

Intervista “epica” a David Rubin

dal nostro inviato a Lucca, Furio Detti

David Rubin, autore spagnolo di grande interesse, dallo stile crudo ma irrinunciabilmente onirico, già letto in Italia con Dove nessuno può arrivare (2007, premio Migliore autore rivelazione al Salone Internazionale del fumetto di Barcellona) La sala da té dell’Orso malese (2009, premio Autore rivelazione a Barcellona) presenta a Lucca Comics 2013 il suo cofanetto speciale in edizione limitata, per l’edizione italiana de L’Eroe, con Tunué. Un ritorno alle storie epiche con “uomini duri” e nemici terribili. Abbiamo fatto un’intervista-lampo approfittando della giornata di sole (senza nubi): che Zeus ce la mandi buona.

– Grazie mille per averci concesso questa intervista.
Grazie a voi.
– La prima domanda: il tema di quest’anno a Lucca Comics&Games è Questione di stile. Cos’è lo stile per te, il tuo stile e lo stile degli autori che hai ammirato?
Lo stile è la “voce” dell’autore. È la tua personalità come fumettista. Come per le persone: diciamo che da bambini ci si forma una personalità; crescendo questa personalità si rafforza, prende le sue direzioni, libere… Accade esattamente lo stesso per l’aspetto grafico di un autore. Tu lavori e lavori, disegni e disegni, pagina dopo pagina, fumetto dopo fumetto, e la tua personalità grafica affiora, cresce, si fa sempre più forte.
– Hai cominciato la tua carriera ispirandoti a un autore o hai semplicemente iniziato a disegnare seguendo la tua personale idea?
Io non ho studiato alcun autore, sono completamente autoditatta, la mia scuola è stato il mio stesso fumetto; però ho alcuno autori presenti alla mente, per me molto importanti, che hanno in qualche modo influito sul mio lavoro, penso per esempio a Osamu Tezuka, Jack Kirby, Frank Miller, Guido Crepax, José Muñoz e Carlos Sampajo, e infine Paul Pope.
– Hai dedicato gli ultimi volumi all’“Eroe”. Chi è l’eroe per te, adesso?
L’eroe è per me il sentimento eroico della persona e al medesimo tempo ho voluto fornire una seconda chiave di lettura sul fumetto superomistico: il mio Eracle è il protagonista di una specie di saggio in chiave di avventura, un fumetto d’azione, e in fin dei conti è una storia di come io vedo il mondo, come penso e spero che debbano andare le cose, come mi auguro che si comportino le persone. Oggi, specialmente, in questa società così corrotta e distruttiva persino una persona buona come Eracle, che cerca di aiutare il prossimo, rischia di essere convertita in un prodotto, un prodotto mediatico, come racconto nel libro. Non si può sapere se l’eroe è puro, pulito fino alla fine. Un’altra cosa che mi interessa molto è la natura duplice dell’eroe: ogni eroe, prima di essere tale è una persona umana, con tutti i suoi difetti. A me interessa proprio mostrare la parte umana, anche debole, fallace dell’eroe.
– Credo che questo modo di vedere le persone sia un po’ la cifra del tuo fumetto: hai sempre trattato con comprensiva ironia questioni estremamente serie e molto umane nei tuoi fumetti. Quanto è importante questo distacco nel progettare un fumetto? Leggi tutto…

I FANTASMI OLTRE LA SIEPE – INTERVISTA A TONY SANDOVAL (speciale Lucca Comics and Games 2013)

Tony SandovalSPECIALE LUCCA COMICS & GAMES 2013 (Parte II)

Il “fantasy domestico” di Tony Sandoval e un (quasi) patto col Diavolo

dal nostro inviato a Lucca, Furio Detti

Tony Sandoval, messicano e attualmente attivo in Francia, viene dalla grafica pubblicitaria e d’agenzia, ha in seguito sviluppato il suo talento narrativo. È edito in Italia da Tunué dal 2011, le sue opere presso questo editore sono: Il Cadavere e il Sofà, Nocturno, Oltre il Muro (con la sceneggiatura di Pierre Paquet) e ora Doomboy (2013), una piccola leggenda doom di morte e amore, tra musica e fantasmi.

Innanzi tutto grazie a Tony per l’intervista qui a Lucca Comics&Games 2013.

Nelle tue opere parli quasi sempre di infanzia e adolescenza, o prima gioventù. Potremmo quasi descrivere i tuoi personaggi come “bambini in un mondo terribile”, anche se non si capisce se la vera angoscia siano loro o la realtà onirica che li circonda connotata dal magico, dal misterioso. Vuoi parlarcene un po’?
Dunque, in realtà ogni volta che penso a una storia, tendo a descrivere in qualche misura le mie esperienze personali, i miei amici, la mia famiglia, il mio ambiente. Vengo dal Messico terra di credenze surrealistiche, di persone che a volte celebrano i fantasmi, altre volte la realtà; proprio l’altra sera spiegavo a degli amici che il mio lavoro consiste in un fantasy domestico [ride].

– Pensi che siano più i maschi o più le femmine delle tue opere a catalizzare la paura o l’imprevisto?
Penso sempre le mie storie come indirizzate a un pubblico ambosesso. Non so se per esempio riscuoto più successo presso le lettrici, in realtà ritengo di lavorare sulle sensazioni proprie di ogni essere umano e per ogni cultura, senza distinzioni di genere o backgroud. In questo senso anche i miei personaggi sono un riflesso di questa logica. Nelle mie opere esistono anche luoghi specifici che hanno una certa forza, ma è un fatto universale. Penso che tutti noi, e quindi anche i miei personaggi, abbiano un po’ di oscurità dentro di sé.

– Nei tuoi lavori il posto d’onore spetta all’esperienza sonora, musicale. Se volessimo azzardare un parallelo con la letteratura, il tuo modo di valorizzare questo mondo ci ricorda i lavori di Haruki Murakami; che peso ha esattamente la musica nel tuo immaginario?
Beh intanto ascolto musica per la maggior parte delle mie sessioni di lavoro, e scelgo brani a seconda dell’umore del momento, non sono legato a un genere specifico. Però trovo che i musicisti siano dei buoni personaggi, io stesso suonavo in una band, e tutto questo – al contrario del fumettista che è tendenzialmente un mestiere solitario: stai da solo e disegni – ti obbliga a entrare in relazione con le persone, a interagire. Questo aggiunge sostanza alla vita, “dramma” all’esistenza, in senso non necessariamente negativo.

– Il tuo stile è molto specifico. Lo hai sviluppato gradualmente mano a mano o la tua carriera ha visto svolte più drastiche, scelte più intense, cambiamenti forti?
Avevo all’inizio uno stile abbastanza generico, poi però ho venduto la mia anima al Diavolo per cambiarlo radicalmente… [risate]
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